La musica che gira intorno

  • Martedì, 10 Febbraio 2015 10:49 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
10 02 2015

Quando si tratta di cogliere il nuovo, la musica e le canzoni spesso riescono a fare prima e meglio di altre forme di comunicazione. Perché parlano contemporaneamente a cervello, pancia e cuore. Succede anche con l’immigrazione e l’intercultura, come prova, per esempio, l’ultimo lavoro del gruppo Le Settebocche, Simm sett’ott’enuje che contiene una ballata, San Nicola Varco , tutta in dialetto, in cui si racconta una pagina amara e rimossa della migrazione in Italia: lo sgombero di cinque anni fa a San Nicola Varco, nella provincia di Salerno, quando, nel novembre 2009, centinaia di lavoratori provenienti dal Marocco e impegnati in agricoltura, nella piana del Sele, vennero costretti ad abbandonare uno spazio abbandonato in cui avevano trovato riparo. Una canzone che riesce a informare, incuriosire, coinvolgere.

Le Sette Bocche, gruppo salernitano che sta cominciando a farsi conoscere a livello nazionale, nascono una decina d’anni fa nel Cilento, terra in cui il binomio agricoltura – sfruttamento ha acquisito una dimensione quasi archetipica. Angelo Plaitano è voce e autore dei testi e, a proposito della ballata, dice: «Quando la suoniamo, di solito mi fermo un momento per una prefazione, per spiegare le ragioni da cui nasce. Avvertiamo subito il silenzio di chi comprende bene di cosa si sta parlando e dopo averla cantata l’applauso che scatta è pieno di emozione». Il gruppo prende il nome da una sorgente d’acqua situata fra Giffoni e Faiano dove, l’acqua spunta da sette punti ravvicinati. Narra la tradizione popolare che da ogni punto sgorghi acqua di sapore diverso, un tempo i giovani invitavano le ragazze ad assaggiare l’acqua. Nascevano così nuovi amori. Cliccando qui potete leggere l’intervista completa.

Più conosciuti delle Sette Bocche sono di certo i Modena City Ramblers, che festeggiano in questi giorni i 20 anni dal primo Cd, e che l’anno scorso hanno pubblicato nel Cd Niente di nuovo sul fronte occidentale, una canzone, Fiori d’arancio e chicchi di caffè ispirata una storia vera sui matrimoni misti, che era stata pressocché ignorata dai media Sembra quasi una favola quella di 3 ragazzi Jude, Saineye Ousmane, emigrati in Libia per lavorare, rispettivamente da Nigeria, Gambia e Niger, costretti dalla guerra a fuggire in Italia, e che da Lampedusa a Santo Stefano Di Cadore, provincia di Belluno, hanno visto cambiare il proprio destino. Sfidando il pregiudizio si sono innamorati e sposati con tre ragazze del posto, e il paese è passato, con fatica, dal rifiuto, alla diffidenza e poi alla vera accoglienza.

L’attenzione all’immigrazione non è una novità per questo gruppo, che partendo dal piacere di coniugare generi musicali diversi ha raccontato in tanti anni numerose storie, a volte riuscita a volte fronte di sconfitta. Ne parliamo diffusamente in questa intervista a Franco D’Aniello, fra i fondatori della band emiliana.

Il tema immigrazione, seppur da prospettive diverse, è comunque presente da tempo nella canzone italiana, cominciando con la Ballata di Attilio di Franco Trincale, e con Lu trenu de lu soli di Ninì Salomone, cantata anche dal poeta Ignazio Buttitta, dedicate entrambe alla strage in miniera di Marcinelle, e senza dimenticare Ciao amore ciao di Luigi Tenco, ultima canzone cantata prima del suicidio nel gennaio 1967. Di italiani in fuga verso la Svizzera cantava nel 1973 Giovanna Marini ne Gli Stagionali, mentre nel 1987, ad aprire uno squarcio sul mondo delle nuove immigrazioni, troviamo Nero di Francesco De Gregori, sulla vita dei venditori ambulanti. Nel frattempo Eugenio Bennato aveva sviluppato un proprio percorso che in numerose canzoni ha legato la marginalizzazione e la potenza delle capacità di resistere di chi emigra, del Meridione ieri, del mondo intero oggi. Epicentro della sua musica è il Mediterraneo, come luogo di contaminazione inevitabile. Cambiando spesso formazione, soprattutto nei vocalists, Bennato ha coinvolto nei propri gruppi musicisti provenienti da numerosi paesi e l’influenza si avverte in gran parte dei brani. Difficile citarli tutti, ma non si può non considerare : Taranta Power, Grande Sud, Ritmo di Contrabbando, Balla la Nuova Italia, Sponda Sud, Canzone per Beirut, Donna Eleonora Ninna Nanna 2002 Dialetti e lingua italiana si mescolano a strofe cantate in arabo o wolof, aumentandone la carica di energia. Anche Teresa De Sio, è stata interprete appassionata di questi temi a cui ha dedicato, anche da autrice il cd Mappe del nuovo Mondo.

Gianmaria Testa, cuneese, un tempo ferroviere, oramai acclamato grande esponente della nuova canzone d’autore, già nel 2006 se ne uscì con il cd Da questa parte del mare, che prende spunto da un naufragio avvenuto nei pressi del Gargano, nel 1991, quando si giungeva dall’Albania e si cominciava già ad utilizzare la parola “invasione”. Nel 2010 Testa ha forse scritto la sua canzone più intensa sul tema, Ritals con richiami allo scrittore Jean Claude Izzo e il continuo refrain “Eppure lo sapevamo anche di noi”. Da Cuneo alla Genova di Ivano Fossati. Dipende certamente dal vivere nelle città di mare, inevitabilmente esposte all’incontro, ma forse solo da qui potevano essere pensate canzoni come Mio fratello che guardi il mondo, Pane e coraggio. Del resto le canzoni di Fossati, spesso portate al successo da altre interpreti, hanno in gran parte come elemento di sottofondo l’elemento del viaggio e dell’incontro fra culture. Di un autore comasco apprezzato soprattutto al Nord, Davide Van De Sfroos, è da non perdere Rosa Nera in cui a viaggiare è metaforicamente una chitarra, in realtà chi la suona e chi la ascolta. In questa play list tematica, non posono mancare, poi Non è un film (Fiorella Mannoia & Frankie Hi Energi ) e il brano divenuto emblema del mondo rom, lo splendido Khorakhanè di Fabrizio De Andrè. Fra i gruppi che hanno fatto poi della mixitè il loro emblema musicale brillano i napoletani Almamegretta, una per tutte la loro ormai storica Figli di Annibale con cui raccontano una contaminazione che affonda le radici nella storia più antica.

Uno spazio in più meritano poi le band meticce o di chi si è costruito un proprio ambito artistico in Italia. Dalla ormai celebre Orchestra di Piazza Vittorio agli Agricantus, che uniscono Sicilia, Mediterraneo e Svizzera fino al rapper palermitano /capoverdiano Johnny Marsiglia, alla scrittrice e cantante, anche nostra collaboratrice, Gabriella Ghermandi, alla ormai notissima Saba Anglana, solo per citare alcuni esempi estremamente interessanti di contaminazione di genere, nei testi come nelle musiche. E di Saba Englana ci pare giusto ricordare la durissima Crowded desert, tratta dal Cd, dal titolo diretto, A sud di nessun nord.

Frontex riprende i rimpatri forzati verso la Nigeria

  • Martedì, 10 Febbraio 2015 09:26 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
10 02 2015


“Nell’agosto dello scorso anno Frontex, l’agenzia dell’Unione europea per la gestione delle frontiere, ha deciso di sospendere fino a nuova decisione i voli di rimpatrio in Nigeria degli immigrati colpiti da un provvedimento di espulsione a causa dell’epidemia da virus Ebola”: lo ha dichiarato la portavoce Ewa Moncure da Varsavia, sede di Frontex, che cofinanzia il 2% di tutti i voli di rimpatrio dall’Ue.
“Eppure – denuncia la campagna LasciateCIEntrare - i voli di rimpatrio di migrati senza documenti regolari presenti negli stati europei non sono mai cessati del tutto”. Non solo: secondo quanto si legge sul sito Viaggiare Sicuri del Ministero degli Affari Esteri, in Nigeria “la situazione della sicurezza è caratterizzata, in generale, da diffusi atti di criminalità ed è concreto, presente ed attuale il rischio di atti di terrorismo e di violente sommosse in varie aree del Paese. Si raccomanda pertanto di tenere strettamente conto della situazione della sicurezza in loco nel prendere decisioni relative agli alloggiamenti e agli spostamenti”. Cautele che, evidentemente, valgono solo per i cittadini italiani che dovessero recarsi in Nigeria, ma che non sono riconosciute per gli immigrati originari di quel paese, sottoposti a vere e proprie “espulsioni di massa“, come sottolinea la campagna.

Segnaliamo il comunicato della campagna LasciateCIEntrare

Frontex riprende i rimpatri forzati verso la Nigeria

“Nell’agosto dello scorso anno Frontex, l’agenzia dell’Unione europea per la gestione delle frontiere, ha deciso di sospendere fino a nuova decisione i voli di rimpatrio in Nigeria degli immigrati colpiti da un provvedimento di espulsione a causa dell’epidemia da virus Ebola, che sta flagellando l’Africa occidentale, Nigeria compresa” lo ha dichiarato la portavoce Ewa Moncure da Varsavia, sede di Frontex, che cofinanzia il 2% di tutti i voli di rimpatrio dall’Ue. «Alcuni Paesi, fra cui l’Austria, hanno preso una decisione simile», ha aggiunto Moncure.

Eppure i voli di rimpatrio di migrati senza documenti regolari presenti negli stati europei non sono mai cessati del tutto e si sono ripetuti fino ai giorni scorsi.

Il 19 dicembre 2014, la parlamentare europea Barbara Spinelli entrava nel CIE di Roma, Ponte Galeria insieme ad una delegazione della campagna LasciateCIEntrare. La visita, come quella successiva al CIE di Torino effettuata insieme all’europarlamentare Cecile Kyenge, si inscrive nell’ambito delle visite nei centri di tutta Europa per la campagna OPEN ACCESS NOW CLOSE THE CAMPS.

Scopo principale della visita era la verifica delle condizioni dei migranti dopo l’inizio dell’applicazione della riduzione dei termini di trattenimento (da 18 mesi a 3 mesi) e delle condizioni di ingresso del nuovo ente gestore, GEPSA/Aquarinto, nuovo soggetto che in Italia sta operando nella gestione dei centri, dopo il CARA di Castelnuovo di Porto, scaduto il contratto ora passato alla cooperativa AUXILIUM, l’ATI associazione temporanea di impresa gestisce ora il CIE di Roma e quello di Torino, e l’ex CIE di Milano, ora centro di accoglienza straordinaria.

Il 6 gennaio veniva trasferito a Ponte Galeria un cittadino nigeriano dopo essere stato trattenuto per tre giorni nella Questura di Vicenza. Il cittadino ha quindi iniziato uno sciopero della fame dichiarando una serie di violazioni subite, e condizioni fisiche tali da chiedere sostegno e aiuto sia agli altri “ospiti” del centro, sia alle associazioni che hanno accesso al centro.

Durante una successiva visita del 27 gennaio questa stessa persona ha ripetuto, davanti a testimoni, ciò che già aveva detto per telefono ribadendo di essere in sciopero della fame perché chiedeva cibo adeguato alla sua precaria condizione di salute, conseguente alle violenze che avrebbe subito presso la Questura di Vicenza. Tuttavia – come apprendevamo solo successivamente – il mattino dopo la visita, dunque il 28 gennaio, nel CIE ha fatto ingresso il console nigeriano, che ha identificato i trattenuti ai fini del rimpatrio in Nigeria. Tra questi veniva identificato dal console lo stesso migrante nigeriano incontrato dall’On Spinelli e dalla campagna LasciateCIEntrare, il quale evidentemente non avrebbe dovuto essere considerato soggetto espellibile, non solo per la sua precaria condizione di salute, ma anche perché ancora in attesa di risposta alla domanda di asilo politico presentata alla Commissione territoriale di Roma.

Il 29 gennaio scorso si apprendeva che diciannove cittadini nigeriani presenti a Ponte Galeria, tra cui lo stesso richiedente asilo, erano stati prelevati e scortati all’aeroporto di Fiumicino, dove sarebbero stati imbarcati coattivamente per la Nigeria.

Si apprendeva dalla Polizia di Frontiera di Fiumicino, che il volo – un aereo charter operato dall’Agenzia Frontex con scali effettuati in altri paesi del Nord Europa per raccogliere nigeriani da rimpatriare – era decollato dall’aeroporto di Fiumicino fra le 12.30 e le 13 di quello stesso giorno.

Anche le richieste di intervento e la denuncia da parte del suo avvocato circa la procedura totalmente irregolare del rimpatrio stesso sono state inefficaci ad impedire il rimpatrio.

Il cittadino di origine nigeriana in particolare aveva lo status di richiedente asilo; la precarietà delle sue condizioni di salute era ben documentata nella cartella clinica redatta nel CIE, in cui è registrato anche un ricovero presso il pronto soccorso dell’Ospedale Grassi; l’indagine effettuata nel CIE ha riscontrato atti di persecuzione dovuti a motivi rientranti negli articoli 9 e 10 della Direttiva qualifiche. Risulta chiaro pertanto che egli non avrebbe potuto essere espulso senza contravvenire agli articoli 5, 9, 13 e 14 della Direttiva rimpatri (2008/115/CE), gli articoli 7, 34, 39 della Direttiva “procedure” (2005/85/CE), nonché degli articoli 2, 3, 6 e 13 CEDU e i corrispondenti articoli 1,3 e 18 della Carta dei Diritti dell’Unione Europea e, infine, all’articolo 10 della Costituzione Italiana.

Il 30 gennaio si apprendeva che altri cittadini nigeriani erano stati trasferiti dal CIE di Bari e dalla Sicilia, ma anche da Torino e da altre città del Nord Italia. Informazione confermata dal funzionario della Polizia di Frontiera di stanza a Fiumicino.

Il caso specifico con una lettera con richiesta di chiarimenti è stata inviata dall’On Spinelli alle istituzioni italiane e agli organismi preposti a seguito delle visite, dei colloqui intercorsi con il cittadino ed il suo avvocato, e i referenti di Questura e Prefettura di Roma.

É evidente la volontà di effettuare molto a breve un altro volo di rimpatrio in accordo con le intese di polizia
maturate nei vertici del Processo di Khartoum – di persone da riconsegnare a un paese devastato al Nord da Boko Haram e al Sud dalle guerre locali e nel quale è pure presente il rischio di contagio del virus Ebola.

E’ di qualche giorno fa la notizia rilasciata dal Tribunale della Libertà che ha dichiarato “immorale il rimpatrio in un paese a rischio come la Nigeria” per il caso di un cittadino nigeriano difeso dall’Avv Salvatore Fachile, ASGI.

Lo scorso 16 Gennaio l’Alto Commissariato dell’ONU ha chiesto la sospensione dei rinvii di richiedenti asilo verso la Nigeria e che, come si legge sul sito Viaggiare Sicuri del Ministero degli Affari Esteri, in Nigeria “la situazione della sicurezza è caratterizzata, in generale, da diffusi atti di criminalità ed è concreto, presente ed attuale il rischio di atti di terrorismo e di violente sommosse in varie aree del Paese. Si raccomanda pertanto di tenere strettamente conto della situazione della sicurezza in loco nel prendere decisioni relative agli alloggiamenti e agli spostamenti”. Evidentemente quelle cautele che valgono per i cittadini italiani che dovessero recarsi in Nigeria non sono riconosciute per gli immigrati originari di quel paese che sono sottoposti alle procedure di rimpatrio forzato.

In questo momento, rimpatriare coattivamente con misure di allontanamento forzato che assumono obiettivamente il carattere di espulsioni di massa – vietate dall’art. 4 protocollo IV CEDU e dall’articolo 19 della Carta dei diritti dell’Unione Europea – cittadini stranieri verso la Nigeria costituisce un’evidente violazione dei loro diritti fondamentali. Per tali ragioni si chiede di sospendere immediatamente
qualsiasi rimpatrio coatto verso la Nigeria e di conoscere le modalità, la pianificazione e i responsabili dell’esecuzione dei provvedimenti di allontanamento forzato attuati in data 29 gennaio 2015, nonché i relativi costi.

La Corte Europea dei diritti dell’Uomo ha ritenuto che per espulsione collettiva si deve intendere, ai sensi dell’articolo 4 del Protocollo n. 4, qualsiasi misura che costringa degli stranieri, in quanto gruppo, a lasciare un Paese, salvi i casi in cui tale misura venga adottata all’esito e sulla base di un esame ragionevole e obiettivo della situazione particolare di ciascuno degli stranieri che formano il gruppo (Andric c. Svezia (dec.), n. 45917/99, 23 febbraio 1999 e Čonka c. Belgio, n. 51564/99, § 59, CEDU 2002 I).

In presenza di riconoscimenti tanto sommari effettuati dalle autorità consolari nigeriane prima del decollo verso la Nigeria, probabilmente con la mera attribuzione della nazionalità, come è richiesto dai vigenti accordi bilaterali di riammissione tra Italia e Nigeria, l’esecuzione immediata del volo di rimpatrio congiunto integra gli estremi della violazione del divieto di espulsione collettiva perché non consente una procedura individuale nell’ambito della quale, al di là della eventuale ricorrenza di provvedimenti di espulsione o di respingimento adottati dalle autorità italiane, gli interessati possano fare valere cause di non espellibilità previste dall’art. 19 del T.U. n. 286 del 1998, quali le condizioni personali di salute, rapporti familiari o la situazione sanitaria o politico-militare nel paese di origine.

“Asmat – Nomi”: un corto per non dimenticare

  • Mercoledì, 04 Febbraio 2015 15:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
04 02 2015

“Asmat – Nomi”: è questo il titolo del cortometraggio realizzato dal regista Dagmawi Yimer per il Comitato 3 Ottobre, in collaborazione con l’Archivio delle memorie migranti e la campagna “Verità e giustizia per i nuovi desaparecidos”. Un video per ricordare le vittime della strage avvenuta il 3 ottobre 2013 al largo delle coste di Lampedusa, per costringere le istituzioni e la società civile “a nominarli uno per uno, affinché ci si renda conto di quanti nomi sono stati separati dal corpo, in un solo giorno, nel Mediterraneo”, come afferma il regista.

La strage del 3 ottobre è stata purtroppo preceduta e seguita da altri naufragi, da altre vittime. Troppe sono le persone che hanno perso la vita provando a raggiungere l’Europa. Vittime di quella che “non è un’emergenza, ma un fenomeno prevedibile e prevenibile”, come sottolinea il Comitato, che sollecita l’istituzione di una Giornata della memoria e dell’accoglienza. Proprio su questo punto è stata presentata l’anno scorso una proposta di legge, avviando nel contempo una petizione online su change.org. Il testo della proposta di legge, presentata alla Camera dei Deputati e avente come primi firmatari i parlamentari Paolo Beni, Khalid Chaouki e Ermete Realacci, è stato licenziato lo scorso 17 dicembre dalla Commissione Affari Costituzionali, che ha emendato l’art. 2; “in particolare – sottolinea il Comitato – la modifica introdotta in Commissione prevede che tutte le istituzioni, locali e nazionali, organizzino iniziative per sensibilizzare i giovani sui temi dell’accoglienza e dell’immigrazione”. Ad oggi, la proposta di legge ha ricevuto il parere favorevole della Commissione Affari Sociali, della Commissione Cultura, scienza e istruzione e della Commissione Bilancio, tesoro e programmazione, e verrà discussa in aula nei prossimi mesi.

Nel frattempo, è necessario tenere alta l’attenzione e non dimenticare quello che è successo, e che continua a succedere nel Mar Mediterraneo: per favorire la più ampia diffusione possibile, promotori e regista hanno reso il cortometraggio visibile gratuitamente in rete, ai seguenti link:

Versione italiana

Versione inglese

Il cortometraggio è stato presentato a Roma lo scorso 27 gennaio, proprio in occasione della Giornata della memoria.

Braccianti nell’Agro Pontino: a processo gli sfruttatori

  • Lunedì, 02 Febbraio 2015 13:28 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
02 02 2015

Rinviati a giudizio con l’accusa di falsità documentali e sfruttamento della condizione di irregolarità: si è conclusa così l’udienza preliminare di un processo che potrebbe fare storia, o sicuramente essere da esempio per tante, troppe situazioni presenti su tutto il territorio nazionale.

Lo scorso 8 gennaio a Latina si è infatti svolta l’udienza preliminare di un processo che vede imputate cinque persone: un imprenditore italiano, proprietario di un’azienda agricola a Fondi (LT), e quattro ‘intermediari’, tre cittadini indiani e un pakistano. Dietro la promessa del permesso di soggiorno, i cinque estorcevano migliaia di euro ai lavoratori stranieri – in prevalenza indiani sikh – falsificando poi i documenti utili per il rilascio del permesso. Una truffa perpetrata per anni in un contesto di gravissimo sfruttamento, come documentato da ricerche e approfondimenti: già nel 2013 l’associazione In Migrazione denunciava le allarmanti condizioni di vita dei cittadini sikh nell’Agro Pontino, con particolare riferimento all’ambito lavorativo. Un aspetto approfondito dalla stessa associazione l’anno seguente nel dossier Doparsi per lavorare: “I braccianti impegnati nelle campagne vivono condizioni di lavoro talmente dure che sovente sono costretti a ricorrere all’uso di sostanze dopanti come rimedi antidolorifici auto-somministrati”, denunciava l’associazione, secondo la quale questo “carico di lavoro disumano” farebbe parte di un mercato “saldamente in mano a italiani senza scrupoli che si servono di indiani per la vendita al dettaglio”. Proprio In Migrazione si è costituita parte civile nel processo, insieme alla Flai-CGIL e a un gruppo di lavoratori – 30 indiani e un egiziano- che si sono ribellati allo sfruttamento. “È la prima volta in Italia – scrive su Zeroviolenza Marco Omizzolo di In Migrazione – che in un processo di questo genere viene accolta, come parte civile, un’associazione e un’organizzazione sindacale. Un precedente che può contribuire a scardinare, anche in sede giudiziaria, il sistema rodato di sfruttamento che arricchisce padroni privi di scrupoli a discapito di migliaia di braccianti stranieri”.
Lo sfruttamento dei lavoratori migranti è infatti una condizione purtroppo strutturale all’interno del settore agricolo, un “sistema rodato” come lo definisce Omizzolo: in linea generale, in tutta Italia, da nord a sud, si rilevano pratiche spesso al limite dello schiavismo (si veda, ad esempio, Amnesty International, Cgil, Medu). Negli anni sono nate diverse campagne proprio contro lo sfruttamento del bracciantato (ad esempio Campagne in lotta, Sos Rosarno, Comitato NoCap Nardò), e ci sono state anche inchieste e processi (ad esempio qui, qui, qui e qui). Dal 2011 il caporalato è diventato reato penale, con l’introduzione dell’art. 603-bis nel Codice penale.

Nel suo dossier sullo sfruttamento lavorativo dei migranti, Amnesty criticava la normativa nazionale, che “pone i lavoratori migranti nella condizione di non poter chiedere giustizia per salari inferiori a quanto concordato, per il mancato pagamento o per essere sottoposti a lunghi orari di lavoro”: in una parola, in una condizione di forte vulnerabilità, data dal fatto che le leggi contenute nel Testo Unico sull’immigrazione legano l’ingresso e il soggiorno regolare in Italia al possesso di un regolare contratto di lavoro. Inoltre, mancano totalmente controlli da parte dello stato, come faceva notare tempo fa, parlando della Puglia, Giuseppe Deleonardis, segretario della Flai Cgil di Bari: “Dal 2006 neanche un’azienda ha avuto il blocco dei finanziamenti pubblici. Eppure in Puglia la stragrande maggioranza delle aziende agricole utilizza migranti sfruttati nei campi e lavoro nero”.

I passi da fare, quindi, sono ancora molti. Ma, nel frattempo, si iniziano a raccogliere i frutti: in questo caso, delle proprie battaglie.

 

Nuove rotte e guerra ai trafficanti

  • Mercoledì, 14 Gennaio 2015 13:44 ,
  • Pubblicato in Flash news

Meltingpot
14 01 2015

Riflessioni a partire dalle reazioni sull’arrivo dei cargo di cittadini siriani

Autore: Neva Cocchi

Dopo lo sbarco a Corigliano Calabro e a Gallipoli dei cargo Ezeeden e Blue Sky a bordo dei quali erano stipati rispettivamente 450 e 768 persone in prevalenza di nazionalità siriana, avremmo sperato che si aprisse in Italia e in Europa una discussione su come tutelare le decine di migliaia di vittime prodotte dal protrarsi del conflitto siriano e più in generale dell’emergenza umanitaria di tutta l’area medio-orientale.

Evidentemente così non è stato. Ancora una volta l’Europa si è rifiutata di essere attore di pace e di tutela dei diritti umani di fronte alla barbarie degli effetti che le guerre producono sulle popolazioni civili, ossia donne, uomini e bambini che paradossalmente guardano proprio all’Europa nella disperata ricerca di una vita possibile, sempre più ostica nei campi profughi e nelle città di Giordania, Libano e Turchia, dove pure sono riparati almeno 4 milioni di cittadini siriani.

E così, nel tam-tam di notizie e dichiarazioni ufficiali che ha accompagnato l’arrivo dei cargo non è della guerra che si è parlato, e nemmeno di quel diritto alla protezione internazionale che dovrebbe costituire garanzia di salvezza per chi ha avuto la sciagura di trovarsi sotto alle bombe o davanti alle milizie dei signori della guerra vecchi e nuovi che tutto l’occidente stigmatizza.
Nessun rappresentante di Governo ha accennato un pensiero sulla necessità di aprire strade di fuga sicura per chi fugge da queste atrocità.

I riflettori si sono invece accesi prima sulla novità delle rotte inaugurate, poi sulle responsabilità dei trafficanti di esseri umani spietati. E come sempre accade, il dibattito si è avviato verso un solo asse di ragionamento, che promette tolleranza zero verso i trafficanti di uomini, unici colpevoli di questa vicenda.
I trafficanti. Contro questi si è scagliato il Commissario Europeo all’Immigrazione Avramopolous, seguito dal Ministro dell’Interno Alfano, annunciando come priorità assoluta delle future politiche la lotta ai trafficanti, in quanto responsabili dei patimenti di migranti e rifugiati, come viene anche confermato da reportage e inchieste sui principali quotidiani. Organizzazioni senza scrupoli, i cui servizi sono disponibili su Facebook, che lucrano senza pietà sulla disperazione dei profughi, chiedendo fino a seimila dollari per un viaggio che si trasformerà in un incubo di massa sulle navi mercantili. E’ su queste figure che viene indirizzata l’indignazione che la visione delle sofferenze dei migranti alla deriva procura.

Sarebbe molto interessante indagare a questo punto le tecniche con cui sono scelte le cornici semantiche utilizzate dai media e dai politici nel discorso sulle migrazioni, ad esempio osservando come siano utilizzate di volta in volta categorie simboliche stereotipate che, nonostante l’ampia disponibilità di testimonianze e informazioni dirette, tendono a confinare la rappresentazione all’interno di una scena chiusa, dove i personaggi e i protagonisti sono fissi - i clandestini, i profughi, i trafficanti, i soccorritori – dove non c’è margine per rispondere alle tante domande che le immagini dei profughi suscitano; una scena dove colpe e cause sono strette attorno a questi personaggi, poiché allo sguardo viene impedito di conoscere il prima e il dopo, e quindi anche il ruolo di attori esclusi appositamente da questa scena.

Tocca allora tentare, ancora una volta, di allargare la scena, proprio su quanto precede e segue lo sbarco, anche a rischio di ripetere dati di realtà noti ai lettori, ma che solo se recuperati danno senso ai frammenti di verità spezzate che affiorano in questi giorni attraverso gli organi di informazione.
Sul prima. Se nonostante stragi e carneficine, che hanno fatto il giro del mondo, migliaia di persone continuano ad affidare i propri soldi, la propria vita, i propri figli a questi “trafficanti” è perché nessun comune mortale che nel fuggire dalla Siria (o dall’Iraq o dall’Iran o dal Pakistan o dal Corno d’Africa o dalla Nigeria) si rivolge ad una ambasciata europea riceve un documento di viaggio che lo autorizza a partire per chiedere asilo e per cercare lavoro. Nessuna di queste ambasciate, anche di fronte ai requisiti previsti dalle normative per poter sostenere un viaggio (risorse economiche e documenti) consente l’ingresso nel proprio territorio, ne per accedere alle misure di protezione internazionale, ne per lavorare, anche in presenza di una eventuale proposta di assunzione. Dai primi mesi del conflitto in Siria la consegna inviata dai Ministeri degli Esteri dei paesi europei alle rispettive rappresentanze consolari nei paesi limitrofi è stata chiara: sospendere ogni procedura di emissione dei visti di ingresso.

La chiusura progressiva di tutti i percorsi di circolazione e ingresso autorizzati non lascia alternative ad una partenza senza visto, attraverso deserti e mari, muri e reti elettrificate. Nell’incertezza e nel pericolo di questi lunghi e tortuosi tragitti, trafficanti, intermediari, passeur, guide sono sciacalli e farabutti, ma le loro competenze sono la necessaria speranza di poter aggirare il sistema sempre più repressivo del controllo della mobilità delle persone messo a punto dalle agenzie dell’UE attraverso confini fisici e legislativi. Così prospera il commercio di esseri umani, i trafficanti adeguano i “servizi” alle nuove frontiere, i prezzi lievitano davanti alla necessità di nuove rotte e nuove strategie, la domanda aumenta davanti all’espandersi di conflitti e miseria. Il traffico degli uomini è l’unica risposta alla domanda di libertà e sopravvivenza espressa dall’essere umano.

Ma non vogliamo dimenticare la ricetta proposta invece da UNHCR e da altri organi internazionali, ossia quella dei resettlements (reinsediamenti), presentati dopo la strage del 3 ottobre 2013 come sperimentazione di corridoi umanitari. La verità è che questi non sono altro che forme di esternalizzazione del diritto di asilo, con le quali i cosiddetti “paesi sicuri” possono bloccare a vita, e lontano dai propri confini, richiedenti asilo e rifugiati, parcheggiandoli in campi profughi o periferie senza risorse, in attesa di stabilire criteri e quote degli ingressi autorizzati nei propri territori, che nel caso siriano si calcola siano attualmente disponibili per un numero che corrisponde a meno dello 0,1% dei potenziali beneficiari stabiliti da UNHCR (!).

Accanto a tutto ciò c’è un altro non detto nelle dichiarazioni del Commissario Europeo all’Immigrazione Avramopolous: nessuna raccomandazione rispetto alle misure di accoglienza per queste persone. Spendiamo allora due parole anche sul dopo, in assoluta continuità con gli effetti delle politiche comunitarie che finora abbiamo visto. Se infatti i rifugiati della Blue Sky e della Ezeeden sono sopravvissuti ad un incubo, non è detto che toccata terra i pericoli siano finiti, dovrebbe ben saperlo il Commissario greco. Per loro inizierà una nuova odissea, un percorso ad ostacoli verso la chimera della buona accoglienza, che solo in Svezia sembrerebbe raggiungere gli standard previsti dalle Direttive Europee.

Da subito dopo gli sbarchi, a maggior ragione dopo le rivelazioni delle inchieste su Roma Capitale, i rappresentanti delle Istituzioni italiane ed europee avrebbero avuto il dovere di preoccuparsi di quanto i rifugiati siriani rischiano di subire nel dopo, ossia nell’attraversamento meno spettacolare ma altrettanto spietato di quelle frontiere interne che limitano e condizionano la vita nello spazio europeo. Il transito dalla stazione di Milano, dove il Comune senza copertura normativa e senza risorse provvede al soccorso e all’orientamento dei rifugiati siriani, la speculazione criminale di altre reti di passeur - trafficanti forse meno crudeli che con truffe ed estorsioni incassano migliaia di euro per un passaggio oltre-frontiera, i respingimenti collettivi dall’Austria e dalla Svizzera, le deportazioni verso l’Italia di chi è stato convinto con le botte a sottoporsi al rilevamento delle impronte digitali e deve fare i conti con il Regolamento di Dublino, l’ipocrita misura comunitaria che anche sul suolo europeo cancella la libertà di scegliere in quale paese insediarsi: è solo un parziale elenco di sopraffazioni e privazioni di una cittadinanza diseguale e gerarchizzata con cui devono confrontarsi i superstiti delle tragedie in mare.

Attraversato il Mar Mediterraneo, il Mar Egeo, il Mar Ionio per i siriani non sono finiti i confini da superare. L’assenza di politiche per promuovere la costruzione di un futuro degno, di percorsi di accoglienza e di inclusione nel pieno esercizio dei diritti e della libertà, l’inadeguatezza dei progetti esistenti, la carenza di alloggi per persone in difficoltà economica, l’inadeguatezza dei percorsi di inserimento lavorativo, tutte condizioni negative che precipitano migranti e rifugiati, insieme a molti altri, in una condizione di necessità a cui le reti criminali e i trafficanti offrono una risposta.
E così, dopo avere pagato seimila dollari per arrivare in Italia, dovranno sborsare altre centinaia di euro per una residenza, per un passaporto, per un certificato di idoneità abitativa, per un finto contratto di lavoro o per un impiego di sfruttamento, per un alloggio precario.

Così capiamo meglio le reazioni di chi si esprime sulla “emergenza immigrazione” all’indomani di stragi e tragedie: ogni volta che politici e statisti invocano maggiori controlli alle frontiere o dichiarano guerra ai trafficanti di uomini, stanno in realtà affermando che questo sistema funziona alla perfezione, anzi, non deve essere cambiato di una virgola: è ai migranti e alle loro libertà che stanno giurando guerra.

Neva Cocchi

facebook