×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

La Stampa
10 04 2014

Scoppia la polemica sul matrimonio gay riconosciuto dal Comune. La decisione con la quale il Tribunale di Grosseto ha disposto la trascrizione di un matrimonio contratto a New York fra una coppia omosessuale «suscita gravi interrogativi», afferma la Cei parlando di «strappo», «pericolosa fuga in avanti». Per i vescovi «il matrimonio è l’unione tra un uomo e una donna».

LA VICENDA

Per ordine del tribunale, le nozze celebrate a New York con rito civile fra due italiani sono state trascritte nel registro di stato civile di Grosseto. «È un precedente unico per il nostro Paese», ha commentato il senatore Pd Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay. I due sposi, ha spiegato Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia e storico esponente della comunità omosessuale italiana, «hanno ottenuto ciò che fino ad oggi è sempre stato negato dai Comuni e dai Tribunali: veder riconosciuto il loro status di coppia sposata in uno Stato estero”.

LA BATTAGLIA

Dopo essersi sposati con rito civile a New York, nel dicembre 2012, i due, 68 e 57 anni, chiesero al Comune di Grosseto di trascrivere le nozze nel registro di stato civile. L’Ufficiale si rifiutò, perché, sostenne, «la normativa italiana non consente che persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio». A quel punto, assistiti dall’avvocato Claudio Boccini, i due hanno fatto ricorso. Nonostante che anche il pm fosse contrario all’accoglimento, il giudice di Grosseto Paolo Cesare Ottati ha dato il via libera. Secondo Ottati, infatti, nel codice civile «non è individuabile alcun riferimento al sesso in relazione alle condizioni necessarie» al matrimonio. Nella sentenza, il giudice spiega che non è «previsto, nel nostro ordinamento» alcun «impedimento derivante da disposizioni di legge alla trascrizione di un atto di matrimonio celebrato all’estero». E poi, la trascrizione non ha natura «costitutiva, ma soltanto certificativa e di pubblicità di un atto già valido di per sé».

IL SINDACO

Il Comune di Grosseto, che a suo tempo ha scelto di non opporsi al ricorso presentato dalla coppia dopo il rifiuto dei nostri uffici, «si adeguerà da subito alle decisioni del tribunale senza alcuna opposizione». Lo spiega il sindaco Emilio Bonifazi dopo l’ordinanza con cui il tribunale. «Finalmente - aggiunge - arrivano indicazioni chiare ed inequivocabili sulle modalità alle quali gli ufficiali di stato civile devono attenersi di fronte a richieste come quella formulata da Giuseppe e Stefano. D’altra parte non spetta ai singoli Comuni ma allo Stato emanare norme precise in materia. L’auspicio è che il Parlamento italiano arrivi presto ad una legge nazionale che possa finalmente fare chiarezza». «La decisione del tribunale di Grosseto - spiega Bonifazi - costituisce un precedente storico nel riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso in Italia. Siamo consapevoli della portata di questa decisione, che ci consente di superare gli ostacoli e le difficoltà emersi fino a questo momento a causa della mancanza di norme chiare alle quali attenersi.
 
LE REAZIONI

La decisione del Tribunale di Grosseto «suscita gravi interrogativi e non poche riserve», sottolinea la Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana. «Riteniamo che, al di là degli aspetti tecnici da approfondire adeguatamente in tutte le sedi competenti, sia doveroso da parte nostra sottolineare alcune questioni di fondo. Con tale decisione - dicono i vescovi - rischia di essere travolto uno dei pilastri fondamentali dell’istituto matrimoniale, radicato nella nostra tradizione culturale, riconosciuto e garantito nel nostro ordinamento costituzionale. Il matrimonio è l’unione tra un uomo e una donna, che in forma pubblica si uniscono stabilmente, con un’apertura alla vita e all’educazione dei figli». Per la Cei «il tentativo di negare questa realtà per via giudiziaria rappresenta uno strappo, una pericolosa fuga in avanti di carattere fortemente ideologico. In tal modo perfino si riducono gli spazi per un confronto aperto e leale tra le diverse visioni che abitano la nostra società plurale».

Il Fatto Quotidiano
07 04 2014

di Alex Corlazzoli 

Frocio, gay, checca, finocchio: quante volte ho sentito ragazzini di quinta elementare o della scuola media prendersi in giro in questo modo. Basta fare un giro tra i corridoi delle scuole all’intervallo o guardare sui muri dei cessi di un istituto secondario di primo grado per comprendere quanto sia urgente parlare di omofobia.

Chi forse non si è mai seduto su una panchina con i nostri ragazzini o con ogni probabilità non è mai entrato nel bagno di una scuola sono il neo ministro dell’istruzione Stefania Giannini e il presidente della Conferenza episcopale italiana, Angelo Bagnasco che hanno mosso una guerra contro tre opuscoli dal titolo “Educare alla diversità”, realizzati dall’Istituto scientifico Beck per conto dell’Unar, l’ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali nato sotto la direzione della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Una circolare del Ministero di viale Trastevere ha bloccato la diffusione nelle classi degli opuscoli incriminati.Una vittoria per Bagnasco che nei giorni scorsi aveva mosso una vera e propria crociata contro l’iniziativa dell’Unar: “In questa logica distorta e ideologica, s’innesta la recente iniziativa di tre volumetti che sono approdati nelle scuole italiane, destinati alle primarie e alle secondarie di primo e secondo grado. In teoria le tre guide hanno lo scopo di sconfiggere bullismo e discriminazione – cosa giusta –, in realtà mirano a “istillare” nei bambini preconcetti contro la famiglia, la genitorialità, la fede religiosa, la differenza tra padre e madre… parole dolcissime che sembrano oggi non solo fuori corso, ma persino imbarazzanti, tanto che si tende a eliminarle anche dalle carte. È la lettura ideologica del “genere” – una vera dittatura – che vuole appiattire le diversità, omologare tutto fino a trattare l’identità di uomo e donna come pure astrazioni”.

Immediato l’inchino del Governo alla voce grossa del cardinale. Ma che avevano di così terribile questi opuscoli da essere censurati?

Sono andato a leggermi quello dedicato alla scuola primaria: quarantotto pagine ben suddivise in schede informative rivolte agli insegnanti, una serie di strumenti utili per l’implementazione di una politica di lotta al bullismo e una proposta di lezioni da tenere in classe. Un lavoro scientifico, serio e professionale ma anche utile che parte da un presupposto che dobbiamo dirci con franchezza: “Gli insegnanti anche i più bravi e preparati, possono non essere perfettamente consapevoli della propria omofobia e rischiare, perciò, di minimizzare dei comportamenti omofobici, definendoli “ragazzate”. Oppure possono rendersi conto che sta avvenendo un atto di bullismo omofobico, ma si sentono soli e impreparati rispetto alla modalità di intervento”.

È vero, noi maestri, ci sentiamo sempre più soli, in trincea, senza un generale dietro che aiuti il suo esercito. Questi opuscoli erano uno strumento prezioso: il ministro ha preferito cestinarli (e con essi ha gettato 24.200 euro), chiudendo gli occhi di fronte alla realtà. E così l’Italia continuerà a restare ignorante, incapace di cogliere le rivoluzioni necessarie. Come ho già sostenuto altre volte è inutile parlare di adozioni gay, di matrimoni tra omosessuali se prima non creiamo una cultura capace di aprirsi alla diversità. A partire dalla scuola.

Non potrò mai scordare quella volta che parlai in classe di omosessualità a dei ragazzini di 9-10 anni. Il giorno dopo alle 8.25 mi ritrovai otto mamme sulla porta della classe: “Maestro, va bene tutto ma non parli di omosessualità ai nostri figli”. V’immaginate se un giorno, in questo piccolo paese di campagna dove ho insegnato, arrivassero due uomini a portare il loro figlio a scuola: quali sarebbero gli atteggiamenti di quei genitori che hanno fatto la crociata contro il maestro perché ha parlato di omosessualità?

Chi governa questo Paese, forse, deve render conto a Bagnasco ma chi sta in classe ogni giorno ha il dovere di costruire un’Italia dove una principessa possa sentirsi libera di innamorarsi di un’altra principessa e non del principe azzurro. Ai maestri, il compito, di far maturare questo Paese.

Marco Politi, Il Fatto Quotidiano
29 marzo 2014

Costretta a rielaborare le Linee guida anti-abusi, perchè quelle del 2012 erano insufficienti, la Cei presenta la versione 2014 e si attesta su una linea di assoluta retroguardia rispetto ad altri episcopati d'Europa o degli Stati Uniti. ...
"Sembra che si tratti di problemi marginali, che non toccano la società nel suo insieme, ma solo alcune persone che, obbligate a vivere nei luoghi di detenzione, non ne sono più parte". E quindi che a loro non si debbano "assicurare condizioni di vita dignitose". ...

I custodi della vita

  • Mercoledì, 20 Febbraio 2013 08:59 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
20 02 2013

Lo scorso 2 febbraio la Conferenza Episcopale Italiana ha celebrato la Giornata della Vita. Nulla di strano per i credenti, se non fosse che in quella occasione alcuni docenti - 8 uomini e 1 donna - di Ginecologia e Ostetricia di università romane - Cattolica del Sacro Cuore, Tor Vergata, La Sapienza S. Andrea e Policlinico, Campus Biomedico - hanno organizzato un incontro dal titolo "Riflessioni su una Legge dello Stato". La legge in questione è la 194 e il documento da loro presentato a fine giornata e consegnato al cardinale vicario Agostino Vallini non è altro che l'ennesimo attacco ad una legge che dovrebbe garantire l'autodeterminazione delle donne e che dovrebbe essere applicata garantendo, fra l'altro, la presenza e il funzionamento di consultori pubblici in tutto il territorio nazionale.
Nel documento, invece, si legge di diritti del feto, ma soprattutto di un "progetto che guida ogni attività didattica ed accademica indirizzata alla formazione dei futuri quadri dirigenti e degli operatori sanitari, di un corretto approfondimento delle tematiche di ordine non solo medico ma anche bioetico e giuridico legate alle prime fasi della vita intrauterina": in realtà, come giustamente notato dalla ginecologa Anna Pompili sulle pagine di Micromega, significa voler formare una classe di medici pronti all'obiezione di coscienza così come già avviene diffusamente negli ospedali pubblici e in particolare al Policlinico di Tor Vergata e all'Ospedale Sant'Andrea di Roma, in aperto contrasto con la legge dello Stato. Le donne che capitano qui possono anche accedere a diagnosi prenatale, amniocentesi ed ecografie morfologiche, ma se hanno dei problemi o scelgono liberamente di non portare a termine la gravidanza, devono andare altrove.
Il documento si conclude con una dichiarazione d'intenti che non lascia dubbi: "le Università stimolano la ricerca in questi campi di frontiera fra la medicina, la biologia, l'etica, che operano tutte congiuntamente per definire le più avanzate responsabilità dell'uomo". La responsabilità dell'uomo e la, presunta, obbedienza della donna.

Il testo del documento

Le cinque Cattedre di Ginecologia ed Ostetricia delle Università di Roma riconoscono la centralità, nel progetto che guida ogni attività didattica ed accademica indirizzata alla formazione dei futuri quadri dirigenti e degli operatori sanitari, di un corretto approfondimento delle tematiche di ordine non solo medico ma anche bioetico e giuridico legate alle prime fasi della vita intrauterina e, più in generale, a diritti e necessità dell'embrione/feto e della donna gestante, in un contesto che valorizzi pienamente e altrettanto pienamente rispetti, da un lato i vincoli posti dall'attività del legislatore e, dall'altro, le scelte personali in campo etico e la libertà di coscienza. La Legge 194/1978, a quasi venticinque anni dalla sua introduzione nell'ordinamento italiano, non ha ancora realizzato tutti gli enunciati che, nel riconoscimento del valore sociale della maternità e del diritto della vita umana ad una piena tutela fino dal suo inizio, prevedono una serie di iniziative volte ad assistere gravidanze complesse e ricche di risvolti personali e sociali, garantendo nei fatti la libertà e l'autonomia della scelta della donna.
In questi eventi, nei quali la gestante si trova a rivalutare, suo malgrado, il suo intero progetto di vita, gli operatori sanitari, nel loro insieme, debbono sentirsi tenuti a svolgere tutta una serie di iniziative che, lasciando all'apprezzamento della gestante una scelta consapevole e responsabile, le permettano di operare quanto da lei ritenuto più rispondente ai suoi bisogni ed a quelli del nascituro, in funzione della sua coscienza. In particolare per il feto è necessario che siano chiari, e maggiormente conosciuti, i suoi diritti, anche non scritti, concernenti la sua vita e le condizioni previste per il suo sviluppo, per permettere alla madre una decisione compiutamente responsabile.
Le sedi universitarie romane, quindi, si sentono pienamente coinvolte in questo itinerario educativo e speculativo, mirante a far conoscere ai propri discenti non solo la complessità dei processi fisiologici della gravidanza e della maturazione embriofetale, ma anche le profonde interrelazioni fra questi e le drammatiche scelte che le gestanti, a volte, sono chiamate ad affrontare, nel rispetto anche di valutazioni etiche adeguate. Inoltre le Università stimolano la ricerca in questi campi di frontiera fra la medicina, la biologia, l'etica, che operano tutte congiuntamente per definire le più avanzate responsabilità dell'uomo.

Prof. Roberto Angioli Università Campus Biomedico Prof. Domenico Arduini Università Tor Vergata Prof. Pierluigi Benedetti Università La Sapienza - Policlinico Prof. Donatella Caserta Università La Sapienza - S.Andrea Prof. Alessandro Caruso Università Cattolica del S. Cuore Prof. Antonio Lanzone Università Cattolica del S. Cuore Prof. Massimo Moscarini Università La Sapienza - S. Andrea Prof. Emilio Piccione Università Tor Vergata Prof. Giovanni Scambia Università Cattolica del S. Cuore

facebook