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Il Fatto Quotidiano
03 10 2014

Sara ha diciassette anni ed è affetta da una forma di autismo con severo deficit della capacità prassiche, articolatorie e verbali. Per il quarto anno consecutivo sta frequentando la scuola media. Sara non è stata bocciata. I suoi genitori l’hanno iscritta all’Istituto Superiore di Stato “Giuseppe Greggiati” di Ostiglia, in provincia di Mantova, nella sede staccata di Poggio Rusco, dove vivono, ma il dirigente scolastico non ha accolto la richiesta dicendo che la scuola non ha spazi idonei per gestire un caso come quello di Sara. Per cui la decisione di riportarla alle medie è stata forzata, per non lasciarla a casa e perdere gli effetti benefici che una vita in comunità, come quella scolastica, ha portato alla ragazza.

Il Tar di Brescia, a cui hanno fatto ricorso i genitori di Sara contro la decisione del dirigente scolastico, ha rimesso le cose a posto emettendo una sentenza, lo scorso primo ottobre, in cui ordina la sospensione della decisione del preside e il graduale inserimento della ragazza nell’Istituto Superiore, “con l’obiettivo – si legge nella sentenza – di verificare la possibilità di una frequenza stabile a partire dall’anno scolastico 2015-2016”. Il tutto nel rispetto di un diritto come quello all’istruzione per i portatori di handicap, garantito dalla Costituzione, da leggi nazionali e sovranazionali. Spetta alla scuola e ai genitori, dice in sostanza il Tar, “collaborare lealmente” per trovare i modi e i tempi adatti a realizzare l’inserimento. L’importante è che gli ostacoli vengano rimossi, nell’esclusivo interesse della ragazza disabile.

“Il ricorso era un atto dovuto – spiega Maria Rosaria, madre di Sara e presidente dell’associazione “La Casa delle Farfalle” che si occupa dell’assistenza alle famiglie con figli affetti da autismo – poiché si trattava di un’ingiustizia troppo evidente. L’ho fatto per Sara, ma anche per quelle famiglie, e sono tantissime, che ogni giorno si devono scontrare con questi problemi, con queste discriminazioni. Non tutti hanno la forza e la voglia di lottare e spesso lasciano perdere. Io no”. Consci dei problemi di Sara, i suoi genitori in tempo utile avevano sottoposto al dirigente scolastico dell’Istituto Superiore un percorso di inserimento della figlia. Un progetto dettagliato e validato dall’Asl di Mantova, chiamato Scuola Potenziata, già sperimentato nelle scuole precedentemente frequentate da Sara. Un progetto che, per l’Istituto alberghiero, è a costo zero e che prevede il sostegno di un educatore, a carico del Comune, di un consulente, a carico dell’associazione, e di una lavagna multimediale già parte del progetto.

Dopo vari incontri con la dirigenza dell’istituto professionale, nel corso dei quali è stato illustrato il percorso di inserimento realizzato da professionisti ed esperti, la risposta è stata negativa: troppi alunni, pochi spazi e non idonei ad affrontare “le esigenze psicofisiche dell’alunna”, si leggeva nella prima risposta del dirigente scolastico. Nella sentenza il Tar riprende il problema degli spazi sollevato dal dirigente, non sottovalutandolo e precisando che “gli elementi enunciati rendono la condotta dell’amministrazione immune da vizi, con riguardo all’anno scolastico in corso. Tuttavia, analizzando il rapporto controverso alla luce dei diritti fondamentali della persona di cui si chiede tutela in questa sede, merita di essere valorizzato il percorso illustrato a pagina 8 della memoria di parte ricorrente del 24 settembre 2014”, ossia il già citato Progetto di Scuola Potenziata.

Per quanto riguarda la richiesta danni da parte dei genitori, questa sarà decisa nella sentenza di merito fissata per il 2 luglio 2015 dal Tar. L’esito positivo del ricorso al Tribunale Amministrativo è stato accolto con soddisfazione dalla madre di Sara, che però non se la sente di gioire: “Per me si tratta di un fallimento – precisa, parlando come mamma e come presidente di un’associazione che tutela i diritti dei disabili – perché per far valere i diritti di una ragazza disabile siamo dovuti ricorrere al Tar. Inutile nasconderci dietro un dito: in Italia per un disabile è ancor difficile essere inserito, accettato e protetto nella scuola pubblica”. Il dirigente scolastico dell’Istituto professionale al centro della vicenda, contattato, ha preferito non rilasciare dichiarazioni.

Emanuele Salvato

Il Parroco del rione Sanità

Molte idee sono considerate assurde solo perché nessuno ha mai provato a realizzarle. Come prendere un quartiere conosciuto per camorra e criminalità, valorizzare il suo patrimonio e creare opportunità di lavoro per i giovani
Emanuele Tirelli, l'Espresso ...

Quando il Capitale si fa Mafia

  • Giovedì, 02 Ottobre 2014 09:18 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
02 10 2014

La Trattativa", è l'occasione giusta per fare i conti con aspetti del potere e dell'economia del nostro paese che non sempre analizziamo a sufficienza.

Qualche giorno fa in Corte d'assise a Palermo, dove si sta celebrando il processo volgarmente detto “trattativa Stato-Mafia”, era di scena, in qualità di teste, l'ormai ultraottantenne Ciriaco De Mita. Concludendo un ragionamento, l'ex segretario Dc ha rievocato con sarcasmo un passato colloquio con il predecessore dell'attuale pubblico ministero, Nino Di Matteo: “... lo dissi già all'onorevole Ingroia quando mi sentì".

Di Matteo subito ha reagito: "Perché lo chiama onorevole?".

"Be' , so che si presentò alle elezioni", ha risposto De Mita.

"Ma non fu eletto", ha puntualizzato il pm.

"Ah, non lo elessero ? - ha riflettuto ad alta voce l'ex segretario democristiano - Pensi che non me lo ricordavo. Sa, l'età …".

La frecciata intinta nel veleno del politico irpino contiene la storia della vicenda della “trattativa” di cui sopra e dunque i suoi nodi problematici decisivi: il conflitto tra la sfera penale e quella politica, la necessità della magistratura di farsi attore politico e di trasferire in una congettura giudiziaria i processi sociali e rapporti di potere che hanno scritto la storia della Repubblica, da Portella della Ginestra a via D'Amelio, coinvolgendo stallieri in trasferta ad Arcore, fascisti in combutta coi servizi segreti, massoni in società con politici e uomini in divisa. Zone d'ombra di potere. Logge massoniche e clan criminali sono stati spazi di compensazione, accordo e incontro tra atlantisti anticomunisti, aspiranti golpisti e affaristi di ogni genere. Tutte cose che probabilmente configurano anche singoli reati ed evocano fattispecie penali ma che difficilmente troveranno sintesi coerente nel corso di un singolo processo, di un'unica resa dei conti tra i cavalieri del bene in toga e la forze del male in coppola e lupara. Per dirla in altri termini, come ha spiegato il giurista siciliano Giovanni Fiandaca in un pensoso saggio la pubblica accusa del processo sulla “trattativa” ha serie difficoltà a trovare persino un capo d'imputazione previsto nel codice penale. Non tutto il male può essere combattuto per via giudiziaria, dunque. E, come sperimentiamo da tempo con l'eterno ritorno del fantasma berlusconista, le faccende che riguardano i conflitti sociali e politici non possono essere delegate a chi opera nelle aule dei tribunali.

Degli ultimi venti anni di questa storia si occupa da tempo Sabina Guzzanti. Lo aveva fatto anche qualche anno fa, raccontando L'Aquila e strappando il sipario immondo dalla macchina mediatico-cementizia che ha supportato la costruzione selvaggia della new town (ogni progetto reazionario contiene elementi di perversione distopica, diremmo con Ballard) e disarticolato la città colpita dal terremoto e le sue relazioni sociali. “Draquila”, raccontava con lucidità questa versione berlusconiana della shock economy, metafora efficacissima della dilagante egemonia del neoliberismo all'italiana. Citizen BerlusKane come fenomeno complesso e pervasivo, impossibile da ridurre alla dimensione della corruzione e agli articoli del codice penale, dunque. Quel ragionamento prosegue nel nuovo film di Guzzanti, che si intitola appunto “La Trattativa” e che mette in scena la rappresentazione (in una raffinata e riuscita operazione di meta-teatro cinematografico che si riallaccia all'impegno di Gian Maria Volontè) si occupa di raccogliere la matassa di indagini, indiscrezioni, fatti di cronaca e analisi politiche che ruota attorno alla transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica. Il film ha il merito di farlo dentro e oltre le mere ricostruzioni processuali. Lo spiega chiaramente l'attrice e regista negli ultimi fotogrammi e nelle note diffuse alla stampa che lo accompagnano: “Nei quattro anni che sono stati necessari per la realizzazione di questo film, il processo sulla trattativa è stato popolarissimo, bistrattato, credibile, sputtanato, centrale, marginale, appassionante, indifferente”. E ancora: “L'illusione che le contraddizioni insanabili che paralizzano questo paese si possano risolvere nei tribunali è tramontata da tempo”.

Più che disegnare un processo unitario e coerente, noi abbiamo visto questo film come un sentiero lungo la storia degli assestamenti di potere e dei colpi e contraccolpi che accompagnano, dopo il crollo del muro di Berlino e la fine della Democrazia Cristiana, il riassestarsi di nuove forme di governo dei processi e di garanzia degli equilibri politico-mafiosi. Un sentiero che taglia trasversalmente i poteri, non risparmiando neanche la magistratura di Caselli e Tinebra o le forze di polizia di Mori e De Gennaro. Una storia tutt'altro che lineare, che procede per salti. L'interruzione improvvisa della strategia stragista, ad esempio, che conduce alla nascita di Forza Italia interroga più i contesti complessi di sociologi e analisti politici che le indagini giudiziarie. È una storia che accompagna l'egemonia di una nuova classe sociale che affonda le radici nella zona grigia tra mercato legale e affarismo criminale: la borghesia mafiosa. Solo quest'ultima ha la capacità unica di gestire l'accumulazione capitalista in un'area periferica, con il preciso scopo di introdurla selvaggiamente, in tempi rapidi e con l'ausilio di una violenza che le normali garanzie democratiche non consentirebbero, nel mercato.

La mafia, in altri termini, riesce a garantire quel mix di modernizzazione e arretratezza, di medioevo iperlocale e proiezione globale, che è una delle peculiarità della produzione contemporanea: la commistione di più tempi storicie la persistenza più modelli di produzione, da quello schiavistico a quello a capitalismo avanzato, all'interno dello stesso ciclo economico che sarà oggetto di analisi di molti pensatori postcoloniali. La borghesia mafiosa è probabilmente, dicevamo, la classe che più facilmente riesce a gestire la complessità di questa composizione produttiva: una trattativa si consuma ogni giorno sotto i nostri occhi, tra migranti che raccolgono i pomodori e caporali mafiose, tra studiosi precari e baroni nei centri di ricerca, tra lavoratori e padroni nella giungla della crisi e del mercato selvaggio.

L'anomalia della borghesia mafiosa italiana, rispetto a quelle del sud America o dell'Asia, è consistente e sotto gli occhi di tutti: essa controlla il territorio come avviene in zone della Colombia o della Thailandia. Ma questo fenomeno si presenta in un paese occidentale, che può (poteva) consentirsi una spesa pubblica corposa e che siede tra le potenze economiche del pianeta. Ecco perché negli anni della Prima Repubblica l'alleanza tra borghesia mafiosa e ceto politico si è cementata in nome dei valori universalmente riconosciuti del “progresso” e dello “sviluppo”. Ed ecco perché negli anni scorsi ha funzionato la stravagante alleanza romana tra la Sicilia dell'ein plein di Forza Italia (nel 2001 qui Berlusconi conquista 61 collegi su 61) e le terre del Nord di Umberto Bossi e Giulio Tremonti.

Francesco Raparelli e Giuliano Santoro

Riccardo Magherini: sette indagati per omicidio colposo

  • Venerdì, 26 Settembre 2014 13:59 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
26 09 2014

La procura di Firenze ha comunicato la chiusura delle indagini sulla morte di Riccardo Magherini, deceduto a marzo durante un arresto ad opera dei carabinieri, restano sette persone accusate di omicidio colposo.

LE CONCLUSIONI DELLA PROCURA DI FIRENZE - I sette gli indagati sono quattro militari e tre operatori del 118. Per tutti l’accusa è di omicidio colposo, accusa meno grave di quella di omicidio preterintenzionale ipotizzata nella denuncia presentata dai familiari di Mogherini.

L’ARRESTO DIFFORME DALLE DIRETTIVE - Le cause del decesso del decesso dell’uomo indicate nell’avviso di chiusura indagini sono l’assunzione massiccia di cocaina e l’asfissia, quest’ultima dovuta anche alle modalità con cui operarono i militari, immobilizzandolo ed ammanettandolo in modo imprudente e difforme da quello previsto dalle direttive del Comando generale dell’Arma, dopo averlo fermato in stato di evidente eccitazione.

ANCHE I SANITARI A GIUDIZIO - I tre operatori del 118 sono invece accusati di non aver valutato correttamente la situazione e di non essere intervenuti per limitare gli effetti dell’asfissia. La chiusura indagini sembra invece spegnere l’interesse dei giudici per la posizione di altre quattro persone facenti paerte del personale sanitario intervenuto con una seconda ambulanza o che era al lavoro alla centrale del 118.

La Stampa
26 09 2014

La nuova frontiera del coworking arriva a Roma, quartiere Centocelle. E si mette al servizio di tutte quelle mamme che sono pronte a tornare in ufficio subito dopo la gravidanza. Si chiama ‘l’Alveare’: duecento metri quadrati di spazio, dove impiegate e libere professioniste potranno lavorare, condividendo strumenti, attrezzature, mobili e locali. Senza la preoccupazione di dover trovare qualcuno cui affidare il neonato lasciato a casa.

“Lavorare subito dopo il parto è molto difficile – sottolinea Serena Baldari, membro dell’Associazione ‘Città delle mamme’ e co-fondatrice della struttura - Sei sempre presa dai ritmi del bambino. Nei primi mesi è giusto che sia così, perché serve a creare un legame tra mamma e figli. In seguito, però, senti il bisogno di rimetterti in gioco”. L’Alveare vuole offrire a neo-mamme e neo-papà una soluzione a questo problema.

L’edificio conta due uffici, una sala riunioni, 22 postazioni e una cucina: un ambiente ideale per favorire collaborazioni e nuove amicizie. Alle quali si aggiunge una zona baby, un’area allattamento e un giardino esterno: spazi in cui i neonati (a partire dai 4 mesi) saranno accuditi da persone specializzate, mentre i loro genitori battono a computer, sbrigano una pratica, tengono conferenze o incontrano nuovi clienti.

Il centro, che sorge nel quartiere di Centocelle, è stato inaugurato giovedì 25 settembre. Ma già conta una decina di iscritti: “Un’associazione di ostetriche e psicologhe prenderanno in condivisione un ufficio – aggiunge Serena Baldari – mentre un’altra sala sarà occupata alcune ore alla settimana da una coppia di informatici. Tante sono le persone venute a curiosare e informarsi sui prezzi”. Circa 2,80 euro all’ora per usufruire dei locali e dei servizi, con tante agevolazioni per le aziende.

Già da alcuni anni, scrittori, giornalisti e informatici hanno abbandonato il tavolo di casa o il bancone degli internet-café. Preferiscono lavorare condividendo un ufficio, uno studio o semplicemente una stanza. Rifuggono l’isolamento, cercando l’interazione con altre persone. E sperimentano la potenzialità delle sinergie professionali e dello scambio continuo di competenze.

L’idea dell’Alveare nasce da queste considerazioni. E cerca di rispondere a un mercato del lavoro difficile: dove una gravidanza si paga, spesso, con il licenziamento e dove i nidi aziendali e pubblici sono insufficienti. “Il nostro obiettivo – precisa la Baldari – è quello di stimolare ‘un’economia collaborativa’, avendo un occhio di riguardo nei confronti dei neo-genitori”. Sono molte le donne che faticano a trovare un’occupazione dopo il parto. Tante riescono a svolgere la propria attività solo da casa, con contratti freelance e poche garanzie. Lavorano in un ambiente domestico isolato e claustrofobico. Impegnate a badare anche al proprio bambino, vivono con la costante paura di perdere il posto.

L’Alveare punta a contrastare l’estromissione dal mercato del lavoro di tutte quelle donne che diventano mamme. E a trasformarsi in una fucina di idee, in un incubatore di progetti, aperto a tutti coloro che apprezzano la filosofia e i vantaggi del coworking.

Marco Luigi Cimminella

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