Quei lamentosi stereotipi che annoiano il PD

  • Lunedì, 28 Ottobre 2013 12:50 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
28 10 2013

La senatrice Pd Emma Fattorini interviene venerdì scorso su L’Unità distribuendo bacchettate a chi ha criticato il cosiddetto decreto legge sul femminicidio (il suo vero nome è “pacchetto sicurezza”, insisto). Dice che le legislatrici si sono sentite “ferite” dall’accusa di aver unificato nello stesso provvedimento altre norme. Non ci dice però perché. Dice che il livello “culturale, morale e politico” della discussione è stato alto. E noi le crediamo. Poi, però, dice un paio di cose che spero le siano sfuggite dalla tastiera.
In sostanza, liquida la questione culturale e degli stereotipi come una superflua lamentazione delle solite contestatrici. O meglio:
“Se il fenomeno della violenza femminile non si può risolvere in termini punitivi, non ritengo neppure che sia una “semplice” questione culturale, alimentata dai così detti e famigerati stereotipi che una mentalità più aggiornata e progressista supererebbe risolvendo così la questione. Purtroppo questa non è una cosa che si impara a scuola, con migliori programmi o indicazioni di comportamento più corretti. Con corsi di formazione e di sensibilizzazione”.

Ah no? E dove si apprende? E come mai altri paesi investono nella formazione e nella sensibilizzazione e nella scuola invece che nella “messa in sicurezza” delle donne? Come mai si preferisce “tutelare” le medesime affibbiando sei anni di galera al cyberstalker anziché cominciare dai modelli?

La senatrice ha la risposta pronta: l’identità maschile è in crisi e le donne non sanno relazionarsi con questa crisi, essendo la donna medesima “una vittima che, paradossalmente, è tale perché è diventata troppo forte”. E noi che facciamo solo “chiacchiere e lamentele dimostrative” non abbiamo capito che la causa di tutto è nella fragilità delle relazioni. Cui, ovviamente, si supplisce con la repressione, visto il testo approvato (anche in Val di Susa, dove evidentemente le relazioni devono essere fragilissime).
Mi rendo conto di parlare al vento, dal momento che alcune delle legislatrici Pd sono cieche e sorde alle motivazioni delle altre donne: “mettono in sicurezza” e sono convinte di aver fatto il proprio lavoro, contribuendo a far ottenere al proprio governo un paio di titoli di giornale e un’occasione per vantarsi a questo o quell’incontro internazionale. Brave, complimenti. Ma alla senatrice vorrei porgere un consiglio. Molli la bacchetta e apra un sito.

Questo.

E’ una straordinaria collezione di libri, giocattoli, film e musica (e vestiti) rivolti a genitori, insegnanti e a tutti coloro che pensano che le bambine siano “ragazze in gamba” e amino qualcosa di diverso dalla piccola lavatrice o dal kit per lapdancers in erba (esiste davvero, senatrice Fattorini, è un “famigerato stereotipo” come tanti: e mi rendo conto che a lei non interessa. Ma c’è.). Fondatori del sito sono Carolyn Danckaert e Aaron Smith, cinque nipotine e un nipote, grande attenzione ai diritti civili e in particolare ai diritti delle donne, una comune frustrazione nei confronti di quanto viene abitualmente offerto ai bambini. Dunque, i due hanno cominciato a raccogliere segnalazioni e a pubblicarle: libri su Frida Kahlo, una storia delle donne in politica, tante avventure di eroine coraggiose (in prima fila Pippi Calzelunghe, naturalmente). I giocattoli sono teatrini, costruzioni, adesivi, scacchi. Anche bambole: scienziate e piratesse e aviatrici, però. Sulle magliette c’è Wonder Woman (e ancora Frida, o scritte come Girl Can!, o Future President, con la parola “princess” cancellata). Fissazioni dell’assai temuto politicamente corretto? No, rispondono i creatori del sito: “convinzione che tutti i bambini debbano avere l’opportunità di godere di libri, giochi, musica e film che offrano messaggi positivi sulle bambine ed esaltino i loro talenti”.
Vale anche il viceversa, mi auguro. Ovvero, un sito che proponga ai bambini qualcosa di diverso dai modelli maschili dei libri e dell’immaginario corrente: se esiste, segnalatemelo. Se non esiste, facciamolo.
Non serve? E’ una lamentazione? Sia. Ma intanto, almeno, care legislatrici, provate a fare qualcosa in questo senso, invece di continuare a perseguire una politica che serve soltanto all’immagine mediatica del vostro partito.

 

Antiviolenza
23 10 2013

Su una cosa non c’è dubbio: il decreto femminicidio, convertito in legge (1540) dieci giorni fa, sta finalmente facendo chiarezza tra le donne dei movimenti e della società civile che in qualche modo partecipano al dibattito femminil-femminista in Italia. Anzi è, diciamo così, un vero e proprio spartiacque che sta chiarendo chi sta di qua e chi sta di là, ovvero chi vuole dire “no”, prendendo parola pubblica e facendosi sentire, e chi invece accarezza l’idea che così va benone, o anche che è meglio proprio non interessarsene. Sì, perché le due lettere di Snoq Libere e Snoq Factory, che non hanno sorpreso la sottoscritta ma che stanno preludendo uno scontro pubblico che in maniera più o meno sotterranea va avanti da più di un anno, sono lì per marchiare un territorio. Ed è, in qualche modo, la stessa dinamica di quella avvenuta a Paestum ai primi di ottobre, nel tentativo di uno spostamento per una chiara demarcazione di territori.

Forze centrifughe e centripete che il decreto femminicidio ha avuto se non altro il merito di far emergere con idee chiare sia all’interno dei movimenti femminil-femministi, ma anche (seppur in maniera meno visibile), tra le associazioni, i centri antiviolenza, le ong e tutta la società civile che sulla violenza contro le donne sta lavorando. Una chiarezza che non provoca solo “spaccatura” ma che ha ridato vita anche a un dibattito acceso e vivace come non si vedeva da tempo. Un confronto da cui emerge netta la volontà di un pezzo importante di donne che di fronte al “troppo”, come è questo decreto, non intende più farsi strumentalizzare come la vittima che “deve essere messa in sicurezza”, che deve essere tutelata da uno Stato che, tra l’altro, risulta insufficiente, incapace e superficiale anche quando crede di migliorare, e che per primo concorre alla rivittimizzazione delle donne che vivono situazioni di violenza. Istituzioni che non sono d’accordo neanche tra loro, se la stessa Cassazione ha dichiarato giorni fa che nella legge di conversione si è fatta “una parziale retromarcia” proprio “sulla scelta più significativa operata dal decreto legge in materia di atti persecutori e cioè quella relativa alla irrevocabilità della querela”, in quanto anche lo strumento introdotto per delimitare i casi in cui la querela resta revocabile “non sembra funzionale allo scopo” e presenta dubbi interpretativi.

E non serve certo una rassegna stampa per dire che con la nuova legge 1540, le donne continuano a morire e/o a essere massacrate, di fronte a normative che sono state presentate come la “bacchetta magica” contro il femminicidio. Parola, ricordo, ancora usata in maniera impropria da molt* – istituzioni, media, ma anche le stesse donne dei movimenti – e che, come termine sociologico coniato da Marcela Lagarde, indica invece tutte le forme di violenza che una donna può vivere, fino anche alla morte, comprese quelle perpetrate dallo Stato nell’esporre ulteriormente le donne nel loro accesso alla giustizia (quindi un controsenso anche per definire il decreto). Ma questo è solo la punta dell’iceberg di un procedere contro la politica e la libertà femminile: una mossa di facciata, quella del decreto femminicidio, dietro cui si è nascosto – e questo davvero non è perdonabile in nessun modo – la legiferazione di misure repressive e di controllo del Paese tutto. Per questo mi sembra interessante la proposta del gruppo che a Paestum ha discusso di questo decreto, e di altro, e che oggi propone un incontro a Roma per uno scambio sulla possibilità di un’azione politica delle donne. Uno scambio che nasce da una “esigenza di molte di prendere parola pubblica, di pensare insieme alle prossime azioni politiche, in tempi in cui la violenza dilaga e la politica governativa si mostra inadeguata, diventandone addirittura strumento”.

 

non nel nostro nme

Incontro pubblico a Roma il 30 ottobre alle ore 17.30

Casa internazionale delle donne (Via della Lungara, 19)

“Non in mio nome”

Azioni e orizzonti della politica di donne

Paestum quest’anno è stata caratterizzata da una discussione vivace e produttiva sulle pratiche e sul senso politico del dirsi femministe oggi. Molte di noi vengono da lì e dall’appello “Non in mio nome” contro il decreto femminicidio (pubblicato sul blog di Paestum), ma pensiamo sia utile e urgente incontrarsi, vedersi, parlarsi anche con chi non era lì, con chi è mossa dal desiderio di politica e di cambiamento. Il “pacchetto sicurezza”, cosiddetto decreto femminicidio oggi diventata legge 1540, inserisce misure specifiche sulla violenza contro le donne, evocandole come vittime da tutelare e “soggetti da mettere in sicurezza”, in un quadro di provvedimenti che utilizza il corpo delle donne per intervenire sulla vita di tutte e di tutti, in un modo che nulla ha a che vedere con la politica, la libertà femminile, la giustizia. Vogliamo ripartire dall’esigenza di molte di prendere parola pubblica, di pensare insieme alle prossime azioni politiche, in tempi in cui la violenza dilaga e la politica governativa si mostra inadeguata, diventandone addirittura strumento: da Lampedusa al DL anti-omofobia, a tutti gli interventi istituzionali ed economici. Per parlare di questo e altro, per ritrovarci, per decidere su come andare avanti e per aprire e moltiplicare lo sguardo su questa realtà, invitiamo tutte a un momento di incontro e di scambio pubblico, con un’assemblea alla Casa Internazionale delle donne di Roma – via della Lungara 19 – il 30 ottobre dalle 17.30 in poi.

Grazie a chi vorrà esserci.

Info e adesioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


Decreto femminicidio: “Non in mio nome”. Il dopo Paestum 2013 da cui vorremmo ripartire
Paestum non è stata uguale per tutte. L’indizione originaria, mirata in primo luogo a costruire un dialogo costruttivo tra femminismi diversi, situati in parole e pratiche diverse, ha fatto emergere lo iato che intercorre tra una presa di parola politica più spostata su ciò che accade fuori di noi e una presa di parola tesa a consolidare la pratica di relazione tra donne. Se è vero che il conflitto finale per alcune è stato un “colpo di spugna”, per molte altre è stato un far emergere la contraddizione, probabilmente troppo assopita nelle plenarie, con qualche punta di conflitto più esplicito nei tavoli. Al di là del conflitto vorremmo continuare la discussione e vorremmo anche rilanciare il nostro desiderio, il nostro bisogno, di non far cadere nel nulla l’esigenza di molte, seppure non di tutte, di prendere parola pubblica sul decreto anti-femminicidio. Se le leggi non ci hanno mai riguardate è pur vero che oggi queste si consumano fino in fondo sui nostri corpi, ci usano come ci usa il neoliberismo. Pertanto, come venuto fuori anche in chiusa dell’assemblea, pubblichiamo qui questo appello a cui chiediamo di aderire come singole, associazioni, collettivi per continuare lungo questo crinale di presa di posizione diretta rispetto ai meccanismi di strumentalizzazione dei nostri corpi. Il decreto 93/2013, oggi Legge 1540, inserisce norme di contrasto al femminicidio con una forte impronta securitaria in un pacchetto in cui si dichiara la donna come un “soggetto debole” da tutelare da se stessa, tanto da toglierle anche il diritto di autodeterminazione nella possibilità di revocare la querela, e dando maggior potere al sistema di controllo poliziesco. Per questo e per tutto quello che si sta consumando sui nostri corpi, qui diciamo che tutto ciò non può essere fatto nel nome delle donne, di tutte e di ciascuna: “Non in mio nome”. Ed è da qui che vorremmo ripartire per il nostro “dopo Paestum”.

Per aderire aspettiamo la vostra email a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Adesioni arrivate (finora) all’appello “Non in mio nome”

Oria Gargano Anna Simone Luisa Betti Milva Pistoni Federica Giardini Stefania Cantatore Antonella Petricone Anna Verdelocco Lucia Ferilli Vittoria Camboni Viola Lomoro Valeria Mercandino Nicoletta Stellino Teresa Di Martino Eleonora Forenza Roberta Paoletti Giorgia Bordoni Federica Castelli Alessandra Chiricosta Ingrid Colanicchia Sabrina Di Lella Teresa Di Martino Alessia Dro Serena Fiorletta Angela Iamboglia Gaia Leiss Simona Pianizzola Casa delle donne Lucha Y Siesta (Roma) Femministe Nove Imma Barbarossa Barbara Spinelli Giulia Druetta Francesca Petrini Luisanna Porcu Giulia Siviero Vittoria Tola Francesca Koch Melina Caudo Maria Antonietta Bottiglia Ersilia Salvato Chiara Marri Luisa Milia Loredana Lipperini Nunzia Scano Emilia Di Pietro Nadia Somma Claudia Martelloni Giovanna Gentilini Nadia Albertoni Elena Pullara Adriana Avano Natalina Lodato Paola Zaretti Maria Grazia Campari Luci Zuvela Ilaria Malancona Ilaria Baldini Maria Esposito Ilaria Durigon Laura Cima Claudia Forini Aurora d’Agostino Sara Pollice Nadia Pizzuti Stefania Tarantino Rossana Ruscelli Carla Centioni Rosanna Rondelli Ileana Gobbo Ivonne Banco Francesca Esposito Silvia Giardino – Coop. Soc. Le Rose blu Silvia Vaccaro Cecilia Lavalle Marisa Caputi Antonietta Bondioli Angela Balzano Elisabetta Valento Annadebora Morabito – Assolei Sportello Donna Onlus - Gianna Massari Licia Palmentieri Rachele Shamouni Dario Azzellini Beatrice Busi Ela Massari Ivana Bonelli Maria Pia Lessi Annarita Oppo Maria Assunta Vecchi Moira Miele Simona Cappiello Adriana Magnarini Libreria delle Ragazze di Grosseto: Mariella Folchi Giuliana Gentili Daviana Bulla Maria Vanna Zanini Paola Marchini Mariagrazia Buonamici Paola Baldelli Fiorella Asprea Cecilia Liuti Maria Giulia Galli Giovanna Tuoni Nunzia Giumentaro Brigida Bianchi Lorella Brignoli Anna Maria Fioretti Silvana Lucarelli Caterina Pialorsi Rossana Mennella Chiara Pierdominici Luciana Bova Arpa Associazione Giusy Frate Alessandra Montella – EssereDonne Project Milano Blog collettivo “Un Altro Genere di Comunicazione” Maurizio Cassi Enza Panebianco Gloria Vatti Maria Concetta Corona Viola Lo Moro Maria Grazia Ruggerini Alessandra Bozzoli Stefania Pizzonia Luisa Milia Rosetta Papa Vittoria Scotto Tania Rispoli Infosex-Esc Roma Nicole Braida Giuliana Ortolan Rosanna De Angelis Diana Balloco detta Didì Lina Argetta Laura Capobianco Laura Fiore Romina Amicolo Patricia Tough Francesca Freeman Blog Women Not Afraid Geni Sardo Lucia Turco Patrizia Buzzegoli Rossana Casalegno Luisa Lampronti Valentina Scognamiglio Caterina Pace Rossella Marchini Moira Miele Serena Maiorana Resistenza femminista Blog Vincenza Turc Irene Rui Marina Campanale Manuela Fisichella Marcella Saso Rosa Traversa Marina Martino Francesca De Masi Brunella Casalini Paola Tadiello Assia Petricelli Mariapaola Montanari Rosa Spanu Gianni Alborè Giovanna La Terra Giulia Salomoni Giovanna Casagrande amicieforse blog Lidia Mangani Nonhopauraio blog Mimma Marotta Claudia Bruno Katia Ricci Simonetta Ranieri Laura Albano Alba Bonelli Laura Capuzzo Anna picciolini Danila De Angelis Maria Grazia Quarti Adriana Perrotta Loredana Borghi Ilaria Tarabella Simona Cerrai Anna Rita Oppo Marica Guazzora Paola Meneganti

di Luisa Betti

Femminicidio, il paternalismo della legge

Eretica, Il Fatto Quotidiano
22 ottobre 2013

Cosa significa paternalismo? Vittimizzare i soggetti al punto tale da ritenerli bambini, incapaci di scegliere e di autodeterminarsi. Si manifesta quando qualcuno arriva e ti dice "so io quello che è bene per te" e non accetta repliche, critiche, tendendo anzi a patologizzare o demonizzare qualunque opinione differente.

Il Corriere della Sera
22 10 2013

Apprendiamo da una lettera alla vostra redazione quale sia la posizione delle “donne di Se non ora quando” sulla legge contro la violenza. Lo apprendiamo noi che facciamo parte di Se non ora quando. La lettera è stata firmata da un gruppo di donne che costituisce uno delle decine e decine di comitati Snoq sul territorio nazionale, il comitato “Se non ora quando–Libere”. Se non ora quando è un movimento molto ricco, attraversato da idee e visioni differenti. Da alcuni mesi non ha più un Comitato Promotore, quello che indisse la manifestazione del 13 Febbraio e indirizzò il percorso politico del movimento per circa due anni.

Il Comitato Promotore si è sciolto e diviso in due gruppi: “Se non ora quando–Libere” e” Se non ora quando-Factory”, e il movimento tutto si sta riorganizzando, con le sue molteplici realtà. Snoq, dunque, non ha più una voce unica con cui esprimersi. “Se non ora quando–Factory” è stato udito alla Camera a Settembre dove ha depositato un documento, firmato da 47 comitati territoriali di Snoq, in cui criticava con molte motivazioni il decreto legge. Ne rigettava l’impianto prevalentemente securitario e ne denunciava soprattutto l’insufficienza rispetto all’area della prevenzione della violenza, che tanto spazio occupa invece nella convenzione di Istanbul. La posizione espressa dalla maggioranza ha trovato discordi le donne di “Snoq–Libere”, autrici della lettera da voi pubblicata.

Noi crediamo di aver avuto, con le altre associazioni e parlamentari che hanno criticato il decreto, un ruolo importante nel promuovere la sua modifica. Pensiamo però che il risultato finale sia ancora lontano dall’impianto che dovrebbe avere una normativa sulla violenza efficace, che parta dalla prevenzione, dalla scuola e dall’educazione, che sostenga realmente i centri anti-violenza, e che soprattutto valorizzi la capacità di autodeterminazione delle donne, non che le individui come soggetti deboli da “mettere in sicurezza” per di più con la beffa di inserirle in un pacchetto dove si agisce, più nascostamente, su altre questioni come la Tav o i furti di rame.

Non pensiamo che questa nostra posizione sia una “visione antistituzionale, o radicalmente liberale secondo la quale le donne sono fuori o sopra o di fianco, ma comunque estranee alla legge e la loro libertà non ha nulla a che vedere con la polis”, come scrivono le donne di “Snoq-Libere”. Tutt’altro. Noi pensiamo e affermiamo con forza che le donne e i loro corpi non possano essere utilizzati per far passare misure che non hanno niente a che fare con le loro vite e con il loro essere nella polis. Non “donne fuori, sopra o di fianco” alle leggi, ma donne messe “sotto” la legge. È possibile accettare una legge omnibus come questa, e dire addirittura che contiene qualcosa di rivoluzionario? Cosa c’è di rivoluzionario nell’utilizzare le donne come eterne ospitanti di questioni che non le riguardano? Proprio nulla. Che cosa le mette fuori dalla polis se non questo tipo di operazione, dove il riconoscimento della loro libertà è parziale, se non di facciata?

Le leggi non hanno “cambiato la vita delle donne italiane”, come scrivono le donne di Snoq Libere. Le leggi hanno registrato e testimoniato le conquiste fatte dalle donne con fatica e grande determinazione. Fare il percorso inverso, partire dalla legge per cambiare la vita delle donne può essere pericoloso, può farci perdere di vista proprio quelle vite. E il fatto fondamentale che è dalle vite che bisogna partire per fare le leggi.

In una fase come questa, – in cui l’autodeterminazione delle donne è continuamente messa in discussione, in cui la legge 194, senza un’adeguata regolamentazione dell’obiezione di coscienza, finisce per lasciare sole le donne, invece che essere il baluardo di un loro diritto inalienabile – noi non sentivamo proprio il bisogno di una legge che proteggesse le donne, che le dipingesse come soggetti deboli dove la libertà viene al secondo posto, dopo la “tutela”.

 

Se non ora quando – Factory

Nessun pacchetto sicurezza sui nostri corpi!

  • Martedì, 22 Ottobre 2013 11:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

Femminismo a Sud
22 10 2013

Dal Collettivo Le Ribellule:

Il decreto legge sul Femminicidio, che prevede al suo interno misure varie ed eventuali senza relazione con la violenza di genere, è stato ratificato. Noi lo respingiamo al mittente. Continuiamo a lottare contro la violenza maschile sulle donne e contro chi utilizza i nostri corpi per attivare solo politiche repressive e campagne elettorali securitarie.

Chi governa ha capito che il femminicidio è utile per acquisire consensi e in nome di presunte emergenze, dispone provvedimenti contro fasce di popolazione per loro problematiche: migranti nel caso del pacchetto sicurezza del 2008, le lotte sociali, come la NO-TAV, oggi.

Presentare infatti un decreto legge come “strumento per combattere la violenza sulle donne” e infilarci dentro inasprimenti di pene per la violazione dei cantieri delle cosiddette “grandi opere” significa imporre uno stato di polizia contro la popolazione utilizzando le donne come espediente. Il decreto è servito ad aumentare la presenza di forze dell’ordine senza prendere in considerazione misure non repressive, nessun riconoscimento al lavoro dei centri antiviolenza mentre aumentano gli stanziamenti per chi maltratta e stupra nelle caserme e nei C.I.E., o nel migliore dei casi risponde ad una donna “torni a casa e faccia pace con suo marito, certe cose succedono, è normale”.

La violenza sulle donne non è un fenomeno emergenziale, ma un sistema estremamente radicato e strutturato nella società, non può essere “ridotto” a questione di ordine pubblico, ad alibi per blindare interi territori. I femminicidi non sono “eventi” imprevedibili come i terremoti, associare violenza sulle donne a catastrofi naturali in una legge è quantomeno bizzarro.

Il dl femminicidio è una legge pericolosa perché intrisa di tutti quei principi di cui si nutre la violenza di genere: la rappresentazione della donna come una persona debole, da tutelare, non in grado di autodeterminarsi. Lo stato pretende di sostituirsi a lei, la delegittima sul piano della scelta quando la costringe ad andare in tribunale per ritirare una querela. In sostanza stanno usando le lotte e le rivendicazioni del femminismo per imporre un sistema di tutela patriarcale che delegittima i percorsi di liberazione.

Le donne che decidono di uscire dalla violenza ricevono la beffa dell’ennesimo finanziamento “una tantum” destinato ai centri antiviolenza, i quali hanno più volte ribadito la necessità di risorse adeguate perché si possa uscire dai luoghi della violenza, soprattutto quelle case in formato “mulino bianco” proposte quotidianamente come brand della famiglia perfetta.

Non saranno 10 milioni, inseriti per mascherare ben più sostanziosi finanziamenti per esercito e polizia, a cambiare la situazione se non si supportano centri antiviolenza, case di semi autonomia e sportelli antiviolenza.

Non servono i braccialetti elettronici utili solo per arricchire le aziende che li producono: un costo pubblico abnorme per controllare che l’uomo maltrattante in questione non violi i domiciliari e rispetti i divieti di avvicinamento. Un altro dispositivo che non è assolutamente un deterrente, le statistiche di altri paesi sono chiare, per un uomo che vuole sovradeterminare, perseguitare e dominare una donna che considera suo possesso.

Servono investimenti programmatici per creare una rete di supporto e di accoglienza per le donne che decidono di lasciare l’uomo che le maltratta, che decidono di autodeterminarsi e di iniziare una nuova vita.

Questo decreto legge, è solo l’ennesima dimostrazione di come lo stato ci voglia strumentalizzare, di come i partiti vogliano fare campagna elettorale sui corpi delle donne, di come una cultura sessista ci voglia meste, docili e obbedienti…noi schifiamo questo dl femminicidio!

Le Ribellule

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