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Femminicidio, il paternalismo della legge

Il Fatto Quotidiano
22 10 2013

di Eretica 

Cosa significa paternalismo? Vittimizzare i soggetti al punto tale da ritenerli bambini, incapaci di scegliere e di autodeterminarsi. Si manifesta quando qualcuno arriva e ti dice “so io quello che è bene per te” e non accetta repliche, critiche, tendendo anzi a patologizzare o demonizzare qualunque opinione differente.

Nel femminismo non si usa dire che qualcuno, le donne in particolare, possa essere “messo in sicurezza”. In sicurezza metti i cantieri di lavoro (e non mi riferisco alla militarizzazione dei territori, ma a condizioni di lavoro migliori per i lavoratori), ponendo recinti dove c’è un burrone affinché nessuno vi precipiti. La “sicurezza” degli umani si distingue per il fatto che è a partire da sé, dalla possibilità che abbiamo di scegliere dove andare, cosa fare, cosa pensare.

Quello che continuano a dire molte donne del Pd e una piccola parte di Se non ora quando (Snoq), Cristina Comencini in testa (su Il Corriere della Sera del 21 ottobre), quando affermano che con la legge sul femminicidio le donne “sono state messe in sicurezza”, diventa una beffa perché stanno dicendo che per sconfiggere la violenza che colpisce le donne bisogna metterle in prigione. Frapporre tra le donne e i loro partner dei tutori che da un lato le proteggono e dall’altro le sgridano quando queste vogliono revocare la querela. Tutori, padri/protettori, di questo parlano, cancellando anni e anni di riflessione femminista che individua soluzioni che passano piuttosto per la valorizzazione della libera scelta delle donne sottraendole a qualunque protettorato di stampo patriarcale.

La Cassazione ora boccia perfino la piccola modifica alla proposta iniziale del testo che parla di irrevocabilità della querela. Si sostiene debba essere sempre irrevocabile. Non si ammette la distinzione tra casi più o meno gravi.

E’ una grande beffa anche l’introduzione dell’aggravante dedicata alla tutela di donne con relazioni affettive. Le donne violentate altrove da uomini ai quali non sono legate affettivamente hanno forse meno valore? Migranti, lesbiche, etero ma non sposate, trans, prostitute. E’ un caso che il fenomeno della violenza sia stato ridotto all’esame dei casi familiari?

E nel caso del femminicidio, giacché la maggior parte degli uomini che fanno violenza poi si suicida, a cosa serve esattamente l’aggravante?

E’ chiaro anche a un bambino il fatto che il problema lo risolvi se usi la prevenzione dove per prevenzione non si intende necessariamente carcere e tutori. Ancora: cultura, educazione, reddito, perché a tante donne servono strumenti per “mettersi in sicurezza” da sole e questi strumenti sono culturali, economici, senza che mai siano rese, di nuovo, oggetti, prima dell’uomo che le ha maltrattate e dopo anche dello Stato che non consente loro di fare ciò che vogliono.

Ne sono certa. Parliamo di un mostro giuridico che ci si ritorcerà contro. Affermare che sia la scelta migliore implica una assunzione di responsabilità. E il punto è proprio questo: chi si assumerà la responsabilità per quelle donne che urleranno un po’ più piano, non si lamenteranno, non si rivolgeranno più a nessuno, per il timore di ingerenze e condizionamenti autoritari da parte delle istituzioni?

Il Fatto Quotidiano
07 07 2013

Paola Manfroni, art director dell'agenzia Marimo e vicepresidente dell'Adci, l'Art director club Italia: "C’è anche un problema di utilizzo umiliante del genere femminile, che preferirei allargare al genere umano, perché anche gli uomini teoricamente destinatari del messaggio vengono trattati da trogloditi"

di Piero Ricca

“I ruoli femminili nei media, a mio avviso, sono piuttosto deleteri per l’effetto depauperante che hanno nei confronti delle potenzialità delle donne: le ragazze oggi fanno più fatica, di qualche decennio fa a immedesimarsi in ruoli emancipati ed influenti, soprattutto se non crescono in contesti sociali evoluti, e in Italia molte zone sono ancora culturalmente depresse”. Paola Manfroni, art director dell’agenzia Marimo e vicepresidente dell’Adci, l’Art director club Italia, commenta “l’utilizzo umiliante” che si fa dell’immagine delle donne nella pubblicità.

C’è un problema di utilizzo umiliante della donna in pubblicità, secondo lei?
C’è anche un problema di utilizzo umiliante della donna, che preferirei definire utilizzo umiliante del genere umano, perché anche gli uomini teoricamente destinatari del messaggio vengono trattati da trogloditi.

La presidente della Camera Laura Boldrini ha sollevato la questione dichiarando recentemente che “serve porre dei limiti all’uso del corpo della donna nella comunicazione”. E’ reale questo rischio di passare “dall’oggettivazione dei corpi alla violenza”?
Questo sillogismo mi lascia perplessa. I libri di storia sono purtroppo intrisi di violenza, di genere e non, da molto prima che esistessero la pubblicità e i media di massa. Nondimeno approvo totalmente e istintivamente il tentativo della presidente Boldrini di chiamarci tutti a riflettere su fenomeni nuovi di portata universale, i cui effetti non sono studiati: è come se avessimo immesso sul mercato cibi artificiali senza alcuna sperimentazione. I ruoli femminili nei media, a mio avviso, sono piuttosto deleteri per l’effetto depauperante che hanno riguardo alle potenzialità delle donne: le ragazze oggi fanno più fatica, di qualche decennio fa ad immedesimarsi in ruoli emancipati ed influenti, soprattutto se non crescono in contesti sociali evoluti, e in Italia molte zone sono ancora culturalmente depresse. La violenza visiva e verbale dei social network è molto più spaventosa, per non parlare dell’esplosione dell’accesso alla pornografia, che alcuni studiosi cominciano a derubricare da manifestazione di liberazione sessuale a fenomeno con ricadute pesanti sull’evoluzione sentimentale e sessuale degli adolescenti e sulla vita sessuale degli adulti: non si parla di moralismo, ma di impoverimento dell’esperienza umana, fino a provocare danni esistenziali. In questo ambito credo molto nelle azioni preventive e positive di contrasto e pochissimo nella repressione successiva: quando si è consumata la lapidazione digitale di una ragazzina in rete a poco serve punire i responsabili, peraltro già ora rintracciabili e perseguibili.

Davvero secondo lei l’Italia rappresenta un’eccezione nel panorama europeo?
La diversità della nostra pubblicità dal resto d’Europa è un dato di fatto. Ma quella parte di pubblicità sessista nasce fuori dai percorsi professionali sani, mentre ha principalmente due sorgenti: quella della marginalità amatoriale, piccole aziende che cercano di farsi notare sdraiando la cugina belloccia mezza nuda sulle piastrelle di loro produzione, e quella della malaimpresa italiana, manager impreparati selezionati solo per catene di fedeltà alla cordata, che rafforzano i loro legami da spogliatoio condividendo starlettes e mazzette: questo non influenza solo la qualità dei messaggi, ma anche e molto la carriera delle donne all’interno di queste cordate. La responsabilità delle multinazionali è decisamente minore, almeno in questo campo, si muovono all’interno di processi standardizzati globalmente, e a volte ci portano anche aperture che non ci sogneremmo (al mondo gay, alle razze, alla bellezza non stereotipata).

Anche l’intrattenimento televisivo propone spesso un certo modello di donna. Secondo lei fa parte di un’estetica ormai accettata dal pubblico o rappresenta un modello da superare?
La natura umana si abitua a tutto. Ma questo modello sarà presto sepolto, e non è detto che il prossimo sarà migliore, se non ci mettiamo al lavoro con immaginazione e buona volontà.

Il continuo uso della donna in pubblicità per alcuni è una scorciatoria di facile presa che alla lunga rischia di annoiare. Secondo lei come reagisce il pubblico a queste campagne?
Non ho dati, perché in 25 anni di attività non mi è mai capitato di dover usare un corpo femminile strumentalmente. Dal momento che ho lavorato per un’agenzia internazionale con un centinaio di brand in portfolio, tutte aziende aggressive in cerca di risultati reali, sono abbastanza sicura di poter trarre una conclusione: c’è sempre un modo più professionale di raggiungere i risultati, l’uso oggettivante del corpo della donna è solo la scorciatoia degli “untalented” – parola di cui non esiste traduzione in italiano, e non è un caso. Questo è anche il senso del mio impegno con l’Art directors club italiano: da 27 anni selezioniamo e premiamo la migliore comunicazione italiana, in coerenza con le linee del manifesto deontologico che sottoscriviamo e in dialogo con le principali manifestazioni europee e mondiali. Conosco le centinaia di campagne premiate, e conosco personalmente gran parte degli autori che in questo quarto di secolo hanno prodotto comunicazione in modo professionale. Non ricordo un solo annuncio selezionato che definirei “sessista” né per l’oggettivizzazione del corpo femminile né per l’uso scorretto di stereotipi. Dove c’è eccellenza e merito, non c’è bisogno di censure.

#MiSalvoDaSola: di spot con vibratori, moralismi e censure

  • Domenica, 07 Luglio 2013 12:28 ,
  • Pubblicato in Flash news
Qualche tempo fa avevo parlato della pubblicità della Desigual perché in qualche modo, con tutti i distinguo del caso, mi era piaciuta. Rappresenta persone, giovani perché il target è quello, e ci mette dentro corpi, sessualità, un vibratore che dice che una donna può regalarsi piacere prima di uscire di casa al mattino.

Bene. E’ stata colpita dall’ingiunzione dello Iap perché giudicata “indecente”.

Ovvero: pubblicità in cui i ruoli delle donne, di mogli e madri, sono sempre lì a rappresentare la morale catto/fascista di questo paese non le ingiunge nessun@. Dove c’è una rappresentazione di una donna sessuata e finalmente sganciata da stereotipi sessisti che la mostrano solo come accessorio alla sessualità etero/maschile invece si ingiunge.

E se questo è quello che può fare lo Iap, al quale io ho sempre detto che non avrei affidato la mia critica sessista per vedere sanzionato alcunché, giacché odio le censure in generale, cos’altro potrebbe fare una commissione ministeriale (immaginate chi potrebbe esserci…) che per disposizioni di legge, proposta da donne del Pd, inaugurerebbe la stagione di pene detentive e multe salatissime?

A me sembra necessario a questo punto fare partire una campagna che sia contro la censura, il moralismo, ogni genere di autoritarismo che riguardi la pretesa salvezza/difesa delle donne. Una campagna che si chiami #NoGrazieMiSalvoIo o #MiSalvoDaSola o #MiSalvoIo o #NonHoBisognoDiEssereSalvata o #SonoUnaDonnaAutodeterminata o quello che volete e che racconti come in Italia, in questa pretesa unità tra donne, l’unico elemento unitario che davvero abbiamo deciso di ignorare, quello che dovrebbe mettere in piazza tutte e tutti, è il rispetto per l’autodeterminazione di ciascun@ e il fatto che nessun@, mai, può e deve imporre la propria morale all’altr@.

Senza rispetto per l’autodeterminazione, senza la consapevolezza che siamo tante e diverse e che nessun@ può decidere al posto nostro chi siamo, da cosa ci sentiamo ferite, quali direzioni e scelte vogliamo intraprendere, non ci può essere alcun percorso comune. Si apre, e per quello che mi riguarda si è aperta già un po’ di tempo fa, una stagione di conflitto – perennemente rimosso – ove ciascun@ avverte il peso di una morale normativa sulla propria pelle. Peggio è se quella morale normativa arriva da un preteso femminismo che somiglia sempre più ad una delle tante religioni integraliste delle quali pure, in senso laico, vorremmo liberarci.

Ecco. Qualunque sia la tua scelta, qualunque sia il tuo sentire, tu devi avere la possibilità e le garanzie necessarie per poter vivere, esistere, senza sentirti perennemente additata da chi da un lato ti dice che se ti spogli è male perché è peccato e/o provochi i molestatori e dall’altro ti dice che se ti spogli per scelta comunque non è ok perché saresti vittima di qualcun@.

Direi che è sufficiente. Andiamo avanti e archiviamo, per favore, questa stagione di istanze pseudofemministe mediaticamente guidate per il bene di un partito o più d’uno. Non ce le vedo davvero quelle del Pd nel ruolo di pasionarie che sfidano i poteri forti per difendere la mia pelle. Non mi interessa che guadagnino punti su concetti unificanti e generici che parlano di corpo nudo. Mi interesserebbe di più si concentrassero sui ruoli che ci assegnano e in questo momento l’unico ruolo che mi stanno stanno assegnando è quello di una imbecille che non sa produrre da sola le proprie istanze e le proprie rivendicazioni.

Esigo strumenti perché #MiSalvoDaSola e a modo mio, qualunque sia la mia scelta. Esigo strumenti e garanzie e non tutele. Sono soggetto e non oggetto (di Stato). Questo è il primo riconoscimento che mi deve essere concesso. Perché altrimenti non c’è molto altro da dire.

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