Nel valutare la vicenda di Alessandra Bernaroli, i giudici hanno affermato che è incostituzionale la norma che prevede l'annullamento "coatto" del matrimonio nel caso in cui un coniuge cambi sesso [...] lascia invece perplessi l'argomentazione utilizzata dalla Consulta. ...

La Stampa
09 04 2014

Procreazione assistita, bocciati gli articoli della legge 40 che proibiva il ricorso a un donatore esterno in caso di infertilità assoluta.

Il divieto di fecondazione eterologa è incostituzionale. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità della norma della legge 40 che vieta il ricorso a un donatore esterno di ovuli o spermatozoi nei casi di infertilità assoluta. Cade, dunque, l’ultimo “paletto” imposto dalla discussa normativa italiana.

Dopo aver affrontato la questione della conservazione degli embrioni, della diagnosi preimpianto e del numero di embrioni da impiantare nell’utero materno, per la seconda volta la Corte era stata chiamata a giudicare la legittimità costituzionale di quella che è stata definita dagli avvocati difensori delle coppie la norma “simbolo” della legge 40, cioè il divieto di fecondazione eterologa. Nel maggio 2012 la Corte costituzionale decise di restituire gli atti ai tribunali rimettenti, per valutare la questione alla luce della sopravvenuta sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla stessa tematica. Oggi la nuova decisione, dopo l’udienza pubblica di ieri mattina sulla questione, durata poco meno di un’ora e mezza e, nel pomeriggio, la Camera di consiglio proseguita questa mattina e terminata poco fa.

La "via crucis" di Elisabetta «Aiutatemi a essere madre»

  • Mercoledì, 09 Aprile 2014 10:25 ,
  • Pubblicato in Flash news

L’Unità
09 04 2014

«Il medico ci ha spiegato che era possibile avere figli, ma solo attraverso la fecondazione eterologa, che in Italia è vietata». Inizia così la storia di una coppia siciliana che in questi anni ha tentato - a care spese - la strada della fecondazione all’estero.

Devono permetterci di farlo in Italia, io all’estero non ci torno più», ripete con un filo di voce Elisabetta, trentaquattro anni, siciliana. Lei e suo marito sono una delle migliaia di coppie sterili che la legge 40 sulla procreazione assistita ha costretto ad emigrare in cerca delle cure negate. A loro è andata male e sentono di aver pagato un prezzo troppo alto per provarci ancora. Se la Consulta dovesse cancellare il divieto di fecondazione eterologa, allora sarebbe diverso: «In Italia mi sentirei più tutelata», spiega Elisabetta, in attesa del verdetto della Corte costituzionale. «C’è qualche speranza stavolta?», ha scritto alla vigilia dell’udienza a Filomena Gallo, legale e segretario della Associazione Luca Coscioni, che interverrà davanti alla Consulta parlerà a nome di tutte le coppie ostacolate dalla legge 40.

Coppie come Elisabetta e Giovanni. I nomi sono di fantasia, la loro storia no. È storia italiana. Elisabetta e Giovanni sono siciliani. Quando si sono sposati, ad agosto 2011, sapevano già che sarebbe stato difficile avere figli. «Mio marito ha la sindrome di Klinefelter e non produce spermatozoi», spiega Elisabetta: «Però pensavamo che con la fecondazione assistita avremmo potuto lo stesso mettere al mondo dei bambini. Poi il medico ci ha spiegato che era possibile sì, ma solo attraverso la fecondazione eterologa, che in Italia è vietata». Inizia così il loro viaggio della speranza, fai-da-te. «Prima cerchi in rete le cliniche e i centri che all’estero fanno l’eterologa, poi entri nei forum, cominci a scambiarti informazioni con le altre coppie…».

Un viaggio senza rete. Si va per tentativi. «All’inizio ci siamo rivolti al centro Procrea in Svizzera, ma ci chiedevano 3.500 euro solo per la fecondazione, escluso il viaggio: troppo per noi, così abbiamo cercato ancora». Alla fine, per risparmiare, hanno scelto di andare a Praga, al centro Gennet, dove i costi sono molto più bassi: «1900 euro tra prelievo e trasferimento più i costi dei medicinali che devi assumere prima di partire». E così ha fatto Elisabetta, che, come fosse un agente segreto, ha ricevuto da Praga il piano terapeutico da seguire in Italia. Poi ad aprile è partita per la Repubblica Ceca per la fecondazione. Le cose però non sono andate bene: «Cinque giorni dopo il prelievo degli ovociti avrei dovuto fare i trasferimento in utero, ma ho cominciato a sentirmi male: sono andata in iperstimolazione ovarica, ho preso dieci chili in tre giorni. Mi hanno detto di farmi ricoverare lì a Praga, ma io non me la sono sentita e sono voluta tornare in Italia, dove sono stata in ospedale per 11».

Non è stato facile, ma a luglio, quando è stata meglio, Elisabetta è tornata a Praga per l’impianto. Solo che, dopo essere rimasta incinta, alla ottava settimana ha avuto un aborto spontaneo. L’unica cosa semplice è stata quella che in Italia mette più paura: la scelta del donatore. «Ci hanno domandato una fotografia per fare in modo che fosse simile a mio marito, non l’abbiamo chiesto noi, non ci importava. Non so se altrove funziona diversamente».

Il terzo e ultimo viaggio lo hanno fatto a gennaio. Ultimo perché è andata male, gli embrioni sono finiti e Elisabetta e Giovanni non hanno i soldi per provarci un’altra volta. «Io sono laureata in Lingue ma disoccupata, mio marito è artigiano. I soldi per andare a Praga ce li hanno prestati i nostri genitori. Anche risparmiando su tutto, scegliendo il paese più economico, la stanza d’albergo a 40 euro, ci vogliono almeno 6mila euro per tentare ancora». E poi non è solo una questione economica: «Ho avuto paura - racconta Elisabetta -, sono stata male, ho rischiato la vita. Un’altra volta non ce la faccio. Non così, non sei abbastanza seguita. Se potessi ritentare in Italia sarebbe diverso, mi sentirei più tutelata. Così il tuo ginecologo non può neppure prendere contatto con la clinica che ti segue, per paura della legge».

L’unica speranza ora è che la Consulta metta fine a questo incubo, suo e di tante altre donne. «Io credevo di essere l’una e invece ho scoperto che ce ne sono tantissime in Italia di coppie come noi. A Praga ne ho incontrate proprio tante. Per questo mi chiedo: perché all’estero sì e in Italia no? Forse perché in Italia c’è il Vaticano? Ma che c’entra la religione? Perché non lasciare queste scelte alla coscienza di ciascuno?», si domanda Elisabetta, da cattolica oltretutto, che crede e va a messa. «E poi basta ripeterci: ma perché non adottate un bambino? Come se poi fosse più facile. O come se fosse da egoisti voler restare incinta. Sì mio marito, anche se non può avere figli, vuole vedermi con il pancione, vivere la gravidanza con me e allora? La scienza ce lo permette perché la legge ce lo deve vietare?».

Legge 40, sui diritti negati decide la Corte Costituzionale

  • Martedì, 08 Aprile 2014 10:48 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L'Espresso
08 04 2014

È stata la decisione più bella che potessimo prendere, io e mio marito. Oggi Filippo ha sei anni, ed è mio figlio grazie al dono di un’altra donna. E io sono una madre felice». Filippo è uno dei figli dell’eterologa, cioè nato in seguito alla donazione di gameti (ovociti o spermatozoi) da parte di un individuo esterno alla coppia che non può avere bambini. Valentina, la sua mamma, ha scoperto a 36 anni di essere in menopausa precoce. L’unica strada per avere un figlio era dunque quella di chiedere aiuto a un’altra donna, che avrebbe prodotto gli ovociti che lei non aveva più. Una volta fecondati in vitro con il seme del marito, questi sarebbero stati reimpiantati nel suo utero. E lei avrebbe potuto cercare di diventare mamma in una delle ottime strutture del nostro paese.

Avrebbe, se sulla sua strada non avesse incontrato la Legge 40 che, dal 2004, ha messo fuori legge una pratica medica che in Italia era invece largamente diffusa, la fecondazione eterologa appunto. Così Valentina e suo marito, come altre centinaia di coppie italiane ogni anno, sono volati in Spagna, dove la tecnica è legale, ampiamente utilizzata, e costa diverse migliaia di euro. Ed è arrivato Filippo.

Tutto bene, dunque. Proprio no. Perché Valentina e il marito si sono resi conto che un loro diritto era stato comunque leso: insieme ad altre due coppie nelle loro stesse condizioni hanno fatto ricorso. E i Tribunali hanno rimandato la questione alla Corte Costituzionale. Così la mattina dell’otto aprile, nella sala delle udienze del Palazzo della Consulta a Roma, i quindici giudici della Corte (quattordici uomini e una donna) si riuniranno per decidere se la Legge 40 ha leso un diritto di Valentina, e di coloro che avrebbero voluto fare come lei ma non hanno potuto. E qui i supremi giudici potrebbero assestare un altro colpo a una legge, la 40, mal pensata, mal scritta e ormai sul punto di colare a picco sotto i colpi delle centinaia di coppie lese che hanno chiesto aiuto ai Tribunali. Una legge che, lo ricordiamo, è il risultato di numerosi rimaneggiamenti di altrettanti testi, a partire dal primo del 2002 firmato da Dorina Bianchi, e che, nella sua versione definitiva porta la prima firma dell’onorevole della Lega Nord, Giancarlo Giorgietti.

Il relatore Giuseppe Tesauro, grande internazionalista con un passato alla Corte di Giustizia delle Comunità europee, esporrà alla Consulta i sui quesiti: il divieto di fecondazione eterologa è in contrasto con i principi costituzionali? Valentina, cui è stato negato nel suo paese l’accesso all’unica tecnica che avrebbe potuto renderla madre, è stata discriminata rispetto ad altre coppie la cui condizione di infertilità era meno grave? Essersi dovuta recare all’estero per un atto medico non consentito nel suo paese, ha esposto Valentina a dei rischi sanitari? «Abbiamo chiesto che fosse sollevata la questione di legittimità costituzionale perché a nostro parere, vietando l’eterologa, la Legge 40 viola il principio del diritto alla salute e il principio di uguaglianza», commenta Filomena Gallo, avvocato di una delle coppie che hanno fatto ricorso e segretario dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, che insieme a Gianni Baldini discuterà l’8 aprile il caso in Corte Costituzionale.

La questione è giuridicamente complessa, e gli avvocati che hanno portato nei tribunali italiani le incongruenze della Legge 40, fino ad arrivare alla Consulta, da tempo affilano le armi per il grande appuntamento. «In effetti», commenta Patrizia Borsellino, professore di Filosofia del diritto all’Università degli Studi di Milano-Bicocca: «Se la Legge 40 è finita davanti ai giudici una trentina di volte, il merito è delle coppie che non si sono arrese, delle associazioni dei pazienti che le hanno sostenute, e degli avvocati che hanno portato nelle aule argomentazioni chiare e convincenti».

Dopo la cancellazione di alcuni punti cardine della 40, infatti, quello dell’eterologa è uno degli ultimi divieti ancora in piedi. Eppure prima del 2004 l’eterologa era una pratica diffusa e socialmente accettata. «Di più, in questo settore l’Italia era all’avanguardia, ed erano gli stranieri che si rivolgevano a noi per la donazione di gameti», commenta Andrea Borini, ginecologo e presidente della Società Italiana di Fertilità e Sterilità (Sifes). A donare il seme erano ragazzi, studenti di medicina ma anche uomini che avevano affrontato il percorso di procreazione assistita con le loro compagne, e che volevano aiutare coppie in difficoltà. E tutto avveniva in sicurezza. I donatori erano sottoposti a screening genetico per evitare malattie trasmissibili o infettive, e ogni donazione non poteva dare origine a più di cinque gravidanze, secondo i criteri stabiliti dal Cecos, il Centro Studio e Conservazione Ovociti e Sperma Umani che raggruppa i maggiori centri privati di procreazione medicalmente assistita. Una compravendita di gameti, un mercato da far west, come spesso si è detto? «Per il disturbo – una giornata lavorativa persa, un viaggio in taxi per raggiungere il centro – i donatori ricevevano una piccola somma, circa 50 mila lire. Poi una direttiva dell’allora ministro della Sanità Rosi Bindi vietò ogni tipo di retribuzione. Ma le donazioni continuarono, ed erano sufficienti a coprire le richieste delle coppie sterili», continua il ginecologo. Per i gameti femminili, il dono arrivava invece dalle donne che stavano intraprendendo un percorso di procreazione assistita e avevano un numero di ovociti superiore alla loro necessità. E non ricevevano nemmeno uno sconto sul trattamento.

Oggi tutto questo non è più possibile. E gli italiani che hanno bisogno di queste disposizioni medicihe sono di fatto mandati all’estero, assumendosi costi e rischi. Perché la Legge 40, pur vietando l’eterologa, non punisce le coppie italiane che si recano all’estero per avere accesso a questa tecnica. Però, osserva Borini: «I medici che consigliano alle coppie sterili di andare all’estero, o indicano ai loro pazienti i centri più sicuri ed efficienti, per la stessa legge commettono un reato». Risultato: le coppie sono completamente abbandonate a loro stesse, e scelgono i centri esteri su Internet o grazie al passaparola, senza sapere a cosa andranno incontro.

E oltre i confini dell’Italia, lì sì che c’è il Far West. Anzi, il Far East, tanto è vero che alcune coppie sono tornate dai paesi dell’est europeo portandosi dietro un’infezione da Hiv o da Hcv, il virus dell’epatite C. Anche per questo, commenta Marilisa D’Amico, professore di Diritto costituzionale alla Statale di Milano che insieme agli avvocati Maria Paola Costantini, Massimo Clara e Sebastiano Papandrea l’8 aprile parlerà ai membri della Consulta: «Riteniamo che la Legge 40 violi l’articolo 32 della Carta, quello relativo al diritto alla salute. Perché questo esilio procreativo mette a rischio non soltanto la salute delle coppie, ma anche quella collettiva».

Il fatto poi è che, fanno notare gli avvocati che assistono le coppie, per quanto restrittiva sia la normativa italiana in materia di donazione di gameti, si intravvedono qui e là diverse incongruenze. Per esempio la Legge 40 stabilisce che possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita le coppie infertili o sterili. Ma per avere un figlio, una coppia sterile non ha altra strada che ricorrere all’eterologa, che però è vietata. Una contraddizione nella norma. Non solo: all’articolo 9 si legge: «Qualora si ricorra a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo (…) il coniuge o il convivente non può esercitare l’azione di disconoscimento della paternità della legge».

Dunque da un lato si vieta una tecnica, dall’altra si tutelano i bambini nati con questa tecnica. Dando per scontato che i cittadini italiani continueranno a farvi ricorso, magari andando all’estero. «Il numero di persone che potrebbero aver bisogno di ricorrere a questa tecnica è potenzialmente molto elevato», spiega Guglielmo Ragusa, ginecologo e dirigente medico dell’Ospedale San Paolo di Milano: gli uomini privi di spermatozoi e molti di quelli che ne hanno pochi e non riescono a concepire, e poi le donne infertili, in menopausa precoce, o quelle sottoposte a terapie oncologiche. Si potrebbe arrivare al 4,5 per cento degli italiani. «Escluderli dalle tecniche di fecondazione assistita», continua Ragusa: «È come dire loro: io ho la cura, ma decido che certe persone non le tratto.».

Insomma, la materia è quella del diritto alla salute, anche riproduttiva. E su questo già si è visto che la Legge barcolla. Da sottolineare, continua D’Amico: «È il riferimento alla decisione della Corte costituzionale n. 151 del 2009, che ha modificato la Legge 40, consentendo per la fecondazione omologa di produrre più di tre embrioni e di crioconservarli. In questa decisione la Corte ha affermato che esiste un valore, quello delle «giuste esigenze della procreazione», che non significa diritto a diventare genitori, ma diritto di rivolgersi alla scienza per provare a diventarlo».

hanno collaborato Tiziana Moriconi 
e Annalisa Bonfranceschi

La Stampa
28 01 2014

Nuovo dubbio di costituzionalità sulla legge 40. Torna, infatti, davanti alla Consulta la normativa sulla procreazione medicalmente assistita dopo che il tribunale di Roma ha sollevato la questione di costituzionalità sul divieto per le coppie fertili di accedere alla procreazione assistita e alla diagnosi preimpianto, anche se portatrici di malattie trasmissibili geneticamente.

È la prima volta che questa specifica questione arriva alla Consulta. In passato se ne era occupata invece la Corte europea di Strasburgo che nel 2012 aveva condannato l’Italia per violazione di due norme della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Alla prima sezione civile del tribunale di Roma, che ha sollevato la questione, si è rivolta una donna, portatrice sana di distrofia muscolare Becker e il marito, che si erano visti negare dal Centro per la tutela della Salute della donna e del bambino «Sant’Anna» sia l’accesso alla procreazione assistita, sia la diagnosi preimpianto, sulla base del presupposto che il divieto non è stato cancellato dalla legge. Chiare le motivazioni del tribunale di Roma: il diritto della coppia a «avere un figlio sano» e il diritto di autodeterminazione nelle scelte procreative sono «inviolabili» e «costituzionalmente tutelati», si legge in uno dei passaggi dell’ordinanza con la quale la prima sezione civile ha sollevato la questione di costituzionalità.

Proprio l’accesso per le coppie fertili alla procreazione assistita e alla diagnosi preimpianto è «l’ultimo divieto, che arriva ora all’esame della Consulta, ancora contenuto nella legge 40», spiega Filomena Gallo, legale, insieme ad Angelo Calandrini, della coppia che ha promosso il ricorso. All’indomani della decisione della Consulta, «se favorevole - rileva Gallo, segretario dell’Associazione Coscioni - la legge 40 sarà stata definitivamente cancellata». Ora, commenta, «confidiamo nei giudici della Corte, visto che il Parlamento è incapace di legiferare nel rispetto dei diritti di tutti i cittadini». Quanto ai tempi, «speriamo che i termini tecnici ci facciano rientrare nell’udienza dell’8 aprile».

In passato, ricorda Gallo, «avevamo avuto già due decisioni sul divieto all’accesso alle tecniche di fecondazione assistita per le coppie fertili: quella del tribunale di Salerno e quella della Corte Europea dei diritti dell’uomo». Dunque, questa decisione del Tribunale di Roma, chiarisce, «non solo va a confermare le summenzionate decisioni evidenziando anche il contrasto della legge 40 con la Carta Costituzionale» ma, «se l’8 aprile la Consulta dovrà pronunciarsi sui dubbi di legittimità costituzionale sul divieto di eterologa e sul divieto delle donazioni degli embrioni alla ricerca, ora dovrà calendarizzare anche una udienza per questo ulteriore dubbio di legittimità costituzionale che, rispetto alle decisioni del tribunale di Salerno e della Cedu, avrebbe portata generale, ovvero estendibile a tutte le coppie». Con questa decisione, conclude Gallo, «è come chiudere un cerchio: l’intera legge 40 è costituzionalmente dubbia; proprio il prossimo 19 febbraio la legge 40 compirà 10 anni e in questi anni ha visto per ben 28 volte l’intervento dei tribunali».

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