Li abbiamo fatti annegare senza intervenire, “per prudenza”

  • Mercoledì, 10 Dicembre 2014 13:13 ,
  • Pubblicato in Flash news

Polvere da sparo
10 12 2014

La notizia che riporta Euronews è di quelle che fa aumentare la frequenza cardiaca:  a me ad esempio avviene proprio che tutto il sangue del corpo mi sale in testa e non riesco a darmi pace.
Non ci riesco.

E questo avviene sempre, ogni qual volta si parla di migranti e mare, di speranze che affogano, di braccia conserte lì ad osservare.

Questa volta non ci serve nemmeno immaginarlo, perché la Guardia Civil non si vergogna a raccontarlo, nel dettaglio, quel che accadde la mattina del 6 febbraio nello specchio di mare del confine spagnolo a Ceuta.
Ci raccontano che ” per prudenza”, per scampare un “pericolo di collisione con loro”.

Provano a lavarsi le mani raccontando che la pattuglia aveva un mezzo che non consentiva un simile avvicinamento, e quel che ancora fa più male è che al loro arrivo “quasi nessun migrante era ancora in acqua”.

Quella mattina i mezzi usati sono stati proiettili di gomma e lacrimogeni, ma nessun mezzo adatto al salvataggio di vite umane, nessuna chiamata è stata fatta ad altra struttura organizzativa per recuperare le persone in acqua

… “a causa del gran numero di persone che stavano nuotando si valutò che qualsiasi tipo di manovra andava realizzata con la massima prudenza, restando a una certa distanza da loro che continuavano ad entrare in acqua”. “nessuno è stato visto chiedere aiuto”.
Una voglia pazza di vedere voi chiedere aiuto.

Meltingpot
09 12 2014

Prassi lesive della tutela dei diritti fondamentali. L’Unione dei "Gdp risponde: veniamo incontro alle esigenze delle Questure"
L ’Osservatorio sulla Giurisprudenza del Giudice di pace in Materia di Immigrazione ha raccolto e analizzato sistematicamente i provvedimenti emessi dal Giudice di Pace di Roma, Bologna, Bari, Firenze e Napoli, in un periodo compreso tra il 2013 e il primo semestre 2014, relativi ai procedimenti di convalida e proroga del trattenimento degli stranieri in attesa di espulsione e all’opposizione all’espulsione. Si tratta della prima ricerca sistematica sulla giurisprudenza del Giudice di Pace da quando, nel 2004, la sua competenza è stata estesa alla materia dell’immigrazione.

L’Osservatorio ha analizzato 639 casi e la fotografia che emerge dalla ricerca è quella di una giustizia amministrata in maniera sommaria, che non garantisce adeguata tutela dei diritti fondamentali, soprattutto in relazione a procedimenti, come quelli di convalida e proroga del trattenimento, dove è in gioco la restrizione della libertà personale.

Le criticità osservate riguardano aspetti diversi, che vanno dal quadro legislativo sostanziale, alla celebrazione delle udienze secondo un rito speciale camerale e un rito sommario che non consentono una cognizione piena della causa, a difficoltà organizzative degli uffici dovute altresì all’elevato grado di complessità della materia trattata, a prassi censurabili, fino alla doverosa denuncia di difese tecniche inadeguate.

La risposta dei Giudici di Pace

Alle osservazioni mosse dalla ricerca ha risposto prontamente, ma in maniera non altrettanto convincente, l’Unione nazionale giudici di Pace. Seconco l’Unagipa il problema sarebbe da imputare alla carenza di uomini e mezzi da parte delle Questure ed anzi, i giudici di pace si presterebbero a lavorare in condizioni di rischio proprio per sopperire tali carenze. Uno sforzo che nessuna legge richiede e che anzi, risulta lesivo della tutela dei migranti. La ricerca evidenzia infatti, a partire da una ricerca documentale sui provvedimenti e le prassi applicate, una carenza strutturale di tutele, sia per quanto concerne il merito delle decisioni, sia per le condizioni in cui queste maturano.

Il controllo giurisdizionale sul trattenimento degli stranieri

Già dal 2001 la Corte Costituzionale ha riconosciuto che il trattenimento degli stranieri presenta quel carattere di immediata coercizione che qualifica le restrizioni della libertà personale, pertanto il controllo giurisdizionale sul trattenimento deve essere pieno e assicurare l’effettività del contradditorio e del diritto di difesa.
In riferimento a tali aspetti, la ricerca ha evidenziato numerose criticità che vanno da prassi censurabili, come quelle di celebrare le udienze di convalida presso i Centri di Identificazione e Espulsione, invece che nei locali di udienza del Giudice di pace, a vere e proprie illegittimità, come nel caso di udienze di convalida dell’espulsione immediata celebrate nei locali della casa circondariale di Bologna. Va poi segnalato il gran numero di provvedimenti scarsamente motivati, o addirittura privi di motivazione, che sono stati individuati durante la ricerca. Tale circostanza, che viola un principio costituzionalmente stabilito ed è lesiva del diritto di difesa, è altresì sintomatica di irregolarità diffuse, che vanno dalla incompleta compilazione dei verbali alla celebrazione di udienze che non garantiscono un contradditorio effettivo.
In alcuni casi poi, carenze riconducibili al quadro legislativo deficitario di norme chiare sulla possibilità di riesaminare il trattenimento secondo scadenze più brevi di quelle prestabilite dalla legge, danno origine a prassi discutibili, come quella di decreti che utilizzano formule di convalida "sotto condizione".

La difesa

Nonostante i termini brevi, perentoriamente previsti per la convalida del trattenimento, la ricerca ha messo in evidenza come nella maggior parte dei casi la difesa risulti affidata ad avvocati nominati, almeno formalmente, come difensori di fiducia. Peraltro, in alcune sedi come Roma e Bari, pochi nomi di difensori ricorrono per la quasi totalità dei procedimenti, seppure non sia chiaro quando questi siano venuti in contatto con i trattenuti. Nel caso di Bari, uno stesso avvocato è risultato nominato in 128 procedimenti, ovvero oltre i due terzi del totale.
Nonostante gli avvocati risultino nominati di fiducia, e il loro compenso sia garantito dalla previsione del patrocinio a spese dello Stato, l’attività difensiva svolta è risultata in una gran numero casi insufficiente a garantire una difesa tecnica adeguata.

Le misure alternative alla detenzione e il rimpatrio volontario

La direttiva europea 2008/115/CE ha stabilito che è legittimo ricorrere al trattenimento solo quando non possono essere efficacemente applicate altre misure sufficienti ma meno coercitive. Inoltre, il rimpatrio volontario dovrebbe essere preferito all’espulsione forzata degli stranieri dal territorio. La ricerca ha messo in evidenza come il ricorso a misure alternative alla detenzione e la concessione di un termine per la partenza volontaria, in luogo dell’esecuzione coattiva dell’espulsione, siano largamente disattesi. Solo nelle sedi di Firenze e Bologna (in questa seconda sede si segnalano 4 casi tra gennaio e marzo 2014) è stato riscontrato un numero significativo di procedimenti di convalida di misure alternative di fronte al Gdp. Deve essere peraltro segnalato che, nel caso di Firenze, il Gdp ha accolto le richieste della Questura in 50 casi su 51, anche in ragione del fatto che il contradditorio non viene di regola integrato da alcuna memoria difensiva.

Il trattenimento dei richiedenti asilo
Le norme sull’autorità competente per il controllo giurisdizionale sul trattenimento dei richiedenti asilo non sono interpretate uniformemente. Nonostante la Corte di Cassazione abbia ribadito più volte la competenza del Tribunale nel caso che il trattenuto abbia presentato domanda di protezione internazionale, la ricerca ha evidenziato molti procedimenti in cui la proroga del trattenimento è stata stabilita dal Gdp. Nella sede di Bari la difesa ha sollevato tra le eccezioni la pendenza della domanda d’asilo in ben 51 procedimenti (senza tuttavia eccepire l’incompetenza del Gdp). Anche nella sede di Roma, sono stati rilevati decreti di proroga del trattenimento di richiedenti asilo emessi dal Gdp invece che dal Tribunale, in particolare il Gdp di Roma si ritiene competente nelle more della decisione del Tribunale sul ricorso contro il diniego della protezione internazionale qualora non sia stata concessa la sospensione del provvedimento impugnato.

I procedimenti di opposizione all’espulsione

Per quanto riguarda i procedimenti di opposizione all’espulsione, la normativa europea prevede che al destinatario del provvedimento debba essere garantito un mezzo di ricorso effettivo. Perché il procedimento possa dirsi tale è necessario che il giudice possa sospendere l’efficacia esecutiva del decreto di espulsione. La normativa non è certo chiara al riguardo; va tuttavia segnalato come nella maggior parte dei casi i Gdp non rispondono sulla richiesta di sospensione dell’espulsione avanzata dalle difese. Questo dato va letto congiuntamente a quello della durata dei processi che in alcune sedi come Roma si protrae mediamente tra 4 e i 6 mesi (contro i 20 giorni previsti dalla legge). Ciò comporta che il ricorrente si trova per un lungo tempo in una situazione di incertezza rispetto ai propri diritti, dal momento che potrebbe essere rimpatriato anche prima di ottenere una decisione sul proprio ricorso. Più celeri sono risultati i processi a Firenze e Napoli.

Le osservazioni di sintesi qui formulate sono solo esemplificative delle molteplici criticità rilevate durante la ricerca che non consentono il controllo sulla uniforme applicazione delle leggi e la conseguente prevedibilità del rispetto delle procedure.
[Leggi i rapporti di ricerca

La ricerca è stata coordinata dalla Clinica del Diritto dell’Immigrazione e della Cittadinanza del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tre (coordinamento prof. Enrica Rigo). Hanno collaborato: Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Firenze (referente della ricerca prof. Emilio Santoro), Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari Aldo Moro (referente della ricerca prof. Giuseppe Campesi), International University College of Turin e Associazione Studi Giuridici Immigrazione (referenti della ricerca prof. Ulrich Stege e avv. Maurizio Veglio ), Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Bologna (referente della ricerca dott.ssa Giulia Fabini).

Accoglienza tossica

  • Martedì, 09 Dicembre 2014 09:02 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

DinamoPress
09 12 2014

di RM_ResistenzeMeticce
Ultima modifica il Domenica, 07 Dicembre 2014 15:56

Lo avevamo denunciato da tempo e torniamo a farlo, proprio ora che la vera natura del sistema accoglienza a Roma è sotto gli occhi di tutti.

Una bolla speculativa: ecco cos'è l'accoglienza romana. Come nella New York dei derivati tossici, la Roma di Alemanno ha saccheggiato i fondi europei per rinchiudere migliaia di rifugiati in tuguri. Dalle inchieste emerse negli ultimi giorni sembrerebbe che ”spacciare” posti di accoglienza fosse l'attività più redditizia della cupola romana: fabbriche abbandonate, alberghi in disuso, ex uffici trasformati improvvisamente in centri in cui parcheggiare richiedenti asilo, rifugiati, minori non accompagnati. Queste strutture sono state trasformate nella "casa" di migliaia di persone, nella più totale assenza di rispetto per la dignità della persona. Tutto ciò attingendo a piene mani dai fondi europei per le politiche d'asilo: gran parte dei 45 euro giornalieri per gli adulti e degli 80 destinati ai minori erano stanziati dal Ministero dell'Interno, ma avevano origine a Bruxelles. Un trasferimento di fondi sempre ai margini della trasparenza, spesso in deroga a ogni norma in materia di appalti. Un eldorado per le lobby milionarie del terzo settore, mostri dai mille volti, che hanno saccheggiato tutto, producendo effetti tossici sui quartieri, sulle vite dei migranti e sul lavoro degli operatori. Mentre monta l’attenzione sulla saga di Mafia Capitale (peraltro annunciata da tempo), è importante ricordare che movimenti e associazioni da anni e con poche risorse hanno denunciato e dimostrato la tossicità delle strutture di accoglienza per i migranti e l’effetto devastante di tale gestione sulle vite di migliaia di persone. In particolare, già nel 2011 leggevamo con sospetto il susseguirsi di editti eccezionali sulla cosidetta "invasione" che sarebbe dovuta seguire alle “Primavere Arabe”, mentre Lampedusa tornava ad essere snodo di arrivi, naufragi e strumentalizzazioni politiche.

Da allora, abbiamo provato a documentare cosa accadeva nella Capitale, dove molte contraddizioni del sistema si accumulavano e acuivano. Abbiamo raccolto le testimonianze degli operatori dei centri di accoglienza di “emergenza”, che spuntavano come funghi, e dei migranti "ospitati" al loro interno. Non è stato facile. E non lo è stato nemmeno ricostruire la mappatura dei centri, perché le istituzioni pubbliche, invece di garantire il rispetto degli standard minimi di accoglienza, coprivano palesemente le speculazioni dei privati. Ad oggi, è ancora molto difficile stabilire quanti fossero e dove si trovassero i centri di accoglienza aperti durante l'Emergenza Nord Africa. Il dipartimento delle politiche sociali del Comune di Roma, allora guidato dall'oggi infrequentabile Scozzafava, è stato un muro di gomma contro cui è rimbalzata ogni richiesta di chiarimento. Bastava però scorrere le graduatorie del bando, nascoste tra gli anfratti del sito della Regione Lazio, per intuire cosa stava succedendo: il 90% degli appalti era suddiviso tra due consorzi di cooperative, la Eriches 29 di Buzzi (che vede al suo interno anche la “29 giugno”) e l’Arciconfraternita di Zuccolo (che controlla, tra le altre, cooperative come Domus Caritatis e Casa della soliarietà). Una spartizione quasi matematica, che lasciava soltanto le briciole ai pochi esempi di accoglienza virtuosi che andavano via via scomparendo, spazzati via dal business umanitario. Eriches 29 e Arciconfraternita, due mondi in apparenza separati: uno parte integrante della Lega Coop, l'altro espressione della CEI. Nell'inchiesta della procura non è inquisito nessun membro dell'Arciconfraternita, eppure, in una telefonata intercettata, il braccio destro di Carminati e il presidente della Domus Caritatis si spartiscono i centri in un equo 50/50. "Equo" per i loro profitti, non certo per chi vive e lavora nei centri.

Il caso di Anguillara, alle porte di Roma, è stato uno dei simboli di questo degrado: una decina di nuclei familiari erano ospitati in una tenuta privata in piena campagna. Dopo diversi mesi, e soltanto grazie alle proteste delle donne rifugiate, il Comune ha preso atto che la struttura non solo non rispettava le norme igienico-sanitarie ma era in parte costruita abusivamente. Soldi pubblici arricchivano privati, che ne spendevano una parte per affittare una struttura malsana e abusiva: un piccolo capolavoro! Di casi da denunciare ce ne sono stati a decine. Il più eco folkloristico è forse quello dei migranti arruolati come spalatori di neve: manodopera gratuita e facile da reperire. Come non vedere in quella mossa, apparentemente goffa, un'anticipazione del Jobs Act appena passato in Senato? Eppure all’epoca qualcuno rise sull’eccesso di zelo di Alemanno e sulla neve.

Un altro esempio, gravissimo, è quello dei centri emergenziali per minori stranieri non accompagnati: centri che hanno ospitato ragazzini in megastrutture da oltre 100 posti, contrariamente alle norme in materia di tutela e presa in carico dei minori, incassando gli 80 euro giornalieri pro capite teoricamente destinati all'accoglienza in piccole case-famiglia. Quando "l'affare" dei centri straordinari per minori a Roma si è fatto meno appetibile, perché se ne profilavano altri di più interessanti nel quadro dei nuovi flussi di ingresso e della riorganizzazione del sistema di accoglienza, i giovani ospiti di quei centri sono stati criminalizzati e buttati per strada.

In generale, i migranti e gli operatori che abbiamo incontrato in questi anni denunciavano la loro condizione ma spesso con timore. Raccontavano dell'assenza di avvocati e di corsi di lingua e formazione, della sporcizia, dei pasti schifosi, del sovraffollamento. Non di rado preferivano non farsi riprendere in volto, per paura di ritorsioni (vedi la video-inchiesta che riproponiamo a fondo articolo). Una paura tremenda che oggi è facile comprendere, nel momento in cui la controparte ha mostrato a pieno il suo volto. Ripetiamolo con chiarezza: per migranti e operatori, le cooperative che speculano sui centri rappresentano solo e soltanto una controparte.

Il resto è cronaca, il “mondo di mezzo” e la ragnatela di corruzione politica. In queste ore si solleva un'opinione pubblica indignata. A nostro avviso, in questa vicenda la sconfitta è un'altra. A queste latitudini, i migranti e gli operatori non contano niente. Le loro testimonianze, espresse mettendo a rischio la propria incolumità, non sono riuscite a scalfire di un centimetro l'operato dell'amministrazione. Eppure bastava ascoltarli per capire che i pasti distribuiti in tutti i centri dalla Cascina (Comunione e Liberazione, ma in affari con Arciconfraternita) fanno schifo, che nonostante gli ingenti fondi stanziati ci sono operatori che lavorano come volontari e che tutti gli altri sono precari, sottopagati e/o in nero, senza garanzie e senza rispetto delle qualifiche professionali. Adesso la bolla è esplosa e tutti i giornali lanciano lo scoop, ma tanto stupore nasconde una profonda ipocrisia: il business dell'accoglienza era chiaro a tutti, così tanto da diventare un motivetto agito anche dalle destre per giustificare l'assalto ai centri e dare inizio a una pericolosissima campagna elettorale. Salvo poi scoprire che quelle stesse destre, vecchi rottami fascisti o nuovi arnesi del razzismo metropolitano, distribuivano favori e denari ai loro seguaci.

L'amministrazione Marino, erede consapevole della situazione, si è piegata davanti agli interessi delle cooperative, mantenendo in vita il sistema 50/50 del duo Buzzi/Zuccoli. Le cose cambiano velocemente e le norme si adeguano alla prassi anche laddove questa è dichiaratamente criminale e disumana: negli ultimi mesi sono in corso grandi manovre amministrative che ridefiniscono standard, requisiti, denominazioni dei centri di accoglienza. La dicitura Emergenza Nord Africa è scomparsa, ma molti di quei centri sono ancora aperti: alcuni transitati nel progetto SPRAR, altri passati a diretta gestione della Prefettura. La situazione, però, resta invariata: le condizioni di vita degli ospiti dei centri non sono migliorate, molti centri versano ancora in condizioni indegne. E da chi sono gestiti, questi centri? Dalle stesse cooperative che gestivano i centri dell'Emergenza Nord Africa, a volte sotto un nuovo nome (vedi ad es. la cooperativa ABC, sempre in quota Eriches 29).

Dalla nostra ultima inchiesta, di pochi mesi fa, emergono alcuni esempi significativi di come la mala gestione inaugurata con l'emergenza sia poi diventata gestione ordinaria. Nel centro di via Castrense (Eriches 29) gli utenti hanno ricevuto per un anno solo 2 euro al giorno, invece dei 2.5 che gli spettavano: il resto è stato semplicemente intascato dalla cooperativa. In via Staderini, dove fin dall'inizio dell'Emergenza Nord Africa è aperto un centro gestito dalla Domus Caritatis, vivono in 500 tra rifugiati e richiedenti asilo, nella quasi totale assenza di servizi e percorsi di integrazione socio-lavorativa, in stanze stracolme, senza separazione tra famiglie con bambini e adulti. A Rocca Cencia (Domus Caritatis) la situazione igienico-sanitaria è allo stremo: nelle scorse settimane i rifugiati hanno trovato perfino delle cimici nei letti. Nella zona di Rebibbia, in poco più di un kmq sono state aperte quattro nuove strutture: in una di queste si trovano contemporaneamente quattro diversi progetti (Fer, exEna, Sprar, Prefettura) per un totale di 120 ospiti. Uno di questi progetti è gestito da tre diverse cooperative (Eriches 29, Un sorriso, Inopera) e ospita 50 persone respinte in Italia da un altro paese europeo a causa del Regolamento di Dublino. Il centro è stato aperto di recente e l'ingresso degli "ospiti" è avvenuto senza prima predisporre organizzativamente la gestione della struttura, con la conseguenza che le cooperative continuano a rimpallarsi responsabilità e competenze.

L'accoglienza tossica non è finita nel 2013, come l'inchiesta della magistratura e alcuni articoli di giornale sembrerebbero lasciar credere. Quel sistema è ancora in piedi, con i medesimi accordi e le stesse spartizioni. Non basta arrestare Buzzi per decretare la fine del "sistema Odevaine" (come definito dall'inchiesta stessa): un sistema che coinvolge direttamente il Ministero dell'Interno e la dimensione nazionale, a partire da Mineo. Al contrario, è necessario invertire urgentemente la rotta, smantellando i mega-centri. I fondi europei devono essere investiti in un'accoglienza di qualità, in progetti capaci di favorire l'inserimento socio-lavorativo e l'autonomia delle persone. Un primo passo sarebbe ripristinare le originali modalità di funzionamento degli SPRAR, snaturate dagli interessi del business umanitario. Occorre garantire la dignità e i diritti delle persone accolte e, allo stesso tempo, le professionalità degli operatori sociali.

Infine, mentre la bolla dell'accoglienza esplode vogliamo rivolgere un'ultima domanda ai sedicenti "comitati anti-degrado", a quei fascisti nascosti dietro la maschera di normali cittadini che in queste settimane stanno conducendo una campagna ferocemente razzista nella nostra città. Lega Nord, Casa Pound, Fratelli d'Italia hanno raccontato che richiedenti asilo e rifugiati sono un costo insostenibile per la nostra società, hanno provato a dipingerli come criminali per fomentare l'odio sociale. Oggi che si scopre che una grossa fetta della destra romana (estrema e non) speculava sull'accoglienza, vorremmo sapere: a cosa vi riferivate esattamente quando parlavate di degrado?

Per rispondere pubblicamente a tutto lo schifo che finalmente è diventato di dominio pubblico, per dire che Roma non appartiene a questa mafia e che c'è un'altra città aperta e solidale che lotta per riprendersi i diritti che le spettano, rilanciamo il corteo per il "diritto alla città" di sabato 13 dicembre (h.15 piazza Vittorio).


Riproponiamo qui a seguire la video-inchiesta "Vite in emergenza", realizzata da Esc Infomigrante nei centri di Roma e provincia durante l'"Emergenza Nord Africa":

Le associazioni dei migranti: numeri, scopi e caratteristiche

  • Martedì, 02 Dicembre 2014 14:22 ,
  • Pubblicato in Flash news

Vita
02 12 2014

La fotografia di 2.114 associazioni che contribuiscono “dal basso” a tenere unita e coesa la società multiculturale fungendo da ammortizzatori sociali in molti ambiti.

 

Mentre gli archivi ufficiali hanno continuamente aggiornato il numero degli immigrati regolari presenti in Italia, arrivati ormai alla soglia dei 5 milioni, sul numero e le caratteristiche delle loro associazioni (su cui pure sono state condotte indagini apprezzabili, ma parziali) era necessaria un’operazione più incisiva, che unisse la ricerca sui registri ufficiali a quella su internet, alla rilevazione sistematica mediante questionari e a un sistema di reperimento “a cascata” attraverso le reti associative già esistenti.

È così che, adottando questo metodo integrato e “multicanale” nell’ambito di un progetto cofinanziato dal Fondo Europeo per l’Integrazione dei cittadini di paesi terzi e promosso dalla Direzione Generale per l’Integrazione e le Politiche di Immigrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il Centro Studi e Ricerche IDOS, tra febbraio e giugno 2014, ha condotto una mappatura delle associazioni di migranti attive sul territorio nazionale, distinte per collettività estera di riferimento e per territorio di ubicazione, rilevando una serie di informazioni sulla natura, le finalità, gli ambiti di intervento prevalenti e altre caratteristiche in grado di fornire un quadro descrittivo di questa importante espressione di rappresentanza dei migranti in Italia.
Per realizzare la ricerca, è stata adottata una definizione di “associazione di migranti” in base alla quale sono state considerate tali tutte le associazioni, di fatto o riconosciute:

- che siano state fondate da migranti e/o da figli di migranti (giovani provenienti da un contesto migratorio, ovvero seconde generazioni);
-o la cui maggioranza dei soci sia costituita da migranti e/o da figli di migranti;
-o il cui Consiglio direttivo sia formato in maggioranza da migranti e/o da figli di migranti.

Pur essendo probabile che questi requisiti non si trovino sempre compresenti, è stato sufficiente
riscontrarne anche soltanto uno per includere l’associazione in questione nella mappatura effettuata. Seguendo questo criterio, sono state ben 2.114 le associazioni di migranti censite sull’intero territorio nazionale, un numero pari a oltre il doppio di quello cui erano giunte le indagini precedenti più recenti. Distribuzione territoriale e collettività estere di riferimento

All’interno del territorio nazionale, la distribuzione delle associazioni di migranti mappate ricalca sostanzialmente quella degli immigrati nel loro complesso. Con 772 associazioni di migranti localizzate al proprio interno, il Nord Ovest ospita la quota di gran lunga più consistente (36,5%: oltre un terzo del totale), precedendo nell’ordine il Nord Est (558, pari al 26,4), il Centro (471 e 22,3%), il Sud (199 e 9,4%) e infine le Isole (67 e 3,2%).

La Lombardia, che da sola ne conta addirittura 496 (il 23,5% del totale nazionale), è la regione italiana in cui se ne trova il numero in assoluto più elevato, precedendo il Lazio (261, pari al 12,3% di tutte quelle presenti in Italia), l’Emilia Romagna (228 e 10,8%) e il Piemonte (212 e 10,0%), che rappresentano le uniche regioni italiane che conteggiano al proprio interno più di 200 associazioni, coprendo oltre la metà del totale nazionale censito. Seguono ancora il Veneto (177 e 8,4%), il Trentino Alto Adige (120 e 5,7%, di cui 74 nella Provincia Autonoma di Trento e 46 in quella di Bolzano) e la Campania (105 e 5,0%), le quali a loro volta completano il novero di regioni che contengono, ognuna, non meno di 100 di associazioni di migranti e che, insieme alle prime, si spartiscono complessivamente i tre quarti di tutte quelle nel Paese.

In quasi tutte le regioni la quota più alta di associazioni di migranti si concentra nella provincia del capoluogo, sebbene in una misura differenziata: in rapporto ai rispettivi totali regionali, detengono percentuali nettamente maggioritarie le province di Roma (88,9%: 232 associazioni su un totale regionale di 261), Genova (86,2%: 50 su 58), Cagliari (76,7%: 33 su 43), Perugia (71,4%: 30 su 42), Napoli (70,5: 74 su 105), Torino (63,7%: 135 su 212) e Milano (63,1%: 313 su 496).

Analizzando la ripartizione territoriale delle associazioni delle principali nazionalità di riferimento, si osserva - riguardo alle 10 nazionalità più rappresentate - che le associazioni di:

- senegalesi si concentrano per oltre un terzo in Lombardia (36,5%, pari in tutto a 46), più di una su otto in

Veneto (13,5%: 17) e per poco meno di un decimo in Emilia Romagna (8,7%: 11), cui seguono
immediatamente Toscana (7,1%), Piemonte e Trentino Alto Adige (5,6%);
- marocchini per oltre un quarto in Lombardia (28,0% e 35), per poco meno di un quinto in Emilia
Romagna (18,0% e 23) e per circa un ottavo singolarmente in Trentino Alto Adige (12,8% e 16) e Piemonte (12,0% e 15);
- peruviani per oltre i due quinti in Lombardia (41,0% e 43), per circa un quinto nel Lazio (21,9% e 23) e per più di un decimo in Piemonte (11,4% e 12);
- albanesi per poco meno di un quinto in Piemonte (18,4% e 18), per circa il 15% sia in Lombardia che in Trentino Alto Adige (15 ciascuna) e per oltre un decimo in Emilia Romagna (11);
- ecuadoriani per la metà in Lombardia (49,3% e 37), per circa un quarto in Liguria (24,0% e 18) e un ottavo nel Lazio (12,0% e 9);
- moldavi per più di un terzo in Veneto (36,1% e 26), per circa un settimo nel Lazio (13,9% e 10) e per un ottavo in Emilia Romagna (12,5% e 9);
- ucraini per circa un terzo nel Lazio (33,8% e 22) e per quasi un quarto in Campania (23,1% e 15), mentre sfiorano un decimo in Veneto e Lombardia (ciascuna con il 9,2% e 6);
- filippini per i due quinti in Lombardia (40,6% e 26), per circa un sesto nel Lazio (17,2% e 11) e per poco meno dell’8% ciascuna in Piemonte, Veneto e Campania (7,8% e 5);
- cinesi per un quarto in Toscana (24,0% e 12), per un quinto in Lombardia (20,0% e 10), per una quota di poco inferiore in Piemonte (18,0% e 9) e per un sesto nel Lazio (16,0% e 8);
- bangladesi per poco meno di un terzo nel Lazio (31,0% e 13), per oltre un quarto in Veneto (26,2% e 11), per un settimo in Lombardia (14,3% e 6), cui seguono Marche (7,1%), Piemonte e Trentino Alto Adige (4,8% ciascuna).

Caratteristiche strutturali


Di tutte le associazioni di migranti che di volta in volta hanno fornito un’informazione sulle caratteristiche qui sotto descritte (per ognuna della quali c’è stata, infatti, una quota variabile di casi in cui non è stato possibile ottenere l’informazione richiesta), si consideri che:

-Oltre un terzo (35,3%) dichiara di essere stata fondata da migranti o da figli di migranti (seconde generazioni), i quali comunque in oltre la metà delle associazioni (51,3%) costituiscono la maggioranza dei soci e per un altro terzo abbondante di casi (34,9%) rappresentano addirittura la totalità dei soci, cosicché si può dire che, anche a prescindere dal fatto che tali associazioni siano state fondate da migranti o da loro figli, in oltre 5 casi su 6 costoro ne rappresentano la totalità o la maggioranza dei soci. Del resto, quasi la metà di tutte le associazioni che hanno risposto (46,0%) ha un Consiglio Direttivo formato per la maggior parte da migranti o loro figli.
- Ben i tre quinti (59,7%) contano un numero di iscritti che, pur maggiore di 10, non supera i 100; solo il 12,2% ne ha tra i 100 e i 200, mentre un altro decimo non raggiunge neanche i 10 associati. Quelle che vantano oltre 500 iscritti rappresentano solamente il 6%. Il numero di iscritti mediamente contenuto è dovuto al fatto che si tratta spesso di realtà che nascono in modo molto spontaneo, a partire da un’ideale condiviso tra pochi all’interno delle più ampie collettività migranti di appartenenza.

- ben 8 su 10 sono nate dal 2000 in poi; in particolare, quasi 3 su 5 tra il 2000 e il 2009 e oltre un quinto (21,1%) tra il 2010 e il 2014, mentre una parte molto ridotta (meno del 3%) si è costituita prima del 1989. Ciò vuol dire che quasi la totalità delle associazioni di migranti cesnite non supera i 24 anni vita e, in particolare, 4 su 5 sono costituite al massimo da 14 anni, il che conferma una vita media di queste realtà che raramente supera i 3-4 lustri, anche per le sempre crescenti difficoltà e restrizioni che molte di loro incontrano per accedere a risorse economiche.

- la quasi totalità (il 91,7%) fa ancora affidamento – in maniera esclusiva o complementare ad altri canali – a forme di autofinanziamento, impegnando così gli stessi associati a tenere economicamente in vita la struttura; una quota ancora sensibilmente inferiore alla metà delle associazioni contattate (appena il 41,1%) riesce ad accedere a fondi pubblici (siano essi comunitari, nazionali o locali) e solo poco più di un sesto (17,4%) gode di sovvenzionamenti privati. Una circostanza che dovrebbe far riflettere, da un lato, sui requisiti eccessivamente rigidi (e, di fatto, per molti proibitivi) a cui viene spesso vincolata la possibilità di concorrere a finanziamenti pubblici e, d’altro lato, all’esigenza di rinforzare e qualificare maggiormente l’associazionismo dei migranti per quel che riguarda la capacità organizzativa, gestionale e di progettazione. - A questa situazione è collegato anche il fatto che, per la maggior parte di tali associazioni, il raggio di azione è effettivamente limitato al contesto provinciale (61,6%) e/o comunale (56,0%) di appartenenza, estendendosi al massimo a quello regionale (51,8%), mentre quote ancora molto minoritarie promuovono iniziative che hanno un respiro nazionale (30,3%) o anche sovranazionale (20,5%).
Finalità e ambiti di intervento prevalenti.
Finalità e ambiti di intervento prevalenti
Di tutte le associazioni censite che hanno fornito una risposta a proposito delle proprie finalità statutarie e delle attività prevalenti in cui sono impegnate, si rileva che:

- Ben 8 su 10 (79,3%) hanno, come finalità, quella di favorire l’integrazione dei migranti e circa i tre quarti (73,9%) di promuovere e favorire le culture d’origine di questi ultimi. Si tratta dei due scopi di gran lunga più diffusi e gli unici che riguardano assai più della metà delle associazioni in questione. Al di là delle specifiche modalità operative messe in atto per darvi seguito, la finalità primaria riguarda quindi l’armonizzazione delle differenze specifiche, di cui i migranti sono portatori, all’interno del contesto sociale di accoglimento, così da tutelare e promuovere la coesione sociale, ma senza neutralizzare o rinunciare agli specifici patrimoni culturali e identitari di riferimento, a favore di un “modello” di integrazione chiaramente interculturale. E ciò rappresenta un segnale “dalla base” indubbiamente molto significativo, anche per quanti sono chiamati a elaborare politiche di integrazione a livello locale e nazionale.

- La finalità immediatamente successiva è quella della mediazione interculturale (44,6% delle associazioni che hanno risposto in proposito), seguita dalla formazione (34,5%) e dall’assistenza e tutela legale dei migranti (30,6%). L’ultimo grande scopo rilevato con una certa frequenza è il contrasto alle discriminazioni (29,1%) connesse alla condizione di migrante, le quali vanno dalle più grossolane (come quelle che riguardano i tratti somatici, il colore della pelle o il modo di vestirsi e di esprimersi, che stanno alla base di atteggiamenti xenofobi) alle più sistemiche (la strutturale relegazione a nicchie del mercato del lavoro più faticose, precarie, sottopagate e contrattualmente meno garantite; la strutturale preclusione di alcuni ambiti e livelli occupazionali, con una mobilità sociale bloccata; il mancato riconoscimento delle qualifiche e dei titoli; l’accesso negato ad alcune misure di welfare ecc.).

- Tra gli ambiti, invece, in cui le associazioni concentrano prevalentemente la loro attività e i loro interventi, spicca quello della mediazione interculturale (in tutte le sue molteplici declinazioni operative), in cui è impegnata la maggioranza assoluta di esse (51,2%). Seguono le azioni a favore delle seconde generazioni, in cui profonde energie il 43,1% delle realtà associative. Questa circostanza per un verso è di grande conforto, visto che l’integrazione dei figli dei migranti presenta problematicità urgenti e specifiche (essendo legate a esigenze spesso molto diverse, se non addirittura divergenti, da quelle delle prime generazioni) per cui sapere che di tali questioni si fanno già carico diverse associazioni di migranti fornisce un appiglio importante, in termini di risorse operative, alle istituzioni chiamate a programmare azioni in questo campo; ma per altro verso costituisce la spia di un’urgenza che chiede attenzione, collaborazione e sostegno da parte della società civile, delle amministrazioni e delle istituzioni, in varia misura “toccate” dalla delicata problematica.

- I servizi di accoglienza dei migranti (di primo e di secondo livello) rappresentano il terzo più diffuso ambito operativo delle associazioni (40,9%), precedendo nell’ordine le attività di apprendimento dell’italiano e delle rispettive lingue madri dei migranti (39,4%), quelle di supporto al disbrigo delle pratiche amministrative e burocratiche (per lo più riguardanti le procedure di rinnovo o conversione dei permessi di soggiorno, di richiesta dei permessi CE, di acquisizione della cittadinanza italiana ecc.: 37,1%), e quindi da una serie di azioni attinenti alcuni degli “assi” di intervento principali individuati sin dal 2009 nel piano governativo sull’integrazione: la scuola e lo studio (32,9%), il lavoro (32,8%), la salute (29,7%), la casa (23,1%).

- Come era prevedibile, un servizio come quello della assistenza e tutela legale, per il carattere specialistico che possiede, risulta offerto da una quota relativamente contenuta di associazioni di migranti (poco più di un quinto: il 21,9%), precedendo quello di apprendimento di altre lingue rispetto all’italiano e alla lingua madre di riferimento dei migranti (10,5%).

Le conclusioni, suggerite dagli stessi rappresentanti dei questo vasto e in parte poco conosciuto universo associativo, suggeriscono di non lasciarsi impressionare dalle dimensioni il più delle volte ridotte, dalla struttura spesso informale, dagli scarsi mezzi finanziari, dal raggio d’azione territorialmente limitato e dall’operatività canalizzata sovente su problemi molto circoscritti, immediati e quotidiani.
Si tratta di una rete fitta, sebbene anche estremamente variabile, che - come le radici nascoste nella terra impediscono a quest’ultima di frantumarsi e franare - contribuiscono “dal basso” a tenere unita e coesa la società multiculturale in cui viviamo, fungendo da ammortizzatori sociali in molti ambiti in cui ancora sussistono frizioni e dinamiche penalizzanti, essendo così di grande utilità al paese di accoglimento dei propri membri, senza trascurare (ma anzi valorizzando) il legame con quello di origine.
Per questo è stata pressoché unanime, da parte dei rappresentanti contattati durante la mappatura, la richiesta di maggiore attenzione alle loro attività e di vicinanza e sostegno alle loro esigenze, a livello sia istituzionale sia sociale.

Cronache di ordinario razzismo
02 12 2014

Un’interrogazione per chiedere l’avvio di una procedura d’infrazione contro l’Italia è stata presentata alla Commissione europea dall’eurodeputata del gruppo GuE/NGL Barbara Spinelli, in merito agli abusi e alle violenze compiute dalle forze di polizia italiana nell’ambito delle recenti operazioni di identificazione e fotosegnalamento. L’interrogazione è stata sottoscritta da altri 31 eurodeputati tra i quali Eleonora Forenza e Curzio Maltese (GUE-Ngl), Elly Schlein (S&D), Cécile Kashetu Kyenge (S&D) e Laura Ferrara (EFDD).

“Secondo una circolare diffusa dal ministero dell’Interno il 25 settembre 2014, i migranti irregolari che rifiutano di lasciarsi identificare commettono un crimine” specifica l’eurodeputata in un comunicato. “Questo implica – come si legge nell’allegato 2 della stessa circolare – che la polizia procederà all’acquisizione delle foto e delle impronte digitali anche con l’uso della forza, se necessario”.

Già il 22 ottobre scorso in una sessione plenaria a Strasburgo Barbara Spinelli era intervenuta sull’operazione Mos Maiorum (per info vedi qui) che si è tenuta “nello spazio Schengen tra il 13 e il 26 ottobre, senza che il Parlamento europeo ne fosse informato”. Un’operazione che si è tradotta in “una criminalizzazione sistematica dei migranti, [..] con retate brutali contro persone in fuga da zone di guerra, dittature, carestie e disastri climatici”. “Abbiamo appreso – sottolineava l’eurodeputata durante la sessione plenaria- che le forze di Pubblica sicurezza italiane sono state incaricate dal Ministero dell’Interno di identificare, anche tramite l’uso della violenza, i migranti privi di documenti”. Un’informazione contenuta anche nel volantino multilingue distribuito ai migranti dalle unità che svolgono attività di soccorso in mare, presso le località di sbarco, nonché alle Questure di accoglienza, in cui si esplicita che “i migranti che fanno ingresso illegale nel territorio dello Stato italiano, anche se soccorsi in mare, devono essere identificati mediante l’acquisizione delle generalità ed il fotosegnalamento [..] effettuato con l’uso della forza se necessario”. Indicazioni che, stando alle testimonianze raccolte nelle ultime settimane – e allegate all’interrogazione – si sono tradotte nella pratica in “abusi e violenze del tutto ingiustificate su migranti e richiedenti asilo”.

Come sottolineato da Spinelli “le pratiche e le istruzioni impartite dal Dipartimento di Polizia ai suoi agenti non sono conformi al diritto europeo e violano la Carta dei diritti fondamentali”: da qui la richiesta, rivolta alla Commissione, di avviare una procedura d’infrazione e “invitare l’Italia a modificare con urgenza la circolare o ogni altra violazione sistemica promossa dallo Stato italiano contro i migranti”.

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