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E' forse poca cosa per una donna?

  • Martedì, 11 Marzo 2014 12:27 ,
  • Pubblicato in Il Commento
Sarantis Thanopulos, Il Manifesto
11 marzo 2014

Una donna ha ucciso le sue tre figlie perché, abbandonata dal marito per un'altra, si è sentita disperatamente sola. Dopo aver cercato per una settimana sostegno nella convinzione che le figlie fossero la sua forza, alla fine le ha uccise sgozzandole. ...

Depressione, il male che non ammette coming out


di Ferruccio Sansa 

Si può fare coming out di tutto (fortunatamente) nella nostra società. Ma di una cosa no: il malessere psichico. Depressione, esaurimento, panico non sono perdonati. Ci condannano colleghi, amici, addirittura la famiglia. Quanti di noi hanno liquidato conoscenti colpiti dal male oscuro con un’odiosa parola (che andrebbe bandita): pazzo. Quanti si sono sentiti a loro volta definire “malati”. Parole che scavano un confine e condannano alla solitudine. Milioni di italiani vivono con questi terribili compagni accanto. Si aggrappano, come a un salvagente, ad antidepressivi e ansiolitici, nel terrore di perdere lavoro e affetti. Incapaci di vivere. Di essere.

Accade magari all’improvviso: una mattina ti accorgi che un diaframma ti separa dal mondo, dalla vita. E’ una crisi di panico che ti toglie l’aria, un malessere che cerchi nel corpo, ma non trovi. Dove allora, dove? Nella testa, la sede più profonda di te. Sì, allora è vero, sei pazzo, se d’un tratto non riesci più a uscire, ad attraversare la strada. A vivere. Difficile immaginare sofferenza più acuta, ma invisibile, impossibile da esprimere perché non possediamo più le parole per farlo. Ce l’hai dentro, ma non sai dove, non capisci cosa sia. Sei tu, è la risposta che ti suggeriscono gli altri. E ti ritrovi disperatamente solo.

“Tutto fa gorgo”, diceva il poeta Adriano Guerrini. Sei “nella selva oscura” scriveva Dante. Infinite le citazioni possibili – a cominciare dal “Male Oscuro” di Giuseppe Berto – non per sfoggio, ma per accorgerci che tanti sono soli insieme con noi. E’ il primo passo per uscirne: condividere la sofferenza. Evitandolatentazionedelsensodicolpa. No, il disagio non è una colpa. E’ inutile puntare il dito contro se stessi, ma anche contro genitori o coniugi. Cause, però, ce ne sono, come dice Caterina Bonvicini: “La depressione è quel groviglio di errori (di questioni non risolte, aggiungiamo noi) che a un certo punto ti crolla addosso intero”.

E’ un male oscuro che richiede di essere chiarito. Non c’è altra via di uscita: uno sforzo sovrumano per ricomporre la propria esistenza. Si può trovare un primo sollievo nei farmaci, nell’attività fisica che ci rimette in sintonia con il corpo, il nostro legame con il mondo. Ma occorre affrontare quei nodi, per ritrovare in se stessi un compagno, non un nemico. Solo chi ci è passato sa quanto sia doloroso. Ma il male può diventare un’occasione irripetibile. Se ne esce da soli, ma con il conforto degli altri. E qui sì che ci sono colpe, della nostra società che ignora questo male per timore di esserne contaminata o di dover riconoscere le proprie mancanze. Dello Stato che non fornisce cure adeguate e accessibili a tutti. Ma se ne esce, magari all’improvviso come vi si era sprofondati. Racconta Hubert Selby Jrnel in “Canto della neve silenziosa”: un giorno esci di casa, cammini nel bosco coperto di neve. E sei di nuovo vivo.
Allarme dell'Osservatorio dell'Aifa: dal 2004 al 2012 il consumo di farmaci contro l'ansia e la depressione è aumentato del 4,5% soprattutto a causa della crisi economica che fa crescere "la paura di non farcela" ...

Il Fatto Quotidiano
23 08 2013

La depressione è certamente una delle malattie caratteristiche dell’era contemporanea. Mi riferisco in particolare a quel tipo di depressione nota come disturbo bipolare che “si traduce nello sviluppo di alterazioni dell’equilibrio timico (psicopatologia dell’umore), dei processi ideativi (alterazioni della forma e del contenuto del pensiero), della motricità e dell’iniziativa comportamentale, nonché in manifestazioni neurovegetative (anomalie dei livelli di energia, dell’appetito, della libido, del ritmo sonno-veglia)”.

Pur non essendo particolarmente versato nelle materie psicologiche, psichiatriche, psicoanalitiche o simili, mi pare di capire che il suo insorgere abbia molto che vedere con una perdita di senso della vita determinata dalla condizione per molti versi triste che siamo chiamati a rivestire nel complesso dell’attuale sistema socioeconomico cui si accompagna il venir meno delle motivazioni tradizionali, quali che esse fossero. Si tratta insomma, in parte, di una malattia psichica sociale. In effetti fra i vari fattori che contribuiscono al suo insorgere (tra cui la componente ereditaria) sono stati identificati “fattori psicosociali, quali abusi durante l’infanzia, lutti e gravi perdite affettive, shock sentimentali e problemi finanziari o lavorativi”.

In quanto malattia psichica sociale, ma anche a prescindere da questo, la depressione dovrebbe a mio parere ricevere essenzialmente risposte sociali. Legate però, in quanto tali, a processi di trasformazione ancora di là da venire. E ovviamente alla strutturazione di momenti di attenzione sociale. In assenza dei quali come avviene in genere per le malattie e gli handicap di ogni genere, il peso ne ricade prevalentemente sulle famiglie e in genere le persone più vicine.

Si tratta di un fenomeno diffuso, ma di cui non si parla abbastanza. Così come, in quest’Italia delle spending review per tutto eccetto che per F-35, TAV e altre cose che convengono a chi comanda, si parla poco in genere delle situazioni di disagio mentale e fisico che costringono milioni e milioni di cittadini (i diretti interessati e le loro famiglie) a vivere nella sofferenza nell’indifferenza più generale.

Dalla sua parte‘, il libro scritto da Isabella Borghese, una giovane autrice che farà certamente parlare di sé, ha fra gli altri il merito di sollevare questo problema, trattando della situazione di una ragazza venticinquenne che si confronta con la depressione bipolare del padre. Si tratta quindi di un libro che parte da una situazione vissuta in prima persona e che è stato scritto con l’obiettivo di raggiungere proprio le famiglie che vivono questo disagio. A tale fine l’autrice ha intrapreso un percorso di promozione con le associazioni dell’Unione delle associazioni per la salute mentale (U.Na.Sa.M), mediante incontri e dibattiti.

Ma il libro ha anche altri meriti, fra i quali quello di descrivere, con scrittura lieve ed elegante, il mondo dal punto di vista dei giovani, oggi destinati a un futuro difficile per l’atteggiamento di menefreghismo e irresponsabile assenza delle istituzioni. Il valore della scrittura, e dell’arte in genere, come strumento di autopromozione delle nuove generazioni nella situazione preagonica che vive attualmente il nostro Paese sotto i colpi del governo bipartisan e delle politiche scellerate dell’Unione europee, non va affatto trascurato. Un motivo in più per leggere il libro di Isabella.

E mette in guardia le popolazioni: sei persone depresse su dieci non si curano. Tra loro c'è chi non sa riconoscere il proprio male. Chi non trova negli interlocutori sanitari il riflesso dinamico del proprio disagio. ...

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