Psicofarmaci fuori controllo nel Cie di Ponte Galeria

  • Martedì, 24 Febbraio 2015 14:50 ,
  • Pubblicato in Flash news

Hurriya
24 02 2015

Qualche tempo fa vi avevamo raccontato di come nel lager di Ponte Galeria venisse fatto uso di psicofarmaci per sedare e tenere sotto controllo tutti/e coloro che si ribellavano all’internamento, alle deportazioni e ai loro aguzzini (qui).

Quelle denunce avevano avuto come conseguenza la rimozione coatta di un articolo sul sito dinamo press, che aveva pubblicato il comunicato di un’azione alla sede romana della cooperativa che gestiva il Cie (ne abbiamo parlato qui ).

Non crediamo si tratti di uno scoop, poiché questi ulteriori dispositivi di annientamento li riconosciamo in tutti i tipi di carcerazione, ma in realtà anche alcuni giornali main stream avevano portato alla luce, in passato, come tale pratica fosse diffusa (nel 2012 e nel 2013).

A distanza di nemmeno un anno, nonostante il cambio di gestione del Cie romano, è da poco uscito su Left un reportage dedicato all’uso e all’abuso di psicofarmaci che viene fatto nel lager romano dal Titolo “FARMA-CIE. Sbarcati, rinchiusi e sadati. Nel Cie di Ponte Galeria l’uso di psicofarmaci è fuori controllo” che potete leggere qui.

Adesso denunciateci tutti.

I Cie non si possono umanizzare, dei Cie solo macerie.

Meltingpot
24 02 2015

E così che al Lido essere sì isola ma non isolati, diventare isola solidale e accogliente
Autore: Riccardo Bottazzo

Se la calunnia è un venticello, la disinformazione è un tornado. Tra quelle tre o quattro decine di persone che mercoledì scorso si sono mobilitate contro l’arrivo dei profughi al Lido non ne trovavi una che fosse informata su quanto stava realmente accadendo, su quali e quanti profughi sarebbero stati ospitati negli spazi della colonia Morosini, e per quanto tempo. "Diverse centinaia di persone" qualcuno diceva. "E altre ne arriveranno se non facciamo qualcosa" aggiungeva qualcun altro. "Tutti terroristi dell’Isis" paventavano altri. Tanto è vero che dal fondo del gruppo si levavano voci nascoste che urlavano "Assassini, assassini".
Adesso, confondere chi fugge dagli assassini con gli assassini stessi, può significare solo due cose: disinformazione, come abbiamo già detto, o malafede. Due ingredienti che entrano a badilate in questa brutta storia.

La disinformazione intanto. Colpa nostra, che non sempre ci diamo la briga di esaminare nella sua completezza e sotto tutti i punti di vista, salvo poi parlare come se fossimo professori. Colpa anche dei giornalisti che si lasciano andare a sensazionalismi e sempre meno spesso vanno alla fonte della notizia per verificarla (il terrorista "veneziano" anzi no, tunisino, ucciso dalla combattente curda, è solo un esempio). Ma colpa anche di un Governo che continua a gestire una questione, come quella degli arrivi che oramai è endemica, con la consueta ottica dell’emergenza, lasciando campo ad improvvisazioni, demandando la coordinazione a personale non competente, aprendo spazi gestionali a dei veri e propri delinquenti, pronti a trasformare l’accoglienza in un business alquanto redditizio.

Poi c’è la malafede. Come quella di qualcuno in testa al gruppo dei protestatari, incazzato solo perché nel business sopra citato, questa volta non ci è entrato. Oppure come quella di politici senza scrupoli che leggono in situazioni come queste uno strumento utile per incrementare il loro bacino di consensi. Qui, tra tanti, facciamo solo il nome del segretario della Lega, Matteo Salvini, che non ha perso l’occasione di twittare una infamata dopo l’altra sulla pelle di un pugno di disgraziati.

Eppure, proprio la manifestazione contro i 37 profughi e la marea nera di cazzate che hanno sollevato nei social ha avuto perlomeno due effetti positivi. Uno, poco noto perché queste cose non girano nei giornali, è la forte presa di posizione del presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto, Gianluca Amadori, che ha scritto una lettera a tutti i colleghi invitandoli a seguire "un’informazione rigorosa e corretta".

Partendo dalla considerazione che mai come in questi anni la credibilità dei massa media ha raggiunto livelli così infimi. Riferendosi anche alle troppe "bufale" pubblicate come notizie vere, il presidente ha invitato chi scrive ad "evitare sentimenti di ostilità generalizzata nei confronti di interi popoli o categorie o gruppi". Ed ha concluso: "Ciascuno di noi può fare molto, nello svolgimento del lavoro quotidiano, per fermare l’attuale deriva". Augurandoci che l’invito del presidente non rimanga inascoltato, ci permettiamo di ricordare che esiste anche un collegio di disciplina deontologica al quale chiunque può segnalare gli abusi compiuti dalla stampa.

Secondo e più importante effetto collaterale della manifestazione del Lido, è stata l’immediata e decisa presa di posizione contraria di tanti, tanti cittadini. Se il razzismo è una brutta malattia, come una brutta malattia produce anche i suoi anticorpi. L’anticorpo in questione è Lisa, acronimo per Lido Isola Solidale e Accogliente. Un appello lanciato da tante cittadine e cittadini residenti, dagli attivisti del nutrito arcipelago associazionista e ambientalista della Laguna e dalle ragazze e dai ragazzi dei centri sociali di Venezia. Persone che, come dicono in chiusura del loro comunicato, vogliono semplicemente "restare umani nel momento in cui qualcuno, giunto disperato da un’altra parte del mondo, ci chiede di fare spazio in quella che consideriamo casa nostra".

"Ai nostri concittadini - si legge nell’appello - chiediamo di non aver paura. Un tempo molti nostri nonni furono profughi, emigrati, esiliati. Un giorno potremmo esserlo noi, o i nostri figli. Invitiamo tutti a considerare cosa può significare un’accoglienza degna e dignitosa".

Degna e dignitosa, appunto. Due parole che non sono state inserite a casa. L’accoglienza va bene ma che sia una accoglienza degna di questo nome, capace di dare una risposta ai bisogni dei profughi e che rispetti i bisogni di chi al Lido ci abita da una vita.

Un’accoglienza, per dirla tutta, come l’Italia non è mai stata capace di offrire. In questo senso, l’arrivo dei 37 rifugiati è una opportunità per cambiare strada e dimostrare al mondo e soprattutto a noi stessi che non solo l’isola del Lido, ma tutta la nostra penisola è Solidale e Accogliente.

Mediterraneo, le stragi firmate

  • Martedì, 17 Febbraio 2015 10:38 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
17 02 2015

Più di 200 persone hanno partecipato, a Milano, al flash mob ideato da Radio Popolare per dire no alle stragi nel Mediterraneo. Alle 16 in punto, in Galleria Vittorio Emanuele, cuore della città, questi duecento si sono coperti con un lenzuolo bianco portato da casa e si sono sdraiati, in mezzo ai turisti.

Anche noi diciamo no alle stragi del Mediterraneo e no, soprattutto, alla non assunzione di responsabilità da parte di chi ci governa e che vorrebbe che la colpa si trovasse sempre altrove. Affidiamo il nostro no a una delle nostre penne storiche, che è stata anche una testimone diretta di quanto accaduto a Lampedusa in questi anni, Alessandra Ballerini. Ecco il suo testo:

«All’indomani della strage di Parigi, senza alcun pudore né logica, se non quella demenziale del razzismo o quella meschina della ricerca di consenso elettorale, un’assessora della regione Veneto partoriva un’indecente circolare temo ancora in vigore.
In sostanza, l’assessora invitava i dirigenti scolastici a richiedere ai genitori di alunni mussulmani di fare pubblica ammenda e prendere le distanze dall’attentato parigino perché, affermava con disarmante ignoranza, «se non si può dire che non tutti gli islamici sono terroristi, è evidente che tutti i terroristi sono islamici».

Amnesty international e poche altre associazioni hanno chiesto la rimozione della circolare e le dimissioni dell’assessora. Temo invece che ad oggi entrambe siano ancora inamovibili nel loro posto. Oggi, ancora una volta, ci ritroviamo a contare i morti del mare.

Mentre scrivo sarebbero oltre 300 le persone annegate in acque libiche e 29 i profughi morti a un passo dalla salvezza che si chiama Lampedusa.

E questi morti fanno più male dei loro precedenti compagni di sventure. Non solo i 29 uccisi dal freddo a pochi metri da noi e neppure e non solo tra loro i 22 morti tra le braccia dei soccorritori. Non è (solo) né la vicinanza né (solo) l’atrocità empatica di questa nuova tragedia (morire di freddo!) a rendercela così insopportabile. E’ la colpa. L’evitabilità.

In senso strettamente tecnico si chiamerebbe dolo eventuale: l’agente si rappresenta la possibilità che l’evento dannoso si verifichi e accetta il rischio che tale fatto accada.
Di fatto, chi ha deciso, per inseguire vantaggi squisitamente politici (un ossimoro) o meschinamente economici, di sopprimere l’operazione Mare Nostrum si è ben rappresentato il “rischio” che altre centinaia di persone in fuga da guerre e persecuzioni andassero a coprire i nostri fondali. Ma ne ha semplicemente accettato la possibilità, con un’alzata di spalle. Come si accetta un fastidio. E oggi, ben lungi dal chiedere scusa e rivedere le loro posizioni egoistiche e miopi, i responsabili politici di questa ennesima tragedia si vantano delle loro gesta e del ritiro di Mare Nostrum perchè “incoraggiava le partenze”.
Come dice il prof. Fulvio Vassallo Paleologo: «Ci mettono la firma. Non hanno più il pudore di nascondersi. Anzi pensano che con la linea della “fermezza” potranno raccogliere ancora altri voti. “Interventi solo in casi gravi” vuol dire ” ci assumiamo la responsabilità della morte di migliaia di persone”. Lo ricorderemo».

A loro, ai burocrati responsabili, con azioni o omissioni, di queste morti, chiederei, applicando la circolare veneta, di fare pubblica ammenda: perchè se non si può dire che tutti i nostri governanti siano colpevoli e responsabili di questi morti del mare, è però evidente che i responsabili di questa strage sono i nostri governanti.”

Nulla restituirà la vita a queste creature né per alcuni di loro il mare restituirà identità o corpi. E la vergogna per questa strage non potrà cancellarsi con nessun tipo di pena o espiazione, ma l’idea che la “banalità del male” per una volta si ritorca contro i suoi autori potrebbe restituirci seppur fugacemente un minimo senso di giustizia.

Alessandra Ballerini

 

Meltingpot
16 02 2015

Vittorio Veneto (TV) - Se non ci fosse di mezzo il destino di alcuni migranti sulla vicenda che si sta consumando in questi giorni a Vittorio Veneto, un paesotto della provincia trevigiana di 30mila abitanti a ridosso delle Prealpi, si potrebbe quasi da sorridere.

L’11 febbraio circa 120 migranti potenziali richiedenti asilo alloggiati nel CEIS di Vittorio Veneto hanno organizzato un blocco stradale che ha paralizzato per mezz’ora la statale Alemagna. I migranti hanno improvvisato delle barricate utilizzando cassonetti, bancali, sedie e altri oggetti. I cartelli esibiti denunciavano lo stato di deprivazione nel quale sono costretti a vivere. Le richieste della protesta vertevano fondamentalmente su due punti: un trattamento migliore e la possibilità di andare fuori dall’Italia, paese incapace di fornire un’accoglienza degna.


In un territorio dove la Lega Nord cerca di egemonizzare il consenso, è facile che anche il sindaco PD e il prefetto rispondano sull’onda di attacchi razzisti con provvedimenti allucinanti come quello di “espellere gli organizzatori della rivolta.”

"Quello che è successo - ha commentato il prefetto Marrosu - non è giustificabile. Stiamo verificando la situazione per quel che riguarda le condizioni dei nostri ospiti, ma chiaramente chi ha causato un disagio alla popolazione non poteva che essere denunciato e ora provvederemo anche al loro allontanamento".

Sulla vicenda naturalmente si scomoda anche il Presidente della Regione del Veneto, Luca Zaia, che definisce la situazione completamente fuori controllo.
Secondo Zaia "i profughi impediscono ai veneti di andare a lavorare, agli studenti di andare a scuola e alla gente di girare per le strade del proprio comune. È una situazione indecente e che segnala il totale disinteresse del Governo per il problema della gestione dei profughi”.

Il Presidente non si fa scappare questa ghiotta occasione per attaccare l’operazione Mare Nostrum che "ha consentito l’arrivo di ondate di profughi senza alcun controllo. Con il risultato che oggi nei nostri territori abbiamo, secondo dati della Prefettura, circa 6.000 persone di cui non conosciamo l’identità e che non sappiamo dove siano”.

“In Veneto" - sottolinea il governatore - "ci sono circa 200 mila disoccupati e moltissime persone che non arrivano alla fine del mese, le nostre comunità non ce la fanno più a sopportare questa situazione e i sindaci non hanno strumenti e risorse per risolvere la situazione.”

Ma come? lo stato italiano non da 32,50 euro al giorno ai clandestini per mantenerli sulle spalle degli italiani?
No, le cose non stanno così.

Sull’intera questione va fatto un po’ di ordine; in primo luogo i migranti ospitati a Vittorio Veneto, come in tante altre parti di Italia hanno una caratteristica importante, ovvero si sono fidati del nostro paese e hanno deciso di intraprendere un nuovo percorso di vita affidandosi all’Italia. Rispetto ai numeri legati agli sbarchi chi ha fatto questa scelta è una minima parte, forse un quarto, poiché tutti gli altri hanno preferito scappare verso il nord Europa. Ecco dove sono finite le seimila persone che Zaia non vede più, può dormire sogni tranquilli perché sono lontane e probabilmente dormono meglio anche loro.

Il governo italiano (con anche fondi europei) finanzia 32,50 euro per ogni migrante di cui 2,50 vanno direttamente al migrante e i restanti 30 euro finiscono in tasche italiane, per pagare operatori italiani e per comprare beni italianissimi. Ecco che il Don Camillo di Vittorio Veneto con i sui 120 ospiti intasca 108mila euro al mese, con i quali dovrebbe garantire un vitto e un alloggio dignitoso e gli strumenti per poter inserire i ragazzi in un contesto complicato come quello italiano.

A qualcuno sarà sfuggito ma va ricordato che questi ragazzi scappano da guerra e miseria e hanno il sacrosanto diritto di essere aiutati nel miglior modo possibile.

Considerando che l’Italia non ha un ordinamento giuridico legato ai migranti particolarmente benevolo, affidare queste persone nelle mani di incompetenti significa soltanto condannarli ad un futuro di miseria. Infatti oltre al vitto e l’alloggio chi si occupa di accoglienza dovrebbe curare in egual modo anche l’espletamento delle pratiche relative alla richiesta d’asilo e guidarli nella comprensione della lingua e nell’inserimento lavorativo.

Qui funziona tutto all’Italiana, la prefettura stipula una convenzione con il prete, considerando che i preti sono bravi a trattare con le persone bisognose, e il prete improvvisa una struttura di accoglienza; ma l’accoglienza non si improvvisa.

A Vittorio Veneto però si va oltre l’immaginazione, visto che i migranti denunciano le pessime condizioni alimentari ed igienico sanitarie del centro. Alcuni denunciano addirittura che invece dei 2,50 euro gli vengono dati soltanto cinquanta centesimi .

Se questa circostanza fosse vera sarebbe gravissima, la prefettura farebbe meglio ad indagare le ragioni della protesta più che provvedere a espulsioni sommarie.

Alcuni testimoni denunciano l’assenza di operatori formati all’interno della struttura. I migranti dicono di soffrire il freddo e di non avere accesso al servizio sanitario. Si mangia pasta ogni giorno, mancano carne e frutta. Ci sarebbero 16-18 inquilini per camerata. I controlli di polizia e carabinieri sono assai frequenti.

Se a ciò si aggiunge la lunghezza dei tempi di attesa in questo limbo, è facile capire come la frustrazione abbia dato la spinta a organizzarsi. Tra i ragazzi, quasi tutti provenienti dall’Africa occidentale, quasi nessuno parla italiano.

Sui cartelli che tenevano in mano durante il blocco stradale hanno scritto "Noi stiamo soffrendo, aiutateci", "Vogliamo pane e documenti" "Abbiamo fame".
"Scappiamo dai nostri paesi in guerra", ci ha raccontato uno di loro durante l’intervista che abbiamo realizzato, "protestiamo per le pessime condizioni in cui ci troviamo in questo centro, siamo qui da 8/10 mesi, senza nessuna informazione e nessuna risposta. Siamo abbandonati".

Più che "un disegno contro i Veneti", come lo ha definito Zaia, a noi sembra "un disegno contro l’umanità".

Osservatorio repressione
11 02 2015


Più di duecento migranti dispersi, 29 morti accertati. Sono le scelte politiche dei Paesi europei le cause profonde che li hanno determinati. Dobbiamo scardinare subito l’intero discorso sull’immigrazione: “parlare di persone da accogliere e non di frontiere da controllare; pensare alla sicurezza di chi migra e non solo a quella dei Paesi di approdo; cercare soluzioni strutturali e non di emergenza; pensare alle migrazioni come un prezioso fenomeno del presente e non come ad un fenomeno da reprimere inutilmente. Pensare che su quelle barche non ci sono Loro, ma ci siamo Noi. Tutti”

 

Il messaggio diffuso in rete dal Naga – storica associazione milanese di assistenza socio-sanitaria e per i diritti dei cittadini migranti, dei rom e dei sinti -, dopo la nuova strage in mare.

Sono oltre duecento i migranti dispersi nel canale di Sicilia per il naufragio di due barche avvenuto il 10 febbraio, dispersi che si sommano ai 29 migranti morti per ipotermia.

“Apprendiamo con dolore dei morti e dei dispersi nel canale del Sicilia. Il freddo e la bufera sono gli eventi atmosferici che hanno causato le morti e il naufragio. Sono però le scelte politiche dei Paesi europei le cause profonde che li hanno determinati”, afferma Luca Cusani presidente del Naga.

“Sicuramente la nuova missione militare Triton ha dimostrato immediatamente di non essere adeguata al salvataggio dei migranti che cercano di arrivare in Europa e sebbene Mare Nostrum abbia avuto il merito di salvare molte vite umane e una sua riattivazione sia auspicale, crediamo che le morti in mare possano essere evitate solo attraverso un ripensamento generale delle politiche migratorie europee”, prosegue il presidente del Naga.

“Crediamo sia necessario scardinare l’intero discorso sull’immigrazione: parlare di persone da accogliere e non di frontiere da controllare; pensare alla sicurezza di chi migra e non solo a quella dei Paesi di approdo; cercare soluzioni strutturali e non di emergenza; pensare alle migrazioni come un prezioso fenomeno del presente e non come ad un fenomeno da reprimere inutilmente. Pensare che su quelle barche non ci sono Loro, ma ci siamo Noi. Tutti”, conclude Luca Cusani.

Come Naga continueremo a fornire assistenza sanitaria, sociale e legale e continueremo a difendere diritti tutte le volte che cercheremo di soddisfare dei “bisogni”.

Info: 349 160 33 05 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. – www.naga.it

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