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Un altro genere di comunicazione
20 08 2013

Velo, hijab, niqab, burka.  
Parole che scatenano irrimediabilmente le discussioni più feroci tra femministe e non.  Il velo, in particolare il burka, è spesso preso come simbolo della più feroce repressione maschilista, soprattutto dalle donne occidentali perfettamente a loro agio tra diete, depilazione totale e vallette televisive in tanga.
 
Senza franintendimenti: il principale interesse è sempre la realizzazione delle aspirazioni e della volontà delle donne, senza cedere al fascino del relativismo culturale che accetta tutto come “tradizione”, ma nemmeno accendersi con l’alterigia di chi crede di essere “più libera” perchè nata in un certo luogo del mondo, luogo che di solito è in Europa, negli Stati Uniti.  Luogo che di solito ribadisce la superiore libertà con qualche guerra “umanitarie”, volta a “liberare” le donne a colpi di bombe al fosforo e missili intelligenti.  

Fingendo di ignorare che i “burka” esistono in tutte le culture patriarcali, a volte sono lunghi veli neri che coprono il corpo delle donne, altre volte sono prodotti finalizzati all’opposto, ma complementare, incasellamento del corpo femminile in una perenne corsa all’erotizzazine invece che alla sua negazione.  
A volte però anche i burka possono liberarsi dalla semantica oppressiva e costrittiva con cui vengono percepiti normalmente.  

Dal Pakistan arriva Burka Avenger, cartone animato creato da Aaron Haroon Rashid, cantante pop, compositore, musicista e produttore anglo-pakistano. La “vendicatrice con il burka” è la storia 3D di una giovane maestra di scuola elementare che, orfana, viene adottata da piccolissima da un insegnante di arti marziali che la educa all’antica e immaginaria disciplina del “takht kabaddi”, una lotta acrobatica le cui armi sono penne, matite e libri.   Con l’arma della cultura femminile, la ragazza velata combatte i soprusi del mondo che la circonda.  

Si dice che ogni volta che gli Stati Uniti sono voluti uscire da una crisi economica, hanno prodotto un film di Superman da mandare in sala. Sarà perchè gli eroi mascherati fanno mitologia contemporanea, nè più nè meno degli antichi miti greci o asiatici.   Quindi un’eroina velata, potente, colta, vincente, racconta una mitologia islamica, pakistana in cambiamento o quanto meno sulla spinta di qualcosa di simile. “Burka Avenger” è il primo cartone animato pakistano per l’infanzia, inutile quindi sottolineare come sia anche il primo ad avere una ragazza per protagonista, la prima al mondo ad indossare un burka come costume da supereroina.   Ovviamente questo nuovo tipo di rappresentazione non è stato esentato da critiche dalla stampa liberale.  Critiche che, ovviamente, si fermano al fatto che la protagonista indossi un burka e, per questo, influenzerà le giovani donne ad indossarlo. Evidentemente convinti che il burka sia il male assoluto e dimenticando contemporaneamente secoli di repressione patriarcale, l’opinione occidentale non accetta culture altre dalla propria, ben che meno se portatrici di messaggi non immediatamente codificabili, comprensibili, producibili e rivendibili confezionati.  

« Il miglior rimedio per rivalorizzare le qualità delle donne è creare un personaggio femminile con tutta la forza di Superman ed in più il fascino di una donna brava e bella. » (William Moultom Marston)  

Così eroine vestite da bandiere imperialiste,  oppure rappresentate in posizioni innaturalmente sexy durante il combattimento, eroine il cui abbigliamento è coniato da quello delle riviste pornografiche e la cui rappresentazione dà vita a manipolazioni anche “reali”, intervenendo sull’aspetto delle già avvenenti attrici che le interpretano perchè rispecchino un canone surreale, da hentai queste eroine qui vanno bene ai liberali, ai fascisti, ai democratici, vanno bene a chi insegue l’icona della “donna forte” come fosse donna liberata e vanno bene a tutti quelli che non vogliono vedere messa in discussione rappresentazione e dialettica del maschile con il femminile. E nessuno si chiede: non saranno  modelli nocivi per le giovani donne? Qualcuna le emulerà?  Muhammad Talha Zaheer, giornalista del Tribune, ironicamente si chiede a questo proposito:  

“Fantastico! Ora voglio comprare un burkini!” “Super fico! Ora voglio indossare le mie mutande sopra i pantaloni”   “Quanti di voi hanno preso sul serio le scelte di vestiario del vostro supereroe preferito? Non vedo molti uomini che indossino le mutande sopra pigiami di spandex. [...] Quante di voi donne sono finite ad indossare costumi interi per andare a lavoro?”  

La protagonista di Burka Avenger usa il burka come costume da combattimento, dunque come un abito valoroso e potente, non certo come simbolo di coercizione.   Le permette persino di volare, usandolo come mantello aereodinamico nelle fughe mozzafiato.   Ed è chiaro che veicoli dei contenuti anche circa la cultura che rappresenta, allo stesso identico modo di scegliere stelle e strisce per decorare corpetto e shorts di Wonder Woman.   La protagonista di Burka Avenger protegge i diritti delle donne senza bisogno di un tutore maschio, non ha bisogno di essere salvata dal principe azzurro e promuove l’educazione femminile. Non c’è nulla di sbagliato.   Anzi. Potrebbe essere da spunto anche per varie superproduzioni statunitensi.

Riprendo a proposito alcuni dei consigli che l’Huffington Post dà alla Disney paragonando l’eroina pakistana alla media dei personaggi femminili Disney e delle dinamiche in cui sono raccontate.  

La protagonista di Burka Avenger combatte lanciando libri e penne come armi, enfatizzando l’importanza della cultura.  Per lei i libri sono più di un oggetto con cui ballare.  

Durante il giorno la protagonista è Jiva, una timida maestra, ma quando deve combattere indossa il burka per nascondere la sua identità e lotta spavalda. A differenza di eroine come Mulan, il suo alter ego è comunque orgogliosamente femminile, senza bisogno di fingersi un uomo per diventare forte.  

Le sue priorità sono lavorare e salvare il suo mondo. Quindi è un po’ troppo occupata per pensare alla sua immagine e innamorarsi del suo riflesso.  

Inoltre, combatte nemici reali, politici corrotti e mercenari sanguinari che limitano l’accesso all’educazione.  Tutto ciò fa sembrare una passeggiata streghe cattive, sorellastre maligne e l’impossibilità di andare al ballo.  

Chiaramente, qualsiasi sistema culturale fortemente legato a tradizioni e costumi religiosi improntati a un’ottica e un potere patriarcale non può essere liberato da un cartone animato. Si può però niziare a guardare alle rappresentazioni più facilmente diffondibili ( i pamphlet di filosofia li leggono in pochi ) come un altro genere di comunicazione che non per forza rinneghi la libertà delle scelte legate all’origine culturale delle donne stesse.  

Il pensiero, parlando di eroine pakistane, va a Malala Yousufzai, giovanissima studentesta e attivista pakistana per il diritto allo studio delle donne nel suo Paese, precisamente nella città di Mingora dove i talebani vietano l’accesso all’istruzione alle donne.  Malala apre un blog dove documenta l’occupazione militare del distretto dove vive e in cui denuncia le privazioni a cui lei e le altre ragazze sono costrette. Decide di non stare alle regole dei talebani, alle regole del patriarcato, decide di andare a scuola comunque.  A ottobre 2012 viene aggredita da alcuni uomini armati sull’autobus scolastico che la sta riportando a casa. Le sparano contro, la feriscono alla testa e al collo. Ricoverata, i medici fortunatamente riescono ad estrarre tutti i proiettili.   L’attentato è rivendicato dai talebani pakistani che hanno dichiarato di vedere in questa bambina “il simbolo degli infedeli e dell’oscenità”.   Per lei e per le figlie di tutti i patriarchi pakistani Burka Avenger sarà una vera supereroina.

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