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La Gazzetta del Mezzogiorno
12 06 2014

Forse l'unico aspetto poco accessibile è il nome. "Smisly" è una parola della lingua boema che significa "sensi".

Ma è anche l'appellativo di un'associazione di promozione sociale capace di infrangere le barriere fisiche e culturali che pesano sui diversamente abili, consentendo anche a persone con ridotte capacità motorie o sensoriali di esplorare pienamente l'ambiente circostante. Nella fattispecie, l'area del parco nazionale dell'Alta Murgia. ...

Carcere, per i disabili la pena è doppia

  • Mercoledì, 28 Maggio 2014 13:57 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L'Espresso
28 05 2014


Disabile al cento per cento, affetto da disturbi psichiatrici, ha tentato il suicidio due volte in pochi mesi. La sua cartella clinica parla chiaro: “E’ totalmente incompatibile con la condizione carceraria”. Però, nonostante un ordine di scarcerazione ben preciso, da otto mesi continua a rimanere dietro le sbarre perché “mancano istituti sanitari che possano accoglierlo”.

Quella di Stefan, nome di fantasia di un detenuto di 28 anni di origine romena, è solo una delle tante storie di malagiustizia e malasanità che affollano silenziosamente le nostre carceri. Il suo, però, sta diventando un piccolo caso diplomatico proprio perché a lanciare l’allarme – stavolta – non sono le associazioni a tutela dei detenuti o i familiari del detenuto, ma lo stesso direttore del carcere che lo accoglie, l’istituto penitenziario di Opera. Che ora chiede l’intervento delle istituzioni.

Tra pochi giorni sarà esecutiva la condanna europea per le condizioni inaccettabili delle prigioni italiane. Una vergogna a cui nessun governo ha saputo dare una risposta. Bisogna rimediare: introducendo il reato di tortura
“Il magistrato di sorveglianza otto mesi fa ha disposto il rinvio dell’esecuzione della pena per le sue condizioni di grave infermità fisica incompatibili con il carcere”, denuncia il direttore di Opera Giacinto Siciliano, “ma noi non possiamo scarcerarlo perché non si trova una struttura deputata ad accoglierlo”.

Conferma Alessandra Naldi, garante dei diritti delle persone private di libertà del Comune di Milano: “E’ una situazione molto seria che rischia di precipitare, anche perché attualmente questo ragazzo si trova in infermeria, aiutato da un piantone, ma le sue condizioni sia fisiche che psicologiche sono critiche, non può restare in carcere. E’ una situazione della quale si devono fare carico in parte il Comune in parte la Regione. Bisogna trovare un posto in una residenza sanitaria”.

Di casi come questi, solo in Lombardia, se ne contano quasi cinque all’anno. Detenuti che non hanno una famiglia o persone che possano garantire loro un domicilio alternativo al carcere, e che quindi devono rimanere a scontare la propria condanna – anche quando minima – fra le mura carcerarie inadatte ad accoglierli. Ad aggravare il problema, poi, c’è la carenza cronica di strutture sanitarie. Si contano sulle dita di una mano, soprattutto quelle per pazienti affetti sia da disabilità fisica che da patologie mentali. “Un circolo vizioso del nostro sistema penale”, spiega ancora Alessandra Naldi.

Per altri, invece, il problema è a monte: il Tribunale di sorveglianza respinge le istanze di scarcerazione, anche di fronte a condizioni cliniche oggettivamente gravi. E allora il detenuto si ritrova a dover scontare la propria condanna in condizioni precarie, aggravando la propria salute.

La vicenda del giovane detenuto di Opera apre uno squarcio su una delle questioni più controverse del sistema penitenziario italiano: la presenza dei disabili in carcere. In tutta Italia sfiorano quota mille, anche se i numeri sono impossibili da quantificare. Esiste però un unico carcere in tutto il Paese (Parma) privo di barriere architettoniche. Tutti gli altri sono inadeguati. Basti sapere che in tutto San Vittore si conta una sola cella senza scalini e con porte abbastanza larghe da ospitare detenuti su sedia a rotelle. Poi si arriva ai paradossi. Perché alcuni penitenziari vantano invece reparti modello adatti ai disabili, ma mai utilizzati. Come Busto Arsizio (Varese), dove un reparto nuovo di zecca attende ormai da cinque anni di essere inaugurato.

E le tragedie sono dietro l’angolo, in tutta Italia. Una delle situazioni più disastrose viene segnalata nel carcere romano di Rebibbia. “Il piano terra del reparto G 11 del Nuovo Complesso”, tuona il garante dei diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni, “viene di fatto utilizzato come centro clinico senza averne le caratteristiche tecniche e strutturali e senza, soprattutto, la presenza di personale medico e paramedico adeguato”. “Trattandosi di una soluzione di ripiego”, aggiunge Marroni, “la situazione è rapidamente degenerata diventando, oggi, drammatica. Il reparto non ha le condizioni strutturali per ospitare detenuti affetti dalle più disparate patologie e con scarse o nulle capacità deambulatorie. Celle e servizi non sono adeguati per ospitare persone disabili”.

Mancano le carrozzine, dunque. Così spesso i detenuti sono costretti a stare tutto il giorno in cella. Fra le situazioni denunciate a Rebibbia c’è quella di Emilio T., che ha la poliomielite alla gamba destra, ed è a rischio di amputazione. Diabetico, è costretto a fare punture di insulina quattro volte al giorno. Nella sua cella di 10 mq non c’è spazio per la carrozzina. Per questo è costretto a stare a letto 24 ore al giorno.

Il Fatto Quotidiano
27 05 2014

L’avventura alla ricerca di spiaggia, hotel, locali e ristoranti attrezzati per una persona disabile è un percorso a ostacoli senza eccezioni da nord a sud. Così, andare in vacanza diventa una operazione totalmente affidata al fai da te. Perché neppure il ministero ha mai messo a punto un elenco aggiornato e capillare. E le iniziative sono affidate ai singoli o agli enti locali.

“Mi spiace, non posso aiutarla”. “Non ne ho idea, se vuole faccio una ricerca online”. “Posso distinguere solo tra spiagge con sabbia fine, mista a sassolini, ghiaia”. L’avventura alla ricerca della spiaggia accessibile per una persona disabile inizia con le risposte desolanti degli uffici turistici delle varie località balneari, da nord a sud, senza eccezioni. In Italia non esiste una mappa ufficiale delle spiagge attrezzate. Allora bisogna fare da soli, attaccarsi al telefono e munirsi di molta pazienza. “Cerco su internet i numeri dei bagni, li chiamo e chiedo se ci sono le pedane per raggiungere l’ombrellone, i lettini rialzati, le carrozzine per entrare in mare”, spiega Max Ulivieri, esperto di turismo accessibile, fondatore del portale Diversamenteagibile.it e blogger de ilfattoquotidiano.it.

Non basta però. Bisogna assicurarsi che la spiaggia sia vicino a un hotel senza barriere architettoniche”. E qui è un altro dramma. “O manca oppure il sito web non presenta foto dell’ascensore, dei bagni e della camera con i servizi che dovrebbe offrire”, continua Max . Risultato? “Non capisco se in quell’hotel ci posso andare o meno con la mia carrozzina elettrica che pesa oltre 100 chili. Tanto per intenderci: se c’è uno scalino, chi mi solleva? Oppure: se scrivono ‘piscina accessibile’ significa che c’è un sollevatore o uno scivolo?”. Quindi Max telefona e chiede conto di tutti i servizi di base: il bagno dotato di maniglie di sostegno, doccia con seggiolino, ascensore con porta di accesso larga almeno 75 centimetri e l’interno minimo di 80 per un metro e venti di lunghezza, letto rialzato. Non è finita qui. Se si sceglie di andare in vacanza in treno, bisogna verificare che anche questo sia accessibile e, nel caso, prenotarlo due giorni prima (“ci sono solo due posti riservati ai disabili”, sottolinea Max). A patto di aver controllato prima che i mezzi pubblici sul posto siano agibili anche con una sedia a ruote e la fermata del bus sia prossima all’hotel. Ennesima domanda non trascurabile: locali e ristoranti saranno “handicap friendly”? “Mai nessuno ti darà tutte queste informazioni insieme. Vige la regola del fai da te“, conclude Max.

Non è di alcun aiuto il ministero dei Beni culturali e del Turismo, che in teoria dovrebbe garantire l’accesso alle strutture a tutti evitando distinzioni in cittadini di serie a e b. In pratica, però, non ha mai messo a punto un elenco delle spiagge accessibili, tantomeno degli alberghi. E delega il compito a qualcun altro. Invita, per esempio, a consultare il portale Italia.it alla voce “accessibilità”, che però rimanda a otto link esterni (tra cui il sito di Max Ulivieri) curati da privati o associazioni e comunque non esaustivi del territorio nazionale. Oppure consiglia la Guida blu di Legambiente, ma il problema è sempre lo stesso: il simbolo “handicap friendly” assegnato a una zona balneare non viene spiegato. Quindi serve un altro giro di chiamate. Peggio della caccia al tesoro.

Nel 2014 si può dire che le spiagge al cento per cento accessibili siano solo iniziative a spot. La Liguria nel 2013 ha lanciato l’idea delle bandiere lilla per contrassegnare i lidi adatti ai clienti con disabilità. A giugno la Regione le assegnerà a 11 Comuni. I criteri di selezione includono, per fortuna, anche l’accoglienza di hotel, mezzi e uffici pubblici, biblioteche, sport e locali di svago. Mirtha Barbetti, commerciante, con l’associazione “Noihandiamo” il 15 giugno inaugura la prima spiaggia accessibile e gratuita a Sestri Levante: una piattaforma piastrellata di cento metri quadrati tra una spiaggia libera e una attrezzata normalmente, con lettini rialzati e carrozzine acquatiche.

“Spiaggia libera tutti“, invece, è il progetto virtuoso della provincia di Rimini lanciato nel 2008. Oggi solo tre bagni hanno ricevuto la certificazione: Bagno 27, Egisto 38 e Giulia 85. “A fronte di un investimento minimo di 8mila euro la Provincia dà un contributo del 25 per cento – spiega Stefano Mazzotti, titolare del Bagno 27 – Io ho speso quasi 9.500 euro per attrezzare la mia spiaggia, anche con le piantine tattili per gli utenti non vedenti”. Ma l’affluenza di clienti disabili è sotto le aspettative, perché? “Gli hotel vicini hanno barriere architettoniche importanti. Così non si può andare avanti”, commenta Mazzotti. Il suo stabilimento, insieme ad altri 60, ha aderito al progetto “Friendly autismo beach“: da quest’anno gli operatori saranno in grado di relazionarsi anche con le persone autistiche attraverso il sistema di comunicazione per immagini (pecs).

A Scampia nasce una fattoria didattica per bambini disabili

  • Venerdì, 18 Aprile 2014 09:42 ,
  • Pubblicato in Flash news

Redattore Sociale
18 04 2014

Su 25 ettari di terreno oltre 300 alberi di ciliegi e un centinaio di ulivi, prevista la produzione di miele, confetture, marmellate, sottoli per favorire l'inserimento di disabili e rifugiati. Inaugurazione il lunedì di Pasqua

A Scampia nasce una fattoria didattica per bambini disabili. Il lunedì di pasquetta alle ore 10 sarà inaugurata “Vodisca”, la fattoria didattica promossa dall’associazione Vo.di.Sca, Voci di Scampia. Estesa su 25 ettari di terreno all’interno del Parco delle Colline Metropolitane di Napoli, la fattoria ospita già oltre 300 alberi di ciliegio, qualità Recca, e un centinaio di ulivi e si prevede di produrre, nei prossimi mesi, miele, confetture, marmellate, sottoli. In particolare, si produrranno ortaggi in via d’estinzione o poco redditizi, dalle papaccelle al broccolo del Vomero. Il progetto è stato reso possibile grazie a un bando per la riqualificazione del territorio promosso dall’Acqua Bene Comune (ABC) Napoli, proprietaria dei terreni, e vinto dall’associazione di Scampia.

La produzione sarà realizzata in collaborazione con Legambiente e permetterà il reinserimento lavorativo di disabili e rifugiati politici. Tanti i percorsi didattici in cantiere, dalla realizzazione di aiuole a tema, fino all’osservazione degli uccelli che nidificano sulla vicina cava, il cosiddetto birdwatching. Ma anche percorsi fitness, pet terapy, arti orientali, solarium, tiro con l’arco, batbox e tanto altro.

L’associazione Vo.di.Sca, nata in memoria di Antonio Landieri, vittima innocente di camorra, ucciso a Scampia, da anni lavora sul territorio napoletano per offrire ai giovani possibilità di futuro attraverso la promozione di attività legate allo sport, al teatro, all’editoria, alla musica. Ha ormai da tempo acquisito la casa editrice Marotta&Cafiero e ha una scuola calcio che vede la partecipazione di centinaia di ragazzi. Recentemente ha aperto un’agenzia di comunicazione e due librerie, una a Scampia l’altra al Teatro Bellini. In passato, il gruppo aveva già coinvolto ragazzi disabili, rifugiati, ex detenuti, attraverso esperienze di inclusione sociale e lavorativa.

In occasione della festa di pasquetta (l’ingresso costa 10 euro ed è in via Comunale Margherita 132), si svolgerà una raccolta fondi che servirà a finanziate l’acquisto di un trattore e dell’attrezzatura indispensabile per portare avanti i progetti della fattoria.

L’iniziativa, organizzata in collaborazione con l’associazione Fantasmatica, sarà accompagnata da musiche tradizionali a ritmo di tammorra del gruppo la Compagnia do Tamurro e da antichi giochi di strada, come la corsa ai sacchi e il tiro alla fune. Dalla prossima primavera, annunciano gli organizzatori, saranno pronti anche spazi per ospitare gruppi e scolaresche.

The Session: l’assistente sessuale per persone disabili!

  • Mercoledì, 02 Aprile 2014 13:21 ,
  • Pubblicato in Flash news

Al di là del buco
02 04 2014

The Session, è un film prezioso che parla di un uomo costretto a vivere in un polmone d’acciaio e in condizione di tetraplegia e di una donna che di mestiere fa la terapeuta sessuale. La terapeuta sessuale non è l’assistente sessuale di cui parla, in maniera orribile e con poca cognizione della questione, il senatore Razzi, ma è una figura professionale precisa che per svolgere quel lavoro deve avere precise competenze.
Per chi immagina che la richiesta di sesso da parte di un uomo sia pressappoco una violenza, ed è questo quello che, contrariamente a quanto affermano le stesse sex workers, si ostinano a dire le autoritarie abolizioniste quando impongono che la tratta, lo sfruttamento, sia posto sullo stesso piano del sex working per scelta, diventa complicato paragonare questo lavoro a qualunque altro mestiere in cui va considerata la cura, la sensibilità, la preparazione, la professionalità.
Le persone disabili hanno necessità che si tocchi la loro pelle. Hanno necessità di vivere un rapporto con il proprio corpo e possono farlo solo attraverso il tatto altrui. Ogni assistente ai disabili sa quanto sia fondamentale, a prescindere dal fatto che essi siano uomini o donne, dedicare loro attenzione mentre li lavi, li accarezzi, li massaggi, li baci, li abbracci, li aiuti a non dimenticare che sono carne viva. Per fortuna sempre più spesso nelle strutture sanitarie, per esempio, oltre alle normali terapie riabilitative per chi vive una situazione di disabilità, si ragiona anche di sessualità, per quanto si riesca poco a uscire fuori dai canoni classici e dunque si indirizzino i desideri entro traiettorie “normali”.
Di assistenti sessuali per disabili però si parla un po’ dovunque. Speciali corsi vengono tenuti nei paesi in cui il sex working è legalizzato o anche dove si spera sia tale, così in Germania, in Spagna, in Italia dove si tengono alcuni corsi e si raccolgono firme per istituire questa figura professionale.

Il timore è che la sex worker che si dedica a persone disabili sia santificata e realizzi una sorta di separazione di ruoli tra la prostituta cattiva e la assistente sessuale buona. Quasi che fosse una figura in cerca di redenzione o una via di ammissione e legittimazione della professione che passa sempre e solo attraverso criteri che hanno più a che fare con l’aspetto della cura, condita di pietà cristiana, che con quello del desiderio.

In questo film, ecco, si rende secondo me la complessità della questione, mettendo in discussione una serie di ipocrisie che esistono e riguardano comunque il sex working in generale. Ti fa notare come la società ammette la carnalità nei ruoli di cura soltanto quando sono definiti e aggiustati in modo tale da renderli compatibili con le convenzioni sociali. Così vedi la moglie, la badante, figure per le quali non esiste esercito di abolizioniste pronto a “liberare” quelle che questi ruoli non vogliono neppure attraversarli. Quel che va bene è mantenere in vita anche un orpello santificato della cultura patriarcale ovvero quello che parla di esclusività della cura e della soddisfazione del desiderio sessuale, che poi rappresenta la radice primaria della cultura del possesso che conduce a violenze e alimenta paternalismi e tutorati senza che da quel circolo vizioso si esca mai.

Invece l’assistente sessuale non è esclusiva. Ha una sua vita, una sua relazione, ha una sensibilità e una attitudine che lascia intendere che questo mestiere ovviamente non è per tutte. Devi volerlo e saperlo fare. Devi anche capire come funziona un corpo disabile, se e come puoi fargli male, in che punti puoi toccare affinché non soffra, così vedi, come succede nel film, quanto sia complicato insegnare a una persona disabile a rilassarsi, smettere di avere paura, prendere confidenza con se stessa e imparare a fidarsi di chi sta con te.
Vedi come sia complicato, e lo è per tutt*, imparare a interagire, misurarsi con fobie e pregiudizi, recuperare anche l’abilità di dare piacere senza contare sulle ovvie modalità da tutt* conosciute. Imparare a dare piacere a una donna attraverso un cunnilingus offerto con il poco respiro che hai, attraverso la voce, le parole, quelle mani che ti stringono come possono per dirti quello che altrimenti non saprebbero comunicare. Imparare ad apprezzare cose e momenti che per tante persone sono semplici da vivere per quanto non sappiano affatto viverle con la stessa consapevolezza. Perché essere “abili” non significa saper fare sesso, senza santificare ogni persona disabile perché non è di questo che stiamo parlando.

C’è che, insomma, questo è un mestiere di tutto rispetto che coinvolge emozioni, richiede grande intelligenza, intuito, empatia, e corrisponde desideri che è impossibile cancellare. Chi ha in mente di nominare il desiderio come fosse “violenza” volge disperatamente verso la sessuofobia, a volte verso la misogina puttanofobia. Il desiderio non violenta. Se corrisposto o soddisfatto in termini consensuali non è violenza. Lo sforzo delle abolizioniste di fare apparire il desiderio, il sesso, come qualcosa di sporco, da considerarsi pulito solo entro le forme contrattuali accettate convenzionalmente dalla società, da una morale catto/fascista che ha prodotto spesso i peggiori disastri relazionali, è moralista, autoritario, demonizzante, medioevale.

Quello che io leggo, vedo, ascolto, dalle testimonianze di chi racconta il sex working per scelta, invece, con tutte le contraddizioni e complessità del caso, svela aspetti che nulla hanno a che fare con le politiche del terrore, delle proibizioni, delle punizioni, delle redenzioni, dei peccati e dei divieti che le abolizioniste impongono.

Godetevi il film, se volete. Poi ditemi che ne pensate.

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