×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 404

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Bambini e disabilità, una faccenda culturale

  • Venerdì, 23 Agosto 2013 11:02 ,
  • Pubblicato in Flash news
Superando.it
23 08 2013

di Maria Luisa Gargiulo*
Essere in grado di comprendere e di adattarsi alla diversità, è una competenza sociale preziosa per i bambini, perché li rende più capaci di trovare soluzioni nuove per interagire con le persone, contribuendo alla formazione di schemi di pensiero e categorie più flessibili. In altre parole, i bimbi abituati ad avere a che fare con persone “speciali”, hanno un’occasione per diventare socialmente più intelligenti.

Disegno con bambini di varie etnie, insieme a una bimba in carrozzina A volte non sappiamo cosa fare, di fronte ad alcuni comportamenti per altro perfettamente sani dei bambini. Succede, ad esempio, quando i piccoli incontrano qualcuno con caratteristiche differenti da quelle per loro normali. Le vacanze qualche volta ci costringono a una socializzazione forzata con persone sconosciute. Questo, però, potrebbe essere anche un momento utile per insegnare ai bambini che le persone possono funzionare in tanti modi differenti.

Prendendo spunto, quindi, dall’articolo di Lelio Bizzarri, L’incontro dei bambini con la disabilità, apparso su queste stesse pagine, ho ripensato a quante volte ho osservato genitori in difficoltà per non sapere cosa fare o cosa dire, in presenza di persone con disabilità, oppure anziane, che in qualche modo manifestavano imperfezioni.

Come ha fatto notare il collega, non è necessario parlare ai bambini, per far apprendere loro che la persona che stanno osservando ha qualcosa di “negativamente speciale”, da tenere alla larga, oppure che non si possono fare troppe domande. La verità è che a volte noi non sappiamo come rispondere, imbarazzati, temiamo che i bambini possano essere danneggiati, turbati, spaventati da un incontro imprevisto e magari anche un po’ fuori dagli schemi.

Io ho viaggiato molto, spesso anche in Paesi lontani, con culture profondamente diverse dalla nostra. L’atteggiamento delle persone verso i disabili è molto vario, e dipende da quanto la società sia abituata a tollerare – e spesso a fare dolorosamente i conti – con l’imperfezione umana, la malattia, la vulnerabilità.
In quelli che oggi si usano definire Paesi in via di sviluppo, le persone hanno un atteggiamento molto più tranquillo e accettante rispetto alla disabilità. Probabilmente l’unico stupore che la conoscenza della mia persona generalmente provoca dipende semplicemente dal fatto che in questi Paesi le persone con disabilità non rivestono ruoli sociali tali da potersi permettere viaggi. Quindi le domande, per altro assolutamente scevre da qualsiasi imbarazzo, hanno quasi sempre riguardato quale mestiere facessi, se fossi andata a scuola, e come avessi imparato a leggere, e ciò ovviamente a causa della mancanza quasi totale di legislazioni inclusive.

Ma per quanto riguarda la capacità di comprendere, tollerare e adattarsi al funzionamento diverso di una persona con una patologia fisica, io non ho mai avuto interlocutori a disagio o che manifestassero sconcerto o stupore per le mie difficoltà visive. Anzi, più sono stata in contatto con le varie culture locali, e più ho potuto sperimentare quanto – per adulti e bambini – sia assolutamente scontato che il corpo non è perfetto, che nessuna persona è invulnerabile, che esistono malattie non guaribili, che l’efficienza della salute è più un’eccezione astratta che la regola.
Ho sempre riflettuto su questo approccio profondamente diverso alla disabilità, che ho potuto riscontrare fuori dall’Europa, e in generale lontano dal Nord del mondo. Dove le persone convivono con il fatto che la salute è qualcosa di precario e che esistono molti motivi per essere persone con disabilità – non ultimo il caso -, gli incontri riescono ancora ad essere a prescindere…

Molti anni fa, ad esempio, una signora papuasa, con il suo tintinnante disco labiale, camminava davanti a me indicandomi acusticamente il sentiero per andare dal medico. Nessuna lingua avevamo in comune, ma la capacità empatica le fece intuire che una persona cieca può seguire un suono. E ancora, una minuscola bambina indonesiana, pochi mesi fa, mi prese la mano per farmi toccare il corpo di un giovane varano che aveva appena catturato, avendo ben cura di farmelo approcciare dalla parte opposta rispetto alla testa dell’animale, perché intuiva che non avrei potuto reagire a un suo repentino movimento.

Dunque potremmo essere più sereni negli incontri, giacché è frutto di un bagaglio acquisito l’atteggiamento e la reazione emotiva dei bambini al contatto con la disabilità. Si tratta di sovrastrutture culturali che possiamo senz’altro modificare. Possiamo insegnare ai nostri bambini, attraverso l’esperienza diretta, che le persone sono in tanti modi diversi, e che basta conoscerle per imparare ad adattarsi nell’interagire con loro. Il nonno che ha bisogno dei pannoloni, la zia che non ricorda più chi è, il ragazzo dell’ombrellone accanto con un volto strano, il bimbo che non sente…

Attenzione, però, non si tratta di inculcare alcuna forma di “buonismo sociale”. Essere in grado di comprendere e di adattarsi alla diversità, è infatti una competenza sociale preziosa per i nostri figli, perché li rende più capaci di trovare soluzioni nuove per interagire con le persone. Contribuisce alla formazione di schemi di pensiero e
categorie più flessibili, costringe a trovare nuovi comportamenti per affrontare situazioni.

Insomma, i bambini che sono abituati ad avere a che fare con persone “speciali”, hanno un’occasione per diventare socialmente più intelligenti.

*Psicologa, psicoterapeuta, persona con disabilità visiva.

Il Fatto Quotidiano
01 08 2013

I disabili e i loro familiari scendono in piazza Monte Citorio contro il governo per contestare il nuovo Isee, l’indicatore di situazione economica, che penalizza ulteriormente la loro situazione mettendo a reddito tutto ciò che lo Stato conferisce a qualunque titolo ai disabili comprese le prestazioni assistenziali.

“Da domani queste voci diventeranno ricchezza individuale, reddito – spiega Fabiana Gianni, fondazione Villa Point – un cambiamento che penalizza il disabile, la famiglia e anche la donna. In questo modo, il meccanismo pensato, aumenta la nostra ricchezza solo virtuale, a crescere è la nostra povertà. Un danno consistente ad una categoria debole e dimenticata”.

In piazza i manifestanti hanno protestato urlando: “Sul disabile e sul malato, non si fa mercato”.

Michele Colangelo, presidente del comitato ’14 settembre’, ha spiegato: “Da questo cambiamento ci guadagna questa politica tutta incentrata sul risparmio della spesa, sul sociale come costo, il governo ritiene che tutto ciò che è sociale e sanitario rappresenta un peso per la nazione”.

Nello Trocchia

Disabili e politica, indagine senza precedenti

  • Mercoledì, 17 Luglio 2013 12:53 ,
  • Pubblicato in Flash news
West
17 07 2013

Negli Stati Uniti le persone disabili sono politicamente molto attive e impegnate.

Si recano alle urne in maniera massiccia e seguono con estrema attenzione la campagna elettorale dei vari candidati. Tant’è che il 72% ha dichiarato di aver votato alle elezioni presidenziali del 2012. E oltre il 60% ha espresso la propria intenzione di recarsi alle urne nelle elezioni di medio termine del prossimo anno.

Sono questi i risultati dell’indagine “Power in Numbers: A Profile of American Voters with Disabilities”, la prima nel suo genere. Che ha voluto comprendere meglio le opinioni politiche, le tendenze di advocacy e l’affiliazione partitica dei disabili. Insomma, uno sguardo a 360° il cui obiettivo è stato quello di studiare l’impatto politico che hanno le persone con disabilità, le loro famiglie e gli operatori sanitari che si prendono cura di loro.

Per quanto riguarda la collocazione nello spettro politico, questa riflette in gran parte quello che già accade nelle statistiche generali del paese a stelle e strisce. Ovvero, il 30% degli intervistati si è dichiarato vicino al partito democratico del presidente Obama, mentre il 23% si è identificato nelle posizioni conservatrici dei repubblicani.

Indipendentemente dall’appartenenza a un raggruppamento politico, però, quello che il candidato di turno pensa sulle iniziative e i programmi di supporto ai problemi dell’handicap sembra fare la gran differenza nella cabina elettorale.

L’87% degli intervistati, infatti, ha detto che voterebbe contro il candidato del suo partito nel caso in cui questo fosse favorevole a tagli ai servizi. Troppe volte, sostengono alcune organizzazioni di volontariato americane, i politici di tutti gli schieramenti hanno ignorato le questioni della disabilità. Per questo occorre essere compatti e lavorare molto, anche attivando campagne di sensibilizzazione, affinché il voto disabile possa pesare sempre di più.

Nonostante Oltreoceano, secondo recenti stime, ci siano circa 57 milioni di persone con handicap, vale a dire quasi un americano su cinque, le loro inclinazioni di voto sono rimaste per lungo tempo ignote. Promosso dal National Youth Transitions Center di Washington. Che tra maggio e giugno di quest’anno ha svolto un’inchiesta su più di mille persone. Questo sondaggio offre ora, con ricchezza di informazioni, una panoramica completa sul potenziale impatto nelle future scelte politiche di questa speciale comunità di cittadini.

Ivano Abbadessa

Huffington Post
10 07 2013

Sui tagli allo sport paralimpico, non mi trovo d'accordo con il presidente del Consiglio Enrico Letta, ancora una volta i disabili sono messi ai margini della società, il presidente e il suo staff forse ignora il fatto che lo sport migliora l'aspettativa di vita di tanti cittadini disabili che si avvicinano allo sport anche grazie al Comitato paralimpico, quest'ultimo offre a coloro che iniziano un attività sportiva che poi sfocia in quella agonistica, l'opportunità di partecipare a tante manifestazioni ufficiali che danno dignità e spessore agli stessi disabili.

Io sono uno di quelli che grazie allo sport paralimpico, il nuoto, sono riuscito ad attivare una serie di iniziative molto importanti, ho messo in campo vere e proprie campagne di sensibilizzazione politica che hanno portato all'attenzione delle massime cariche dello Stato quelli che sono i problemi quotidiani che mettono in seria difficoltà coloro che vivono una disabilità e che in Italia hanno grossi problemi anche di una minima integrazione, vedi come ultima cosa, l'obbligo di pagare la sosta sulle strade pubbliche, dazio messo proprio dallo Stato e dagli Enti locali che rappresenta una barriera scandalosa che rende carcerati centinaia di migliaia di cittadini con problemi di deambulazione.

Tornando al taglio dei finanziamenti, su questo non sono d'accordo, se mai, sarebbe utile controllare che i soldi siano spesi per l'interesse dei disabili e non per fornire strumenti di Lusso ( uffici prestigiosi e auto di lusso ) a chi lavora al Comitato, in epoca di ristrettezze economiche meglio tenere d'occhio le spese che tagliarle a danno di chi ne ha bisogno.

Nel contempo il mio consiglio al presidente del Consiglio troppo impegnato a tagliare è quello di tagliare i costi della politica e dei politici ivi compresi pensioni e stipendi invece di lasciare i privilegi a chi li ha, cito ad esempio gli staff dei Comuni e delle Province, Assessori che assumono a tempo determinato per la durata del Mandato ragazzi e persone conosciute in campagna elettorale. Solo il Comune di Napoli spende in Staff circa 2 Milioni di euro, quando si potrebbero usare i dipendenti pubblici dando loro un piccolo incentivo.

Gianluca Attanasio

Il Fatto Quotidiano
29 03 2013

di Max Ulivieri

E’ difficile comprendere un bisogno se non è il proprio. Questa è una verità ormai consolidata. E’ vero. Esiste l’empatia, la capacità di sentire il bisogno altrui, ma siamo sinceri, non è la stessa cosa. In questi mesi in cui si è discusso dell’assistenza sessuale alle persone con disabilità, ho letto commenti di ogni genere: dal comico al serio, dal tragico al delirante. Non mi ha sorpreso nessuno di questi. Erano più o meno tutti previsti. La maggior parte deriva certamente dall’ignoranza, nel senso proprio dell’ignorare cosa sia questa “figura” e quale sia il bisogno reale. Gli altri commenti derivano da svariate paure, alcune comprensibili, altre tragicomiche. Ma non sono qui a scrivere ancora per convincervi che l’assistenza sessuale è auspicabile anche in Italia. In realtà non è mai stato il mio primo obiettivo riguardo questa tematica. Il primo è e sarà sempre quello di convincervi che in cima a tutto c’è il diritto di poter scegliere.

Oggi vi scrivo per riportarvi le parole di Carla, 64 anni, provincia di Napoli. L’ho intervistata.

Ciao Carla, qual è il motivo per cui mi ha scritto?
Ho un figlio, si chiama Luigi, ha 24 anni. E’ tetraplegico spastico da sempre. Ho paura. Ho tanta paura per quel che accadrà dopo la mia morte.

Di cosa ha paura Carla?
Di come potrà vivere senza il mio aiuto. Lui ha bisogno di tutto. Di essere imboccato, vestito, spogliato, lavato. Non può uscire da solo, andare in bagno per i suoi bisogni fisiologici. Senza qualcuno morirebbe di stenti.

Non c’è nessuno che può aiutarla?
Chi? Chi dovrebbe aiutarmi? Mio marito è morto 6 anni fa per un cancro. Ho due sorelle ma sono sposate e vivono lontano. Le associazioni dicono non hanno volontari e se si offre qualcuno vuole soldi, rimborsi. Non li ho. Sono pensionata. Ho studiato nella mia vita ma non è servito a molto. Ho letto di progetti tipo “Vita indipendente” o “Dopo di noi” (associazioni che assistono i disabili gravi, ndr) ma in altre zone d’Italia, qui non c’è nulla.

Come passa le giornate Luigi?
Guarda la tv. Legge giornali. Studia. Ama la storia. Non ha molti amici, viviamo in un piccolo paese. E’ un ragazzo pieno di energia ma spesso, troppo spesso, triste e solo.

Perché crede sia triste?
Secondo lei? E’ un uomo in un corpo che non gli permette quasi nulla. Penso che gli manchi una ragazza, l’amore e perché no, anche il sesso! Manca a me che ho 64 anni, si figuri quanto può mancare a un ragazzo di 24 anni. Ogni tanto sento dei rumori quando lo lascio in camera da solo. Lo so che sta facendo, anzi, che sta provando a fare. In quelle occasioni faccio finta di nulla, anche quando devo cambiarlo perché si è bagnato…o almeno ci ha provato.

Lei quindi pensa ci sarebbe bisogno dell’assistenza sessuale?
Mio figlio avrebbe bisogno dell’amore. Ma l’amore chi glielo può dare? L’amore non si chiede, o c’è o non c’è. Allora almeno una donna che sappia dare piacere e orgoglio a un corpo che per lui è solo fonte di dispiacere e disprezzo. Che c’è di male?

Questo potrebbe farlo anche una prostituta?
Ho pensato a questo. Molte volte. Ma che devo fare? Vado per strada a cercarle? Le cerco in internet? E’ già molto se ho una buona cultura e parlo dignitosamente ma non saprei che dire a queste donne. Ci vogliono enti, associazioni a cui rivolgersi. Luoghi in cui trovare donne preparate che sanno cosa fare. Donne che comprendono il bisogno e che non sono sprovvedute davanti a corpi così diversi.

Lei è dunque favorevole alla creazione di questa “figura”?
Sono favorevole a tutto ciò che regali un sorriso a mio figlio. Almeno finché io sarò in vita.

facebook