L’Italia non dà garanzie ai richiedenti asilo

  • Mercoledì, 05 Novembre 2014 12:19 ,
  • Pubblicato in Flash news

Internazionale
05 11 2014

Secondo la corte di Strasburgo l’Italia non offre sufficienti garanzie ai richiedenti asilo. Lo afferma una sentenza che chiede alla Svizzera di non respingere i richiedenti asilo in Italia se le autorità italiane non assicurano condizioni di vita dignitose.

La sentenza si riferisce al caso di una famiglia afgana arrivata nel 2011 in Italia e poi trasferita in Svizzera. Le autorità elvetiche ora vorrebbero rimandare la famiglia nel paese d’arrivo, cioè in Italia. Ansa

 

Meltingpot Europa
04 11 2014

Oggi, ancora più che in passato, viviamo una fase nella quale le questioni relative all’immigrazione e quindi le vite stesse dei migranti sono preda di retoriche politiche e mediatiche il cui scopo è agire sulle paure e l’individualismo dei cittadini e lucrare – sia in termini di voti che di guadagni – sulla pelle di chi proviene da un altro paese.
In questo triste e preoccupante panorama due sono le voci che vengono più spesso messe a tacere da chi promuove i discorsi su “sicurezza”, “degrado”, “pericolo”, “invasione”, ecc. Sono le voci dei protagonisti – e in questo caso anche vittime – e cioè i migranti stessi e sono le voci della realtà, realtà che è spesso espressa in maniera molto efficace da dati e numeri. Due voci e due linguaggi – quelli delle esperienze individuali e sociali di chi è arrivato in Italia e quelli delle statistiche – tra loro complementari e accomunati dal vivere una condizione di oblio nel dibattito pubblico. Perchè, come sappiamo bene, quando si parla di immigrazione e diritti, la realtà è volutamente messa da parte perchè non fa notizia, non porta voti, non produce paure.

Ma la realtà esiste e quella fatta di numeri e dati è ben esposta ed articolata nel Dossier Statistico Immigrazione – Rapporto UNAR 2014 che è stato presentato questa settimana a Venezia in contemporanea con le altre città italiane. Un dossier intitolato “Dalle discriminazioni ai diritti” che contiene informazioni sicuramente utili per avere una panoramica ampia e aggiornata sulle tematiche relative all’immigrazione. Un dossier che smentisce molti luoghi comuni e menzogne tanto di moda in Italia.

Iniziamo dai dati generali. In Italia la popolazione immigrata residente è composta da 4.922.085 persone mentre la popolazione immigrata con regolare permesso di soggiorno è stimata in 5.364.000 unità (8,8% sul totale della popolazione). I residenti sono distribuiti in gran parte nel Nord Ovest (34,6%), nel Nord Est (25,5%) e nel Centro Italia (25,4%). Tra i non comunitari prevalgono africani (30,8%) e europei (30,5%) e le prime cinque nazionalità per numero di residenti sono Romania, Albania, Marocco, Cina e Ucraina.
I minori non comunitari sono quasi un quarto di tutti gli immigrati residenti (23,9%) e solo nel 2013 ci sono stati quasi 80.000 “nati stranieri”. In totale ci sono 415.182 minori nati e cresciuti in Italia ma considerati dalla legge (e spesso anche dalla società) come “stranieri”. Dati eloquenti che dimostrano, una volta di più, quanto sia necessaria una legge a favore dello ius soli che metta fine alla distinzione tra minori (e cittadini) di serie A e di serie B. Altro dato preoccupante è relativo all’incidenza dei liceali sul totale degli alunni di scuola superiore, elemento che testimonia un continuo processo di “svalutazione” dei minori immigrati: solo il 20,6% degli studenti immigrati frequenta un liceo a fronte del 43,7% degli italiani. Questo dato, insieme ad altri legati al mondo lavorativo che vedremo in seguito, ci dice che ancora oggi l’accesso a certi percorsi scolastici e quindi ad alcune professioni maggiormente qualificate è molto più arduo per i non italiani.

Passando all’ambito lavorativo, nel Paese della legge Bossi-Fini e della frase “gli immigrati ci rubano il lavoro” le cifre ci offrono una visione ben diversa da quella mainstream.
Il dato più rilevante in questo ambito riguarda il contributo degli immigrati all’economia italiana. Tra entrate e spesa pubblica c’è infatti un saldo positivo di 3,9 miliardi di euro (16,5 miliardi di euro di entrate per lo Stato a fronte di 12,6 miliardi di euro di spese). Lungi dunque dall’essere un “problema”, i cittadini immigrati col loro lavoro contribuiscono allo sviluppo economico (oltre che sociale e culturale) di un Paese, l’Italia, sempre più vecchio e le cui principali voci di spesa sono, di conseguenza, quelle delle pensioni e della sanità. Grazie al lavoro dei “non italiani” si possono dunque pagare le pensioni degli italiani. Le stime affermano che senza la presenza della popolazione immigrata fra trent’anni l’Italia avrà 10 milioni di abitanti in meno e una popolazione con un’eta media altissima.
Poi spiccano due dati: il tasso di disoccupazione (17,3% per gli stranieri e l’11,5% per gli italiani) e il fatto che, a fronte di un’incidenza del 10,5% degli immigrati sul totale degli occupati, l’incidenza sugli infortuni nel lavoro è del 14,6% (che tradotto vuol dire che i lavoratori immigrati vengono meno tutelati e più sfruttati). A questo si aggiunge la condizione di discriminazione e mortificazione delle esperienze e delle competenze dei lavoratori immigrati: il 12,3% di loro è infatti sottoccupato (lavora meno di quanto può e vuole) a fronte del 4,5% degli italiani e il 41,1% di loro è sovraistruito (possiede titoli e competenze più elevate del lavoro che svolge) rispetto al 19,9% degli italiani. Il tutto si rispecchia nelle retribuzioni nette mensili che presentano un gap notevole tra italiani e non italiani: per i primi 1.313 euro, per i secondi 959 euro. A cio va aggiunto il fatto che esiste nel nostro Paese una differenza enorme del tasso di tenuta occupazionale che misura la continuità lavorativa (cioè l’assenza di licenziamenti, dimissioni o mancati rinnovi dei contratti negli ultimi 12 mesi): la differenza a svantaggio dei nati all’estero è di ben 20 punti (51 contro i 71 dei nati in Italia). E tutto questo senza considerare tutte le forme di neo-schiavismo e di sfruttamento della manodopera dei migranti, soprattutto quelli senza regolare permesso di soggiorno, in tutti i settori, agricoltura in primis (un settore la cui ricchezza, come si dice nel dossier stesso, è “fondata sulla violazione dei diritti”).

Altro settore cruciale è quello dell’alloggio e anche qui numerose sono le discriminazioni, aumentate notevolmente con la crisi. Affittare una stanza o un appartamento è sempre più difficile per chi non è italiano: le compravendite annue di abitazioni da parte di immigrati sono passate da 135.000 del 2007 a 40.000 nel 2013 con un crollo più marcato rispetto agli italiani. Le cause sono molteplici: dai pregiudizi (il classico “non si affitta a stranieri”) alla richiesta di canoni “maggiorati” per i non italiani, dalla pretesa di avere un numero altissimo di mensilità anticipate alla richiesta di un garante italiano fino alla progressiva creazione di quartieri “per immigrati” e quartieri “per italiani”. Un dato significativo in tal senso concerne il costo medio annuo di affitto al mq (ponderato pro capite): 115 euro per i non italiani, 97 euro per gli italiani.

Ma razzismo e discriminazioni per chi è considerato “straniero” sono ovunque. Soltanto i casi di discriminazione segnalati a UNAR sono stati nel 2013 1.142 di cui il 68,7% su base etnico-razziale con una predominanza del razzismo mediatico (un terzo delle segnalazioni). Proprio ai mass media sono dedicati alcuni paragrafi del dossier tra cui uno dell’Associazione Carta di Roma. Dai dati del loro lavoro di monitoraggio dei principali organi di informazione emerge come l’immigrazione venga trattata in gran parte nella cronaca (23,8% dei casi), nel dibattito politico in generale e sulle politiche dell’immigrazione in particolare (12,4% e 23,1%). In altri termini parlano di immigrazione e di immigrati solo i politici (spesso con derive xenofobe e securitarie) oppure i giornalisti che si occupano di cronaca (soprattutto nera) sempre pronti a sbattere in prima pagina reati che sono (o sarebbero) stati commessi da immigrati. Pochissimo spazio viene dato invece dalle principali testate alle “buone pratiche” (solo il 6% delle notizie), agli argomenti culturali (3,5%) e al lavoro (5%). Non stupisce in fatto di dati quello riguardante il numero di articoli sull’immigrazione pubblicati da “La Padania”nel 2013: 787 (seconda testata nazionale per numero di articoli sul tema).
Anche sul web si sta espandendo l’ondata di disinformazione e xenofobia. Come ribadito nel dossier all’interno del paragrafo redatto da Lunaria (sintesi del “Libro bianco sul razzismo in Italia”), sono sempre più frequenti i casi di “bufale” inventate ad hoc per scatenare l’odio verso i migranti così come proliferano liberamente siti xenofobi e islamofobi alcuni di chiara matrice neofascista (voxnews.info, resistenzanazionale.com, imolaoggi.it, ripuliamolitalia.altervista.org, tuttiicriminidegliimmigrati.com, ecc...). Siti segnalati più volte sia a UNAR che alla Polizia Postale ma mai oscurati o sanzionati.

E mentre numerosi mass media e siti internet proseguono le loro crociate atte a criminalizzare gli immigrati, proprio i dati sui crimini adeguatamente analizzati smentiscono l’equazione tanto sbandierata da media e politica “criminalità=immigrazione”. In primo luogo, se per alcune fattispecie di reato l’incidenza della popolazione immigrata è maggiore (ad esempio furti e rapine) per altre, molte delle quali più gravi, è bassa (attentati, omocidi colposi, associazione per delinquere). In secondo luogo, lo stesso tasso di incidenza è opinabile perchè rilevato solo sui cittadini immigrati residenti e quindi è sovrastimato (ad esempio in Italia è stato calcolato che almeno 50 milioni di persone l’anno effettuano uno o pochi pernottamenti). Mettendo un attimo da parte le statistiche, vanno aggiunti anche alcuni innegabili elementi come l’ethnic profiling, vale a dire la predispozione da parte delle forze dell’ordine a concentrare maggiormente i loro controlli e le loro “attenzioni” verso le persone che presentano tratti fisici “differenti” o, come rilevato nello stesso dossier, il fatto che spesso alcuni immigrati come i venditori di merce contraffatta o di sostanze stupefacenti sono l’ultimo tassello di una scala che ai suoi vertici ha spesso organizzazioni in parte o del tutto gestite da italiani. Inoltre si evidenzia una costante discriminazione e cioè il fatto che i cittadini immigrati sono, rispetto agli italiani, maggiormente sottoposti alla custodia cautelare e hanno meno possibilità di usufruire di misure alternative alla detenzione (trattamento applicato in particolare a coloro non in possesso di regolare permesso di soggiorno sancendone praticamente, con l’impossibilità di un reinserimento, la totale esclusione sociale ).

Altri dati, a livello sia nazionale che internazionale, smentiscono palesemente la teoria dell’ “invasione” dei cosiddetti “profughi”. Il 90% dei rifugiati nel mondo vive nei paesi del “Sud”; i migranti denominati “irregolari” sono una ridottissima percentuale (in Italia come nel mondo) e sono vittime di normative e sistemi repressivi che impediscono loro una regolarizzazione;i principali paesi di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati sono Pakistan (1.600.000), Iran e Libano (circa 850.000) e il primo paese europeo è la Germania con 323.000 (l’Italia ne ha 91.000, lo 0,1% della popolazione ed è in questa classifica il 14esimo paese europeo).

L’Europa si conferma anche terra di respingimenti e violazioni dei diritti: nel 2013 i paesi dell’UE hanno respinto alla frontiera 327.255 migranti e altri 471.780 sono stati intimati di espulsione (e quasi la metà di loro effettivamente espulsi). Altra vergogna è quella dei CIE, così come descritto nel dossier 2014 da MEDU (Medici per i Diritti Umani) nella sintesi del loro rapporto “Arcipelago Cie”. I Centri di Identificazione ed espulsione sono definiti da MEDU “luoghi congenitamente incapaci a garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali della persona”.

Chiudiamo questa breve rassegna di dati e informazioni con un “capovolgimento”della questione. Quanti sono gli italiani che emigrano? In totale ci sono circa 4.500.000 italiani residenti all’estero e tra il 1990 e il 2013 ne sono emigrati 2.400.000, 600.000 negli ultimi 6 anni e in particolare nei due anni di inizio della crisi. Gli italiani emigrano sempre più dalle regioni del Centro-Nord (Lombardia, Veneto, Lazio e Piemonte) e vanno via dall’Italia perchè nel nostro paese ci sono 3.200.000 persone che cercano lavoro e 2.500.000 giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano (e questo, come abbiamo visto sopra, non sicuramente a causa dei cittadini immigrati, i quali svolgono lavori che molti giovani italiani non farebbero).
Quindi anche noi italiani stiamo tornando sempre più ad emigrare ma nelle retoriche, cosparse di forme più o meno esplicite di nazionalismo, l’ “emigrante” italiano è sempre migliore dell’ “immigrato” non italiano. Il primo è legittimato a muoversi e magari ad esportare la sua (presunta) “italianità”, il secondo deve essere respinto, emarginato o al massimo deve assimilarsi al più presto dimenticando tutto ciò che lo lega al proprio paese d’origine.

L’augurio è che questi dati - insieme a molti altri e insieme alle testimonianze e alle vite di chi lotta per avere voce e diritti - possano invece togliere quell’oscuro velo di ignoranza e disinformazione fondato sulla negazione della realtà e aiutino a farci riflettere sul fatto che l’unica invasione cui stiamo assistendo è quella della paura e del razzismo.

Amnesty International
28 10 2014

Il Regno Unito non sosterrà operazioni di ricerca e soccorso in mare di migranti e rifugiati. Amnesty International: "decisione imperdonabile. Indispensabile che Mare Nostrum continui".

Commentando la notizia che il Regno Unito non sosterrà alcuna futura operazione di ricerca e soccorso in mare, in quanto tali operazioni non farebbero altro che incentivare un maggior numero di persone a intraprendere il viaggio, la direttrice generale di Amnesty International Regno Unito Kate Allen ha dichiarato:

"Questo è un giorno nero per la statura morale del Regno Unito. Con un'operazione di cui c'era un estremo bisogno, la Marina italiana ha salvato migliaia di vite nel Mediterraneo. Gli altri paesi europei dovrebbero agire per condividere la responsabilità, anziché sottrarvisi".

"La vaga prospettiva di essere salvati non è mai stata un incentivo. La guerra, la povertà e la persecuzione sono ciò che spinge le persone alla disperazione e a correre rischi terribili" - ha proseguito Allen."La storia giudicherà imperdonabile questa decisione. Quando è giunto il momento di agire, il Regno Unito ha girato le spalle a persone disperate per lasciarle annegare".

"Condividiamo lo sconcerto per questa decisione, che conferma quanto gli stati membri dell'Unione europea non siano pronti né intenzionati ad assumere comunemente una responsabilità che negli ultimi 12 mesi è stata solo italiana" - ha sottolineato a sua volta Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia. "Per questo, continuiamo a chiedere all'Italia di portare avanti l'Operazione Mare Nostrum: sospenderla in assenza di un'operazione europea analogamente efficace per mezzi, risorse e missione metterebbe nuovamente a rischio la vita di migliaia di persone che cercano protezione in Europa".

La campagna SOS Europa

Firma l'appello

Rapporto integrale "Vite alla deriva: rifugiati e migranti in pericolo nel Mediterraneo centrale"

 

No radar - No carceri (centri di accoglienza ?)

  • Martedì, 28 Ottobre 2014 14:52 ,
  • Pubblicato in Flash news
ASKAVUSA 
28 10 2014

l 15 luglio 2014 si svolgeva a Lampedusa una conferenza di servizio in cui era presente anche il sindaco di Lampedusa e Linosa, per l’installazione di due nuovi radar a Lampedusa:

Il programma risale al 2008 ed è contrassegnato dalla cifra 9537. Leggendo quelle carte del ministero della Difesa, si scopre che Lampedusa verrà sottoposta a una doppia razione di onde radar, con l’attivazione di ben due sistemi. Il primo sarà realizzato a Cala Ponente e verrà messo a disposizione dell’aviazione militare italiana e delle task force della Nato che operano nel Mediterraneo.

Il radar di Lampedusa sarà un sistema avanzato di “WiMAX”- Fadr, una nuova tecnologia in grado di realizzare connessioni Internet senza fili ad alta velocità. Il radar fa parte di un contratto dal valore di oltre 260 milioni di euro che la seconda divisione di Teledife, la direzione generale delle Telecomunicazioni, dell’Informatica e delle Tecnologie Avanzate del ministero della Difesa ha siglato con le aziende del gruppo Finmeccanica.

(Piero Messina. L’Espresso 16/07/2014)

 

Sarà predisposto dalla Marina militare nell’ambito del programma pluriennale di ammodernamento e potenziamento delle infrastrutture nazionali (in tutto undici), facenti parte della Rete radar costiera (RRC) e della Centrale di Sorveglianza Marittima Associata (CSMA), la piattaforma fondamentale per la cosiddetta Consapevolezza della Situazione Marittima che consente di avere sotto controllo tutte le attività navali in corso nel Mediterraneo

(Antonio Mazzeo. 25/09/2014)

… il nuovo radar viene giustificato con la necessità di sostituire vecchi impianti obsoleti con tecnologie di ultima generazione.

(Piero Messina. L’Espresso 16/07/2014)

Il secondo radar previsto nell’isola di Lampedusa sarà messo a disposizione della 134^ Squadriglia Radar Remota dell’Aeronautica italiana, il primo avamposto della Nato nel Mediterraneo meridionale, come spiega il portavoce della Difesa. In una nuova torre di alloggiamento a Cala Ponente, l’impianto ospiterà il Fixed Air Defence Radar (FADR) RAT31-DL, acquistato dall’Aeronautica per la sorveglianza aerea a lunga portata e il potenziamento della rete operativa integrata nella catena di comando, controllo, comunicazione ed intelligence dell’Alleanza Atlantica.

Il ministero della Difesa non ha inteso fornire i dati relativi alle emissioni elettromagnetiche del nuovo impianto radar di Lampedusa, affermando che “il programma è sottoposto a secretazione”. Scarne pure le informazioni sulle caratteristiche tecniche e di funzionamento del sistema FADR rese dall’azienda produttrice. La brochure di Selex ES rivela solo che il Fixed Air Defence Radar opererà in banda D e avrà una portata sino a 470 km di distanza e 30 km in altezza, una potenza media irradiante di 2,5 kW e una potenza dell’impulso irradiato di 84 kW. L’antenna opererà in una frequenza compresa tra 1,2 e 1,4 GHz (L-band), all’interno dello spettro delle cosiddette “microonde”.

 

Il 10 gennaio 2012, rispondendo a un’interrogazione parlamentare che stigmatizzava i rischi per l’uomo e l’ambiente delle emissioni elettromagnetiche del radar RAT31-DL di Marsala-Perino, l’allora ministro della difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, affermava che “il nuovo radar, grazie al tipo di realizzazione e ad una tecnologia molto avanzata, presenta caratteristiche migliori rispetto al radar già esistente e sito nella medesima area, sia in termini di efficienza che di livelli di emissione elettromagnetica, riducendo la potenza di picco di trasmissione del 50% circa”. I dati, sempre insufficienti o incompleti, sulle emissioni riscontrate nel territorio marsalese erano in verità tutt’altro che tranquillizzanti. Sempre per Di Paola, “il valore massimo (picco) del campo elettrico prodotto dal radar attualmente in uso e riscontrato lungo la contrada Bufalata (a circa 1 chilometro dall’installazione militare) è di circa un quarto del limite previsto di 1952 V/m, mentre il valore massimo (medio) del campo elettrico (sempre a circa 1 chilometro dall’installazione militare), è di circa 7 millesimi del limite previsto di 61 V/m.”. Nessun rischio in futuro, dunque, per gli abitanti di Lampedusa? A Borgo Sabotino (Latina), dopo l’entrata in funzione del FADR RAT31-DL presso il locale centro radar dell’Aeronautica militare, i residenti hanno denunciato l’insorgenza di anomale interferenze che impediscono il buon funzionamento degli strumenti elettronici d’utilizzo quotidiano. Con un’interrogazione parlamentare, alcuni senatori delMovimento 5 Stelle hanno chiesto ai ministri della Difesa e della Salute “se siano a conoscenza dei problemi registrati a Borgo Sabotino e del corretto svolgimento degli atti e fatti che abbiano portato all’istallazione di antenne e apparecchiature simili, sia del grado dell’affidabilità di tale procedimento e dell’impianto funzionante per la salute dei cittadini residenti”. Ad oggi, però, il governo non ha voluto rispondere.

(Antonio Mazzeo. 25/09/2014)

L’amministrazione comunale con un comunicato del 16/10/2014 rende noto che “Nel marzo 2014 sono iniziati i lavori di sostituzione del sensore RAT-31SL a causa di usura meccanica causata dalla salsedine, con altro analogo. Durante tale fase è stato temporaneamente istallato un radar mobile AN/TPS-77”MATRA” .

E che “Per un ammodernamento sul territorio nazionale della rete dei Radar per la difesa aerea, entro la fine del 2014 inizieranno i lavori per la sostituzione del Radar RAT-31SL con il più moderno RAT_31DL che avrà consumi elettrici e potenze di emissione elettromagnetica ridotte di circa il 50% rispetto al suo predecessore, liberando così la banda di emissione ceduta al Ministero delle Telecomunicazioni per la trasmissione dati.”

Ma la stessa amministrazione non ha ancora dato i documenti relativi ai radar in questione che abbiamo richiesto il 20/10/2014 (Numero di protocollo 17760) e cosa assai grave ha negato l’accesso agli atti ai consiglieri comunali. Inoltre nella richiesta si chiedeva di avere l’accesso ai documenti relativi al radar in dotazione della Guardia di Finanza EL/M-2226 ACSR, acquistato da Israele dalla Elta Systems Ltd grazie al Fondi per le frontiere esterne Ue 2007-13 e di quello sito in zona Cavallo Bianco in dotazione alla Guardia Costiera. In particolare il radar della Guardia di Finanza è già stato riconosciuto dannoso per la salute umana e ci sono due sentenze del TAR della Sardegna che attestano tale pericolosità, oltre a relazioni di esperti come il Dott. Massimo Corraddu (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare ed esperto sugli effetti nocivi delle onde elettromagnetiche). Il radar in questione è stato rimosso da Tresnuraghes, da Capo Sperone (Sant’Antioco), Capo Pecora (Fluminimaggiore) l’Argentiera, nel comune di Sassari, a Melilli in Sicilia e in altri comuni dove la popolazione si è ribellata.

Come mai su questi radar l’amministrazione comunale non si pronuncia ? Abbiamo inoltrato due richieste alla Guardia di Finanza, per l’immediata rimozione del radar EL/M-2226 ACSR, una il 20/10/2014 e un’altra per mezzo di un nostro legale il 23/10/2014. Il radar è ancora in funzione e nessuna autorità dice niente. Un radar che è stato riconosciuto dannoso per la salute umana. Ci chiediamo che cosa sia la legalità ? La Guardia di Finanza cosi attenta quando si tratta di multare, controllare, sequestrare, come mai diventa sorda alla richiesta di non AMMAZZARCI ? Cosa dovremmo fare noi lampedusani a questo punto ? Dove ci vuole portare lo stato, che da una parte ci appunta medaglie e riconoscimenti e dall’altro ci schiaccia militarizzando l’isola e sfruttandola mediaticamente. Questa amministrazione cosi attenta alla legalità, perché non si esprime sul radar EL/M-2226 ACSR ? Perchè rispetto ai radar di Ponente continua a nascondersi dietro a questioni “nominali” come “E’ solo una sostituzione, non è un nuovo radar” o peggio “L’isola è stata sempre militarizzata”. Noi non accettiamo questo trattamento. Lampedusa e Linosa si collocano, in Sicilia, al secondo posto per tassi di mortalità per tumori, nello studio presentato in occasione della XVIII riunione scientifica annuale dell’Associazione Italiana Registri Tumori, svoltasi a Taranto nell’aprile 2014. Almeno che non si voglia tacciare di allarmismo anche l’Associazione Italiana Registri Tumori. Riteniamo che molte cose vadano approfondite, ad esempio: riportare i dati dei rilevamenti dei radar di Potenza Picena (rilevamenti fatti dall’Aeronautica Militare) per quanto riguarda il radar RAT-31 DL in funzione in quel comune, per tranquillizzare gli isolani, è segno: o di mala fede o di poca informazione. E’ noto infatti che a Potenza Picena c’è una forte opposizione popolare ai radar, insieme all’amministrazione comunale di Potenza Picena e all’associazione Città Prestata. Il 20 aprile 2013 si è svolto a Potenza Picena un convegno internazionale “Radar, radiofrequenze e rischi per la salute” organizzato dall’Associazione Città Prestata in collaborazione con il Tribunale della Salute e con l’Associazione per le Malattie da Intossicazione Cronica e/o Ambientale (A.M.I.C.A.), con la segreteria scientifica della Commissione Internazionale per la Sicurezza dei Campi Elettromagnetici (ICEMS)

Il convegno ha prodotto due documenti che invitano a “Spegnere i Radar” perchè dannosi per la salute. Noi chiederemo all’ARPA un rilevamento delle onde elettromagnetiche di tutte le fonti di possibile inquinamento elettromagnetico presenti a Lampedusa sia militari che “civili”, cosi come abbiamo già chiesto un esame epidemiologico (con la raccolta di quasi 900 firme in pochi giorni) all’A.S.P. di Palermo e all’ARPA.

Ci chiediamo anche come mai in questi anni nessuno si sia interessato a questo problema cosi grave. Ne Legambiente, ne il responsabile sanitario locale, ne le passate amministrazioni, ne gli isolani. Crediamo che non si possa tollerare più l’essere ammazzati e sfruttati. Invitiamo gli isolani a unirsi insieme per la salvaguardia delle Pelagie e la salute degli isolani e delle isolane.

Non tolleriamo neanche che sulla nostra isola continui ad esistere un carcere, chiamato Centro di Accoglienza, dove si fanno profitti sulla pelle dei migranti. Chiediamo corridoi umanitari , la regolarizzazione dei viaggi, la fine degli interventi militari da parte dell’Italia e la fine della produzione e vendita di armi, che sono la prima causa che genera le migrazioni. Anche noi stiamo vivendo un processo di militarizzazione che se non contrasteremo con decisione, finirà per fare di noi “migranti” e di Lampedusa: una enorme base militare (in parte lo è già) che oltre a renderci un obiettivo militare strategico ci fa complici di morte e disperazione.

LOTTIAMO !

Senza Paura !

L’Espresso
13 10 2014

Di fronte al disastro umanitario, l’unico accordo che i governi dell’Unione Europea hanno trovato e anche l’unico progetto internazionale che l’Italia ha sostenuto a Bruxelles sfruttando il semestre di presidenza europea, è l’operazione «Mos Maiorum»: l’avvio di una retata internazionale di polizia che punta alla schedatura di decine di migliaia di profughi e di immigrati dentro il territorio della Ue

Ha vinto il mondo dei bambini. Il Nobel per la pace assegnato a Malala Yousafzay, 17 anni, pakistana, e a Kailash Satyarthi, 60 anni, indiano, attivisti e testimoni, «per la loro lotta contro la repressione dei bambini e dei giovani e per i diritti di tutti i bambini all’istruzione», richiama l’attenzione sulla difesa dei diritti umani. «People of Lampedusa», la gente di Lampedusa, espressione usata per rappresentare i soccorritori e i profughi del Mediterraneo, alla fine era entrata nella lista ristretta selezionata dal Comitato norvegese. E questo è stato possibile grazie a Elisabeth Eide, l’accademica di Oslo che aveva formalizzato la petizione lanciata da «l’Espresso», ma anche grazie alla straordinaria mobilitazione dei nostri lettori, da tutto il mondo, dopo le stragi del 2013.

Al mondo dei bambini appartenevano anche Bisher, Joud, Nahel e gli altri sessanta piccoli profughi annegati esattamente un anno fa con oltre duecento esuli siriani nel naufragio dell’11 ottobre. Da allora il bilancio tra il Nord Africa e l’Europa si avvia a raggiungere i 4.000 morti. Tra loro, moltissimi bimbi, come i 100 minori di 10 anni scomparsi con il barcone speronato dai trafficanti il 10 settembre: 500 dispersi in un colpo solo.

Eppure di fronte al disastro umanitario, l’unico accordo che i governi dell’Unione Europea hanno trovato e anche l’unico progetto internazionale che l’Italia ha sostenuto a Bruxelles sfruttando il semestre di presidenza europea, è l’avvio di una retata internazionale di polizia che punta alla schedatura di decine di migliaia di profughi e di immigrati dentro il territorio della Ue. L’operazione, coordinata dalla Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia di frontiera del ministero dell’Interno italiano, in collaborazione con l’agenzia Frontex, si svolgerà dal 13 al 23 ottobre. I suoi contenuti sono stati diramati con una nota riservata del Consiglio d’Europa, la numero 11671/14, con sei obiettivi principali, che si possono leggere qui, nel testo della circolare pubblicata dal sito statewatch.com.

Il ministro dell’Interno italiano, Angelino Alfano, ha un interesse particolare nell’operazione: salvare la faccia dopo aver consentito, per oltre un anno, che almeno centomila profughi soccorsi in mare o arrivati sulle coste italiane abbiano potuto continuare il loro viaggio verso il Nord Europa senza essere identificati. Sia il ministero dell’Interno, sia le famiglie di esuli sopravvissuti al viaggio, avevano e hanno lo stesso interesse: dribblare i vincoli assurdi del regolamento di Dublino. Senza identificazione, il ministero italiano ha evitato che almeno centomila profughi fossero obbligati a risiedere in Italia. I profughi, almeno quelli che sono riusciti a raggiungere il Nord Europa, hanno evitato di rimanere bloccati in un Paese piegato dalla recessione che non offre né un valido supporto né lavoro. Ma siccome la faccia di tanti ministri dell’Unione conta più di qualsiasi buon senso, ecco che ora si scatenano le guardie.

Uno Stato, e anche una unione di Stati, hanno il giusto potere di identificare i loro cittadini. La differenza la fa il modo. E il titolo scelto dal Consiglio d’Europa per lo spettacolo che da questa settimana andrà in scena è, a mio parere, agghiacciante: «Mos Maiorum», il costume degli antenati, che può essere tradotto anche nella morale degli antenati. È un po’ come dire: adesso vi facciamo vedere come avrebbero fatto i nostri vecchi padri. Ebbene quali sono gli antenati che l’Europa vuole far conoscere ai nuovi arrivati: Altiero Spinelli o Benito Mussolini? Sempre di nostri antenati si tratta.

Allora perché non chiamare l’operazione «Humanitas»? Quando si tratta di corpi di polizia, bisogna stare attenti alle parole che si usano. Perché se un poliziotto da tutore della legge comincia a sentirsi tutore della morale, tutti dobbiamo avere paura. E l’impiego nel titolo dell’operazione della parola latina «mos», radice etimologica della nostra parola «morale», magari è solo una svista. Ma secondo me è un messaggio chiaro e tondo.

«Mos Maiorum», nel suono e nel significato, fa pensare a quei tatuaggi che fascisti praticanti e naziskin si fanno incidere a caratteri gotici sulla pelle delle baccia o del collo. Una schifezza.

I volantini distribuiti in questi giorni dalle questure sono un esempio della violenza che sarà messa in campo. L’esordio è uno strafalcione giuridico che il ministero dell’Interno dovrebbe correggere subito: «I migranti che fanno ingresso illegale nel territorio dello Stato italiano, anche se soccorsi in mare, devono essere identificati mediante l’acquisizione delle generalità e il fotosegnalamento». Ma i migranti soccorsi in mare, o che sbarcano chiedendo assistenza perché nel loro Paese sono in pericolo, non «fanno ingresso illegale»! C’è un’enciclopedia di norme internazionali, europee e nazionali che rendono legale il loro arrivo.

Lo stesso volantino conclude, ricordando che: «In ogni caso la polizia procederà all’acquisizione delle foto e delle impronte digitali, anche con l’uso della forza se necessario». Verranno insomma presi a manganellate, come è già successo qualche volta in Sicilia.

Invece dei manganelli, sarebbe meglio spiegare ai profughi arrivati che essere identificati assicura un diritto fondamentale: cioè il diritto a esistere. E darebbe la possibilità all’Italia di rompere legalmente la barriera del regolamento di Dublino chiedendone una riforma (sempre che Matteo Renzi ricordi ancora di avere la presidenza semestrale dell’Unione). Bisognerebbe anche spiegare bene che i centomila passati senza essere identificati non hanno esercitato un loro diritto, ma hanno approfittato di una violazione della legge commessa dallo Stato italiano. E bisognerebbe anche saper spiegare perché una famiglia di profughi siriani dovrebbe rimanere in Italia quando avrebbe parenti in Svezia o in Germania disposti a ospitarli privatamente. Ma su questo aspetto il regolamento di Dublino non segue le regole della logica lineare. E non ci sono spiegazioni da dare.

Il volantino del ministero dell’Interno, i suoi colossali errori giuridici e le minacce di botte sono già una evidente conseguenza della precisa scelta del titolo. Il concetto di «mos maiorum» è qualcosa di ben differente dal significato di «humanitas».

Un anno fa a Lampedusa, davanti alle centinaia di bare del naufragio del 3 ottobre, il socialdemocratico Martin Schulz, attuale presidente del Parlamento europeo, pronunciò le seguenti parole: «Non possiamo permettere che le persone muoiano. Lampedusa deve essere il punto di non ritorno della politica europea per i rifugiati». Dopo un anno, l’operazione di soccorso Mare nostrum sta per concludersi per lasciare il posto ai respingimenti di Frontex, il regolamento di Dublino continua ad arricchire passatori e trafficanti attraverso le frontiere interne, mentre i governi europei, come la famosa orchestra del Titanic, continuano a fingere che al di là delle frontiere mediterranee nulla stia accadendo.

Ecco perché, persa l’occasione del premio Nobel, su Lampedusa, sul Mediterraneo, su tutti noi che ancora speravamo in un impegno europeo, sta per ritornare il buio. Almeno per coerenza, per rispetto ai morti, questa famigerata operazione congiunta avrebbero dovuto chiamarla «Mors maiorum».

 

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