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L'unica legge di cui abbiamo bisogno

  • Martedì, 25 Marzo 2014 09:02 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
25 03 2014

Ieri sera ho partecipato a una lunga discussione nel programma Presi per il web, su Radio Radicale. C’erano Giovanna Cosenza, Anna Paola Concia, Vladimir Luxuria e, in apertura, Alessandra Moretti, deputata Pd, che ha parlato della legge sull’hate speech. Una legge (riassumo, ma qui c’è il podcast) non destinata a imbavagliare, ha detto, ma che dovrebbe velocizzare la rimozione dei contenuti offensivi. Alessandra Moretti ha detto anche che i proponenti stanno discutendo con vari interlocutori delle modifiche da apportare. Non ho ben capito quali siano (ho colto solo il riferimento a Save the children), in verità: sulla legge, comunque, si è già discusso mesi fa e si auspicava anche che il progetto fosse rientrato.

Si rischia di diventare noiose, ma a quanto pare neanche ripetendo il concetto decine di volte il medesimo sembra trovare accoglienza. Non abbiamo bisogno di una legge sull’hate speech, così come non abbiamo (avevamo) bisogno di una legge specifica sul femminicidio. L’unica legge di cui abbiamo bisogno (oltre a pretendere l’attuazione di quella già esistente sull’interruzione di gravidanza) è una legge sull’educazione sessuale. Cosa c’entra con l’hate speech? Moltissimo, visto che è negli anni scolastici che si dovrebbe apprendere che l’appartenenza a un genere sessuale non comporta il rientrare negli stereotipi che a quel genere sono attribuiti. Dunque, a evitare di crescere prigionieri dei medesimi. Dunque ancora, questo è l’unico modo serio per far sì che il nostro non resti un paese sessista, e non riversi il sessismo in tutti i luoghi dove esiste parola pubblica, web incluso.
Guardiamo all’Europa, allora. In Francia l’educazione sessuale fa parte dei programmi scolastici fin dal 1973: trenta-quaranta ore almeno (quattordici anni fa è stata lanciata anche una campagna sulla contraccezione, cosa da noi impensabile). In Germania sono partiti tre anni prima, e ovviamente non si parla solo di sesso ma di affettività. In Svezia l’inclusione è datata 1956. Ma anche nei paesi dove l’educazione sessuale non è obbligatoria, come l’Inghilterra, ci si muove in modo diverso per quanto riguarda gli stereotipi di genere.
Avevo già citato la presa posizione di The Independent, ma credo sia giusto tornarci con ampiezza. Nell’articolo del 16 marzo, Katy Guest, editor letterario di The Independent on Sunday, ha promesso che giornale e sito non recensiranno libri gender-specific, rivolti esplicitamente a bambine o bambini. Anzi: ogni volume che ammicca a piccole principesse “finirà nella pila dei libri da riciclare”. Un nuovo, eventuale Harry Potter, scrive Guest, non necessita di copertine rosa con i brillantini per avere successo.
La decisione del giornale è stata sollecitata da una campagna lanciata da un gruppo di genitori sul web, che mira a far sì che i giocattoli siano solo giocattoli e i libri siano libri, e non strumenti di discriminazione e formazione di stereotipi: sul sito lettoysbetoys ,su twitter e soprattutto con una petizione si chiede agli editori per ragazzi di non definire più i destinatari dei libri in base al genere sessuale, sia nel titolo, sia nella copertina, sia nei contenuti. I libri per ragazzi, viene detto, dovrebbero aprire loro nuovi mondi, non chiuderli in una gabbia: “lasciate che decidano da soli quali storie leggere”. L’iniziativa, peraltro, sta ottenendo grandi consensi e non riguarda solo i libri: la catena di supermercati Tesco ha annunciato che rimuoverà le indicazioni “per bambine” e “per bambini” da punti vendita e siti web, e così The Entertainer e altri negozi di giocattoli.
La domanda è semplice, a questo punto: è così impossibile replicare l’iniziativa in Italia? La risposta è sì. La seconda domanda è: perché? Una delle risposte possibili è: perché la questione è avvertita come secondaria. Molto più comodo, facile, popolare terrorizzare gli adulti su quel paradiso degli orchi che è (sarebbe) il web (lo stesso dove la comunicazione politica sta toccando livelli minimi) che lavorare per il futuro.

Ragazza di 14 anni spinta a uccidersi dagli insulti su Ask.fm

  • Martedì, 11 Febbraio 2014 11:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Repubblica
11 02 2014

CITTADELLA Ha scritto per chiedere scusa, per non essere dimenticata, perché mamma e papà la perdonassero di averli delusi. Poi si è gettata nel vuoto ed è morta trenta metri più in basso. Non è stata una decisione improvvisa, un colpo di testa: da settimane pianificava la sua morte e aveva confidato il suo disagio manifestandolo anche con atti autolesionisti, ma nessuno aveva capito che faceva sul serio. La quattordicenne di Fontaniva che si è tolta la vita buttatasi domenica pomeriggio dalla terrazza sul tetto dell'ex hotel Palace di Borgo Vicenza a Cittadella ha scritto di suo pugno cinque lettere: una è quella che la nonna ha ritrovato a casa.

Era indirizzata alla mamma e in basso – a caratteri microscopici – la ragazzina annunciava quello che avrebbe fatto. Accanto allo zainetto lasciato sul tetto dell'albergo, i carabinieri hanno trovato altri quattro fogli: un pensiero per i genitori e poi lettere per un'amica e due amici. All'interno c'erano parole semplici: pregava i compagni di perdonarla e di non dimenticarsi di lei, mentre a mamma e papà chiedeva scusa perché li aveva delusi. Non ci sarebbe quindi una spiegazione netta e definitiva del gesto, se non l'enorme fragilità dell'adolescenza e la fatica di crescere che talvolta appare insopportabile ai ragazzi. Una fatica che la giovanissima avvertiva da tempo, di cui non aveva dato alcun segnale in famiglia, ma che aveva confidato agli amici più cari.

Uccidere e uccidersi sono parole che ricorrono spesso nelle sue risposte sul social «Ask.fm». Nella chat cercava di sfogarsi raccontando un mondo che la opprimeva e la sfiancava. La sua non era una posa, ma un dolore vero: si stupiva di se stessa quando sorrideva, come se il sorriso la rapisse da una costante situazione di tristezza, da una dimensione cupa, che forse chi le voleva bene sentiva semplicemente come un modo di atteggiarsi “dark”. Una moda. Eppure utilizzava un'icona a fare da sfondo ai suoi pensieri di morte: l'immagine in bianco e nero di una donna che tiene un cartello con la scritta “help”, aiutatemi. L'ultima richiesta d'aiuto, in fondo, l'aveva lasciata nella lettera alla mamma, in piccolo aveva scritto: “Vado a buttarmi al Palace”.

Gli insulti su Ask. «Fammi una domanda», è lo slogan di Ask.fm. Ad Amnesia (questo il soprannome usato dalla ragazzina suicida) non ne è stata risparmiata nessuna. «Cosa stai aspettando?» «Di morire», rispondeva lei. Un flusso continuo di botta e risposta. Condito da insulti e inviti: «Secondo me tu stai bene da sola!!!!!!!!!!! fai schifo come persona!!!», «spero che uno di questi giorni taglierai la vena importantissima che ce sul braccio e morirai!!!! » (scritto così nel sito, ndr). Senza risparmiarle pesanti allusioni sessuali e proposte oscene, che lei respingeva con battute acide. In questi mesi Amnesia ha risposto 1148 volte alle domande che le arrivavano su Ask. Fino a 9 giorni fa. Poi tutto si è interrotto.

Tra domande e risposte ansie, certezze e paure di ogni adolescente. Il timore di essere grassa e la soddisfazione di esser dimagrita fino a 55 chili. L’accusa di non fumare davvero, di non bere come tutti gli altri: «Sei una ritardata, grassa e culona, fai finta di fumare, ma non aspiri, fai finta di bere, ma non bevi, fai finta di essere depressa per attirare l'attenzione, sei patetica». Con il senno di poi tanti piccoli segnali, tante richieste di aiuto. «Cosa credi che accada dopo la morte? Non lo so diosss, ogni tanto ci rifletto anche D:». «Dove pensi che vivrai tra cinque anni? Vivrò tra 5 anni? wow :')». «Qual è l'ultimo libro che hai letto? Il diario di una ragazza suicida (stupendo tra l'altro)». E quella storia dei tagli sulle braccia, fatti con un temperino. La tempestavano di richieste di foto delle ferite. Aveva ceduto ma poco dopo aveva tolto l’immagine. «Secondo me, i tagli sono tutti delle piccole bocche che gridano aiuto», ammette. «Ti tagli solo per farti vedere...», insistono. «Sì certo, mi rovino la vita solo per farmi vedere, rovino tutto il mio corpo, al punto di non ricordarmi più com’era la mia pelle normale, solo per farmi vedere, certo, è come dici tu, sì», risponde ironica.

Domande anche al fidanzato. Ora che Amnesia non c’è più su Ask non risparmiano domande crudeli neppure al ragazzo con cui era insieme da quasi un mese: «Come farai ora che lei si è suicidata? Ho i miei veri amici vicino che mi aiuteranno a passare questo difficile momento x me, cmq spero che LEI vi distrugga la VOSTRA VITA dall'alto a chi l'ha fatta star male fino a oggi». Ask non si ferma: il flusso di domande è continuo. Tra i ragazzini è quasi un must. È tutto più grande dei loro 14 anni. Ma anche loro sono più grandi di quello che sembrano.

Cos’è Ask.fm. Ask è uno tra i social preferiti dagli adolescenti. Va forte tra i 13 e i 16 anni. Creato da un’idea dei fratelli lettoni Ilya e Mark Terebin, è un social network con 60 milioni di iscritti. Una gran parte sono under18. È basato sul meccanismo della domanda e risposta. Ognuno ha un profilo personale e c’è uno spazio bianco per porre domande: la casella «Chiedi in forma anonima» è già flaggata. Di base quindi ci si parla senza conoscersi. Tra gli adolescenti serve per rinfacciare quello che a volte non si ha il coraggio di dire in faccia. Per insinuare, per offendere, per vendicarsi, per minacciare. Funziona molto meglio da quando c’è l’app per il telefonino. È come un sms: un trillo e ti arriva una domanda. Puoi rispondere in poche parole. E poi forse te ne arriva un’altra. Per tanti ragazzi diventa compulsivo, quasi un’ossessione. In questi anni Ask è stato trascinato sul banco degli imputati per i fenomeni di cyberbullismo. Ask però è un mezzo come un altro. È un social che gli adulti non conoscono, a cui la scuola non riesce a educare. Su Ask Amnesia non era poi così debole. La vita invece l’ha travolta.

Internet non è (ancora) un paese per donne

  • Giovedì, 09 Gennaio 2014 09:21 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA
La Stampa
09 01 2014

Il troll "di genere" è tuttora il residuo arcaico più evidente nella rete. Gli ossessionati del cyberstalking sarebbero anche un costante ostacolo all' espressione del pensiero femminile; la giornalista di Los Angeles Amanda Hess ha lanciato in proposito, giorni fa sul "Pacific Standard", un proclama piuttosto deciso; sostiene che per una donna come lei, attivissima in tutti i possibili social network, è all’ordine del giorno essere cyber aggredita da maschi vigliacchi e intolleranti del fatto che lei, nei suoi post e articoli, si esprima in maniera anche spesso spregiudicata.

Il machismo rozzo e violento sarebbe quindi, secondo la signora Hess, una caratteristica propria della rete, che monopolizza il sentire generale delle donne, prendendo di mira soprattutto quelle particolarmente vivaci nell'esprimersi. Il troll di genere oltre essere fastidioso, eserciterebbe sulle vittime una minacciosa pressione, quasi un ricatto che spesso le invoglierebbe a rinunciare a esporsi on line, solo per essere lasciate in pace. Da tenere conto che Amanda è una bella donna, professionalmente libera e disinibita, trattando spesso tematiche che riguardano la relazione o la sessualità.

La giornalista così descrive l’ effetto della sua costante esperienza con cyberstalker: "Le minacce di stupro, di morte, e lo stalking può sopraffare nostra larghezza di banda emozionale, oltre a farci perdere tempo e soldi in attività investigative on line.” Nell’ ultimo caso era estate e Amanda si trovava in vacanza a Palm Springs, quando un amico dalla parte opposta della costa l’ avverte, alle cinque di mattina, che da un account Twitter qualcuno la stava minacciando di morte. L’escalation dei tweet è quella tipica del molestatore compulsivo; parte con apprezzamenti fisici per degenerare in pesanti insulti sessuali. In quel caso l’uomo si vantava di essere stato già recluso per l’ omicidio di una donna, aggiungendo che era sua intenzione violentarla e decapitarla: “Stai per morire e io sono quello che sta per ucciderti.” Il colmo per lei è stato quando il poliziotto, che aveva chiamato perché seriamente spaventata, le domanda cosa mai fosse Twitter, non capendo come fosse avvenuta la minaccia.

Conor Friedersdorf il giorno seguente riprende il tema su "The Atlantic", con una riflessione più ampia sull’ aggressività di genere, concludendo amaramente che anche molte delle sue colleghe avessero sperimentato una simile aggressività ai loro danni, tanto da essere costrette ad abbandonare l’ attività sui loro blog personali, ripiegando nella decisione di continuare la loro attività su media tradizionali.

La domanda che pone l’articolista è interessante, come pure assai triste: quanto pensiero di donne di talento ci dobbiamo perdere on line per colpa di questa onda misogina? Il tema può essere affrontato solo con una grande sincerità d’intento, soprattutto al netto di ogni sovrastruttura ideologica. Non è un tema “femminista”, ma la prevalenza della violenza di genere in rete impoverisce tutti noi. Perdiamo le grandi possibilità di un incontro dialettico che nel mondo concreto non sempre è stato, ed è tuttora, possibile.

E’ un dato di fatto che il pensiero in rete sia a prevalenza un pensiero maschile, che la prevalenza dei maschi in rete la immagini come possibile terra franca in cui esercitare la propria supremazia, al riparo dall' idea di doverne rendere conto. Un esempio più vicino alla nostra realtà nazionale, sicuramente ben rappresentata da un consistente numero di maschi cyber molestatori, è quello della pagina Facebook “Io odio i maniaci di m….” dedicata alla capillare denuncia di tutti quelli che scambiano i social network per una prateria di caccia libera, sulle tracce di donne in presunta ricerca di avventure facili. Qui, come già scrivemmo, è raccolta una capillare classificazione dell’involuzione antropologica del maschio rapace quando, al posto della clava, si trova in mano un mouse. Basta scorrere gli screenshot che le vittime di molestia ripubblicano per rendersi conto che non basta avere una connessione iperveloce e un tablet di ultima generazione per essersi affrancati dalla primordiale condizione di predatore genetico.

Ancora la cultura digitale deve metabolizzarsi nel profondo dei nostri comportamenti, non bastano le dichiarazioni di principio per farci affrancare veramente dalle gabbie mentali che ereditiamo da un’ infinità di generazioni che ci hanno preceduto. Nessun maschio si chiami fuori…Sono gabbie belle spesse, che anche la fase più straordinariamente veloce della nostra evoluzione non è riuscita ad abbattere.

Gianluca Nicoletti

Corriere.it
30 07 2013

La battaglia della free lance Criado Perez. Un «tasto» sul social network per denunciare gli abusi.

LONDRA - «Abbiamo fatto cambiare idea alla Banca d'Inghilterra, possiamo farlo con Twitter». Detto (twittato) fatto. Caroline ha vinto due volte. I guru del microblog made in Usa, davanti a una petizione online firmata da 60 mila persone, hanno accettato di inserire un «bottone» rapido per la denuncia di abusi verbali. Pochi giorni prima era stata la banca centrale di Londra a capitolare, accettando una donna sulla banconota da 10 sterline (Jane Austen al posto di Charles Darwin). Nel giro di una settimana la blogger Caroline Criado-Perez, 29 anni, è diventata la più famosa delle nuove femministe d'Oltremanica, una schiera di attiviste che usano la Rete per campagne mirate e impossibili. Donne come Laura Bates, 26 anni, che ha diretto la protesta dell'Everyday Sexism Project contro le immagini misogine di Facebook, o come Lucy-Anne Holmes, 36 anni, che guida la crociata per far sparire le immagini in topless dai tabloid.

INTERNET E SUFFRAGETTE - Tra tutte Caroline Criado-Perez, che studia per un Master sulle disuguaglianze di genere alla London School of Economics e ha cofondato thewomensroom.org.uk , è la più esposta. Non ha fatto in tempo a godersi il successo sulla maschilista Banca d'Inghilterra che è stata vittima di un attacco organizzato su Twitter. Cinquanta tweet violenti all'ora, per 12 ore: minacce di stupro, volgarità. Quando ha annunciato che si rivolgeva alla polizia, nuovi insulti: «Così si sprecano i soldi pubblici», «Chi credi di essere, Madre Teresa?», «Tanto ti stupriamo lo stesso». Uno degli autori sospetti, un ventunenne di Manchester, è stato arrestato e rilasciato ieri su cauzione. La giustizia prevede il reato di violenza su Internet. Ma per le/gli attivisti pro-Caroline non è abbastanza: Twitter deve fare di più per individuare ed eliminare i cosiddetti troll . All'inizio la blogger ha scritto a Mark Luckie, responsabile del settore news a New York, che non ha risposto, mentre un portavoce cercava di chiudere il caso: «Sospenderemo gli account che non rispettano le nostre regole».

LA RISPOSTA DI TWITTER - Il caso però non si è chiuso. È diventato una valanga: proteste da media nuovi e vecchi, siti e giornali, tv e politici. L'offesa forse peggiore proprio da Caroline, che alla Bbc ha detto: «Twitter non capisce come funziona la Rete». Su Change.org 60 mila persone hanno approvato la petizione per chiedere a Twitter un «bottone» per denunciare i messaggi violenti (così come basta un clic per seguire qualcuno, senza la procedura attuale che prevede un modulo da riempire online). La ministra dell'Interno ombra, la laburista Yvette Cooper, domenica ha tuonato: la risposta di Twitter è inadeguata e non protegge le donne vittime di messaggi violenti. La valanga ha costretto il sito di San Francisco a tornare sui propri passi, promettendo un bottone di «denuncia abusi» per tutte le piattaforme, un po' come quello già in funzione sugli ultimi iPhone. A questo punto non è chiaro se avrà seguito la proposta di boicottare Twitter per 24 ore, avanzata dall'editorialista Suzanne Moore (data prevista 4 agosto, giornata dell'amicizia). Brooke Magnanti, non dimenticata autrice delle Avventure intime di una squillo londinese , è contro il boicottaggio che definisce «attivismo da poltrona». Proprio quel genere di attivismo che le nuove femministe sanno usare così bene.

Diritti e rovesci: una testimonianza

  • Giovedì, 13 Giugno 2013 07:45 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
13 06 2013

A.C. mi ha scritto una mail. L’ha intitolata “Diritti e rovesci”. E’ una testimonianza e come tale non necessita di presentazioni o commenti, ma solo di essere letta. Eccola.

Dopo aver ascoltato il seminario alla Camera di Deputati, dopo aver letto articoli, commenti e opinioni sull’argomento trattato dal seminario, sento di voler dire la mia a proposito di bullismo, rete, odio, violenza e diritti.

Avevo esattamente 14 anni ed era una normale domenica pomeriggio di primavera. Ero con la mia migliore amica a passeggio nel parco della cittadina cattolica e benpensante in cui sono cresciuta. Una cittadina che allora contava 25mila abitanti, una cittadina dove ancora oggi tutti conoscono tutti e dove i giovani che negli anni ‘80 vestivano di nero e viola e andavano in giro con i capelli acconciati in una cresta venivano automaticamente considerati dei drogati e alle ragazze che li frequentavano erano riservati sguardi di sufficienza e commenti poco gentili, dai coetanei e anche dagli adulti. Io e la mia migliore amica frequentavamo proprio quel genere di ragazzi, ragazzi che ascoltavano la musica che amavamo anche noi, ragazzi che avevano idee, ideali, che avevano cose da dire, e che io consideravo “profondi”. Io e la mia migliore amica ci eravamo innamorate di un paio di quei ragazzi, nostri coetanei, e per noi era normale uscire con loro, tenersi per mano, scambiarsi baci e trascorrere il tempo insieme, facendo quello che tutti i teenager fanno. Bene, quel giorno, durante la nostra passeggiata al parco siamo rimaste di sale quando il nostro sguardo si è posato sulle tavole di legno scuro che formavano la schiena del grande palco permanente (usato per spettacoli e piccoli concerti locali) che un tempo era collocato esattamente al centro dell’area verde in cui ancora oggi i miei concittadini vanno a passeggiare. Su quelle tavole di legno, a caratteri cubitali, erano scritti (con gessetto bianco ripassato più volte) il mio nome, il mio cognome e la parola TROIA. Oggi, a quasi 30 anni di distanza, ricordo ancora quel momento e quel pugno nello stomaco che improvvisamente ha trasformato una giornata qualsiasi in un incubo.

Nella mia testa la domanda “perchè?”. Non riuscivo a capire, mi chiedevo cosa avessi fatto di tanto scandaloso da meritarmi una simile umiliazione. Forse mi avevano visto baciare il mio fidanzatino simil-punk? Forse a qualcuno non piaceva vederci seduti uno incollato all’altra sulle panchine del parco? Eppure tutti i giovani della mia età facevano lo stesso. Non capivo. Semplicemente non capivo. Mi sforzavo di trovare delle ragioni per me valide, ma non le trovavo. E nonostante dentro di me vi fosse la convinzione di non aver fatto nulla di male per essere infamata a quel modo (perché nulla di male avevo fatto), dentro di me si stava velocemente facendo spazio il senso di colpa. “Dobbiamo pulire tutto”, è stato quello che io e la mia migliore amica ci siamo dette. E armate di fazzolettini di carta abbiamo cominciato a sfregare il legno ruvido cercando di cancellare ogni traccia. Velocemente. Facendoci scaletta con le mani per arrivare ai punti più alti di quella scritta. Una volta finito, ci siamo rese conto che l’alone rimasto sul legno era ancora in qualche modo leggibile. Non c’era nulla che potessi fare per liberarmene definitivamente. Quello era il risultato migliore che potessimo ottenere, e quello abbiamo dovuto accettare. Del resto, chissà da quanto era lì quella scritta… Chissà in quanti l’avavano già letta.
La foga con cui le nostre mani sfregavano la polvere di gesso era quella di chi cerca di nascondere una cosa brutta di cui ci si è macchiati e di cui ci si vergogna. Mi vergognavo come se mi avessero spogliata e legata nuda in piazza. Eppure non avevo fatto niente di male.
Non mi sono chiesta “chissà cosa dirà mia madre”, non me lo sono chiesta perché nella mia testa di adolescente ero convinta che mia madre non avrebbe mai creduto a me, ma avrebbe creduto a quelle parole. Era già così difficile costruire la mia identità, proteggere il mio mondo, cercare di spiegarlo a mia madre, cercare di farle capire che non uscivo con un gruppo di drogati, ma solo con dei ragazzi che hanno gusti diversi da quelli di ciò che allora io definivo “la massa”. Era già talmente faticoso essere un’adolescente “diversa”, quella scritta infamante ha improvvisamente reso vano tutto il mio impegno. I giorni seguenti sono stati un incubo, era questione di ore e sicuramente qualcuna delle amiche o conoscenti di mia madre l’avrebbe chiamata per raccontarle quanto aveva visto. Ma non successe nulla. Nessuno disse nulla a nessuno, nessuno mi puntò il dito contro nei giorni seguenti, nessuno mi offese a scuola. Tant’è, nella mia testa regnava il convincimento che tutti sapevano e che tutti parlavano male di me, alle mie spalle. E non c’era nessuno a cui potessi chiedere aiuto, non mi rendevo conto che il colpevole non ero io, ma lo stronzo che aveva imbrattato la cosa pubblica con parole diffamatorie. Ero piccola e convinta che non vi fosse autorità alcuna in grado di proteggermi. E forse avevo ragione, chissà.
E’ stato brutto, doloroso, umiliante. Poi piano piano nei giorni l’ansia è svanita, un acquazzone estivo ha portato via anche le ultime tracce dell’umiliazione, e io ho riconquistato la mia serenità.

Adesso, sentendo quello che la gente dice in difesa della rete, della libertà di espressione, io mi dico che sono stata fortunata e mi domando come mi sarei sentita, allora, se invece di esser state scritte col gesso sulla parete di legno di un palco in una cittadina qualunque, quelle stesse parole fossero state scritte sul muro di un social network, visibili a chiunque, senza che io potessi in alcun modo controllarne la diffusiome, senza poterle cancellare. Come mi sarei sentita? Oggi mi rendo conto che il mondo non sarebbe finito se anche mia madre avesse visto di persona quel messaggio vigliacco, ma al tempo non mi sembrava proprio possibile. Se tutto quanto successe allora fosse successo su Facebook o altrove in rete, il mio piccolo dramma avrebbe forse assunto dimensioni spropositate, dentro di me. Come avrei reagito? Penso alle giovani ragazze di cui si è parlato nel seminario, e sento l’oppressivo senso di impotenza che deve aver travolto la povera ragazza che si è suicidata.
Non condanno la rete, non punto il dito contro Facebook, i danni li fanno le persone, non i social network. Tuttavia ritengo che difendere un medium potente come Internet a prescindere, sia sbagliato. Nella mia cittadina c’era un grande palco visibile a tutti che è stato usato per danneggiare me, oggi tramite la rete chiunque può comodamente imbrattare non uno, ma milioni di grandi palchi con parole infamanti che il mondo intero può leggere, e colui che viene offeso, deriso e insultato non può cancellare nulla, non può difendersi, non può appellarsi ad alcuna autorità affinché lo protegga, non può nemmeno sperare in un acquazzone a ripulire tutto. Penso che sia il caso di farsi delle domande, non si tratta di invocare la censura, si tratta di stabilire come regolamentare in modo efficace e giusto dei comportamenti che in rete e al di fuori della rete sono di fatto perseguibili, e condannabili.

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