Migranti UngheriaResistenze Meticce, Dinamo Press
29 settembre 2015

La carovana ha attraversato alcuni degli snodi principali della rotta balcanica dei migranti, constatando da vicino come l'attuale flusso, proveniente principalmente dalla Siria, ha fatto saltare alcuni dispositivi della governance europea delle migrazioni. Qui la cronaca multimediale.

Dinamo Press
29 09 2015

di Resistenze Meticce

La carovana ha attraversato alcuni degli snodi principali della rotta balcanica dei migranti, constatando da vicino come l'attuale flusso, proveniente principalmente dalla Siria, ha fatto saltare alcuni dispositivi della governance europea delle migrazioni. Qui la cronaca multimediale

Sebbene la situazione sia in costante evoluzione e può cambiare rapidamente, la rotta verso i paesi del Nord Europa e, soprattutto, verso la Germania, al momento non conosce blocchi, ma soltanto deviazioni e rallentamenti. La Slovenia, che sabato scorso era stata costretta da una mobilitazione dei rifugiati a permettere il transito attraverso il suo territorio, non è attualmente lambita dal flusso (per evitarlo ha interrotto i collegamenti ferroviari con la Croazia e chiuso alcuni punti di frontiera). Dal sud-est della Croazia, i rifugiati vengono fatti salire su treni speciali, diretti verso nord, vicino al confine con l'Ungheria.

Qui, sono costretti a percorrere diversi chilometri a piedi in condizioni molto difficili (al buio, senza alcun tipo di assistenza medica, con l'acqua e il cibo che solo a volte i volontari riescono a dare loro) per raggiungere un varco aperto nella recinzione che separa i due Stati. Da lì, le persone continuano a camminare verso la vicina stazione dei treni e, violenze della polizia ungherese permettendo, cercano di raggiungere l'Austria.

Grazie alla pressione esercitata dai rifugiati, il sistema di controllo delle fontiere esterne e di regolazione dei flussi migratori (costruito attraverso gli accordi di Schengen e il regolamento di Dublino) è parzialmente saltato. I diversi paesi che si trovano sulla rotta balcanica sono stati in qualche modo, e con diverse modalità, costretti a far passare le persone, in alcuni casi persino facilitandone il transito. Resta da capire come i vari governi si muoveranno nelle prossime settimane e quali nuovi ostacoli verranno imposti alla libera circolazione dei migranti.

L'attuale flusso migratorio ha come altro effetto quello di inserirsi in uno scenario di instabilità politica, sia interna che esterna. Per un verso, infatti, forze razziste e di estrema destra tentano di guadagnare consenso attraverso retoriche xenofobe e favorevoli al controllo e alla chiusura delle frontiere. Per un altro, si stanno riacuendo vecchie tensioni tra i diversi Stati, che tentano di scaricarsi l'un l'altro i rifugiati attraverso ricatti e forzature reciproche che hanno poco a che vedere con il fenomeno in questione, e riguardano invece rivalità mai del tutto risolte che affondano le proprie radici nella storia più recente.

L'azione della Carovana si è inserita in questo specifico scenario. Venerdì pomeriggio diverse decine di attiviste e attivisti europei hanno partecipato alla piazza antifascista chiamata dal “Fronte anti-razzista sloveno”, per evitare il concentramento di gruppi neonazisti convocatisi sullo slogan “Difendiamo le nostre frontiere”, poi spostato altrove. Sabato, dopo una partecipatissima assemblea al centro sociale Rog di Ljubljana, oltre 200 persone provenienti da Italia, Svizzera, Germania, Austria, Slovenia e Croazia si sono mosse verso Botovo, al confine tra Croazia e Ungheria. Come accennato in precedenza, in questi giorni il passaggio non viene impedito, ma soltanto reso estremamente difficile, soprattutto per anziani e bambini, dall'interruzione della linea ferroviaria internazionale.

Gli attivisti della carovana hanno così potuto incontrare più di un migliaio di rifugiati che scendevano dai treni, senza neanche sapere dove si trovavano e molto preoccupati per quello che li avrebbe attesi al di là del confine ungherese. Sono stati consegnati loro acqua, cibo e beni di prima necessità, raccolti dai diversi network solidali delle città di provenienza: da Roma abbiamo portato gli aiuti raccolti dalla Libera Repubblica di San Lorenzo. Altri pezzi della Carovana, invece, si sono diretti al confine sloveno-croato e, il giorno successivo, a Babzka, tra Croazia e Slovenia, consegnando altri beni di prima necessità e, in alcuni casi, offrendo un passaggio ai rifugiati verso i paesi di destinazione.

La Open Borders Caravan è stato un importante momento di incontro tra chi, in Europa, sta incrociando in punti diversi lo stesso flusso migratorio e sta combattendo una battaglia comune per l'apertura delle frontiere, per percorsi di transito sicuri e per un'accoglienza dignitosa. Crediamo che i tentativi di organizzazione transnazionale di lotte e reti solidali sul tema dell'apertura delle frontiere vadano moltiplicati, migliorando le connessioni reciproche e la capacità organizzativa comune.

Come Resistenze Meticce esprimiamo la nostra solidarietà a tutte le persone che stanno combattendo la stessa battaglia per l'apertura delle frontiere a Ventimiglia, a chi è bloccato lì da settimane, a chi in questi giorni ha ricevuto un foglio di via e a chi, proprio ieri, è stato vigliaccamente caricato dalla polizia italiana.

Dov’è l’umanità dell’Europa?

  • Lunedì, 21 Settembre 2015 13:58 ,
  • Pubblicato in Flash news

Mleting Pot
21 09 2015

Reportage dalla staffetta #overthefortress: confini chiusi, proteste ed assenza di informazione

"Quanti bambini sono ancora presenti?" Bilal ci risponde un centinaio. Ne vediamo parecchi aggirarsi tra le tende, i più piccoli, nati pochi mesi fa, sono accuditi amorevolmente dalle madri, al riparo dal sole cocente che sfiora i 40°. Partorire e nascere in un viaggio così duro e provante: solo a pensarci fa venire i brividi. È la testimonianza di quanta forza e coraggio hanno queste persone sospese per un lasso di tempo non prevedibile tra la vita e la morte. Altri bambini giocano tra loro, notiamo dei neonati nell’angolo morbido allestito dai volontari sotto un gazebo. I pochi rubinetti dell’acqua aiutano a combattere la calura.
Siamo al valico serbo ungherese tra Horgos e Roszke, teatro di una pagina buia della storia dell’Europa fortezza.
Le cariche brutali della polizia ungherese contro le donne e i bambini che avevano oltrepassato la barriera hanno certamente lasciato il segno, in tanti hanno deciso di incamminarsi verso i valichi di Sombor / Beli Manastir, Tovarnik e Batina / Bezdan, ma un gruppo nutrito di persone non desiste. Sono sedute per terra, davanti a loro la cancellata rinforzata dal filo spinato tagliente. Hanno cartelli con scritto "dove sono i diritti umani", "niente cibo niente acqua, staremo qua per sempre", "per favore Merkel aiutaci", "non abbiamo più case, dovremo vivere qua", "questa è una vergogna per l’Europa".
Ci dicono di essere in sciopero della fame, chiedono di passare, sono stremati e privi di informazioni ufficiali e riscontrabili. Per Orban, il capo del governo ungherese, la linea della fermezza però non è negoziabile, il confine rimane chiuso e presidiato da un numero spropositato di poliziotti.
Le persone rimaste accampate in questo valico sono ancora quattrocento.
A dare supporto un esiguo numero di volontari locali, assieme a dei ragazzi tedeschi, cechi, ungheresi che, oltre ad aver allestito lo spazio bimbi, distribuiscono cibo e acqua potabile. Nessuna organizzazione non governativa è presente, poco il personale medico della Croce Rossa con un’ambulanza al seguito.


Verso le 11 arriva un pullman vuoto. La polizia comunica alle persone che verranno portate al confine con la Romania, poi da lì potranno proseguire verso la Germania. I migranti non si fidano e il pullman rimane vuoto. Hanno capito che il governo serbo vuole spostarli solo per allentare la pressione dal confine, inoltre temono di essere trasferiti in un centro di identificazione.
Le informazioni della polizia non sono verificabili, non ci sono né autorità che gestiscono la situazione, né associazioni riconosciute e fidate che possono garantire e accertare la proposta. La possibilità di conoscere se quello che gli viene detto è vero, quindi avere delle informazioni certe, non è un diritto contemplato. Le persone sono sospese in un limbo dove è il caso a decidere per loro. I loro connazionali sono bloccati negli altri valichi, nessuno sa bene come muoversi e dove dirigersi. Chiedono a noi di verificare se ci sono delle novità, se i paesi dell’Europa occidentale stanno dando delle indicazioni o se li lasceranno fermi e dimenticati.


Lo sciopero della fame e il caldo afoso si fanno sentire e gli operatori sanitari devono soccorrere Bilal che stremato si accascia a terra. Bilal è tra i promotori dello sciopero e fa parte del gruppo di famiglie siriane che ci raccontano la loro storia.
Ci dicono di essere fuggiti dalla Siria per colpa della guerra e di aver scelto inizialmente il Quatar. Nel paese del Golfo Arabo avevano un lavoro sottopagato e senza diritti, costantemente minacciati di espulsione. Hanno perciò deciso di intraprendere questo lungo viaggio per richiedere asilo in Europa. Dalla Turchia a bordo di un gommone, hanno tentato tre volte di raggiungere l’isola greca di Mitilene. La prima volta hanno iniziato a imbarcare acqua perché erano più del doppio della capienza sopportabile e sono tornati indietro; la seconda sono stati arpionati da un peschereccio che gli ha affondati rubando il mezzo, l’intervento tempestivo della guardia costiera li ha tratti in salvo; l’ultima invece è andata a buon fine. Dall’isola sono stati trasportati nell’entroterra greco, poi hanno viaggiato per settimane fino ad accamparsi in questo valico. Si sono spostati a piedi, in bus e in treno, in alcuni tratti hanno pagato dei "passeurs". Un signore ci dice di essere stato picchiato e derubato dei soldi che aveva. Ognuno di loro, se andassimo a fondo, avrebbe il suo aneddoto drammatico e unico da svelare.
Se solo ci mettessimo anche un piccolo istante a comprendere cosa si cela dietro la scelta di mettersi in cammino capiremmo che, non avendone altre a disposizione, l’istinto umano è più forte di qualsiasi paura. Spogliati di tutto non resta che aggrapparsi con tutte le energie e speranze alla vita, per avere e dare un futuro a se stessi e ai propri figli. Questa determinazione, che si chiama dignità, non potrà mai essere sradicata.

Li salutiamo e ci dirigiamo a Sombor, con l’intento di raggiungere Beli Manastir in Croazia e verificare se i migranti sono riusciti ad oltrepassare le frontiera. Le agenzie di stampa che riportano le parole del ministro croato danno per certo che i valichi sono transitabili. Quando alle 17 arriviamo al confine la realtà è però diversa: 300 migranti sono stati fermati e portati in un centro di identificazione serbo.
Il sindaco della città ci dice che la Croazia ha chiuso la frontiera in entrata e in uscita.


Constatiamo che è così e per raggiungere Beli Manastir siamo obbligati a raggirare il blocco passando dall’Ungheria, allungando la strada di 150 km.
Ogni valico è presidiato, la nostra auto viene perquisita, seconda la polizia potremmo nascondere un migrante nel bagagliaio o nel cofano. I camion sono fermi in lunghe code.
La follia securitaria dei confini sta producendo una reazione a catena anacronistica e molto pericolosa. Il passo verso il ritorno dei peggiori nazionalismi identitari è breve.

Staffetta #‎overthefortress, 18 settembre 2015

Le nuove rotte dei profughi

Dalla mezzanotte passata l'Ungheria è un paese off limits per i profughi. L'ultimo tratto del muro di filo spinato voluto dal premier Viktor Orban al confine meridionale con la Serbia è stato completato.
Carlo Lania, Il Manifesto ...

Lavoro culturale
08 09 2015

C’è una moltitudine che cammina lungo un’autostrada. In marcia verso una meta provvisoria, ma pur sempre ultimo tratto di un lungo viaggio affrontato in condizioni ostili e con i mezzi più disparati.

Il gergo politico e massmediatico li ha etichettati e stigmatizzati con diversi appellativi: profughi, immigrati, clandestini. Sono siriani, soprattutto, o almeno così si dice, ma anche iracheni, palestinesi, afgani.

Ci viene ripetuto che scappano dalla guerra, dalla fame, dalla miseria, con la speranza di trovare condizioni migliori, per costruirsi un nuovo futuro o solo per dare una tregua alle proprie sofferenze. E se anche lì nel mezzo vi sono individui che non ricadono in nessuna di queste casistiche, tutti quanti sono accomunati da un desiderio, quello di raggiungere un luogo che è ancora – ai loro occhi – migliore rispetto a quelli di origine o di transito.

Per curiosità o per necessità, questi soggetti reclamano dunque un diritto, quello della libertà di movimento per le strade del mondo, come tanti altri se ne vedono in ogni angolo del pianeta, magari definiti turisti.


Vedendo le immagini trasmesse in questi giorni dai notiziari, giunte subito dopo il monumento alla tragedia delle traversate mediterranee rappresentato dal corpo del piccolo Ayal esanime sulla battigia, i governi e i popoli europei, con le dovute e conosciute eccezioni, hanno improvvisamente aperto confini e fatto cadere diffidenze, lanciandosi in offerte di ospitalità e accoglienza quasi senza distinzioni.

Eravamo abituati a una retorica dell’invasione, un concetto che richiama un movimento lento e inesorabile e che, senza alcuna progettualità apparente, sfrutta l’inerzia numerica per minacciare la struttura sociale e le tradizioni autoctone e prendere infine il sopravvento sulle popolazioni europee; ora, questa immagine-monumento sembra aver aperto un orizzonte discorsivo sulle migrazioni in cui sia possibile transitare, o quantomeno stazionare provvisoriamente, verso una retorica dell’accoglienza e della compassione.

L’inevitabilità cadenzata e continua che circoscrive il campo semantico dell’invasione è quanto traspare dall’iconografia di numerosi manifesti politici che hanno avuto come tema l’accoglienza, i suoi rischi economici, o addirittura la sua pericolosità per l’incolumità delle popolazioni “invase”.

La sua resa usuale si risolve in un coacervo omogeneo che inquadra i migranti come “morti viventi”, di solito rappresentati dall’alto o inquadrati di spalle, per impedire qualsiasi possibilità di empatia con loro, qualsiasi incrocio di sguardi.


La costruzione di questo terrore a bassa intensità, quasi un rumore di sottofondo che periodicamente invade i teleschermi con le cronache degli sbarchi, dispiega la sua efficacia proprio evitando la sovrapposizione con quello ad alta intensità rappresentato dalla “minaccia terroristica”, con il quale intrattiene un rapporto antitetico: dove il secondo è puntuale, efficace, nascosto e loquace, il primo è continuo, dispersivo, sorvegliato, afono.
Le immagini che arrivano dal confine tra Ungheria e Austria, già limes europeo dell’Età Moderna contro il pericolo turco costituito dall’alterità dell’Oriente ottomano, tornano a prima vista a fornire lo sfondo simbolico per le strategie discorsive con cui le destre xenofobe agitano timori e inquietudini di disordine sociale Eppure, a ben guardare, ne sovvertono totalmente il senso, con una torsione paradossale a livello di immaginario.

Questo “quarto (o quinto, o sesto) stato” contemporaneo sembra essersi appropriato dei tratti denigratori che gli sono stati via via imputati per risemantizzarli in un’ottica soggettiva, riaffermando la dimensione positiva di elemento portatore di novità e di processi di creolizzazione, ossia di negoziazione e traduzione discorsiva continua delle identità.

La bassa intensità dell’azione ritrova così una sua propria progettualità, trasformando la lentezza inerziale in ostinazione e sacrificio. Camminare lungo un’autostrada, prima che infrazione della legge, diviene il simbolo di questa consapevolezza, intraprendendo un viaggio attraverso la via più veloce, dove esiste solo il punto di partenza e il punto d’arrivo: una strada fatta esclusivamente per i veicoli a motore, che non devono teoricamente sostare durante il tragitto e dalla quale si possono seguire solo delle deviazioni sporadiche e predeterminate.

Un prendere voce in prima persona, non tanto attraverso le interviste rilasciate, quanto piuttosto nel costituirsi come soggetto molteplice e organizzato, obbligando di fatto gli organi di informazione a fornirne una rappresentazione frontale.

Un ritrovare infine il proprio ruolo di attraversatore di confini, di operatore di trasformazioni geopolitiche e di “traduzioni” interculturali, costituendosi progettualmente come forma di vita nella quale si riflettono le contraddizioni di una società, del suo assetto politico e dei suoi rapporti con l’esterno.

Una moltitudine di soggetti che si discosta dalla facile retorica compassionevole di cui i media e i commentatori fanno a gara in questi giorni e dalla ragione umanitaria che sempre più guida la nostra reazione di fronte al dolore degli altri.

Vogliamo vivere, ci dicono, ma non ad ogni costo e sotto ogni condizione, senza il peso della commiserazione o l’illusione di un’Europa già di per sé punto d’arrivo, approdo sicuro dopo la lunga traversata di mari, di monti, e di terre ostili.


Questa “fiumana”, come recitava una prima versione del celebre quadro di Giuseppe Pelizza da Volpedo richiamato in precedenza, dismette dunque la propria condizione di assoggettamento assoluto per mettere in atto un’opera di soggettivazione, il costituirsi cioè pienamente come soggetto, un “essere di parola” con il quale interloquire e non solamente preoccuparsi di smistare, un occhio al PIL e uno alle quote di distribuzione, magari su base etnica.

Sarà forse per questo che i governi del vecchio continente hanno deciso improvvisamente di affrontare la questione migrazioni in termini di apertura e non più solamente di chiusura o disinteresse: la faglia politica aperta da questa marcia rischia di innescare un movimento a cascata che sembra prudente, in una prospettiva governativa, catturare e neutralizzare, prima che diventi rivoluzione.

 

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