Se questa è accoglienza...

  • Lunedì, 05 Gennaio 2015 12:58 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
05 01 2015

A Roma, nel Centro di Prima Accoglienza di viale Castrense legato al circuito di Salvatore Buzzi, le proteste dei migranti contro un sistema che calpesta la loro dignità

Un’altra pagina nera si aggiunge alla storia della speculazione romana sui richiedenti asilo e i rifugiati. Ci troviamo a Viale Castrense, a due passi da Piazza San Giovanni in Laterano, quella del concertone sindacale del primo maggio. In questa struttura vengono ospitati circa quaranta migranti. Si tratta di un CPA – Centro di Prima Accoglienza – una struttura che dovrebbe offrire ai richiedenti asilo la disponibilità di un alloggio, l’assistenza legale nell’iter di presentazione della domanda per ottenere lo status di rifugiato politico, lezioni di italiano, assistenza psicologica e orientamento sanitario.

Servizi simili in parte a quelli dei centri finanziati dai progetti SPRAR, quelli, per intenderci, divorati a Roma dal sistema di Mafia Capitale. Un sistema, quello degli SPRAR, che ha rappresentava il fiore all’occhiello dell’accoglienza in Italia. Fino a quando non è calata anche su questo la scure delle politiche di emergenza, grazie alle quali è possibile aggirare tutte le normali procedure di assegnazione – bando pubblico, requisiti minimi delle strutture – e trasformare strutture fatiscenti in luoghi in cui la dignità umana viene quotidianamente calpestata.

Basti pensare che il solo consorzio Eriches – di cui fino al 2013 faceva sicuramente parte anche la cooperativa “Impegno per la Promozione” che gestisce il centro di Castrense – quello di Salvatore Buzzi, gestisce su Roma 491 posti letto finanziati dal fondo SPRAR con 40 euro a persona. E’ sufficiente fare un po’ di calcoli per rendersi conto degli introiti che queste strutture sono in grado di generare. Soldi che dovrebbero tramutarsi in servizi fondamentali per la dignità delle persone, ma che spesso, anzi quasi sempre, vengono intascati dalle cooperative degli “amici degli amici”. E ai migranti restano le briciole.

A viale Castrense è partita una mobilitazione dei migranti ospitati nel centro. Molti dormono lì da gennaio, in camerate numerose, con i vestiti raccolti per terra in delle buste. “I servizi”, ci raccontano alcuni ospiti del centro, “sono scarsi: l’assistenza legale quando c’è è svolta da personale non qualificato, o da semplici operatori. Un ragazzo appena arrivato sta male, gli hanno detto che l’ospedale era chiuso per le feste, è dovuto andarci da solo ma non parla italiano.”

Il tema principale della protesta è però il cibo. Il servizio catering è fornito da un’altra società, la cooperativa La Cascina, la stessa che ha in appalto molti altri centri d’accoglienza a Roma. Un gigante da migliaia di dipendenti il cui cibo è giudicato “uno schifo, puro e semplice. E’ impossibile mangiare quella roba. Il 24 dicembre abbiamo deciso che non ne potevamo più e abbiamo bloccato il furgone del fornitore, dicendogli di andarsene, che noi quella roba non la mangiamo. E’ arrivata la polizia che ha cercato di metterci paura e ha fatto entrare il furgone, ma noi ci siamo rifiutati di mangiare per giorni. Abbiamo anche detto alla responsabile del centro di non firmare la ricevuta, tanto noi quella roba non l’avremmo più mangiata”.

La protesta sembrava aver prodotto qualche risultato, per due tre giorni la qualità del vitto è migliorata e i ragazzi hanno ricominciato a mangiare. Il tutto è durato pochissimo, tant’è che il 29 è ripartita la protesta, con gli ospiti che hanno tentato di nuovo di non far entrare il furgone de “La Cascina” e la polizia che è tornata davanti al centro per proteggere il furgone e farlo entrare. Ma i ragazzi hanno deciso di nuovo di rifiutare il cibo. Il problema è che i pochi soldi che gli ospiti ricevono per le spese – circa due euro al giorno – non sono sufficienti per acquistare da mangiare fuori dal centro, e anche quando ci riescono sono costretti a cucinare di nascosto dagli operatori, che non glielo consentono. “Non vogliamo cedere perché abbiamo diritto ad un pasto dignitoso, lo stato italiano paga tanti soldi per ognuno di noi, dove vanno a finire? Non possono trattarci come bestie.”

Gli ospiti del centro sono in gran parte richiedenti asilo, molti di loro a marzo dovranno presentarsi davanti ad una commissione per raccontare la loro storia. La commissione valuterà se hanno o no i requisiti per ottenere lo status di rifugiato. Un percorso complicato che dovrebbe essere seguito da personale competente, in grado di aiutarli a comprendere il complicato iter burocratico. “Ma a noi nessuno sta spiegando niente, l’assistenza legale non c’è, o se c’è è fatta male. Come l’assistenza psicologica. Qualche tempo fa un ragazzo disabile ospite del centro ha cercato di suicidarsi, per fortuna non c’è riuscito, ma con un aiuto forse non sarebbe successo.”

 

Gallipoli, oltre 900 migranti nel cargo alla deriva

  • Mercoledì, 31 Dicembre 2014 15:18 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
31 12 2014

Sono 970, ma il numero è ancora in via di aggiornamento, i migranti siriani giunti la notte scorsa nel porto di Gallipoli a bordo del cargo battente bandiera moldava che ieri aveva inviato un sos vicino alle coste greche per poi dirigere verso la costa pugliese. Tra loro vi sono una quarantina di bambini piccoli e una ventina di donne donne incinte. La nave, che è stata posta sotto sequestro, è arrivata in porto alle 3.30 e le operazioni di sbarco iniziate alle 4 sono terminate intorno alle 6.50 con molte difficoltà a causa delle pessime condizioni meteo. Un uomo, ritenuto dagli investigatori uno degli scafisti della nave, è stato arrestato. Non risultano armi a bordo.

Nessuna vittima, ma casi di ipotermia
In totale a bordo erano presenti 970 persone. Quelle che erano in buone condizioni di salute sono state sistemate nelle palestre di tre scuole gallipoline, dove sono state rifocillate e sono stati forniti loro vestiti. Negli ospedali sono stati portati immigrati in stato di ipotermia e disidratazione, una decina di donne incinte, un cardiopatico e una persona con arti rotti, nonché una trentina di bambini che presentavano grave ipotermia.

Il giallo dell’sos
La vicenda del cargo battente bandiera moldava ha assunto i contorni del giallo. Carico di centinaia di clandestini siriani, ieri ha inviato un sos per la presenza sospetta di uomini armati a bordo per poi dirigersi verso le coste pugliesi. L’emergenza, la seconda nel giro di 48 ore nel mar Ionio, si è verificata non distante da quelle stesse acque dove domenica scorsa ha preso fuoco il traghetto della Norman Atlantic con una decina di morti, ma anche feriti e dispersi.

L’imbarcazione, diretta inizialmente verso il porto di Rijeka in Croazia, ha lanciato l’allarme in mattinata. Dopo diverse ore l’allerta è rientrata e la nave ha cambiato rotta, puntando la prua verso l’Italia. A questo punto sono intervenuti gli elicotteri della Marina Militare e dell’Aeronautica. A bordo della nave sono saliti gli uomini della capitaneria di porto e della Guardia costiera che sono riusciti ad evitare che la nave impattasse contro la costa. A circa 3 miglia da Santa Maria di Leuca, infatti, i sei militari delle Capitanerie sono riusciti a far cambiare rotta alla nave nonostante il motore fosse bloccato. Il cargo ha fatto rotta verso Gallipoli, non senza problemi, anche sanitari. A bordo, tra le centinaia di clandestini, anche una donna incita alla quale si sono rotte le acque.

Pirati o avaria?
La vicenda resta dai risvolti ancora poco chiari, con i media che fanno le ipotesi più disparate, oltre all’ipotesi dell’avaria al motore anche quella della presenza di pirati a bordo. In un via vai di notizie tra loro contraddittorie altre fonti hanno parlato di problemi al motore e di alcune avarie di tipo meccanico. Media internazionali hanno poi riferito la possibilità che i clandestini siriani - tra i 400 e i 700 - fossero stati abbandonati dagli scafisti al loro destino, addirittura senza coperte, cibo e acqua. Altre fonti hanno addirittura scartato l’ipotesi dei clandestini a bordo. Di certo la nave per tutta la giornata è stata in balia del mare date le avverse condizioni meteo che imperversano nello Ionio, con i venti che soffiano a 50 km l’ora. Ieri pomeriggio le autorità greche hanno inviato in zona una fregata ed un elicottero della marina insieme a due imbarcazioni della polizia portuale. Una volta giunte sulla nave e dopo averla ispezionata, le autorità elleniche hanno concluso che il cargo non aveva alcun problema meccanico e «nulla di sospetto a bordo». Poi il repentino cambio di rotta del mercantile, non più verso la Croazia ma verso le coste pugliesi. A quel punto è intervenuta la Guardia costiera italiana, che, una volta a bordo della nave, ha potuto costatare che il motore in effetti era bloccato ed evitare il peggio.

Marta Bonafoni
23 12 2014

Le sorti del personale della società Auxilium, che ha perso la gara d’appalto indetta dalla prefettura per il prossimo triennio. Al loro posto il Centro di identificazione ed espulsione viene oggi gestito da un raggruppamento di imprese guidato dalla francese GEPSA, società leader nella logistica di penitenziari e centri di detenzione. Un passaggio che pone diversi interrogativi e incide in maniera preoccupante sulle condizioni dei migranti e sulle prospettive degli ex-dipendenti.

ROMA – Il clamore delle inchieste sulla “Terra di mezzo” l’ha fatto passare in secondo piano, eppure quanto sta avvenendo al CIE di Ponte Galeria contribuisce a gettare una luce inquietante sulla gestione dei centri per migranti. Siamo alla mezzanotte di domenica 14 dicembre, quando decine di persone abbandonano il Centro di Identificazione e Espulsione, aperto nel 1999 all’estrema periferia romana. Non sono evidentemente i quasi 100 migranti trattenuti, bensì il personale della società Auxilium, che ha perso la gara d’appalto indetta dalla prefettura per il prossimo triennio. Al loro posto il CIE viene oggi gestito da un raggruppamento di imprese guidato dalla francese GEPSA, società leader nella logistica di penitenziari e centri di detenzione. Un passaggio che pone diversi interrogativi e incide in maniera preoccupante sulle condizioni dei migranti e sulle prospettive degli ex-dipendenti.

La telefonata. “Auxilium era mille volte meglio, chi gestisce oggi la struttura ha sottovalutato la situazione”. A dirlo non è stato uno dei dipendenti della società esclusa, ma Ibrahim (nome fittizio), che a Ponte Galeria è recluso da poche settimane. Raggiunto al telefono, ha raccontato nei dettagli gli effetti del cambio di gestione sulle condizioni dei migranti reclusi. “Nella sezione maschile siamo quasi 80, con dieci bagni alla turca che per i primi quattro giorni di gestione non sono stati mai puliti. Potete immaginare l’odore. Solo il 19 dicembre hanno portato la carta igienica, mentre fino ad ora non è stato ripristinato il servizio di barberia e non possiamo quindi rasarci da cinque giorni”.

La storia di Ibrahim. Accento romano marcato, Ibrahim è arrivato in Italia 24 anni fa, da ragazzino. Come molti reclusi, è stato portato nel CIE direttamente dal carcere, ma mai si aspettava di trovare un tale degrado. “All’interno del centro – ci ha spiegato con ansia – ci sono persone con gravi problemi di salute, che necessitano di cure specialistiche che non sono garantite”. Lui stesso dice di avere problemi di cuore e al sistema nervoso, di essere stato operato in passato e di dover assumere medicinali salvavita e sottoporsi a controlli costanti. Qui interviene un altro disservizio, ovvero la mancanza degli autisti, che Auxilium prevedeva anche per facilitare le visite ospedaliere: “adesso c’è solo un’ambulanza, che si mette in moto solo se uno cade per terra svenuto”. “In questo modo – prosegue – i giudici confermano la convalida di trattenimento oltre i 30 giorni anche per chi non sta bene, dicendo che non ci sono accertamenti medici che lo dimostrino”.

E i giornalisti restano fuori. Quella di Ibrahim è una fra le tante storie di person
e che si trovano nei CIE pur vivendo in Italia da anni o avendo presentato richiesta di asilo. A toccare con mano la situazione sono state Barbara Spinelli, europarlamentare italiana e Marta Bonafoni, consigliera regionale del Lazio che ha appena presentato un’interrogazione per chiedere chiarezza sul numero e sulla gestione dei centri per migranti presenti in regione. Venerdì 19 hanno visitato la struttura di Roma, incontrando i rappresentanti della nuova gestione e diversi ospiti e, all’ingresso del centro, una delegazione dei 67 dipendenti di Auxilium oggi senza lavoro. Ad accompagnarle dovevano essere alcuni giornalisti e avvocati membri della campagna LasciateCIEntrare, che per la prima volta da quando la campagna è stata istituita sono stati bloccati all’ingresso senza nessun provvedimento formale, salvo una comunicazione della prefettura che “sconsigliava” la visita, viste “le normali situazioni di disagio e criticità fisiologicamente legate alle fasi di cambio gestione”. Il racconto dell’onorevole Spinelli e di Bonafoni, accanto alla testimonianza diretta di Ibrahim e di altri migranti contattati, ai video e alle foto inviateci, sono però sufficienti a definire i contorni di una vicenda che ha ben poco di normale, tanto che Gabriella Guido, coordinatrice di LasciateCIEntrare, ha parlato di “una Guantanamo italiana, che aggiunge ulteriore disumanità a luoghi già di per sé disumani”. Per capirne meglio i contorni bisogna viaggiare dalle periferie parigine alle coste siciliane.

Chi sono i nuovi gestori. E’ alle porte di Parigi che ha sede infatti GEPSA, acronimo che sta per Gestione Penitenziari E Servizi Ausiliari, titolare dell’appalto per Ponte Galeria. La società è una branca del gruppo Cofely, holding dell’energia che ha 2200 dipendenti solo in Italia e lavora per numerose amministrazioni pubbliche. Cofely è a sua volta controllata da GDF-Suez, fra i colossi mondiali dell’energia, al secondo posto per fatturato nel 2013 con oltre 80 miliardi di euro. Nell’agrigentino ha sede invece Acuarinto, associazione culturale che dal 1996 gestisce centri per richiedenti asilo, vittime di tratta e minori non accompagnati, su finanziamento diretto del governo o tramite il sistema SPRAR. La cooperativa romana Synergasia, specializzata in interpretariato e mediazione linguistica, ci riporta infine nella capitale.

Spesa dimezzata, servizi dimezzati. Sono questi tre soggetti, con l’apporto di Cofely, ad aver vinto la gara di appalto per la gestione del CIE di Ponte Galeria, bandita dalla prefettura di Roma dopo la naturale scadenza dell’appalto della Auxilium. Una vittoria che segue a quelle già ottenute nel 2014 per i CIE di Torino e di Milano – quest’ultimo convertito in centro per richiedenti asilo – e per quello di Gradisca di Isonzo, in Friuli, che dovrebbe essere riaperto a breve. Appalti da milioni di euro, più di 2 e mezzo solo a Roma, aggiudicati sfruttando il criterio dell’asta al ribasso: oggi per Ponte Galeria si spendono circa 28 euro a persona al giorno, a fronte dei 41 euro del precedente appalto. Inevitabile che ciò si rifletta sugli ospiti. Diego Avanzato, direttore del CIE e membro di Acuarinto, ci ha spiegato come questo dato vada rapportato alla capienza massima del CIE, passata da 364 a 250 posti. A ben vedere, però, questo peggiora ulteriormente la questione: se alcune spese – come quelle per i dirigenti e per la struttura, che è la stessa – rimangono fisse, la quota riservata ai servizi sarà infatti ancora più bassa. Non a caso il pocket money destinato agli ospiti è sceso da 3,50 a 2,50 euro al giorno, e – ha raccontato Ibrahim – “non abbiamo visto né mediatori culturali né psicologi”.

Il sistema delle aste al ribasso. E’ il sistema che ha permesso a GEPSA e ai suoi soci di diventare il principale gestore dei CIE italiani – 5 oggi in funzione – e di entrare con forza anche nei centri per richiedenti asilo, dai CARA ai CDA, eliminando competitors come Croce Rossa e, per Ponte Galeria, Auxilium. Un mercato fruttuoso e difeso a suon di ricorsi incrociati al TAR: GEPSA e Eriches 29 Giugno – la cooperativa di Salvatore Buzzi, oggi arrestato per Mafia Capitale – si erano contese la gestione del CARA romano di Castelnuovo di Porto, oggi andato a Auxilium, mentre in Friuli GEPSA era stata costretta a ritirarsi dalla redditizia gestione di CIE e CARA dopo il ricorso al TAR della rivale Connecting People. A pagarne le spese sono gli ex-lavoratori, formalmente ancora dipendenti di Auxilium, che attendono il promesso riassorbimento nella nuova struttura, e soprattutto i migranti reclusi, che in poche ore hanno visto peggiorare condizioni di vita già molto difficili.

Micromega
23 12 2014

di ***

Svariati giorni prima del 19 dicembre scorso avevamo chiesto di far parte della delegazione che avrebbe accompagnato nella visita al Cie di Ponte Galeria, vicino Roma, l’europarlamentare Barbara Spinelli (L’Altra Europa con Tsipras), in missione ufficiale.

Fra noi c’era chi lo aveva già visitato numerose volte e chi, invano, nel lontano 1999, aveva cercato di far luce sul caso di un recluso: Mohamed Ben Said, morto la notte di Natale di quell’anno, la mandibola fratturata, forse imbottito di psicofarmaci, comunque “soccorso” quand’era già cadavere.
Quella di Ben Said non è la sola morte da Cie e neppure da Ponte Galeria: nel corso degli anni ce ne sono state numerose.

Fin dal 1998, quando furono istituiti dalla legge Turco-Napolitano col nome di Cpt, alcune/i di noi non hanno mai smesso denunciarne l’arbitrio e l’irriformabilità; e a questo scopo negli anni recenti siamo entrate/i più volte nei Cie di tutta Italia.

Sapevamo bene, dunque, di quell’immenso carcere di massima sicurezza, con sbarre e gabbie riservate a persone colpevoli di non essere cittadini italiani e di non avere titolarità per restare in Italia. Ma entrare lì dentro è necessario, per conoscere e far conoscere all’esterno brandelli di storie di vite vilipese e de-umanizzate, per provare a raccontare la rabbia, la rassegnazione, l’umiliazione dei “trattenuti”: quelli che gli attuali gestori chiamano, assurdamente, ospiti o, peggio ancora, utenti. Altrimenti, ci si abitua alla banalità del male, si finisce per considerarla ovvia, al massimo dolorosa ma inevitabile.

Fino al 2011, entrare nei Cie, dopo un’autorizzazione della Prefettura, non era impossibile. Poi, il 1° aprile, sopraggiunse la circolare del ministro Maroni, che permise l’accesso solo ai parlamentari e ai funzionari di alcune organizzazioni umanitarie, vietandolo a giornalisti, avvocati, studiosi, attivisti... Così, un gruppo di giornalisti lanciò la campagna LasciateCIEntrare, che mobilitò la società civile, attirò l’attenzione dei media e infine portò, durante il governo Monti, alla sospensione di quella circolare.

Nel frattempo, molti Cie hanno sospeso l’attività: di tredici che erano operanti, oggi ce ne sono cinque e con capienza ridotta. Continuano ad esservi recluse persone in situazioni le più varie, perfino richiedenti-asilo, ma soprattutto migranti che, scontata una pena carceraria, sono di fatto condannati a una seconda pena.

Lo scorso anno, proprio in questi giorni e proprio a Ponte Galeria, era scoppiata la rivolta “delle bocche cucite”. Quasi una ventina di reclusi, infatti, si erano cucite le labbra per protestare contro la lunghezza dei tempi di trattenimento (allora diciotto mesi) e contro le condizioni di vita all’interno. La protesta terminò il giorno di Natale, grazie alla mediazione di un sacerdote, ma a più riprese continuarono le fasi di tensione. Solo da poco, finalmente, il governo ha drasticamente ridotto a novanta giorni i tempi massimi di trattenimento, ma i Cie restano ciò che sono: strutture concentrazionarie.

Intanto, a Ponte Galeria, a quello che sin dal 2010 era l’ente gestore, l’Auxilium, il 15 dicembre è subentrata la Gepsa, un’azienda francese, coadiuvata dall’Acuarinto, che ha vinto l’appalto riducendo drasticamente i costi (29 euro al giorno per ogni “trattenuto”), ma anche il personale e i servizi garantiti.

La visita programmata con Barbara Spinelli, per il 19 dicembre, cadeva, dunque, pochi giorni dopo il passaggio di consegne. Sicché la Prefettura, pur non negando esplicitamente l’ingresso, all’ultimo momento ci aveva “consigliato” di spostare la visita della nostra delegazione, fermo restando il diritto di entrare dell’europarlamentare, accompagnata.

Così, alle 13.30 circa del 19 dicembre, Barbara Spinelli varca le sbarre del Cie, insieme con due collaboratrici e con Marta Bonafoni, consigliere regionale del Lazio. L'ingresso nelle gabbie le è possibile unicamente perché compie un atto di disobbedienza civile. Mentre i reclusi sono ammassati contro le sbarre dell'ultima inferriata, che dà sul cortile della mensa, e la polizia è schierata a far barriera, riesce a sgusciare dentro e a parlare con i prigionieri.

Nel contempo, da dentro, Spinelli verifica il parere favorevole della Prefettura e contratta affinché anche noi possiamo entrare. Ma una funzionaria di polizia ci comunica che lei non ha ricevuto alcuna lista per ulteriori ingressi e che a decidere di negarci l’accesso sarebbe il dott. Mancini, responsabile dell’Ufficio immigrazione della Questura di Roma. A giustificare il diniego, le difficoltà connesse al cambio di gestione, le carenze non ancora risolte, la tensione dei reclusi...

Mentre discutiamo con la funzionaria, avendo già consegnato i nostri documenti d’identità a un milite nel gabbiotto d’ingresso, lei controbatte con una frase infelice: «Qui dentro ha cercato di entrare gente con precedenti penali. Chi ci dice che non ne abbiate anche voi?».

Insomma, per difetti di comunicazione fra apparati dello Stato e per l’indisponibilità della Questura ad accettare le richieste di un organo di governo qual è la Prefettura, veniamo tenuti fuori o, meglio, possiamo entrare nel cortile tramite cui si dovrebbe poter accedere al centro.

Intorno a noi, dei cani – antidroga? – rinchiusi in un furgoncino dei Carabinieri abbaiano furiosamente: anche loro, forse, esasperati per essere in gabbia. Ci chiediamo se siano gli stessi che, da più di un anno, sono (o erano) condotti abitualmente all'ingresso della mensa per “tenere buoni” i reclusi che passavano per recarsi a mangiare.

Barbara Spinelli, Daniela Padoan e Marta Bonafoni escono più volte per tentare di trovare una soluzione. Gabriella Guido, portavoce di LasciateCIEntrare, telefona ai vari soggetti istituzionali, che negano sia stata consegnata la lista dei nostri nomi.

Nell’attesa, parliamo con i nuovi gestori. Alle nostre domande sullo stato attuale del Cie, replicano che le loro regole aziendali prevedono che si possano dare informazioni solo se vagliate anche dalla Prefettura. Daniela Padoan telefona alla responsabile-comunicazione dell’“azienda”, la quale aggiunge che, per ottenere informazioni, è d’obbligo inviare una richiesta scritta alla sede della società nonché alla Prefettura, cioè «al nostro cliente». Come se non si trattasse di atti pubblici la cui trasparenza sarebbe d’obbligo, soprattutto al tempo di Mafia Capitale.

A tarda sera, dopo che anche l’on. Spinelli ha terminato un secondo giro nel centro, ci allontaniamo da quell’incubo di gabbie. Ce ne andiamo col dubbio che la discrezionalità rispetto agli accessi, che abbiamo constatata e subìta, non sia un incidente casuale ma una scelta. Ribassati i costi e peggiorate, almeno per ora, le condizioni della struttura, temiamo che l’ostilità della Questura e dell’ente gestore verso visitatori “indiscreti” divenga la norma. Sicché la riduzione dei tempi di trattenimento potrebbe avere, come contraccolpo, il peggioramento, se possibile, delle condizioni di vita nel Cie.

Quando, al contrario, in una situazione normale ove non c’è niente da nascondere, la collaborazione della società civile con gli enti locali e istituzioni quali le Prefetture, le Questure e il ministero dell'Interno potrebbe contribuire all’attività di controllo, monitoraggio, corretta informazione dell'opinione pubblica.

Tutto ciò ci preoccupa per la sorte dei reclusi e per lo stato dei diritti dell’intero Paese. Ci preoccupa perché crescente, ci sembra, è la volontà di tornare a celare le gabbie per umani con un muro di gomma, così da interdire ai reclusi il diritto di testimoniare e chiedere aiuto a quella società civile e a quella politica che non si rassegnano.

Uno dei responsabili dell’ente gestore ci aveva detto che loro, pur non apprezzando posti simili, sono orgogliosi di gestirli: «Qualcuno deve pur farlo e noi sappiamo farlo meglio di altri». Parole che fanno venire i brividi. Anche noi non apprezziamo questi posti. Qualcuno dovrà pur darsi da fare per chiuderli definitivamente. Noi, insieme a tanti altri e altre, cercheremo di farlo al meglio e ci riusciremo.

*** Antonello Ciervo, Stefano Galieni, Cinzia Greco, Annamaria Rivera, Giacomo Zandonini e, per solidarietà, Barbara Spinelli.

(23 dicembre 2014)

Cronache di ordinario razzismo
22 12 2014

“Quattromila richiedenti asilo in un centro da 1.800 posti e oltre un anno di attesa per vedere la propria domanda esaminata dalla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale”. E’ questa la situazione in cui versano le persone presenti all’interno del Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo) di Mineo: lo denunciano da anni diverse associazioni, tra cui Asgi e Borderline, che ora lo ribadiscono in un documento. Una quotidianità fatta di “gravi e sistematiche violazioni dei diritti fondamentali”, che ora trova riscontro nelle recenti indagini di Mafia capitale che, come ricordano Asgi e Borderline, “investono la gestione del centro di accoglienza”.

Già nel giugno 2011 il rapporto “Il diritto alla protezione” descriveva il Cara e le sue criticità, ben conosciute dal Ministero dell’Interno visto che il rapporto è stato finanziato con Fondi comunitari e edito dallo stesso Viminale. In un capitolo ad hoc, “Il ‘villaggio della solidarietà’ di Mineo: un luogo sospeso”, le associazioni descrivono le problematiche del centro, che perdurano ancora oggi. E’ il caso, ad esempio, della “mancata consegna dei documenti previsti dalla normativa nazionale e comunitaria: a nessuno dei richiedenti asilo viene comunicato per iscritto il provvedimento con il quale il Questore dispone l’invio del richiedente asilo presso il Cara”. La diretta conseguenza? “Che l’accoglienza viene disposta in maniera illegittima, e che la stessa si protrae ben oltre i tempi stabiliti dalla legge”. Non solo: “anche al momento della formalizzazione della domanda di protezione internazionale, ai richiedenti non vengono rilasciati gli attestati nominativi che certificano la qualità di richiedenti asilo, né successivamente, al termine del periodo normativamente previsto per l’accoglienza, vengono rilasciati i permessi di soggiorno per richiesta asilo. I documenti non vengono rilasciati nemmeno a seguito della proposizione dei ricorsi davanti al Tribunale”. Una prassi che rende estremamente vulnerabili i richiedenti asilo, i quali senza documento vedono gravemente pregiudicato “sia l’effettivo esercizio del diritto di difesa, tra cui l’accesso al gratuito patrocinio, sia la possibilità di lavorare regolarmente, con il conseguente proliferare del lavoro nero e del caporalato nelle campagne circostanti il centro”.
Inoltre, a Mineo è carente il servizio di informazione e orientamento legale, pur previsto nello schema di appalto del Ministero dell’Interno. Altra grave criticità documentata dalle associazioni è la “mancata erogazione da parte dell’ente gestore del pocket money di € 2,50, con ulteriori dubbi sulla trasparenza e gestione dei finanziamenti pubblici”.
In definitiva, si riscontra “la carenza, o comunque inefficacia, dei controlli sulla gestione del Cara di Mineo, cui istituzionalmente è preposta la Prefettura, che non ha mai convocato il Consiglio Territoriale, come richiesto dalle associazioni di tutela degli immigrati, per discutere delle criticità e carenze da noi esposte”.

Contro questa situazione i richiedenti asilo hanno organizzato negli anni molte manifestazioni di protesta mai prese in considerazione dalle istituzioni, la cui risposta è sempre stata solo repressiva: cosa che peraltro ha reso più semplice la strumentalizzazione, da parte di gruppi di destra e movimenti razzisti, delle giuste proteste dei cittadini stranieri, legittimate una volta di più dall’inchiesta ‘Mondo di mezzo’. (per approfondimenti sulle proteste vedi qui e qui)

“Il perdurare di tali gravi inadempienze conferma la nostra iniziale contrarietà alla creazione del C.A.R.A. di Mineo in quanto operazione meramente speculativa e clientelare” affermano le associazioni, secondo cui un reale sistema di accoglienza può essere perseguito solo attraverso progetti di piccole dimensioni, diffusi sul territorio, secondo uniformi criteri e direttive, e previo controllo dei requisiti degli enti di gestione e della formazione del personale”.

 

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