Cronache di ordinario razzismo
01 10 2014

Tutti i cittadini stranieri che transitano dall’Italia dovranno essere identificati, nessuno escluso: sarebbe questo, in sintesi, il messaggio contenuto nella circolare interna diramata a prefetti e questure dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Viminale, di cui da notizia il quotidiano l’Avvenire.

La circolare servirebbe a placare le polemiche sul mancato rispetto del Regolamento Dublino: secondo il regolamento, un migrante che vuole chiedere protezione internazionale deve inoltrare domanda nel primo paese di ingresso. Quest’ultimo dovrebbe, quindi, identificare tutte le persone al loro arrivo. Una procedura su cui si sono accese numerose polemiche dopo quanto dichiarato il mese scorso dal ministro degli Interni bavarese Joachim Herrmann:”È un fatto che l’Italia di proposito in molti casi non prende i dati personali e le impronte digitali, così che i migranti possono chiedere asilo in un altro Paese e non essere rinviati in Italia”, affermava Herrmann, in aperta polemica con l’omologo italiano Angelino Alfano.

“Il problema non è la mancata volontà dell’Italia a prendere le impronte dei polpastrelli: sono i profughi specialmente siriani ed eritrei che si rifiutano di lasciare tracce del loro passaggio perché vogliono raggiungere per esempio la Germania, l’Olanda o la Francia dove possono contare sul sostegno di amici o parenti”, spiegava allora il direttore del Cir Christopher Hein, sottolineando l’impossibilità “di obbligare con la forza all’identificazione, a meno che non intervenga l’autorizzazione di un giudice”.

La realtà è che, di fronte al desiderio delle persone di autodeterminare il proprio futuro, sarebbe necessario modificare il Regolamento: una posizione che il direttore del Cir condivide con Nils Muiznieks, Commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, e ribadita in diverse occasioni dalle associazioni che si occupano della garanzia dei diritti dei migranti. “Penso che quella di Dublino 2 sia una politica ingiusta ed un peso insostenibile per alcuni Stati membri, come l’Italia, la Grecia, Malta”, dichiarava nel febbraio 2013 Muiznieks. Parole a cui ha fatto eco Hein nella risposta alla polemica di Hermann: “Il regolamento di Dublino è paradossale per i richiedenti asilo e per i Paesi europei”.

La posizione assunta ora dall’Italia, e dall’Europa, sembra invece andare nella direzione opposta: “Alcuni Stati membri lamentano con crescente insistenza il mancato fotosegnalamento di numerosi migranti che, dopo esser giunti in Italia, proseguono il viaggio verso i Paesi del Nord Europa – si leggerebbe nella circolare visionata da L’Avvenire – Ciò determina la necessità d’affrontare la situazione emergenziale con rinnovata cura nelle attività d’identificazione e fotosegnalamento dei migranti”. Attività rese difficili dal “rilevante numero di gruppi soccorsi”: per superare le difficoltà, il documento dispone che “lo straniero deve essere sempre sottoposto a rilievi foto dattiloscopici e segnaletici [..] prescindendo dalla puntuale identificazione sulla base dell’esibizione del documento di viaggio, se posseduto” o anche “dall’inesistenza di motivi di dubbio sulla dichiarata identità. Ciò tanto più se sussista il sospetto che abbia presentato domanda di asilo in qualche altro Paese Ue”.

“Ci siamo battuti per ottenere un corridoio umanitario che facilitasse il passaggio dei profughi e invece ci ritroviamo un cambiamento nemmeno annunciato delle procedure di accoglienza: la situazione è grave e preoccupante e cambierà parecchio il nostro lavoro”, commenta don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità. Del resto, ad essere preoccupati sono tutti gli enti che si occupano di accoglienza e tutela dei diritti: “Le impronte saranno prese a tutti. Ciò vuol dire che avremo più persone da accogliere nei prossimi mesi. Questo aggraverà una situazione già al collasso”, spiega Filippo Miraglia, vicepresidente Arci, all’agenzia stampa Redattore sociale.

Le misure contenute nella circolare interna, infatti, rischiano da una parte di mettere in crisi un sistema di accoglienza già inadeguato, e dall’altra di impedire alle persone di raggiungere paesi maggiormente organizzati su questo fronte e, soprattutto, i propri familiari: sono infatti moltissimi i richiedenti asilo, in particolare eritrei e siriani, che vorrebbero ricongiungersi ai parenti già residenti nei paesi del Nord Europa.

La soluzione, naturalmente, non può essere la violazione di regole che l’Italia, è bene sottolinearlo, ha approvato insieme agli altri paesi membri dell’Unione Europea: piuttosto, “il governo si adoperi per far rivedere la normativa in sede europea a fronte dello sforzo che sta sostenendo l’Italia, ormai porta d’accesso europea dal Mediterraneo”, afferma il direttore della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego. Nel frattempo, l’Italia si dovrebbe dotare “di un piano nazionale asilo come gli altri partner europei, che accolgono fino a cinque volte più di noi” ricorda monsignor Perego.

C’è poi un altro aspetto che preoccupa le associazioni: cosa succederà se una persona si opporrà all’identificazione? “Si usa la forza anche se è un richiedente asilo?” chiede Christopher Hein. Stando a quanto riportato dall’Avvenire, sì. “Il rifiuto di farsi fotosegnalare costituisce reato. In ogni caso, la polizia procederà all’acquisizione delle foto e delle impronte digitali anche con l’uso della forza se necessario”: sarebbe scritto su un volantino redatto in cinque lingue diverse – visionato, come la circolare interna, dal quotidiano – che dovrebbe essere distribuito a ogni migrante giunto sul suolo italiano.

Cie di Ponte Galeria, migranti sul tetto e cariche

  • Martedì, 09 Settembre 2014 08:21 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
09 09 2014

Dopo il racconto dei giorni scorsi dello sciopero della fame di oltre due settimane di un cittadino nigeriano, espode una nuova rivolta nel Cie romano di Ponte Galeria.

Ieri, intorno alle 14, in seguito alla notizia di un "rimpatrio coatto" di un cittadino cileno recluso nel centro è scoppiata una rivolta intensa e determinata: una quindicina di migranti hanno dato fuoco a materassi sollevando fumo nella struttura e sono saliti sui tetti. La protesta, durata tutta la giornata, si è allargata fino a coinvolgere circa 80 persone.

Il repressivo intervento di un ingente gruppo di forze dell'ordine in assetto antisommossa ha fatto scendere i manifestanti dal tetto, riportando la situazione alla (loro) normalità.

E’ l’ennesimo gesto radicale che vuole segnalare e sottolineare la condizione disumana di queste galere, situazione che denunciamo ormai da tempo.

Il corto circuito tra le politiche sull'immigrazione e quella che è la loro traduzione nella realtà quotidiana è ormai chiaro. Le proteste all’interno CIE continuano e si intensificano sempre di più, mentre Alfano, con l'appoggio di Renzi, continua a sognare la fortificazione e militarizzazione del Mediterraneo con i soldi dell'Europa (compito, almeno economico, di tutti) e a preparare il rafforzamento del sistema di detenzione amministrativa dei migranti.

Il confinamento sociale e fisico dei migranti all'interno dei CIE è illecito e molto "pericoloso".

Crediamo sia sempre più necessario continuare a denunciare l'illegalità di queste galere etniche e continuare a mobilitarci per chiuderle senza se e senza ma.

Il fallimento delle politiche sull'immigrazione in Italia

  • Martedì, 26 Agosto 2014 10:07 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
26 08 2014

Si parla da decenni di immigrazione, e partiti hanno fatto la propria fortuna scagliandosi contro il fenomeno. Dopo numerosi interventi legislativi a riguardo, cosa c'è di vero tra i falsi miti sull'immigrazione in Italia? Quali effetti hanno avuto le politiche pubbliche realizzate negli anni? Con il terzo intervento della rubrica #policies99, chiariamo alcuni aspetti di questa importante vicenda.

L'edizione di pagina99We in edicola sabato 2 agosto seguiva le operazioni dell'agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) raccontando le rotte e le difficoltà delle migliaia di persone che ogni estate si mettono in mare, in cerca di speranza sulle coste italiane. Nel pieno dell'emergenza degli sbarchi, siamo anche intervenuti riproponendo l'idea di un corridoio sul Mediterraneo per razionalizzare le richieste di asilo dei rifugiati. Ma c'è un altro lato della medaglia, quello degli stranieri che vivono già in Italia, e che negli ultimi decenni hanno visto accrescere il loro peso in termini numerici ed economici nella vita del Belpaese. Nonostante la sua evidente rilevanza, il dibattito sugli effetti e la desiderabilità (o forse inevitabilità) dei flussi migratori è troppo spesso lasciato a spinte emotive che confondono il merito delle questioni. Secondo i dati della Transatlantic Trends Survey, tra i paesi economicamente avanzati l'Italia è tra quelli in cui l'opinione pubblica è più attenta al tema migratorio: l'80% dei rispondenti dichiara infatti di seguire costantemente news legate all'immigrazione, e più del 50% dichiara di ritenere che ci sono troppi immigrati. Eppure, questa quota scende a circa il 30% per quei rispondenti che, prima della domanda, venivano informati sul reale numero degli stranieri residenti nel Paese.

 Nel 2012, gli stranieri con regolare documentazione che vivevano in Italia erano infatti 4,9 milioni – circa l'8 per cento della popolazione totale. Difficile definire il numero di irregolari, ma alcune stime calcolano che questi siano tra i 500 e i 750mila. In totale, si tratta di una popolazione di quasi 6 milioni di persone. Secondo il rapporto "Legal and illegal carriers" pubblicato lo scorso anno dalla Fondazione Rodolfo de Benedetti, e curato dai ricercatori Francesco Fasani e Paolo Pinotti di Queen Mary e Bocconi, il 30% risiede nel Nord-Ovest, il 26% nel Nord-Est, il 27% al Centro e il restante 13% tra Sud e Isole. Gli oltre 2 milioni di stranieri che lavorano in Italia contano per più del 10 per cento del totale degli occupati. Il tasso di occupazione dei residenti stranieri, insomma, è molto elevato (il 63% nel 2011, contro il 52% degli italiani). Il 59% di essi è occupato nei servizi, il 20% nella manifattura, il 17% nelle costruzioni e il 4% nell'agricoltura. Per lo più, sono impegnati in occupazioni a bassa qualifica, che secondo alcune stime rimangono scoperte per il 26,7% a causa della mancanza di offerta di lavoro da parte di italiani. Di conseguenza, il reddito dei lavoratori stranieri è circa il 23% più basso rispetto al reddito medio dei lavoratori italiani, Nonostante questo, la maggioranza degli stranieri regolarmente soggiornanti ha un contratto di lavoro, quindi paga le tasse: il contributo previdenziale dei lavoratori stranieri è stato di circa 7,5 miliardi di euro nel 2008, il che va aggiunto a un gettito fiscale di 4,5 miliardi di euro.

 

Sempre secondo la Transatlantic Trend Survey, quasi il 70% degli Italiani (la quota più alta tra i paesi avanzati) teme che il fenomeno dell'immigrazione aumenti la criminalità. Nella maggior parte dei paesi Ocse, in effetti, la popolazione immigrata è sovrarappresentata nelle carceri: in Italia, ad esempio, pur contando solo l'8% del totale della popolazione, gli immigrati pesano per il 33,4% della popolazione carceraria. In questo ambito, ci sono forti differenze tra immigrati legali e illegali. Questi ultimi contano infatti per un 15-20% della popolazione straniera residente, ma per l'80% degli stranieri arrestati per crimini contro la proprietà e per il 60-70% di coloro arrestati per crimini violenti. Il 10% degli immigrati, quelli irregolari, compie insomma il 70% di tutti i crimini della popolazione straniera. Una dato che sembra confermare le preoccupazioni degli italiani, anche se solo in apparenza. Nel 2006, ad esempio, gli stranieri contavano per il 25% di tutte le condanne giudiziare ma per il 48% degli ingressi in carcere, il che contribuisce a una rappresentazione distorta del fenomeno. Gli stranieri residenti in italia, infatti, hanno un più tasso alto di incarcerazione prima della condanna finale: nel 2011 era il 47%, contro il 37% dei cittadini italiani. Inoltre, il 40% di essi entra in carcere anche per condanne inferiori ai tre anni, contro solo il 23% degli italiani. Infine, nel 2011 solo il 12,7% di essi ha usufruito di pene alternative, contro il 30,7% degli italiani.


In realtà, è noto nella letteratura sociologica ed economica che la propensione al crimine della popolazione immigrata è del tutto simile a quella dei nativi, al netto di elementi demografici (la popolazione immigrata è infatti solitamente composta da maschi giovani, quindi di per se piu proni a commettere crimini) e condizionatamente alla situazione socio-economica in cui questi si trovano. Una recente ricerca della Queen Mary University e dello University College of London ha ad esempio analizzato due recenti shock migratori che hanno colpito la Gran Bretagna, valutandone gli effetti in termini di tassi di criminalità. Il primo è legato all'ingresso, a partire dal 2004, di lavoratori dall'Est europa, con l'adesione a Schenghen di paesi del blocco ex-sovietico. In seguito a questo afflusso di stranieri, i tassi di crimini violenti in quelle zone di Inghilterra e Galless toccate dal fenomeno migratorio sono rimasti stabili, mentre sono diminuiti i crimini contro la proprietà. Il secondo flusso studiato è invece quello di rifugiati di fine anni '90. In questo caso, una sostanziale stabilità dei crimini violenti si accompagnò a una crescita dei crimini contro la proprietà. Come riportato dal The Economist, è lo stesso Francesco Fasani, co-autore della ricerca, a spiegare che la differenza nelle dinamiche è principalmente dovuta alla differente condizione sociale ed economica dei nuovi arrivati: i migranti provenienti dall'Est Europa, infatti, potevano sfruttare reti di conoscenze presenti già sul territorio inglese, così che molti riuscirono a ottenere dei lavori prima di trasferirsi. Al contrario, i rifugiati di fine anni '90 non avevano previsto di dover lasciare il proprio paese, e fu il governo inglese a decidere dove avrebbero vissuto – spesso in aree povere, dove i tassi di criminalità erano già alti. Durante la decisione sullo status di rifugiato, inoltre, per loro non fu possibile lavorare e gli furono concesse trasferimenti limitati di risorse. Ecco dunque la differenza negli effetti finali. La variabile fondamentale risulta quindi, spesso, quella istituzionale: gli irregolari, infatti, non possono lavorare nei settori formali dell'economia, aprire un'impresa, usufruire facilmente dei servizi medici, ecc, una condizione che conduce a una più elevata probabilità di commettere crimini.

 

Nel caso italiano, la sovra-rappresentazione degli immigrati nella popolazione carceraria potrebbe essere quindi legato non tanto alla propensione al crimine, quanto dal funzionamento inadeguato del sistema giudiziario e delle politiche migratorie. Queste, in Italia, si sono basate negli anni sul un sistema di quote e una serie di amnistie. Il sistema di quote, stabilito nel 1998 dalla Turco-Napolitano e confermato nel 2002 dalla Bossi-Fini, si basa su Decreti Flussi annuali (quello del 2014 prevedeva 15mila ingressi), che stabiliscono quanti lavoratori stranieri potranno entrare in Italia in un dato anno, ripartendoli sulla base del tipo di lavoro (stagionale e meno) e a livello regionale. Questi decreti, tuttavia, hanno svolto di fatto la funzione di legalizzare ex-post la posizione di lavoratori immigrati già presenti in Italia, dove erano occupati clandestinamente. La prassi, insomma, è rapidamente diventata quella di entrare nel paese clandestinamente (lasciando ad esempio scadere un visto turistico), trovare un datore di lavoro interessato a legalizzare la posizione professionale e poi aspettare un “decreto flussi” per fare domanda di accoglimento. In totale, a partire dalla loro introduzione, i decreti flussi hanno permesso l'ingresso (o regolarizzazione) di circa 1,7 milioni di lavoratori immigrati.

 

Ma poiché lo stock totale di migranti era comunque più alto dei quanto fosse possibile assorbire con singoli decreti flussi annuali, dal 1986 a oggi si sono registrate 7 “amnistie” (1986, 1990, 1995, 1998, 2002, 2009 e 2012, adottate in maniera rigorosamente bipartisan da governi di centro, di sinistra, di destra e di tecnici). Queste hanno legalizzato quasi 2 milioni di immigrati clandestini: ossia poco meno della metà della popolazione attualmente presente in Italia. Nel 2002, ad esempio, la legalizzazione di 650mila immigrati irregolari ha condotto a un aumento del 70% della popolazione totale di origine straniera. Quella delle amnistie, tuttavia, è stata una politica fallimentare sotto vari aspetti. Innanzitutto dal lato della stabilizzazione del numero di migranti irregolari. Che è cresciuto dopo ogni amnistia a livelli paragonabili a quelli precedenti, anche a rispecchiare un incentivo ad entrare illegalmente in attesa della successiva legalizzazione. Inoltre, analizzando gli effetti delle amnistie sulla criminalità, Fasani e Pinotti mostrano che queste avrebbero ridotto il numero di crimini, in particolare in quelle regioni con una più elevata percentuale di lavoratori stranieri sul totale. In particolare, secondo le loro stime, per ogni aumento del 10% nel numero di immigrati legalizzati c'è stata una riduzione dello 0,3% nei procedimenti contro gli immigrati nell'anno successivo al provvedimento di amnistia. Questo effetto, tuttavia, scompare due anni dopo i provvedimenti.


Un analogo discorso può essere fatto per gli effetti delle quote dei decreti flussi. Nel 2007, le richieste sono state inoltrate attraverso dei click-days (tre nel 2007, il 15 il 18 o il 21 dicembre). Collegandosi al sito del ministero dell'interno, i richiedenti potevano presentare la loro domanda in un orario fissato, seguendo la logica "first-come-first-served": le domande venivano accettate fino all'esaurimento dei permessi disponibili. Nel loro rapporto, Fasani e Pinotti utilizzano dati ministeriali sulle domande di permesso di soggiorno (sul momento in cui sono state presentate, a che ora, e da quale provincia), collegandoli a dati del Sistema di Indagine Interforze sulla storia criminale dei richiedenti, in modo da sapere se, nell'anno successivo al click-day questi avessero commesso crimini di qualche tipo. In questo modo, i due ricercatori hanno potuto studiare se l'ottenimento dello status di lavoratore regolare ha avuto un effetto sulla probabilità di commettere crimini. Questo dietro l'assunto che la logica del click-day è fondamentalmente casuale. Sebbene possono esserci differenze (ad esempio di attitudini e motivazione verso il proprio status legale, che possono essere legate alla probabilità di commettere crimini) tra un individuo che presenta la propria domanda appena possibile e uno che la presenta con molte ore di ritardo, non ci sarà invece molta differenza tra un individuo che clicca per inviare la domanda di permesso un minuto prima o un minuto dopo l'assegnazione dell'ultimo posto disponibile. Ciononostante, Fasani e Pinotti trovano che la concessione dello status di lavoratore regolarmente soggiornante (una questione di secondi, a volte) diminuisce di per se e in maniera significativa la probabilità di commettere crimini.


Insomma, le restrittive politiche italiane in termini di permesso di soggiorno hanno contribuito a elevare i tassi di criminalità registrati, incentivando periodi di lavoro irregolari in attesa della successiva sanatoria. Il che lascia con due alternative: o uno sforzo di polizia molto superiore di quello presente, oppure chiudere l'attuale gap tra l'effettivo numero di immigrati permessi dalle quote e il numero di potenziali lavoratori stranieri, spesso già presenti in Italia. La prima soluzione potrebbe disincentivare nuovi ingressi irregolari, dando l'immagine di un giro di vite sull'immigrazione clandestina, ma avrebbe costi fiscali enormi, probabilità di successo limitate, e peserebbe probabilmente sull'economia italiana. Infatti, un recente studio condotto da due economisti, Gianmarco Ottaviano e Giovanni Peri, mostra che, contrariamente a quanto spesso ritenuto, i lavoratori stranieri non competono al ribasso sui salari dei lavoratori dei paesi d'origine - anzi, la domanda di lavoratori stranieri è complementare (e non sostituta) di quella dei lavoratori d'origine così che, nelle zone a maggiore integrazione, si registra un aumento di produttività e salari grazie alla maggiore specializzazione produttiva. Stime confermate da un recente studio sui paesi Ocse, secondo cui un moderato aumento dell'immigrazione aumenterebbe il benessere dei lavoratori nativi dell'1,25 per lavoratori ad alta qualifica e dell'1% per lavoratori a bassa qualifica. L'Italia sarebbe tra i paesi che più beneficerebbero da una politica sull'immigrazione più informata.


@NicoloCavalli

Il Fatto Quotidiano
30 07 2014

Nuova tragedia dell’immigrazione al largo della Libia. Almeno 20 persone sono morte e decine sono ancora disperse in seguito al naufragio di un barcone a 100 km a est di Tripoli. “Una pattuglia della marina ha messo in salvo 22 migranti immigrati clandestini che erano aggrappati ai resti del loro barca”, ha detto il colonnello Kassem Ayoub, portavoce della Marina libica, aggiungendo che oltre venti corpi sono stati recuperati. Secondo i sopravvissuti – ha riferito – erano “circa 150″ i migranti, provenienti dall’Africa sub-sahariana, a bordo dell’imbarcazione diretta verso le coste italiane e affondata al largo di Al Khums. I soccorsi sono al lavoro alla ricerca di altri possibili sopravvissuti, ha aggiunto.

Proseguono intanto anche gli sbarchi in Italia. Durante la notte la fregata Espero della Marina militare ha soccorso un natante con 187 migranti a bordo. Di questi, 31 sono donne e 6 minori. E a Porto Empedocle (Agrigento) è atteso l’arrivo del mercantile liberiano Perge, con a bordo 112 migranti di origine subsahariana soccorsi nel canale di Sicilia. Il trasbordo e lo sbarco in banchina dei profughi sarà seguito da motovedette della Guardia costiera e da unità navali dei Carabinieri e della Polizia, mentre a coordinare le operazioni è la Capitaneria.

Il Fatto Quotidiano
30 07 2014

Il Centro politiche migratorie dell’Università europea di Firenze ha recentemente pubblicato un dettagliato rapporto per sfatare alcuni luoghi comuni legati al tema dell’immigrazione. Otto stereotipi che, alla luce di analisi e ricerche documentate, vengono completamente smentiti e screditati, dimostrando che la maggior parte delle convinzioni più radicate nel senso comune delle persone non sono altro che erronee semplificazioni della realtà.

1) L’Europa non ha bisogno di immigrati. Affermazione totalmente errata secondo la ricerca, che ipotizzando uno scenario senza affluenza di stranieri tra il 2010 e il 2030 ha calcolato una perdita di 33 milioni di persone in età lavorativa (-11%) fra i ventotto Stati membri dell’Unione Europea, con una riduzione del 25% dei giovani tra i 20-30 anni e un incremento del 29% per le persone comprese fra i 60-70 anni. Una condizione che avrebbe pesanti ricadute anche sul sistema di welfare della UE, dove il rapporto di dipendenza degli ultrasessantacinquenni nei confronti delle generazioni più giovani salirebbe da un 28% nel 2010 a un 44% nel 2030.

2) Gli immigrati ci rubano il lavoro. Una convinzione totalmente contraddetta dalle analisi statistiche, che al contrario mostrano come la disoccupazione e l’immigrazione vadano più spesso in direzioni opposte piuttosto che in parallelo. Da un lato perché gli immigrati tendono a scegliere zone che possano garantirgli un posto di lavoro, e dall’altro perché nei luoghi ad alta occupazione il mercato offre possibilità di impiego sia agli immigrati che ai nativi, senza bisogno di farsi concorrenza a vicenda.

3) Non abbiamo bisogno di immigrati professionalmente poco qualificati nella UE. Altra posizione smentita dai dati, che invece dimostrano come queste persone trovino una loro posizione nel mercato del lavoro, peraltro compensando ai sempre più numerosi nativi europei che scelgono di dedicarsi a mansioni che richiedono maggiori specializzazioni.

4) I migranti minano i nostri sistemi di welfare a causa di famiglie numerose e maggiori rischi di perdita del lavoro. In realtà l’evidenza empirica dimostra che, data la loro età e la loro struttura occupazionale, gli immigrati hanno in media un contributo fiscale netto positivo.

5) L’immigrazione ostacola la nostra capacità di innovare, perché fornendo mano d’opera poco qualificata e a basso costo, riduce l’incentivo a investire in nuove tecnologie per le imprese. Le analisi invece dimostrano che la presenza di lavoratori spesso altamente qualificati e la loro diversità di origini gioca un ruolo favorevole per l’innovazione nei luoghi di lavoro.

6) Le coste dell’Europa meridionale sono invase dai richiedenti asilo, mentre nella realtà la stragrande maggioranza dei rifugiati recenti non vivono nel vecchio continente ma nei paesi confinanti le aree di conflitto, e la maggior parte dei richiedenti asilo in Europa preferiscono gli stati più a nord-ovest piuttosto che quelli mediterranei.

7) I “migranti economici” cercano di imbrogliare il nostro sistema di asilo. Le statistiche dimostrano invece come la maggioranza delle richieste per lo status di rifugiato siano legittime e veritiere. Al contrario, la mancanza di canali di asilo dalle zone più lontane, come il Corno d’Africa, impedisce a tanti che avrebbero diritto di presentare domanda, non potendo giungere in Europa neppure clandestinamente.

8) I nostri figli risentono della presenza di stranieri nelle classi scolastiche. Affermazione totalmente smentita dalle indagini PISA (Programma per la valutazione internazionale dell’allievo) che dimostrano come le prestazioni educative inferiori siano legate a svantaggi sociali di ben altro genere, e non alla presenza dei migranti.

I dati raccolti dal rapporto mettono dunque ancora più in risalto la totale inesattezza delle politiche della cosiddetta Fortezza Europa, sempre più chiusa e controllata lungo le proprie frontiere. Una strategia che a lungo andare rischia di divenire dannosa, in un’Europa con una popolazione di nativi in costante diminuzione e progressivo invecchiamento, con tutte le conseguenze che questo comporta in termini di welfare, mercato del lavoro e contribuzione fiscale.

A ciò si somma la disumanità di tali scelte politiche, contro le quali ha persino preso posizione Amnesty International, evidenziando come questi programmi mettano in pericolo la vita e i diritti degli esseri umani. E ulteriori critiche sono anche giunte dalle Nazioni Unite, che continuano a richiamare l’Italia per i rimpatri sommari, il frequente ricorso e l’eccessiva durata della detenzione amministrativa, oltre alle condizioni in cui i migranti vengono tenuti all’interno dei Centri di identificazione ed espulsione (CIE), così come nei Centri di prima accoglienza.

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