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La storia è lunga, il dibattito tra le femministe complesso e accidentato, fin da quando nel senso comune cominciò a farsi strada l'idea che la violenza contro le donne non era una questione di offesa al pudore o alla morale,in cui si sono per decenni esercitati giudici e penalisti su quanto la "provocazione" femminile desse o non desse adito al desiderio irrefrenabile dell'uomo cacciatore e su come le mogli non dovessero rifiutarsi al debito coniugale. ...

Abbatto i muri
13 09 2013

Leggo che il ministro Alfano presiede da ieri la riunione dei ministri dell’Interno dei Paesi del G6 in programma a Roma.
Partecipano i sei piu’ grandi Stati membri dell’Unione Europea: Spagna, Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Polonia, nonche’ gli Stati Uniti d’America e la Commissione europea.

Dice il lancio d’agenzia che: “Il Forum del G6 si propone di intensificare gli sforzi dei principali Paesi dell’Unione europea allo scopo di accelerare la ricerca di soluzioni condivise per i lavori comunitari nelle materie che costituiscono i grandi filoni del dibattito internazionale.“

E quali sono i filoni del dibattito internazionale che interessano l’Europa?
“Lotta al terrorismo, immigrazione, lotta alla criminalita’ organizzata, cyber crime.“

Che tradotto in linguaggio comprensibile significa anche: Fortezza Europa, leggi contro gli immigrati, lager europei dove vengono rinchiusi i migranti senza permesso di soggiorno. Quando si parla di cyber crime si intende, secondo le politiche che vengono sollecitate presso la comunità europea, leggi repressive contro software di condivisione e a tutela di marchi, copyright. Unito alla lotta al terrorismo questo significa morte della privacy, repressione, sorveglianza e controllo sulle idee, e tante altre cose simpatiche che vedono un dispendio di risorse pubbliche in direzioni che vengono spacciate come necessarie alla sicurezza del popolo ma che in realtà offrono garanzie a grandi monopoli e imprese.

Dulcis in fundo, a dimostrare che il ministro Alfano e la sua consulente per la violenza di genere (Rauti) hanno perfettamente capito (si si… come no!) le obiezioni che i gruppi di donne in audizione parlamentare stanno facendo al Dl Sicurezza che si occupa anche di violenza sulle donne, ecco che la violenza di genere, in particolare il femminicidio, vengono usati in apertura delle due giornate con tanto di commento della Rauti la quale afferma che:

”E’ un segnale importante attirare l’attenzione internazionale sul tema e cercare il consenso di Partner europei per una strategia globale di contrasto. La violenza sulle donne, infatti, e’ una delle principali cause di morte in tutto il mondo; un flagello sociale e, secondo l’Oms, una ‘questione strutturale globale’ e come tale va combattuta”.

Poi: ”La sfida europea al femminicidio – conclude Rauti - intesa come lotta globale contro tutte le forme di violenza sulle donne, deve essere centrale nell’agenda politica e potrebbe favorire, nei Paesi sottoscrittori, il necessario processo di Ratifica della Convenzione di Istanbul, quale strumento internazionale giuridicamente vincolante ”.

Come scrivevo in un altro post c’è chi in nome della violenza sulle donne accetta di allearsi e legittimare i peggiori autoritarismi repressivi. E a parte la serie infinita di sciocchezze che vengono dette per insistere sul piano emergenziale, quando tutte sappiamo che la questione della violenza di genere è una questione strutturale, che riguarda la cultura e la mentalità, dove non era proprio il caso di evocare la necessità di una task force italiana figuriamoci una europea, bisogna dire che il G6 è chiaramente ben istruito mentre nasconde, semmai, che la principale causa di morte, disastro sociale, è la povertà causata da politiche liberiste che oramai usano la lotta alla violenza sulle donne e le donne stesse come brand per legittimare quel che fanno.

Personalmente, da vittima di violenza, mi fa decisamente senso dover fare un distinguo, ristabilire una sacrosanta verità, mettere la mia particolare urgenza al pari di quella del resto dell’umanità, ed è pietoso che mi si obblighi a fare questo per evitare di essere strumentalizzata in questo modo atroce.

Il fatto è che io so cos’è un G20, un G8, un G6, e so perfettamente che non si discute dell’interesse della gente come me ma di altre persone, ricche, di imprese, banche, interessi da garantire, sicurezza dell’euro, cose che mi riguardano nella misura in cui io mi ritrovo comunque sempre ad essere sfruttata. E qui il fatto è che viene sfruttato anche il cadavere delle donne uccise, la mia pelle ferita, quella di tante donne che subiscono violenza e tutto in nome di una operazione che non ci riguarda.

Io ero a Genova nel 2001 durante il G8 ed ero lì per lottare anche per i miei diritti. Come tante altre persone ho subito ustioni di lacrimogeni urticanti, docce dagli idranti, manganellate in virtù del fatto che portavo appeso al collo il cartellino “press”. Non raccontatemi che a quella gente interessa di me perché non ci credo. Tutto quel che viene fatto lì è dunque dare ulteriore sostegno, rinforzo, esattamente come nel decreto legge sicurezza, alle polizie che poi, quando io scenderò in piazza per rivendicare i miei diritti, mi faranno a pezzi.

Giù le mani dalle donne, dalla lotta contro la violenza sulle donne. Smettete di strumentalizzarci!

D.i.Re.
13 09 2013

Ieri mattina, D.i.Re è stata ascoltata dalle Commissioni riunite Affari Costituzionali e Giustizia della Camera dei Deputati, in merito alla indagine conoscitiva per la conversione in disegno di legge, del decreto legge sul femminicidio.

D.i.Re ha evidenziato come nel decreto legge manchi qualunque riferimento al riconoscimento del ruolo che i centri antiviolenza svolgono da anni in Italia grazie ad interventi e a progetti di contrasto alla violenza contro le donne, tantomeno viene fatto riferimento a politiche di sostegno dei centri antiviolenza.

Non condividiamo inoltre il riferimento ad un Piano nazionale straordinario di contrasto della violenza contro le donne: gli interventi nei confronti del fenomeno non debbono rispondere a misure eccezionali perché la violenza contro le donne non è un fenomeno straordinario ma culturale che ha sempre avuto ampia diffusione.

Il decreto legge persegue una politica di intervento emergenziale del problema, non risponde alle richieste della Convenzione di Istanbul recentemente ratificata dal Parlamento, di svolgere un intervento sistemico e di realizzare delle politiche globali ed integrate per affrontare il problema della violenza maschile.

Pertanto al Governo e al Parlamento si chiede il rinnovo ed il miglioramento del Piano Nazionale esistente, e di attuare pienamente la Convenzione di Istanbul, riconoscendo in modo inequivocabile il valore storico-culturale e professionale dei Centri antiviolenza appartenenti a D.i.Re e il loro coinvolgimento in tutti i tavoli tecnici che si occupano di violenza, e lo stanziamento di specifici e adeguati fondi definiti nella legge di stabilità.

D.i.Re Donne in Rete contro la violenza

Elettra Deiana, Gli Altri  
13 settembre 2013

Le molte, troppe chiacchiere sul femminicidio non producono nulla di buono. Restano chiacchiere, appunto, oppure fanno da cornice ideologica alla presentazione di un disegno di legge come quello del governo in carica, prima firmatario Letta, specchio di una politica che non sa più dare risposta ai problemi di fondo. E neanche sa capire di che natura essi siano.

Huffington Post
12 09 2013

I telefoni squillano in continuazione. Una professionista quarantenne chiama perché è tormentata dalle telefonate di uno sconosciuto che ora vorrebbe trascinare in tribunale per stalking. Una casalinga invece si abbandona ai singhiozzi: picchiata da anni dal marito già denunciato alla polizia, ora spera di trovare aiuto in un centro antiviolenza. E poi una madre anziana che vorrebbe sapere come aiutare il figlio a liberarsi da una ex fidanzata che pretende di ricucire una relazione a suon di minacce e pedinamenti.

Il centralino del 1522, il numero governativo contro la violenza di genere, si trova in una città che deve rimanere segreta.

“L'ultima minaccia seria l'abbiamo ricevuta lo scorso weekend” ci racconta una psicologa che chiameremo Maddalena, una delle due incaricate a rispondere al telefono durante la nostra visita. Era la telefonata di un uomo in collera che promette di trovare l'indirizzo e denunciare il servizio. E Maddalena, come le altre professioniste che ruotano giorno e notte a turni di otto ore, ha compilato come ogni volta il modulo per registrare le molestie.

Disponibile ventiquattr'ore su ventiquattro comprese le festività, il 1522 capta come un radar sottomarino quello che per lungo tempo rimane invisibile perché nascosto dalle mura domestiche o dalla apparente normalità delle relazioni famigliari e sentimentali. E basta dare una cifra per comprendere l'entità del fenomeno: dal 19 dicembre scorso, ossia da quando il 1522 è gestito dall'associazione Telefono Rosa, quei telefoni sono squillati 46mila volte, circa 170 al giorno. Tutti gli squilli finiscono in questa unica stanza dove tre-quattro operatrici per turno rimangono incollate alla cornetta.

“La maggioranza sono donne che vogliono ottenere informazioni per uscire da storie di abuso di genere”, spiega Silvia, collega di Maddalena. E dunque alle chiamanti viene fornito l'indirizzo e il numero di telefono della struttura consona più vicina: un'associazione di donne che può fornire assistenza legale e psicologica, una caserma dei carabinieri, un Pronto soccorso, i servizi sociali, un istituto religioso che accoglie persone in difficoltà. Alla signora preoccupata per il figlio vittima di stalking viene data l'indicazione di uno dei rari centri di ascolto per uomini maltrattati.

Una donna chiama proprio mentre il marito la sta riempiendo di botte. Si chiude a chiave in camera da letto oppure nel bagno e digita tremante il 1522. E allora le operatrici si collegano direttamente con le forze di polizia e inviano una volante all'indirizzo della vittima. Salvataggi in extremis dei quali spesso non conoscono la seconda parte, se non quando quegli stessi agenti allertati richiamano per raccontare il finale.

L'apparecchio squilla nuovamente. Come poi racconterà Silvia, era un signore che segretamente è uscito di casa, si è seduto in macchina e con le lacrime agli occhi ha chiamato perché la figlia è stata violentata ma non vuole andare in ospedale per il referto, né vuole denunciare. Poco più tardi, una ragazza telefonerà per esporre il suo problema con l'ex fidanzato che non vuole rassegnarsi alla fine della storia d'amore. E allora il consiglio, fornito con gentilezza e professionalità, è quello di troncare ogni contatto con l'uomo. La ragazza però dice che questo le sembra impossibile e preferisce prendere tempo. “Cerchiamo di spiegare che gli stalker sono come vampiri che si nutrono del fastidio che provocano”, dicono le psicologhe. “Perché non tutte le donne che chiamano comprendono il pericolo che corrono e non sempre vorrebbero denunciare”.

Le operatrici rispondono mentre siedono davanti a un monitor. Sono abituate a ritmi sostenuti, ma la vera difficoltà è quella di ascoltare storie dolorose con empatia senza cedere al pietismo. Ogni 40 giorni possono chiedere la visita di un professionista psicologo supervisore al quale esporre i dubbi e le ansie.

A coloro che chiamano non viene mai chiesto il nome e cognome, e nemmeno la città di provenienza, una delicatezza che consente alle vittime di sentirsi sicure. Ogni giorno in una fascia oraria precisa interviene una psicologa che conosce l'inglese, il francese l'arabo o lo spagnolo per accogliere le richieste delle straniere: sono queste le donne più impaurite perché temono che denunciando un marito violento potranno perdere l'affidamento dei figli.

Per ognuno dunque viene compilato un modulo nel quale vengono raccolti dati essenziali: la fascia d'età anche dell'autore della violenza, il tipo di relazione, i sentimenti legati agli abusi, se alle botte assistono anche i bambini della coppia.

“È proprio questo a spingere molte donne a chiamarci”, racconta Maddalena. “Il fatto di venire picchiate quasi di nascosto, lontano dagli occhi dei famigliari, viene sopportato anche per molto tempo. Quando però la violenza si trasferisce anche sui figli, o viene praticata davanti ai bambini, allora scatta una molla”.

Rispettando comunque la privacy degli utenti, vengono così raccolte migliaia di storie, ognuna diversa, piccoli tasselli di un mosaico terribile. “Chiamano donne di tutte le età, ricche, povere, istruite, non istruite, dalle città del Nord e dalle città del Sud, giovani, anziane”, riassumono le operatrici abituate a ricevere a volte chiamate che non riguardano direttamente la violenza di genere: anziane maltrattate dalle badanti, genitori soli alle prese con un figlio malato psichiatrico, persone disagiate in cerca di ascolto. Racconti che finiscono nei moduli, poi inviati periodicamente al Dipartimento per le Pari Opportunità, senza che il governo in questi anni abbia pensato di farne una statistica esaustiva.

“Se queste informazioni venissero pubblicizzate racconterebbero cos'è davvero la violenza domestica”, commenta la presidente del Telefono Rosa Gabriella Moscatelli. “Il 1522 è un servizio unico in Europa ma non possiede ancora un sito autonomo. Bisognerebbe dargli maggiore centralità e maggiori finanziamenti per renderlo ancora più utile”.

Moscatelli, esperta ormai decennale sulla violenza di genere, è appena tornata dall'audizione alla Commissione giustizia della Camera dove è cominciato l'esame del cosiddetto “dl femminicidio” presentato dal governo nei primi giorni di agosto e che piace molto poco alle associazioni impegnate da decenni contro la violenza domestica. Quanto aiuterà questo decreto un servizio come il 1522? La risposta di Moscatelli è pronta: “Nulla”.

Laura Eduati

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