Melilla - La verità sulla frontiera della menzogna

  • Mercoledì, 26 Novembre 2014 14:26 ,
  • Pubblicato in Flash news

Meltingpot
26 11 2014

di Martina Bernabai
Intervista a José Palazon, attivista e presidente dell’associazione Prodein

Ci rechiamo a Melilla, per conoscere la realtà di questa città di frontiera. Una buona maniera per farlo è senza dubbio parlare con José Palazon, attivista e presidente dell’associazione Prodein, una delle poche entità che, dalla fine degli anni ’90, è in prima linea per la difesa delle persone migranti e dei loro diritti. Lotta vincolandosi ai migranti, lotta con loro gomito a gomito, denunciando le politiche migratorie che definiscono chi ha diritto ad avere diritti e chi no. Le stesse politiche migratorie che, attraverso leggi escludenti, frontiere (fisiche e simboliche), retate delle forze dell’ordine basate su profili etnici e razziali, centri di detenzione per stranieri (CIE) e deportazioni massive costruiscono la Fortezza Europa. Un altro obiettivo dell’intervista è quello di immaginarsi come poter articolare possibili risposte collettive a tali problematiche, anche al di fuori di Melilla.

Come comincia il cammino di Prodein?

Nel ’98, con i minori che arrivavano e che cominciavano ad apparire nelle strade e nella spiaggia della città. Dopo aver costituito l’associazione, è iniziato il cammino della denuncia, legale e mediatica. In seguito abbiamo ampliato il nostro ambito di lavoro, che ora ha a che vedere non solo con i minori, ma anche con persone anziane e con tutti coloro che si ritrovano a vivere in strada; non solo migranti, ma anche spagnoli e residenti. Occupiamo uno spazio che nessuno vuole occupare, uno spazio che è vuoto… É lo spazio malvisto, delle cose che non si possono fare e in definitiva delle persone che vivono in strada.

Se immaginassimo la stratificazione sociale a Melilla come un piramide, facendo riferimento anche agli elementi di razza, genere e classe sociale, come sarebbe?

Il livello superiore è costituito dai politici. Questa classe, un po’ più in basso di quella dei funzionari è formata in maggior parte da europei e cristiani, con la presenza di qualche musulmano. Dopodiché c’è il cittadino spagnolo medio, che non ha nessuna carica speciale e che sta vivendo i gravi effetti della crisi, come dappertutto. I cittadini medi sono cristiani, musulmani, europei e nordafricani. I musulmani si trovano un po’ al di sotto della media a causa dell’esclusione che li caratterizza da sempre, per questo hanno un livello formativo inferiore alla media.

Vi sono poi gli immigranti dei CETI che, per lo meno, possono accedere al sistema sanitario della struttura, i bambini possono andare a scuola; queste persone, anche se non hanno la possibilità di lasciare liberamente l’enclave, possono per lo meno accedere ad alcune prestazioni sociali minime.

Infine vi sono gli indocumentati, coloro che non possiedono nulla; si tratta di circa 20.000 persone che non hanno nemmeno di che mangiare. Vivono nella sicurezza di non potere essere espulsi dalla città, però vivono nella povertà assoluta.

A Melilla vi sono circa 20.000 indocumentati, coloro che non possiedono nulla, persone che non hanno nemmeno di che mangiare

Come si spiega che a Melilla vi siano 20.000 persone senza documenti?

Spesso furono i nonni ad essere tra i “regolari” perché parteciparono alla guerra di Spagna con Franco, e ora stiamo parlando dei nipoti. Non è il nipote ad essersi introdotto in Spagna, ma il nonno. Ci sono persone che vivono qui da 30 anni, da quando avevano 5, 6, 11 anni, le quali dovrebbero avere almeno un documento per la residenza.. la casistica è tremenda, c’è di tutto.

E le normative spagnole?

Qui non si compiono. Qui a Melilla, l’arraigo*, che richiede tre anni, viene negato direttamente. Secondo le famose regolarizzazioni in Spagna, puoi dimostrare l’arraigo presentando dei semplici biglietti dell’autobus. Qui non puoi dimostrare l’arraigo in nessun modo. Anche se presentassi 1.000 biglietti d’autobus e venissero 50 vicini a testimoniare che ti conoscono da tutta la vita te lo negherebbero. Qui non puoi avere l’empadronamiento** senza la residenza, però per avere un permesso di residenza devi essere registrato al padrón. Allo stesso tempo vi sono moltissimi politici marocchini di questa zona, come sindaci o poliziotti, che hanno la residenza fissa a Melilla, o addirittura la carta d’identità melillense. Fanno quello che gli pare.

(*) Letteralmente “radicamento”, una procedura, non paragonabile a nessuna norma italiana, per cui uno straniero può richiedere il permesso di soggiorno dimostrando di risiedere da almeno tre anni in Spagna, di avere vincoli familiari (arraigo social) e di possedere al momento della presentazione della richiesta un contratto di lavoro (arraigo laboral)
(**) Ovvero la registrazione presso il municipio di appartenenza (padrón)

Come si riproduce la frontiera dentro la città?

La frontiera non è solo la recinzione di filo spinato, la frontiera continua all’interno della città. Esiste la frontiera di filo spinato ed esiste la frontiera amministrativa e politica. I migranti sanno saltare quella di filo spinato, e lo fanno, ma non possono saltare le frontiere amministrative. Quando entrano a Melilla rimangono in “stand-by”; perdono l’orientamento, perdono il cammino, non sanno dove andare, perché non si tratta più di spostarsi, ma di saltare una frontiera che loro non possono attraversare. Si convertono in un numero. La polizia gli assegna un numero, dopodiché entrano al CETI (Centro de Estancia Temporal de Inmigrantes) dove gli viene assegnata una tessera con un numero. Sono, a tutti gli effetti, un numero. A volte rimangono in questa condizione per dei mesi, altre per degli anni, senza essere nessuno.


I migranti sanno saltare il filo spinato, e lo fanno, ma non possono saltare le frontiere amministrative

Quello che succede in una città così piccola, di circa 80.000 persone, può riflettere ciò che sta accadendo nella penisola spagnola, come reagisce la società melillense davanti alla pressione che si verifica alla frontiera?

La società risponde in modi diversi, a livello personale e a livello individuale. La maggior parte delle persone, se può, aiuta i migranti, non lo fa però “pubblicamente”. In generale capiscono la situazione della persona migrante. In ogni angolo delle città, c’è qualche africano che lavora pulendo le macchine o che aiuta le signore più anziane a portare la spesa a casa, la gente spesso gli lascia le chiavi della macchina, immagino che questo non accada in qualsiasi città della penisola… Gli lasciano da mangiare, gli lasciano vestiti, aiutano come possono. A volte quando hanno cercato di espellere un subsahariano che lavorava in un quartiere particolare, l’interno quartiere si è mobilizzato perché ciò non accadesse e ci sono riusciti.

Poi c’è il “subsahariano invasore”, quello di cui parlano i politici, quello che salta la recinzione di frontiera. Così quando si sente parlare di un subsahariano, ti diranno che ci stanno invadendo: questa è la propaganda, è lo slogan politico. La gente poi, a livello personale, dimostra tutto il contrario: “Che bravi! Che bravi ragazzi”. Questo accade con i subsahariani, con gli arabi è diverso: esiste un razzismo dovuto alla prossimità che comanda anche le relazioni personali, di loro non si fidano, non lascerebbero mai le chiavi della macchina a un arabo.

Nonostante la politica del governo, che li connota come violenti, come degli invasori, quando il livello di violenza cresce, qui in città si nota. Perché si vedono i ragazzi correndo per i diversi quartieri, per il centro, sanguinando, piangendo, e quando questo succede le persone cambiano comportamento. Se la violenza raggiunge questi livelli e diventa evidente, allora la gente inizia a reagire in un altro modo: smette di parlarne male, smette di parlare di un’invasione, del “questo non può essere”, e si avvicina ai ragazzi, che scappano, sanguinano. Iniziano ad aiutarli, a condurli fino al commissariato per dire ai funzionari della Guardia Civil: “Lascialo stare!” e diventano parte della contro violenza. Però tutto ciò succede solo a partire da un certo livello di violenza, alto e visibile.

Ultimamente si è sentito parlare delle cosidette “devoluciones en caliente”, i rimpatri immediati, perché il governo le vuole legalizzare. In che cosa consistono?

Si stanno verificando devoluciones en caliente nei confronti dei migranti che saltano la frontiera, nonostante vi siano dei procedimenti precisi per mandarli via dalla Spagna. Vi sono alcune garanzie marcate dalla Costituzione, dal diritto comune e dalla legge sull’immigrazione, c’è un protocollo amministrativo e giudiziale. Nonostante questo, gli accordi con il Marocco, che sono illegali, costituiscono uno strumento per espellere rapidamente i migranti. Dovrebbero incorporare per lo meno dei requisiti minimi, quelli che la Spagna ha sottoscritto firmando vari accordi internazionali. Prima di tutto è necessario assicurarsi chi siano queste persone, verificare la loro nazionalità e dargli l’opportunità di parlare e spiegare la propria situazione. Per questo è necessario un interprete e, nel caso in cui, il migrante sia detenuto, quest’ultimo deve poter accedere all’assistenza legale, in quanto nel caso che non la riceva si tratterebbe di una detenzione illegale. Si tratta di un processo rapido, che però deve essere compiuto. Una devolución en caliente significa prendere una persona ed espellerla dal paese, anche se è ferita o incosciente. Si tratta di una barbarità.

Quest’estate un giudice locale ha imputato il colonello della Guardia Civil di Melilla a causa delle “devoluciones en caliente”. Da dove nasce quest’imputazione?

L’imputazione nasce da alcuni rimpatri immediati avvenuti durante il mese di agosto, dopo le quali abbiamo presentato una querela. Il giudice ha richiesto una serie di documenti, tra i quali anche l’ordine di servizio, che è l’ordine di funzionamento che viene consegnato agli agenti della Guardia Civil che prestano servizio alla frontiera. Il giudice ha riconosciuto che il contenuto di quest’ordine è palesemente illegale. L’imputazione è quindi per prevaricazione, cioè per aver ordinato l’espulsione dei migranti pur sapendo che non era possibile.

Cos’è successo esattamente ad agosto?

Il 18 agosto, presso la frontiera di Mari Guari, all’interno del territorio spagnolo, è stata registrata e ripresa la condotta della Guardia Civil. Quel giorno vi erano molti migranti nella zona entrevallas (la zona che si trova tra le tre barriere che costituiscono la frontiera, ndr) ed alcuni funzionari della polizia spagnola, ma soprattutto moltissimi militari marocchini, che li colpivano con bastoni. Nel video si vedono perfettamente come avvengono i rimpatri immediati e come vengono espulsi migranti feriti e incoscienti.
Verso la fine di agosto c’è stato un altro caso di devoluciones en caliente, per il quale ho presentato denuncia, e alla quale ho allegato materiale audiovisivo. Il giudice, di propria iniziativa, ha allegato a sua volta questa denuncia alla precedente querela, trattandosi di un fatto della stessa natura. La querela è quindi il risultato di due tentativi di entrata, durante i quali si sono verificate le stesse circostanze.

Hai fiducia nella giustizia?

Il processo va bene, il giudice lo sta affrontando in maniera molto professionale, sta andando avanti e sta richiedendo diversi documenti, diversi da quelli che stanno richiedendo gli avvocati delle associazioni che hanno presentato la querela. Però a prescindere da come andrà la sentenza, ci sarà un ricorso e il processo passerà ad un altro giudice... Il processo si allungherà e diventerà eterno, però spero che vada bene, che sia fatta giustizia. Inoltre l’indagine sarà molto lunga, se il giudice vorrà sciogliere tutti i nodi della questione si renderà conto che, evidentemente, il colonnello non è l’unico implicato: il colonnello conferisce degli ordini, però allo stesso tempo obbedisce a delle istruzioni che vengono dall’alto. In definitiva si tratta di un problema di ordini politici e di mancanza di un codice etico tra le persone che compiono tali istruzioni.

Cosa succede quando la Guardia Civil espelle i migranti e li consegna all’esercito marocchino?

Ora non li deportano più nel deserto, ma li lasciano in diverse città marocchine: Rabat, Casablanca o Fez. Li prelevano, li introducono in un autobus e li lasciano lì. Prima, li portavano in Algeria, ma ora le relazioni tra l’Algeria e il Marocco sono pessime. Gli algerini non ammettono più che si abbandonino migranti nel proprio deserto. Inoltre il Marocco ha avviato un processo di regolarizzazione per le persone straniere in modo tale da mostrare un’altra faccia, distinta da quella che mostra quando commette queste bestialità. Una delle misure che ha adottato è proprio quella di non abbandonare più i migranti nel deserto e condurli nelle grandi città in modo tale che i migranti possano accedere agli uffici per la regolarizzazione. Però il cambio è minimo, i migranti riprendono immediatamente il cammino verso Ceuta e Melilla.


Perché ritieni che non si compiano i requisiti minimi sul ritorno di cui parlavi?
Per la stessa ragione per cui gli agenti marocchini e spagnoli li picchiano e gli spezzano le braccia.
Per il fatto che non venga dato nessun tipo di documento ai minori non accompagnati, così come per molte altre cose che succedono a Melilla. Si tratta di lanciare un messaggio: qui non c’è posto per te, qui non vali niente perché non sei nessuno, non hai diritti, né sei di qui. È una maniera per dire: “Vedi? Ti hanno rotto una gamba, non tornare mai più”.

C’è una relazione con il fatto che i procedimenti d’espulsione possano diventare molto lunghi?

No, perché i migranti che entrano sono molti, e quelli che saltano la frontiera non sono un problema, rappresentano solo il 20% delle persone che entrano a Melilla. Si pone in evidenza la frontiera perché è un tema sensazionalista e scandalistico. All’interno dell’Unione Europa, tutti pensano che vi sia una vera e propria invasione, quando ogni anno saltano la frontiera solo 500 o 600 persone delle 3.500 che entrano a Melilla. Il resto delle persone entra pagando e lo fa attraverso la frontiera di Beni Enzar. Questo è quello che dovrebbero spiegare le autorità: la mafia è là. Il punto è che non vogliono riconoscere di non essere in grado di poter controllare una frontiera internazionale di 50 metri, l’unica che divide l’Europa dall’Africa, perché non sono capaci di porre un freno alla corruzione. Quindi rivolgono i riflettori sulla barriera. D’altra parte perché Spagna e Marocco assumono lo status di polizia dell’Unione Europea? Cercano di fomentare un clima di paura attraverso l’idea che i migranti ci stanno invadendo. Il numero dei migranti che arrivano a Melilla è lo stesso, addirittura più basso di quelli che arrivano a Lampedusa in una settimana… e guarda il problema che si sta creando qui.

Si pone l’attenzione sul confine per dare l’idea di una invasione ma ogni anno saltano la frontiera solo 500 o 600 persone delle 3.500 che entrano a Melilla

C’è qualche similitudine tra la situazione che si vive qui e quella che si vive a Lampedusa?

No, non si può comparare. All’inizio c’è stata molta resistenza in Italia nell’accogliere tutti quei migranti. Però, dopo il richiamo dell’UE, l’Italia ha reagito, ed ha reagito all’epoca del governo Berlusconi, un governo duro. Diversamente il governo spagnolo non reagisce, non solo alle critiche che sta ricevendo dal Consiglio europeo e da Cecilia Malmström in persona, ma di tutte le organizzazioni importanti, interne ed esterne.
Hanno da poco negato la direzione di Frontex a uno spagnolo, perché se la Spagna non compie le leggi, uno spagnolo non potrà mai coprire quel posto. Nel frattempo il governo continua a dare prova della propria forza, dicendo che continueranno su questa linea. Vendono il problema in modo tale da continuare ad assumere il ruolo di polizia dell’UE, altrimenti di che parlerebbero al parlamento europeo? Non c’entrano nulla, così almeno possono avere il ruolo di polizia.

Uno dei fattori che ha permesso il cambio di cui parlavi a Lampedusa è stata la solidarietà della società verso i migranti. Cosa manca a Melilla?

A Melilla sarebbe necessario che scomparisse immediatamente la casta che governa, perché è la più disastrosa che esiste in Spagna al momento, c’è una casta disastrosa dappertutto, ma qui c’è il peggio del peggio. Il sindaco di Lampedusa, dopo il naufragio del barcone avvenuto il 3 ottobre 2013 in cui sono morte tantissime persone, è stato il primo a dire “Basta, così non si può continuare, bisogna risolvere questa situazione, dobbiamo andare a salvarli perché stanno morendo in mare”. Il sindaco di Melilla ogni volta richiede più soldati e una frontiera più alta. Mentre a Lampedusa salpano per salvarli in modo tale che non gli succeda nulla, qui il comportamento è totalmente diverso: l’uso della violenza è sistematico, in modo tale che non entrino. Questo accade per l’essenza fascista della classe politica di questa città. Vogliono lanciare un messaggio: “qui no”. E lo fanno a qualsiasi costo.

Da poco, la Corte Europea per i Diritti Umani ha condannato l’Italia per alcune espulsioni collettive avvenute nel 2009. Perché qui non accade la stessa cosa?

La Spagna non ha riconosciuto l’esistenza dei respingimenti fino a marzo di quest’anno. Ora non può continuare a negarli perché vi sono troppe prove e si sta cominciando ad affrontare il problema. La risposta è lenta, però almeno esiste.

Il governo afferma che tale pratica è legale, tuttavia Rajoy ha dichiarato di voler riformare la legge per legalizzarle. A cosa si deve queste contraddizione?

Il governo va alla deriva con questo tema. L’unico fattore chiaro è l’applicazione della violenza alla frontiera ma questo non cambia. Riguardo al resto il governo va a tentoni, ora dice di si, poi no, cambiando tattica. Prima è la Guardia Civil a colpire i migranti. Poi, quando questa riceve critiche, sono i soldati marocchini a colpire. Quando i soldati marocchini ricevono alcune critiche, non vogliono più colpire a loro volta. Insomma, vanno a tentoni, cercando di salvarsi in extremis. E non possono nascondere ciò che è evidente, cioè che ciò che compiono è illegale e che la violenza è totalmente arbitraria. Il problema non sono i migranti che arrivano a Melilla, il problema sono loro, senza ombra di dubbio.

In che modo la questione potrebbe arrivare all’Unione Europea o alla Corte Europea per i Diritti Umani?

È già arrivata. Il Consiglio europeo ha già dichiarato che la Spagna deve smettere di procedere in questo modo, altrimenti verrà penalizzata, Lo ha detto il presidente per i Diritti Umani del Consiglio europeo, lo ha detto Cecilia Malmström. Per esempio una delle prime misure che hanno adottato è stata quella di vietare a uno spagnolo l’accesso alla direzione di Frontex -che era il favorito- dichiarando che finché il governo spagnolo non compirà la normativa europea non potrà esservi uno spagnolo alla direzione. Questo è solo la prima misura adottata, sono convinto che ce ne saranno molte altre. Presto la Spagna resterà isolata dall’Unione Europea e dall’ambito internazionale, così come lo è stata durante l’epoca di Paquito (Franicsco Franco, ndr).

Per concludere, hai pubblicato una fotografia, dove appaiono alcune persone giocando a golf mentre sullo sfondo un gruppo di migranti cerca di sperare la frontiera, che ha avuto molta eco nei mezzi di comunicazione. Cosa ti suggerisce questa foto e come l’hai scattata?

Credo che mi suggerisca le stesse sensazioni che ha la maggior parte delle persone. La foto mostra il contrasto tra le due parti della frontiera. È un’immagine che tocca la coscienza di tutti, per quello che non facciamo o che non vogliamo vedere, per paura, per non complicarci la vita e restare coinvolti, per pura indifferenza verso gli altri… la foto mostra ciò che tutti odiano, una situazione contro la quale spesso non ci mobilitiamo, né noi né le istituzioni europee. Mostra tutto ciò che fa male, le differenze e l’indifferenza che proviamo verso gli altri. Ha avuto eco perché è come uno schiaffo. L’immagine ti pone davanti a una domanda: “E tu? Non stai facendo niente?”.

Tor Sapienza e oltre: riflessioni a freddo

  • Mercoledì, 26 Novembre 2014 10:48 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
26 11 2014

Settebagni, Tor Pignattara, Corcolle, Casalbertone, Tor Sapienza, Infernetto. Nomi diversi, quartieri diversi, un presente che sembra analogo: lo scontro tra italiani e migranti. Un editoriale sul diritto alla città contro il razzismo nel pieno della crisi.

La sceneggiatura fissa di episodi molteplici: una mobilitazione contro l’apertura di un centro di accoglienza; una notte di caccia al nero con risse e aggressioni; un omicidio seguito da varie menzogne e intimidazioni; l’assalto a un palazzo in cui sono accolti minori e richiedenti asilo; diverse provocazioni fasciste contro il trasferimento nel quartiere di 10 ragazzini stranieri.

Ripartiamo dai fatti di Tor Sapienza, dai giorni dell’assalto contro il centro di accoglienza di viale Morandi per analizzare la questione in senso più generale. È evidente che in questa vicenda il razzismo e i razzisti hanno giocato un ruolo, come emerge anche dai video e dalle interviste di alcuni protagonisti degli attacchi. Crediamo, però, che a parte la disumanità di alcuni individui, le cause alla base siano molto più complesse e riguardino almeno due questioni: il sistema di accoglienza italiano; le politiche del governo e del Comune di Roma.

A queste, che analizzeremo più avanti, bisogna aggiungere l’aggressiva campagna razzista che le destre stanno promuovendo nel paese, strumentalizzando con puntualità fatti di cronaca e tensioni. Forza Nuova, Fratelli d’Italia, la Destra, ma soprattutto l’inedito duo Lega Nord-Casapound stanno tentando di proporsi come catalizzatori del malcontento sociale e di indirizzarlo, per ovvie ragioni elettorali, contro i migranti. Sebbene quest’operazione non sia ancora riuscita dal punto di vista organizzativo – come dimostrano il flop del corteo “anti-degrado” del 15 novembre scorso a Roma, il rifiuto di Borghezio in cortei e presidi proprio da parte di alcuni comitati anti-degrado, le contestazioni che ovunque accolgono destri e fascio-leghisti – non bisogna sottovalutare gli effetti che sta producendo. Sia rispetto alle narrazioni tossiche che si vanno diffondendo, vedi la leggenda dei 35 euro che ogni migrante incasserebbe giornalmente e che sono invece i soldi che ingrossano le tasche delle cooperative. Sia rispetto alla legittimazione di pratiche violente nei confronti dei cittadini stranieri, testimoniata, ad esempio, dal corteo in solidarietà con l’assassino di Shezhad a Torpignattara o dall’assoluta impunità di chi voleva dar fuoco a un centro d’accoglienza.

1 – Il sistema di accoglienza italiano

I fatti di Tor Sapienza rischiano di incastrare chi, come noi, ha duramente criticato il sistema di accoglienza italiano, soprattutto nelle profonde trasformazioni vissute a partire dal 2011, cioè dalla proclamazione dall’emergenza Nord Africa. Il rifiuto della violenza razzista non può farci cadere nella trappola di difendere il sistema dei centri d’accoglienza. Le inchieste condotte da associazioni e giornali, insieme alle tante testimonianze di chi ci vive o lavora, hanno denunciato come questi luoghi siano fabbriche di emarginazione per i migranti e di precarietà per gli operatori. Allo stesso tempo, sono miniere d’oro per le cooperative che li gestiscono e un bacino di manodopera a basso costo per gli sfruttatori.

L’emergenza Nord Africa è stato un modello di accoglienza disastroso, fondato sull’apertura di mega-ghetti in cui i migranti sono rimasti parcheggiati per mesi o anni senza alcuna prospettiva reale di inserimento nel nuovo contesto sociale. Gli ospiti sono stati appaltati per chiamata diretta a cooperative senza alcuna competenza in materia. In questi centri, i controlli pubblici sugli standard di accoglienza e sui percorsi di inserimento socio-lavorativo sono stati inesistenti. A fronte di questa situazione, anche per rispondere alle sanzioni europee e per scongiurare il rischio che l’Italia venisse dichiarata (dopo la Grecia) “Paese non sicuro”, il governo ha ampliato i progetti SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Originariamente lo SPRAR rappresentava un’eccellenza nel panorama dei sistemi di accoglienza, perché promuoveva un’accoglienza diffusa, tendenzialmente fuori dalle grandi città, funzionale a garantire progressivamente l’autonomia dei soggetti accolti. Il suo recente ampliamento ne ha completamente snaturato le caratteristiche iniziali: molti mega-centri aperti nel periodo dell’emergenza sono diventati ordinari, anche sotto l’etichetta di SPRAR, ma senza adeguarsi agli standard da esso previsti. Del resto, siamo convinti che il problema stia nei centri in sé e non solo nella loro mala gestione.

I centri sono ghetti in cui i richiedenti asilo vengono confinati, al di fuori di ogni legame sociale e attraverso i vincoli dell’assistenzialismo che ne riproducono continuamente le condizioni di marginalità e ricattabilità. Allo stesso tempo, sono luoghi di lavoro, in cui centinaia di giovani, spesso altamente qualificati, entrano con le migliori intenzioni, sperando di svolgere un lavoro socialmente importante. Quasi sempre, però, gli operatori finiscono a fare principalmente i guardiani, ad avere la responsabilità di tenere calmi gli ospiti, accollandosi tutte le situazioni di tensione prodotte a livello sistemico dal modello dei centri di accoglienza.

Crediamo che, mai come oggi, sia necessario tenere il punto su alcune rivendicazioni fondamentali. Uno: diritto d’asilo europeo contro il regolamento di Dublino che confina migliaia di migranti in Italia e nel resto dei paesi dell'Europa Meridionale e dell’Est. Due: un’accoglienza diffusa, integrata nei territori e capace di valorizzare processi di autogestione collettiva e di autonomia dei singoli individui, contro le speculazioni delle cooperative, l’isolamento e le tensioni prodotte dai mega-centri e i meccanismi di assistenzialismo. Tre: il riconoscimento del lavoro degli operatori sociali nei termini di una professionalità specifica e dei corrispondenti diritti salariali e contrattuali, contro la genericità delle mansioni, la precarietà e i ricatti in cui si trovano spesso costretti.

Anche a partire da questi elementi bisogna ricomporre un punto di vista comune tra chi soffre l’abbandono delle periferie, chi è costretto a vivere parcheggiato in un centro di accoglienza e chi ci deve lavorare in condizioni di sfruttamento.

2 - Le politiche del Comune di Roma

Nell’assemblea di mercoledì 19 novembre, l’altra Tor Sapienza ha preso parola dopo il caos dei giorni precedenti. Un abitante di viale Morandi ha detto: “la rivolta è comprensibile, l’obiettivo terribilmente sbagliato. Bisognava andare al Comune e dalle istituzioni, non prendersela con i rifugiati”. Tor Sapienza, come molte altre zone della periferia romana, è stata progressivamente abbandonata dalle istituzioni nel corso degli anni. A questo abbandono si sono sommati gli effetti drammatici della crisi e delle politiche di austerità: tagli ai servizi pubblici (in primis trasporti e illuminazione); contrazione cronica del welfare state e dei servizi sociali e sanitari; desertificazione culturale; precarietà e disoccupazione dilagante. È su questi problemi che la rabbia cieca ha trovato consenso, finendo per sfogarsi contro i soggetti più facili da colpire: gli ospiti del centro di accoglienza.

Nei prossimi mesi la prospettiva politica dei movimenti dovrà misurarsi su questo terreno, perché le politiche di austerità e l’azione delle destre (neoliberali e fascio-leghiste) hanno sfibrato in molti punti il tessuto sociale, indicando la strada della guerra tra poveri, invece che quella della solidarietà e del mutuo soccorso. Alcuni passi sono già stati fatti. Lo sciopero sociale del 14 novembre ha messo in evidenza la necessità e l’efficacia di connettere figure sociali differenti intorno alle rivendicazioni di una differente distribuzione della ricchezza, attraverso il salario minimo e il reddito garantito, e di nuovi diritti.

L’assemblea organizzata dai movimenti per il diritto all’abitare in piazza de Cupis, o quella promossa proprio in viale Morandi da Asia/Usb sulla vendita degli alloggi popolari, sono due tentativi importanti di ricomposizione del tessuto sociale di quel territorio. Allo stesso modo, la campagna dei Gruppi di Allaccio Popolare, inaugurata la scorsa settimana, è un altro degli interventi potenzialmente capaci di generalizzare il linguaggio della solidarietà e dei diritti attraverso azioni efficaci. Il percorso del “Diritto alla città” – che da mesi riunisce numerose realtà politiche e sociali di Roma intorno ai temi dell’autogestione, dell’opposizione alla speculazione edilizia e alla rendita immobiliare, dell’acqua pubblica e della cultura indipendente – è uno spazio in grado di giocare un ruolo in questo tipo di conflitti urbani.

Premettendo che nessuna data e nessun corteo risolveranno questioni così complesse, che necessitano di lavoro politico capillare e continuativo, crediamo che la mobilitazione del 13 dicembre sia un'opportunità da cogliere per affrontare di petto queste problematiche. Bisogna affermare collettivamente che Roma rifiuta la guerra tra poveri, che il nemico non vive nei centri di accoglienza, ma nei palazzi del governo. Bisogna affermare che il vero degrado è prodotto dalle politiche sull’immigrazione e dalle misure di austerity, con i tagli alla spesa sociale e culturale, gli sfratti, gli sgomberi e le leggi sul lavoro che producono povertà e precarietà.

Il 13 dicembre non ambisce ad essere la data di qualcuno, ma uno spazio aperto a tutti coloro che condividono questi contenuti e si battono quotidianamente per una Roma solidale, meticcia, dei diritti per tutti. Come Resistenze Meticce vogliamo provare a raccogliere questa sfida, con la consapevolezza che il suo esito riguarda tutti coloro che vivono la città.

La Tor Sapienza di cui nessuno parla

  • Martedì, 25 Novembre 2014 12:39 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
25 11 2014

Non erano molti i giornalisti presenti ieri a piazza Cesare De Cupis. Totalmente assenti i politici. I protagonisti ieri erano le persone – tante, circa 300 – che hanno animato questa piazza, distante meno di 2 chilometri da viale Giorgio Morandi. Il viale, quello sì, da una settimana al centro delle cronache, capitoline e non solo (per approfondimenti vedi qui).

“Di chi è la colpa?”, questo il nome con cui, sui social network, veniva identificata l’assemblea di ieri. “Di chi è la colpa?” di quello che è successo la settimana scorsa, ossia delle bombe carta, dei sassi e delle minacce lanciate a più riprese dai residenti contro il centro di accoglienza che ospitava minori stranieri sito, appunto, in viale Giorgio Morandi? “Di chi è la colpa?”, ci si è chiesto in questi giorni ascoltando le accese lamentele, le proteste e la rabbia dei cittadini residenti in quella parte del quartiere Tor Sapienza, intervistati da televisioni e giornali.

Un minimo comun denominatore lega i tanti e diversi interventi che si sono succeduti ieri durante il microfono aperto: l’individuazione della responsabilità di quanto successo nel ruolo svolto dalla istituzioni pubbliche. O meglio non svolto. “La rivolta è comprensibile, l’obiettivo però è sbagliato. Non c’entrano i rifugiati. Il bersaglio devono essere le istituzioni pubbliche”, afferma uno storico residente del quartiere. Sono infatti istituzionali le responsabilità dei recenti fatti avvenuti a Tor Sapienza, un quartiere progressivamente abbandonato a sé stesso. Mancanza di servizi, illuminazione assente, mezzi pubblici a singhiozzo si associano alla totale inesistenza di servizi sociali e culturali, dove invece sono molto presenti spaccio, microcriminalità e prostituzione. La rabbia delle persone è giusta, è stato detto più volte nei diversi interventi. Ma non c’entrano nulla i cittadini stranieri, anch’essi ammassati, proprio come i residenti, nella periferia della città, in un’unica struttura a sei piani gestita dalla cooperativa Un Sorriso, dove sono stati portati minori stranieri non accompagnati, richiedenti asilo e rifugiati. Al momento solo questi ultimi, inseriti in un progetto Sprar (Servizio Protezioni Richiedenti Asilo) sono ancora presenti nel centro, ancora sorvegliato dalla camionette della polizia. I minori sono stati trasferiti in altre strutture. Minori che, è bene ricordarlo, fuggono da zone di conflitto e persecuzioni. E che qui hanno ritrovato una nuova guerriglia.

“La base è mortificata!” denuncia un residente storico. E, quando sale la frustrazione di una base sociale bistrattata, la strumentalizzazione è più semplice. Come è successo a Tor Sapienza: alcuni interventi sottolineano la presenza, nel quartiere, di persone “venute da fuori”, membri di organizzazioni di estrema destra, che hanno cavalcato la rabbia dei residenti, inascoltati dalla classe politica, convogliandola verso “lo straniero” e trasformandola in un fortissimo razzismo. La stessa strumentalizzazione compiuta da alcuni politici che, se fino a poco tempo fa chiedevano a gran voce l’istituzione della Padania come stato a sé ora, a caccia di elettori, rincorrono il disagio espresso in alcune zone dell’intero territorio nazionale, Tor Sapienza compresa.

E poi ci sono altre responsabilità. “Dov’è finita la sinistra?” ci si chiede da più parti. L’assenza di alcune associazioni storicamente impegnate nella difesa dei diritti si fa sentire, così come di una parte politica capace di raccogliere i problemi presenti e affrontarli davvero. Viene scatenata, attualmente, una guerra tra poveri, sottolinea la piazza. Mentre quello che servirebbe è un attento e costante lavoro politico e culturale, in tutte le periferie della città, non solo a Tor Sapienza, “perché i problemi sorti qua verranno fuori anche in altre zone, e in alcune già li abbiamo visti”, come afferma A., operatrice sociale.
Manca un lavoro politico, sociale e culturale: e da qui occorre ripartire. Per questo l’assemblea pubblica non è stato un momento fine a sé stesso, ma la tappa di un percorso comune da rilanciare. Lo si farà insieme martedì 25 davanti al centro culturale Giorgio Morandi, che ha sede proprio nel complesso Ater dell’omonimo viale.

Il Fatto Quotidiano
25 11 2014

Sono oltre cinquecento le madri tunisine alla ricerca dei propri figli “desparecidos” durante il loro viaggio verso l’Italia. Munira Grahani è una di loro: in questi giorni è arrivata a Lampedusa grazie alla Carovana Migranti per continuare la sua ricerca iniziata quattro anni fa. Non ha più notizie dal 9 settembre 2010, quando il figlio Amin Benassmin, studente impegnato politicamente, era stato costretto a lasciare la Tunisia.

Negli ultimi quattro anni è venuta spesso in Italia, dove ha raccolto gli articoli e le testimonianze che parlano di un nave di cinque tunisini sbarcata nel settembre 2010, forse quella di sua figlio. “Sappiamo che i nostri figli sono sbarcati a Lampedusa, che sono arrivati in Italia: non siamo qui a perdere tempo”. In questi giorni, a Lampedusa, ha potuto vedere il luogo dove il giovane sarebbe sbarcato e ha incontrato il sindaco Rosa Nelly Santos. Nei prossimi giorni sarà a Catania per visitare il Centro da dove quindici giorni fa ha ricevuto una telefonata per un presunto avvistamento del figlio di Simone Bauducco

VIDEO

Communianet
19 11 2014

Dopo i gravi episodi successi ieri a Roma, nel quartiere di Tor Sapienza, e l'immediato rilancio della guerra tra poveri da parte di Salvini e delle destre più razziste, pubblichiamo la testimonianza e analisi della situazione scritta da un ex operatore sociale di quel centro di accoglienza, che spiega come la guerra tra poveri sia frutto di precise politiche sull'immigrazione e di ripetute privatizzazioni dei servizi sociali.

Ci vediamo a Morandi. Ma che lavori a Morandi? Così tra operatori lo chiamavamo nel periodo in cui ho lavorato li. Non si tratta del longevo cantautore italiano idolo degli anni sessanta, ma del centro di accoglienza aperto con i fondi del progetto “Emergenza Libia” tre anni fa e situato in via Giorgio Morandi, omonima strada nel periferico quartiere Tor Sapienza di Roma. Nella notte tra martedì e mercoledì dei balordi incappucciati l’hanno assediato con mazze e bombe carta mettendo a ferro e fuoco l’intera zona. Gli scontri con la polizia successivi all’assedio sono iniziati alla fine di una tesissima giornata dove numerosi cittadini hanno manifestato contro la presenza del centro accusato di ospitare migranti protagonisti di episodi di violenza e furto.

Ho lavorato per qualche tempo come operatore sociale al centro di Via Morandi ed ho conosciuto tanti ragazzi provenienti dalle regioni subsahariane dell’Africa, da alcune zone depresse dell’Asia e dai paesi coinvolti nelle primavere arabe. Cominciamo subito dicendo che lì dentro stupratori, ladri e spacciatori non li ho mai visti. Ho visto persone molto giovani che fuggivano da contesti di guerra, crisi o carestia in cerca di un futuro migliore in Europa. In cerca di un lavoro onesto e di una formazione adeguata alle loro innumerevoli esperienze. Ho conosciuto persone bloccate in Italia perché le nostre leggi razziste e la burocrazia che ne consegue non gli permette di avere i documenti necessari per espatriare e raggiungere la famiglia in un altro paese UE. Richiedenti asilo che per un trattato europeo chiamato Dublino II sono costretti fino a che la commissione competente non si esprima sulla validità della richiesta a rimanere in Italia contro la loro volontà. Minorenni, che hanno diritto ad avere una tutela a carico dello Stato, avere paura di compiere il loro diciottesimo anno perché il giorno dopo sono fuori da tutti i sistemi di protezione. Per loro nessuna festa in giallo ma solo ansia e paura di essere abbandonati. Ma soprattutto ho conosciuto persone vive ed in carne ed ossa, con storie da raccontare ed emozioni da trasmettere.

Quando fai questo mestiere (perché di questo si tratta e non di volontariato) instauri una serie di relazioni umane profonde che ti permettono di sentire sulla pelle cosa significa essere migranti e quanto le nostre aspirazioni ed i nostri sogni siano simili. Superare infiniti ostacoli per raggiungere la pace e la tranquillità oggi più di ieri è una condizione che ci accomuna tutti, precari, disoccupati e migranti. Storie ed esperienze di percorsi migratori variegati, ognuno con il suo obiettivo e soprattutto la forza e la tenacia dei protagonisti che supera ogni limite immaginabile. Ragazzi partiti anni fa dai loro villaggi, mesi di traversata del deserto, passati per la Libia come ostaggi delle politiche di Gheddafi verso la UE, messi su un barcone e miracolosamente sopravvissuti ad un naufragio. Giovanissimi che hanno approfittato delle primavere arabe in Egitto e Tunisia per sfuggire dalle violenze settarie che sconvolgono ancora oggi il vicino oriente. Molti di loro invece sono in Italia da un po’ e cercano con ogni mezzo a disposizione, senza causare danno altrui, di sopravvivere nella crisi.

Se solo le donne che manifestavano contro quel centro martedì sera potessero ascoltare queste storie, come le troverebbero simili alle loro e a quelle dei loro figli. Storie di disperazione, paura ma anche di speranza.

Oggi il centro, gestito da una cooperativa sociale, ospita diversi servizi: un centro di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati, uno SPRAR (un servizio ministeriale per i richiedenti asilo) ed una casa famiglia. Servizi che lo Stato o gli enti locali ormai da anni affidano in appalto a delle cooperative esternalizzando la gestione dell’accoglienza e della solidarietà al miglior offerente. La stessa modalità dei lavori pubblici più o meno, solo che invece della costruzione di ponti e strade si dà in concessione la gestione di servizi primari estremamente delicati. Una prima proposta è sicuramente l’internalizzazione di questi servizi. È lo Stato che deve farsi carico di un problema così sentito nei nostri tempi come l’integrazione e l’inclusione sociale. Questi episodi di violenza e intolleranza sono in primis frutto della privatizzazione selvaggia dei servizi di accoglienza e di una “fuga” dello Stato dai servizi sociali in generale che in quanto tali devono essere gestiti nell’interesse generale. Fuga studiata e voluta da chi ci governa e da chi ogni giorno, ogni Legge di Stabilità di fine anno, taglia i servizi essenziali per ripagare il debito pubblico alle banche e regalare soldi alle imprese che non assumono.

Non si possono fare profitti sull’accoglienza. Non si può esternalizzare la responsabilità politica dell’integrazione sociale in questo momento storico ad un soggetto privato, che seppur (in rare occasioni) guidato da buone intenzioni non potrà mai occuparsi in maniera adeguata dei flussi migratori. Per non parlare poi delle figure degli operatori che lavorano in queste cooperative, veri protagonisti sul campo dei processi di integrazione reale e nello stesso tempo capro espiatorio del fallimento delle politiche migratorie. Dentro quel centro d’accoglienza assediato dai gruppi di balordi c’erano, oltre i migranti, degli operatori che per un contratto precario con poche tutele rischiano ogni giorno di essere vittime della guerra fra poveri che sta esplodendo nel nostro paese. Operatori che, se fosse stato un servizio pubblico, avrebbero avuto gli strumenti di tutela, il salario e le condizioni contrattuali adatte per portare avanti una così difficile missione. Avrebbero risposto come operatori della collettività ad un problema della collettività.

A proposito di guerra fra poveri. Il centro d’accoglienza è situato in un quartiere popolare della città che più degli altri subisce gli effetti devastanti della crisi e delle trasformazioni economiche. Disoccupazione e degrado sono il simbolo del fallimento delle politiche pubbliche nelle periferie di veltroniana memoria e la conseguenza diretta dell’espulsione dei nuovi e vecchi poveri dalla metropoli. Migliaia di italiani e di stranieri vivono in queste immense banlieue abbandonate dalle istituzioni e lontane da quella che è la città intesa come luogo dove si esercitano i diritti di cittadinanza (scuola, salute, trasporti, cultura ecc..). Ultimi, quindi, contro altri ultimi.

Poveri sono anche gli operatori sociali, spesso donne giovani che si trovano a combattere quotidianamente contro un'esistenza precaria. Il loro ruolo però è di fondamentale importanza. Mediatori di conflitti e piloti dei processi di integrazione, in questa sporca guerra se avessero i mezzi a disposizione potrebbero creare quelle camere di compensazione per far parlare persone apparentemente così distanti, ma in realtà così vicine. Insieme ai cittadini antirazzisti potrebbero essere i promotori di un dialogo sociale e culturale utile ad indirizzare la rabbia verso la giusta direzione. Verso chi come i fascisti e la Lega soffia sul fuoco dell’intolleranza per meri fini elettoralistici. Verso i governi che approvano leggi infami e che tagliano servizi pubblici per far arricchire padroni e banche. Verso quel centrosinistra colpevole di aver utilizzato parole come integrazione e cittadinanza per approvare leggi razziste come la Turco-Napolitano che hanno introdotto i centri di espulsione in Italia.

Salvini ha dichiarato nella giornata di mercoledì che nei prossimi giorni andrà a fare visita ai cittadini di Tor Sapienza. Quel giorno sogno una forte risposta popolare di cittadini antirazzisti, operatori sociali e migranti che rispediscano da dove è venuto l’opportunista per eccellenza del momento. Il segretario di un partito che è fautore della peggior legge sull’immigrazione d’Europa. Una legge che collega strettamente l’ottenimento del permesso di soggiorno al possesso di un contratto di lavoro in un paese dove il lavoro non c’è. La legge Bossi-Fini è la maggiore fautrice della condizione irregolare di moltissimi migranti. Un provvedimento che genera poveri ed emarginati da dodici anni perché tali devono restare. Una legge razzista che criminalizza i migranti trasformandoli in merce umana a basso costo in nome del profitto di pochi e del taglio del costo del lavoro. Promossa da un partito, la Lega, che oggi vuole diventare insieme ai suoi alleati fascisti il nuovo Front National italiano alimentando la guerra tra poveri e tutelando come sempre i poteri forti veri protagonisti della crisi.

Quest’ondata può essere arrestata solo da un movimento antirazzista e contro la crisi che denunci chiaramente chi sono i veri fautori del disastro che stiamo vivendo. Un movimento da costruire tutti insieme fin da subito.

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