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"Violentata durante la notte bianca"

  • Giovedì, 28 Novembre 2013 14:55 ,
  • Pubblicato in Flash news
La Nazione
28 11 2013

"Violentata durante la notte bianca". Giovane bene di Sansepolcro chiede il processo con lo sconto: ha già pagato maxi-risarcimento

"Un rapporto sessuale, per riassumere, con una quindicenne ubriaca, dalla quale lei uscì sconvolta e sotto shock. Tanto da essere ricoverata in ospedale con la classifica del codice rosa, quello riservato alle violenze sulle donne". Alle/i giornalist* ricordiamo che le parole sono importanti, così importanti da ferire, lasciare traccia, a volte indelebile. Una donna, un'adolescente che riesce a trovare la forza di denunciare, di andare contro il comune senso della morale,  non può aprire il giornale e leggere che ciò che ha subito è stato un "rapporto sessuale". Ha subito violenza e è stata accusata di essere una facile. Un copione vecchio come il mondo. 

Il caso fece scalpore nell'estate 2012, protagonisti studente universitario e quindicenne delle scuole superiori sotto shock dopo un rapporto consumato in un vicolo della città biturgense.

Non ammette niente, non confessa nessuno stupro, ma ha comunque risarcito la sua presunta vittima, con una grossa cifra. Premessa alla richiesta di rito abbreviato (un processo con lo sconto, per dirla in termini comprensibili a tutti) che ha avanzato, per tramite dei suoi legali, il giovane bene accusato di violenza sessuale per quanto accadde nel luglio di un anno fa durante la Notte Bianca di Sansepolcro.

Un rapporto sessuale, per riassumere, con una quindicenne ubriaca, dalla quale lei usci sconvolta e sotto shock. Tanto da essere ricoverata in ospedale con la classifica del codice rosa, quello riservato alle violenze sulle donne.

Lui, quando il giorno dopo, di domenica, andarono a cercarlo a casa i carabinieri, cadde dalle nuvole e disse che lei ci stava. Ma che consenso poteva esprimere una ragazzina sotto l'effetto dell'alcool?

Ecco perchè la procura avviò subito un'indagine che è sfociata nell'udienza preliminare di ieri davanti al Gip Anna Maria Lo Prete. Gli avvocati difensori Giuseppe Fanfani (sì, proprio il sindaco) e Franca Testerini, hanno fatto istanza di rito abbreviato e il giudice l'ha accolta. Si torna in aula il 21 gennaio per il giudizio vero e proprio. In caso di condanna la pena sarebbe scontata di un terzo, come previsto dal codice.

La storia è quella di un sabato (il 15 luglio 2012) in cui Sansepolcro è in preda alla febbre da Notte Bianca. Lui e lei si incontrano in piazza Berta, si allontanano insieme dalle rispettive comitive e si appartano. Quando lei torna dagli amici è scarmigliata, quasi incapace di parlare. Loro la portano in ospedale, dando inizio alla trafila giudiziaria.

La comunicazione secondo l’armata del Bene

  • Giovedì, 28 Novembre 2013 14:13 ,
  • Pubblicato in Flash news

Femminismo a Sud
28 11 2013

Si adoperano cecchine d’ordinanza che augurano perfino la morte ai tuoi parenti pur di esibire il loro disprezzo e consegnarti a un branco di cyberbull* che per due secondi possono trarre giovamento dal pestaggio virtuale e riderne di gusto.

Si usano svariati blog, capitanati spesso anche da uomini, patriarchi che mal sopportano davvero l’autodeterminazione delle donne e che decisamente non digeriscono che qualcuno la pensi in modo diverso da loro. Si uniscono in rassegna delle perfide comari che nutrono antipatia verso quella più visibile, perché devono distruggerla, la devono abbattere, devono tagliarle i capelli e farla apparire brutta, pessima, almeno il più possibile. Si sazieranno quando la vedranno sanguinare. Si sazieranno, come iene, quando potranno spolpare il suo cadavere.

L’armata del Bene ritiene di perseguire cause giuste, un po’ come gli antiabortisti, che quando toccano altissime punte di odio, dopo averne istigato ossessivamente a propria volta, non hanno scrupoli. Non ti vedono più come una persona. Di te guardano solo al fatto che devono sparare per farti tacere. Sparare per farti smettere di esistere. Minare il tuo equilibrio. Perseguitarti per poi darti della vittimista e carnefice quando ti difendi.

L’armata del Bene va in giro per pagine facebook, siti e blog a correggere, con le spranghe virtuali, la narrazione altrui. Suppongono di essere superiori ed aver visto la luce, pertanto, avvolti da quell’aurea mistica, pensano di aver diritto di rompere le ovaie a chiunque non la pensi come loro, prima tentando di evangelizzare e moralizzare, poi di disprezzare con status facebook ad hoc se tu non gli dai retta, e infine con il costante impegno a cercare o fabbricare prove che dimostrino quanto il Male risieda nei loro nemici.

L’armata del Bene terrorizza gli altri e le altre disseminando panico morale circa l’esistenza di fenomeni bui che mieterebbero vittime laddove esistono donne che vittime non dichiarano neppure di essere. Ma, per dirla con l’attuale governo, costoro ritengono che le donne vadano salvate da se stesse e dunque chissenefotte dell’autodeterminazione e del riconoscimento dei soggetti. Per dire: se sono prostitute e lo fanno per scelta bisogna imporre loro che il mestiere sia vietato. Per salvarle, ovviamente. E se non sono d’accordo bisogna psichiatrizzarle, tutte, affinché maturino una consapevolezza che è pari a quella che ha illuminato l’esistenza dell’armata del Bene.

L’armata del Bene non tollera il pensiero autonomo. Ti osserva, co-stan-te-men-te, sottolinea ogni sbavatura e dichiarazione indipendente, perché il tuo cervello deve andare a passo loro. Non un pensiero in più e neppure in meno. Il pensiero unico è quello che perseguono. Se non fai così allora ti diffamano porta a porta. Si recano personalmente presso altri portando con se’ fonti che loro stessi hanno costruito per dimostrare la loro assoluta buona fede. Si chiama mistificazione e disonestà intellettuale.

L’armata del Bene gode delle simpatie della destra che tutela le “nostre” donne, quelle delle polizie, che pari sono nella mancata considerazione di quel che resta dell’indipendenza delle donne. Quelle che ragionano per conto proprio e non sono unite ai branchi, si sa, sono cagne sciolte e le cagne sciolte bisogna prima o poi abbatterle. Le cagne devono avere un padrone o una padrona. Diversamente scatta l’accalappiacagne collettivo. L’armata del Bene, per l’appunto.

Infine, l’armata del Bene, giacché non molla l’osso, non ha nulla di umano in verità. Quando ti parla tenta solo di scovare dettagli per metterti in cattiva luce. Si infiltra nella tua esistenza cercando di carpirti dei segreti e non trovandone alcuno distorcerà menzogne che poi userà contro di te. Il punto è che quelle armate noi le conosciamo bene. Si chiamano fanatici, fascisti, neofondamentalisti, infami e squadristi e qualunque sia la causa per la quale dicono di lottare tali restano. Rancorosi. Crudeli. Ossessivi. Intolleranti nei confronti della diversità. E soli. Dopotutto.

Evitiamo di riferirci alle donne come "soggetti deboli", vittime predestinate. Raptus di gelosia, omicidio passionale, l'ha uccisa, ma l'amava moltissimo. Sono frasi fatte e rifatte da una cultura che pesa sulla libertà di donne e uomini. ...

La 27 Ora
22 11 2013

Non chiamiamole «baby squillo» è l’invito che arriva finalmente al mondo dell’informazione, dopo settimane di ubriacatura generale di formule dal sapore voyeristico (quando non sottilmente pedo-pornografico) come baby prostituta, baby escort, baby lucciole, lolitine.

Molte giornaliste, ma anche alcune parlamentari, come Stefania Pezzopane (PD) e Pia Locatelli (PSI), hanno chiesto più rispetto per le vittime della storia dei Parioli, a partire dal linguaggio. Già, ma come dobbiamo chiamarle?

Circa un anno fa ho cominciato a lavorare con l’agenzia di stampa Redattore Sociale e l’Associazione Parsec a un progetto di comunicazione sul linguaggio dell’informazione. Obiettivo: offrire strumenti per “comunicare senza discriminare”, che si parli di migranti, di rom o di disabili, di donne o di LGBT. Ne è nato un libro, Parlare Civile (Bruno Mondadori, 2013), che contiene anche alcune pagine su Prostituzione e tratta. Per capire perché «baby prostituta» e dintorni siano espressioni odiose e inadeguate si può partire da qui.

E iniziare col dire che qualche problema ce lo dà anche la parola prostituta, senza diminutivi e vezzeggiativi.

Si possono definire prostitute le minorenni dei Parioli? Prostituta è, per il dizionario, «la donna che si prostituisce». C’è la parola donna, in questa definizione, che sarebbe inesatto riferire a ragazze di 14-15 anni, e c’è quell’attivo prostituirsi, che la nostra legge non riconosce per le persone di età minore, ritenendole sempre e in ogni caso delle vittime (di chi le induce alla prostituzione, di chi le sfrutta).

Non solo, ma «baby prostitute» è un piccolo monstrum linguistico perché unisce la parola baby, che richiama la minore età, la situazione indifesa di fanciulle e ragazze, e il loro bisogno di protezione, con prostituta che è invece una parola dal significato poco lusinghiero, stigmatizzante. Così, almeno, la considerano le organizzazioni di lavoratrici e lavoratori del sesso in tutto il mondo, che da tempo promuovono al suo posto (per le persone maggiorenni, sia chiaro) il termine sex worker. Tra loro anche quello che – paradossalmente – in Italia si chiama Comitato per i diritti civili delle prostitute, fondato nel 1982. La presidente Pia Covre ricorda che la scelta fu fatta allora «per provocare, per dire cosa davvero eravamo». Ma la riflessione collettiva sul linguaggio era meno avanzata di quanto sia ora.

Per ragioni diverse non piace, prostituta, nemmeno alle organizzazioni anti-tratta, che denunciano l’abitudine del giornalismo di cronaca di usare questo ed altri sinonimi dal sapore denigratorio per parlare delle vittime di tratta e sfruttamento sessuale.

Il problema è che dietro la parola si nasconde una storia secolare di discriminazione delle lavoratrici del sesso, considerate portatrici di un disordine morale, sociale, sanitario, e in quanto tali controllate dai poteri pubblici, disprezzate dalla società “rispettabile”, escluse dal vivere civile.

Che dire invece del più romantico lucciola (Noi siam come le lucciole, diceva la canzone)? O del più raffinato squillo e del modernissimo escort? Ognuno di questi termini implica un modo di guardare al fenomeno. Se il primo nasconde spesso un intento eufemistico, gli altri due descrivono un settore del mercato del sesso caratterizzato da tariffe più elevate e un’autonomia relativamente alta per le persone coinvolte.

Ma quando per esempio leggiamo un titolo come La fabbrica delle lucciole troviamo accostati quasi in un ossimoro due parole che rimandano l’una alla produzione massificata dello sfruttamento sessuale, l’altra a un’immagine antica, precedente alla globalizzazione dei traffici e dei flussi delle popolazioni. E se escort o squillo vengono associate alla vittimizzazione di donne e bambine l’effetto è altrettanto stridente.

Insomma, anche se non ci sono regole rigide, ci sono le persone. E ci sono linguaggi adeguati o inadeguati, anche a seconda del contesto, a parlarne con il rispetto dovuto.

Sì, si obietta, ma baby squillo o baby prostitute sono efficaci come nessun’altra formula: prostituzione minorile o vittime di sfruttamento sessuale sono espressioni molto meno appealing. Eppure si può scrivere un intero articolo, anche di notevole lunghezza, senza farne uso. Vedere per credere: l’ha fatto Sara Gandolfi, nella sua inchiesta, in questo stesso blog.

Giorgia Serughetti

La 27 Ora
14 11 2013

Come dice Montaigne «La parola è per metà di colui che parla, per metà di colui che l’ascolta» e per rimanere in tema di citazioni dall’alto spessore filosofico aggiungerei, «le parole sono importanti» di Morettiana memoria.

Bene, dopo questa captatio benevolentiae nei confronti del linguaggio, che in questa storia la fa da padrone, mi accingo a ricostruire i fatti che mi hanno vista coinvolta solo qualche settimana fa, per vedere se quella metà che è di chi ascolta possa in qualche modo alleggerirsi. Il tempo trascorso da allora mi permette inoltre di vestire l’accaduto di un sano distacco. Forse. Anche se quando c’è di mezzo tuo figlio il distacco si sa, si attua a fatica. Ma tant’è.

C’è un momento della giornata che fa scomparire tutte le ombre ed è quando vado a prendere Ettore all’asilo. Nel suo corrermi incontro col sorriso c’è un balsamo dolce di cui tutte le mie cellule si cibano. Avidamente. Il rito è sempre lo stesso: lui corre, io lo abbraccio, gli chiedo com’è andata e lo vesto per riportarlo a casa. Un giorno in questo tragitto emotivo si intromette una nuova figura. Una ragazza di cui non conosco il nome, l’ho intravista solo poche volte. Però dalla vestaglia verdina che indossa e dal carrellino zeppo di piumini, secchi e scope che trascina, direi essere la bidella. Quel giorno mi si avvicina e mi dice: «ti posso parlare senza Ettore?».

Certo, rispondo io, senza insospettirmi minimamente della sua richiesta. Ma io sono accogliente, se qualcuno mi vuole parlare perché non devo ascoltarlo? Se hai la necessità di significare qualche disagio, pronta, io sono contenitore per eccellenza. Vai, vuota il sacco ragazza che contribuisci a tenere pulito l’asilo dove mio figlio scorrazza tutti i giorni. Così lascio Ettore a giocare nell’atrio e la seguo in una stanzina dove, dietro alla porta, mi sussurra per non farsi sentire da nessuno:

«volevo dirti che Ettore è MOLTO VIOLENTO».

Il maiuscolo è per far capire come quella metà che è mia, sempre per dirla alla Montaigne, mi sia arrivata non alle orecchie, ma direttamente allo stomaco. Da lì in poi tutto è diventato confuso. La sua figura è diventata subito spettrale. Sono emerse dal suo viso solo delle profonde occhiaie e dietro a quelle un’enorme eco

«MOLTO VIOLENTO, MOLTO VIOLENTO, MOLTO VIOLENTO».

La farò breve. Mi sono riavuta dal colpo sferratomi proprio sotto allo sterno, complice una semantica che non lasciava dubbi, ho cercato di capire da lei cosa facessero le maestre per arginare quella furia che avevo messo al mondo, per sentirmi dire che pure loro erano inermi di fronte a tanta malvagità. E me ne sono andata.

Fortunatamente lo sgomento si è trasformato in rabbia, così appena fuori dall’asilo ho deciso di rientrare per un confronto diretto con una delle educatrici. «Sia ben chiaro, tutto ciò che riguarda mio figlio devo essere la prima a saperlo». Faccia incredula della maestra dopo il mio racconto, mi tranquillizza sui comportamenti di Ettore, certo bambino vivace ma quando mai violento, aggiungendo che fra l’altro la ragazza in questione non ha nessuno strumento per dire quello che ha detto, né tanto meno nessun diritto di dirlo in quel modo.

Sono seguite telefonate di scuse da parte di tutte le altre maestre, dalla direttrice del Nido, pacche sulle spalle di conforto l’indomani e lei, la Cassandra mancata, costretta a venirmi a chiedere scusa.

Ma no. Fra l’altro è pure straniera, non fatele perdere il lavoro a causa mia, ho chiosato. È stata maldestra sì, ha tradotto dalla sua lingua un’emozione scegliendo nel vocabolario italiano una parola a caso che il caso ha voluto fosse la più sbagliata. Forse non è solo colpa sua, credo che la mia disponibilità l’abbia attirata come ape sul miele, vedendo nella porta che lascio aperta a tutti la possibilità di infilarsi con tutte le sue fragilità.

Forse un’altra mamma l’avrebbe mandata a quel paese o avrebbe ritirato il bimbo dall’asilo senza spiegazioni.

Forse se al posto di un maschio avessi avuto una figlia mi avrebbe meno colpito quella parola rafforzata da un aggettivo, o forse no.

Forse è stata la modalità che ha fatto precipitare tutto così in basso. Forse sono davvero io ad attirare queste leggerezze quando si tratta di Ettore. Ancora mi viene la pelle d’oca quando penso alla pediatra che quando lui aveva solo 4 mesi mi disse senza tradire nessuna empatia «suo figlio è idrocefalo, facciamo un’ecografia transfontanellare d’urgenza», facendomi perdere qualche anno di vita. E che poi, non paga dei risultati che lo davano perfettamente sano, mise in dubbio la capacità dell’operatore che aveva fatto l’ecografia, meritandosi così a quel punto una bella denuncia da parte mia.

Perché questo accanimento, mi chiedo? Forse se di mezzo ci sono soggetti deboli come dei bambini, sarebbe bene pesare le parole e pensare che quella metà che è di chi parla in quell’occasione possa, o meglio debba, valere doppio. E pensare che io con le parole ci lavoro. Che destino.

Morena Rossi

 

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