L’Espresso
18 11 2014

I richiedenti asilo che vivevano in via Morandi 153, Tor Sapienza, Roma Est, hanno scritto una lettera aperta. A tutti gli italiani. Ai loro vicini e a chi deve prendere decisioni, al Campidoglio come al ministero dell'Interno. Per dire «Pensiamo che gli atti violenti di questi giorni siano un attacco non a noi, ma alla comunità intera». Ecco le loro parole.

«È da tre giorni che viviamo nel panico, bersagliati e sotto attacco: abbiamo ricevuto insulti, minacce, bombe carta. Siamo tornati da scuola e ci siamo sentiti dire negri di merda; non capiamo onestamente cosa abbiamo fatto per meritarci tutto ciò. Anche noi viviamo i problemi del quartiere, esattamente come gli italiani: ma ora non possiamo dormire, non viviamo più in pace, abbiamo paura per la nostra vita. Non possiamo tornare nei nostri Paesi, dove rischiamo la vita, e così non siamo messi in grado nemmeno di pensare al nostro futuro».

I minori stranieri ospitati nel centro di viale Morandi sono stati trasferiti. Il Comune cede alle pressioni di piazza. Dando ragione alle paure. E creando il 'rischio di un pericoloso effetto domino'. Mentre c'è chi denuncia 'le attuali politiche sbagliate verso i rom e i rifugiati, improntate all'emergenza, e senza sforzi per l’integrazione'

«Tutti parlano di noi in questi giorni, siamo sotto i riflettori: televisioni, telegiornali, stampa. Ma nessuno veramente ci conosce. Noi siamo un gruppo di rifugiati, 35 persone provenienti da diversi Paesi: Pakistan, Mali, Etiopia, Eritrea, Afghanistan, Mauritania, ecc. Non siamo tutti uguali, ognuno ha la sua storia; ci sono padri di famiglia, giovani ragazzi, laureati, artigiani, insegnanti... ma tutti noi siamo arrivati in Italia per salvare le nostre vite. Abbiamo conosciuto la guerra, la prigione, il conflitto in Libia, i talebani in Afghanistan e in Pakistan. Abbiamo viaggiato, tanto, con ogni mezzo di fortuna, a volte con le nostre stesse gambe; abbiamo lasciato le nostre famiglie, i nostri figli, le nostre mogli, i nostri genitori, i nostri amici, il lavoro, la casa, tutto. Non siamo venuti per fare male a nessuno».

«In questi giorni abbiamo sentito dire molte cose su di noi: che rubiamo, che stupriamo le donne, che siamo incivili, che alimentiamo il degrado del quartiere dove viviamo. Queste parole ci fanno male, non siamo venuti in Italia per creare problemi, né tantomeno per scontrarci con gli italiani. A questi ultimi siamo veramente grati, tutti noi ricordiamo e mai ci scorderemo quando siamo stati soccorsi in mare dalle autorità italiane, quando abbiamo rischiato la nostra stessa vita in cerca di un posto sicuro e libero. Siamo qui per costruire una nuova vita, insieme agli italiani, immaginare con loro quali sono le possibilità per affrontare i problemi della città uniti insieme e non divisi».

L'attacco alla struttura per richiedenti asilo sarebbe stato pianificato. Una provocazione, supportata però da alcuni residenti che non avevano denunciato problemi prima. Nonostante i rifugiati ci siano da tempo. Cos'è successo? È cambiato il clima politico. Ma c'è anche un problema di gestione.

«Vogliamo dire no alla strada senza uscita a cui porta il razzismo, vogliamo parlare con la gente, confrontarci. Sappiamo bene, perché lo abbiamo vissuto sulla nostra stessa pelle nei nostri Paesi, che la violenza genera solo altra violenza. Vogliamo anche sapere chi è che ha la responsabilità di difenderci? Il Comune di Roma, le autorità italiane, cosa stanno facendo? Speriamo che la polizia arresti e identifichi chi ci tira le bombe. Se qualcuno di noi dovesse morire, chi sarebbe il responsabile?».

«Non vogliamo continuare con la divisione tra italiani e stranieri. Pensiamo che gli atti violenti di questi giorni siano un attacco non a noi, ma alla comunità intera. Se il centro dove viviamo dovesse chiudere, non sarebbe un danno solo per noi, ma per l'intero senso di civiltà dell'Italia, per i diritti di tutti di poter vivere in sicurezza ed in libertà. Il quartiere è di tutti e vogliamo vivere realmente in pace con gli abitanti. Per questo motivo non vorremmo andarcene e restare tutti uniti perché da quando viviamo qui ci sentiamo come una grande famiglia che nessuno di noi vuole più perdere, dopo aver perso già tutto quello che avevamo».

Razione dimezzata per i profughi in Kenya

  • Martedì, 18 Novembre 2014 11:08 ,
  • Pubblicato in Flash news

Nigrizia
18 11 2014

Dal 15 novembre (sabato scorso) in poi il mezzo milione di rifugiati che si trovano nei campi profughi del Kenya, in maggioranza somali e sud sudanesi, riceveranno una razione alimentare al di sotto delle 1000 calorie giornaliere, la metà di quella necessaria a mantenerli in buona salute, secondo gli standard fissati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il World Food Programme (Wfp), ha dichiarato che l’organizzazione non ha i 10 milioni di dollari mensili necessari a coprire le spese per una razione completa. La decisione potrebbe prestissimo rendersi necessaria anche per i 600.000 rifugiati che si trovano in Etiopia.

I bisogni umanitari sono infatti enormi e sono aumentati in modo straordinario nel corso del 2014. In agosto è stato lanciato un appello globale per 17,3 miliardi di dollari per soccorrere 102 milioni di persone; nel 2013 i rifugiati erano 81 milioni e l’appello fu di 12,9 miliardi di dollari. L’entità del bisogno mette a dura prova le capacità dei donari di farvi fronte.

Il Wfp, da solo, ha richiesto 8,4 miliardi di dollari, una cifra mai raggiunta nel passato, metà dei quali sono necessari per sfamare i profughi in Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Iraq, Siria e i paesi dell’Africa occidentale colpiti dall’epidemia di ebola; tutte emergenze eccezionali in termini di gravità, ampiezza, popolazione coinvolta e complessità.

Nei campi profughi del Kenya questo provvedimento aggraverà una situazione già difficile. Nei giorni scorsi l’Unhcr ha reso pubblico un rapporto in cui si dice che il 26% dei bambini in arrivo dal Sud Sudan è malnutrito, una percentuale davvero drammatica e preoccupante. Il rapporto ha indagato la situazione dei 284 bambini al di sotto dei cinque anni arrivati fra il 28 ottobre e il 5 novembre al campo di Kakuma, uno storico campo che ha dato rifugio ai sud sudanesi anche durante la guerra civile con il Nord: 74 erano seriamente malnutriti, di questi 41 in forma grave. L’Unhcr ha anche dichiarato che è in aumento l’arrivo di minori non accompagnati. Dalla fine dello scorso dicembre nel campo di Kakuma sono stati ufficialmente registrati 44.131 nuovi profughi dal Sud Sudan. Di questi, il 15% sono minori arrivati al campo da soli.

Cronache di ordinario razzismo
12 11 2014

La Corte Europea per i diritti dell’uomo (Cedu) ha nuovamente condannato l’Italia per aver messo in atto respingimenti collettivi. Già il 23 febbraio 2010, con la cosiddetta “sentenza Hirsi”, la Corte di Strasburgo condannava l’Italia per aver respinto in Libia circa duecento persone, violando l’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani -trattamenti degradanti e tortura-, l’articolo 4 del Protocollo 4 -interdizione di espulsioni collettive- e l’articolo 13 -impossibilità di ricorso- (vedi qui per approfondimenti).

A distanza di due anni arriva una nuova, identica condanna. La sentenza, datata 21 ottobre 2014, riguarda quello che è conosciuto come il “caso Sharifi e altri contro Italia e Grecia” (Per una ricostruzione dettagliata si rimanda all’articolo di Alessandra Sciurba pubblicato su Melting Pot). Le violazioni per cui l’Italia è stata condannata si riferiscono, ancora una volta, agli art. 3, 13 e 4 Protocollo 4.

Nonostante le varie pronunce della Corte, però, i respingimenti proseguono. “E’ infatti notizia del 29 ottobre 2014 che al porto di Ancona le forze dell’ordine abbiano respinto in Grecia 16 persone di cittadinanza iraniana, siriana e irachena imbarcatisi su un traghetto della Minoan, nascosti tra le ruote dei Tir o in mezzo al carico. Solo cinque scoperti nella stessa occasione sono stati ammessi alla procedura di asilo”, denunciano le associazioni Terre des Hommes International Federation, Medici Senza Frontiere Italia e Asgi, che insieme alla campagna LasciateCIEntrare lanciano un appello alle istituzioni italiane ed europee. E’ infatti frequente l’applicazione di quelle che le associazioni chiamano “modalità semplificate” per le procedure di respingimento, attuate sulla base di accordi bilaterali tra stati: prassi “di respingimento collettivo che privano i migranti dei più elementari diritti di difesa e di informazione, in quanto, al di là della stessa possibilità di formalizzare una richiesta di asilo”, alle persone viene tolta “la possibilità di fare valere qualsiasi altra causa ostativa rispetto al respingimento immediato”, effettuato verso paesi terzi non sicuri come la Libia, l’Egitto, la Turchia, la Grecia. Una situazione a cui le associazioni chiedono di porre fine, “in ottemperanza a quanto sancito dalla Cedu, nonché dalla convenzioni internazionali e direttive europee in tema di Protezione internazionale e diritto all’Asilo”.

Segnaliamo l’appello, invitando alla diffusione.

Roma, 7 Novembre 2014
Al Gentile Presidente del Consiglio, Matteo Renzi
Al Gentile Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni
Al Gentile Ministro dell’Interno, Angelino Alfano
Al Gentile Alto Commissario PESC della UE, Federica Mogherini

APPELLO, FERMINO I RESPINGIMENTI

Come certamente saprete la Corte Europea per i diritti dell’uomo ha nuovamente condannato il Governo Italiano per i respingimenti collettivi (decisione Sharifi contro Italia e Grecia del 21.10.2014) per la violazione dell’art. 13 Cedu (diritto a un ricorso effettivo) combinato con l’articolo 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) “perché le autorità italiane hanno esposto i ricorrenti, rimandandoli in Grecia, ai rischi conseguenti alle falle della procedura di asilo in quel paese” e per violazione dell’art. 4, Protocollo 4 (divieto di espulsioni collettive).
La Cedu, si legge nel comunicato stampa immediatamente successivo alla sentenza, “condivide la preoccupazione di diversi osservatori rispetto ai respingimenti automatici attuati dalle autorità frontaliere italiane nei porti dell’Adriatico, di persone che sono il più delle volte consegnate immediatamente ai comandanti dei traghetti per essere ricondotte in Grecia, essendo in tal modo private di ogni diritto procedurale e materiale”.
Le nostre organizzazioni condividono le considerazioni e le preoccupazioni della Corte Europea dei diritti dell’Uomo. “E’ infatti notizia del 29 ottobre 2014 che al porto di Ancona le forze dell’ordine abbiano respinto in Grecia 16 persone di cittadinanza iraniana, siriana e irachena imbarcatisi su un traghetto della Minoan, nascosti tra le ruote dei Tir o in mezzo al carico. Solo cinque scoperti nella stessa occasione sono stati ammessi alla procedura di asilo”.
Notizie di questi giorni, lanciata da RTM, parlano di un respingimento di circa 50 egiziani giunti a Pozzallo in un’imbarcazione con a bordo 329 persone partite dall’Egitto nove giorni prima.
Questi respingimenti non si collocano certo nell’ambito di applicazione del regolamento Dublino perché nessuno dei respinti ha potuto o voluto formalizzare una richiesta di asilo. Si è data applicazione ancora una volta da una parte all’Accordo tra Italia e Grecia del 1999 che prevede modalità “semplificate” per le procedure di respingimento verso la Grecia senza nessuna delle garanzie che comunque il regolamento frontiere prevede in favore di qualunque migrante faccia ingresso nel territorio di uno stato appartenente all’area Schengen e dall’altra gli accordi bilaterali di riammissione tra Italia ed Egitto. Paese che non può comunque essere definito un “paese terzo sicuro”, come risulta dai rapporti internazionali delle principali agenzie umanitarie che il nostro governo e la comunità internazionale non può ignorare.
Queste procedure semplificate di respingimento collettivo, privano i migranti dei più elementari diritti di difesa e di informazione, in quanto, al di là della stessa possibilità di formalizzare una richiesta di asilo, priva le persone della possibilità di fare valere qualsiasi altra causa ostativa rispetto al respingimento immediato e si pone in totale contrapposizione con le disposizioni europee e con la giurisprudenza della Cedu.
Per tali ragioni le nostre organizzazioni, consapevoli che le suddette pratiche collettive e sommarie di respingimento verso Paesi certamente non sicuri, quali, oltre la Grecia, per effetto di possibili respingimenti a catena, la Libia, l’Egitto e la Turchia, lungi dall’essere state inibite rischiano di moltiplicarsi anche quale conseguenza del termine dell’operazione Mare Nostrum, che potrebbe comportare un maggiore afflusso di potenziali richiedenti asilo o comunque di migranti irregolari, alle frontiere portuali ed aeroportuali, chiedono al Governo Italiano l’impegno di far cessare immediatamente qualsiasi procedura di respingimento di migranti, in ottemperanza a quanto sancito dalla Cedu, nonchè dalla convenzioni internazionali e direttive europee in tema di Protezione internazionale e diritto all’Asilo.
Vi chiediamo altresì di imporre il rispetto del suddetto divieto di espulsione o respingimento collettivi anche in applicazione del Regolamento frontiere Schengen 562 del 2006, il quale, invece, deve essere interpretato e applicato in conformità alla CEDU, con l’esame individuale di ogni persona, anche agli altri Stati membri e ciò in forza del ruolo dell’Italia in questo semestre di Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea.

Raffaele K. Salinari, Presidente Terre des Hommes International Federation
Loris De Filippi, Presidente Medici Senza Frontiere Italia
Lorenzo Trucco, Presidente Asgi – Associazione Studi Giuridici Immigrazione
Gabriella Guido, Portavoce Campagna LasciateCIEntrare

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Che succede a Tor Sapienza?

  • Mercoledì, 12 Novembre 2014 14:14 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
12 11 2014

Sono giorni di fuoco quelli che si stanno verificando nel quartiere di Tor Sapienza, nel cuore della periferia romana. Abitanti del quartiere, uniti a gruppi riconducibili all'estrema destra romana, hanno tentato un assalto prima a un'occupazione dei movimenti per il diritto all'abitare abitato da una dozzina di famiglie; poi, al grido di "negri di merda vi bruciamo tutti", si sono scagliati contro il centro d'accoglienza per richiedenti asilo di viale Morandi.

Qui la situazione è degenerata, con lanci di molotov e bombe carta. I rifugiati, di cui quaranta sono minori, hanno cercato di proteggersi come potevano, asserragliandosi all'interno insieme agli operatori. Attualmente non stanno uscendo neanche per andare a scuola. «Nessuno è intervenuto - ci dice un abitante della zona, che vista la situazione preferisce rimanere anonimo - Gli aggressori erano più o meno tutti della zona, però questa volta c'era qualcuno altro che non avevo mai visto prima, probabilmente legato a qualche gruppo di estrema destra. Gli assalitori avevano in mano spranghe e bastoni, alcuni hanno lanciato pietre contro le finestre, riuscendo a romperne alcune. Nella sassaiola è volata anche una bomba carta che è esplosa vicino l'ingresso. Infine è arrivata la polizia ma è rimasta ferma a guardare: non è mai intervenuta nè per mediare nè per bloccare questi atti razzisti contro adulti e minori stranieri».

La follia si è ripetuta anche ieri pomeriggio, dopo l'assemblea convocata dagli abitanti del quartiere. Anche questo era prevedibile. Come riportato ancora dal nostro interlocutore, «Oggi un gruppo di persone si è riunito davanti il bar vicino al centro d'accoglienza. Ogni tanto si avvicinavano alla struttura per minacciare i ragazzi di morte, e affermavano di voler tornare questa notte per mettere a fuoco il centro».

Interessante notare come lo striscione d'apertura recitasse la frase "Stop invasione", slogan usato dalla Lega Nord nella sua campagna anti - immigrazione e che a Roma ha trovato in Casa Pound un fedele alleato (ricordiamo i tristi siparietti di Borghezio e dei fascisti del terzo millennio davanti la scuola di Casal Bertone, dove impedivano agli studenti di poter seguire le lezioni). Stavolta ci sono state ore di scontri, partiti da una cinquantina di persone a volto coperto: il centro d'accoglienza adesso è distrutto e l'incolumità dei ragazzi è sempre più in pericolo. Tanto che un minore di sedici anni ospite del centro, ieri è stato massacrato da un gruppo di "abitanti del quartiere" e si trova tuttora in ospedale. Ma, come ci dice ancora il ragazzo intervistato, «Le aggressioni da qualche giorno sono quotidiane e avvengono alla luce del sole. Era evidente che la situazione poteva esplodere da un momento all'altro. Quattro giorni fa, era già successo un casino. Due ragazzi ubriachi hanno avuto un alterco con due ospiti dello Sprar, le conseguenze sono state spaventose. I ragazzi hanno chiamato a raccolta i propri amici, tornando sotto il centro di Viale Morandi in 20 armati di spranghe . Per caso è passata una volante in zona e loro sono fuggiti. Ma la situazione è quotidianamente agitata, qui succede di tutto, dai furti fino al tentativo di violenza subito da una ragazzina e poi diventato il movente dell'assalto. Lo scippo non ha frontiere, vengono derubati italiani e stranieri senza differenza di origini. Pochi giorni fa, anche dei ragazzini egiziani hanno subito il furto di un portafogli. In questa zona si vive male, il problema non è la sicurezza: è l'abbandono totale a se stesso che il quartiere subisce da anni».

La struttura si trova in Viale Morandi a pochi metri da Via Prenestina. Il centro ha al suo interno due differenti progetti, un Centro di prima accoglienza per minori e uno Sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Lo Sprar ospita 40 richiedenti asilo e rifugiati. Il progetto è sotto l'egida dell'Associazione nazionale comuni italiani: il finanziamento proviene in minima parte dal comune di Roma e per il resto dalla rete degli enti locali. I soldi sono attinti dal Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell'asilo, costituito per la gran parte da finanziamenti europei. Il centro è nato nel 2011 a seguito dell'Emergenza Nord Africa per ospitare minori stranieri non accompagnati provenienti per la gran parte dal Bangladesh. Negli scorsi mesi ha cambiato progetto entrando nella rete Sprar, ma ancora adesso ospita numerosi minori.

MeltingPot Europa
11 11 2014

di Rivoltiamo la precarietà, Bari

Le tende allestite nell’ex capannone SET, in uno dei quartieri più centrali e popolari di Bari per ‘ospitare’ momentaneamente i migranti che per quasi nove mesi hanno occupato e vissuto nell’ex-monastero di Santa Chiara, sono l’emblema di come stia evolvendo, o meglio regredendo, l’idea di accoglienza nel cuore dell’Europa democratica. Per giustificare quest’operazione le Istituzioni competenti da qualche giorno non fanno altro che evidenziare come si tratti di persone che necessitano attenzione da parte di tutti, elogiandoli per la loro innocenza e bisogno di aiuto. Gli stessi che però non sono stati considerati minimamente quando hanno rivendicato prima fuori e poi nel percorso di autogestione della Casa del Rifugiato il diritto all’abitare, alla residenza e ad una vita dignitosa.

Improvvisamente non se ne parla più, ma la realtà ci dice che questa attenzione improvvisa parte da un’ordinanza di sgombero che detta un ultimatum inderogabile verso i migranti, non permettendo loro di rapportarsi alla pari con le Istituzioni, ma costringendoli ad accettare la tendopoli, allestita in tempi da record. Non è un caso però che le tende messe a disposizione dalla Protezione civile – Ministero degli Interni e Regione Puglia siano le stesse utilizzate per fare da tappa buchi ad altre emergenze. Infatti fino a qualche giorno fa erano nel foggiano, per nascondere il degrado presente nelle baraccopoli delle campagne della capitanata. Ma non sono servite a molto, poiché l’operazione di ‘sgombero umanitario’ ideato dalla Regione Puglia per trasferire quest’estate i migranti dal Gran Ghetto di Rignano Garganico nella tendopoli è fallita; così come si è perso nel nulla il progetto regionale ‘Equapulia – capo free ghetto off’. Il perché è rintracciabile nella volontà politica di non affrontare di petto le relazioni di lavoro semi schiaviste imposte dalle aziende di trasformazione del pomodoro e della grande distribuzione verso i braccianti agricoli, e di non aver fatto nulla per introdurre il trasporto e il collocamento pubblico nelle campagne della capitanata. L’approccio caritatevole e buonista delle Istituzioni locali ha impattato contro il muro dei rapporti di forza a favore della dea produttività e del dio profitto ben gestito da imprese, caporalato in concerto con la criminalità organizzata di zona. Si è creduto che una tendopoli, la fornitura di acqua e luce, delle saltuarie ed affrettate relazioni con i diretti interessati, potesse porre rimedio al luogo simbolo dello sfruttamento istituzionalizzato nelle campagne del mezzogiorno.

E così, subito dopo la stagione estiva la gestione umanitaria del degrado e dello sfruttamento, dalle campagne si è spostata e materializzata in città; dove questa volta il Comune e la Prefettura di Bari non hanno tradito le attese, continuando a muoversi sulla scia dell’emergenza quando ormai da anni sono loro stessi a riconoscere, durante convegni e meeting, che si tratta di un fenomeno storico e strutturale.

La questione è che ai migranti, che hanno vissuto per mesi nella Casa del rifugiato e sono a Bari da alcuni anni, è stato riconosciuto lo status di protezione internazionale molto prima della messa in scena offertaci in questi giorni dalle Istituzioni. Avrebbero diritto alla seconda accoglienza già dal giorno dopo in cui sono stati dichiarati rifugiati politici. Solo che ormai il diritto lo si applica all’interno di una zona grigia dentro la quale gli immigrati devono vivere in uno stato permanente di alternanza tra regolarità ed illegalità, tra visibilità ed invisibilità, in base alle convenienze ed opportunità delle diverse circostanze di cui il sistema economico-istituzionale necessita.

L’accesso ai diritti, al soddisfacimento di bisogni sociali come un’abitazione, la fornitura di servizi igienici, sanitari, l’allaccio all’acqua e alla corrente elettrica, il riconoscimento del domicilio e della residenza, ormai si sono trasformati in un optional, la cui concessione non è definita in base all’attuazione di precise politiche sociali, bensì in funzione della disponibilità dei fondi europei o di quelli messi a disposizione dal Ministero. Per mesi le richieste dei migranti sono rimaste inascoltate, poiché etichettati come ‘abusivi’. Poi all’improvviso gli occupanti irregolari, quelli rimasti invisibili diventano brave persone, non pericolose, dei poveracci, costretti a scappare da guerre e carestie, da genocidi e dittature da aiutare in sistemazioni arraffate.
Ecco che riemerge tutta la retorica che considera i migranti delle vittime silenziose da accudire, ospiti transitori ai quali concedere una sistemazione temporanea in una tendopoli o oggetti culturali da mettere in bella mostra il sabato pomeriggio attorno ad una piazza propagandando integrazione, pace e umanità o sulla pagina facebook istituzionale.

Non è semplice districarsi in questo continuo Stato di ambivalenza, in cui il concetto del rispetto dei ‘diritti umani’ si fa pretesto per vittimizzare gli immigrati o ridurli a semplici utenti di concessioni paternalistiche. Ma, come al solito, non si mettono in conto quei percorsi di autodeterminazione e rivendicazione che fanno dei migranti una soggettività in continua definizione. L’esperienza di autogestione e di mutuo soccorso praticata in questi mesi dentro e fuori la Casa del Rifugiato, l’approccio collettivo ed unitario di cui si sono dotati per gestire lo ‘sgombero umanitario’ verso la tendopoli urbana, dimostra ancora una volta il protagonismo e la maturità politica dei soggetti migranti.

 

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