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Lise Meitner: "Non sono la madre della bomba"

Lise MeitnerUna vita di studi e il "no" all'atomica non le valgono il Nobel né il giusto ricordo. Ecco come la "madre della fissione nucleare" scoprì i meccanismi infernali del giornalismo e delle discriminazioni di genere
Pietro Greco, Left ...

Panico: "Questa Lega ci sta stretta: dimissioni"

calcio femminilePatrizia Panico è capitano della nazionale di calcio femminile. Da sempre schierata nella promozione di un processo di sensibilizzazione sulle discriminazioni sessiste nello sport, davanti alle parole di Belloli ha perso la pazienza, minacciando anche la possibilità di una "protesta in campo". Che sentimenti provi a fronte a simili episodi? La prima cosa che ho pensato è stata una cosa del tipo "pero non sia vero".
Samir Hassan, Il Manifesto ...

Lavoro, meno chance per le donne

Gli imprenditori brianzoli preferiscono gli uomini. Quando si tratta di lavoro, sembra che manager e capitani d'azienda in riva al Lambro serbino un occhio di riguardo per il presunto sesso forte. L'inatteso risvolto maschilista è emerso da uno studio presentato ieri mattina dalla Camera di commercio sui livelli occupazionali in Lombardia e in Italia, dove invece pare che le donne godano di un trattamento più meritocratico. 
Riccardo Rosa, Corriere della Sera ...

Turchia: "Siate mogli non studentesse"

  • Mercoledì, 11 Febbraio 2015 15:03 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L'Espresso
11 02 2015

Il governo turco ha un obiettivo: convincere le donne a rimanere a casa. A fare figli. Tanti, almeno tre. A sposarsi presto. Rinunciando a studi e a carriera. È il piano da tempo avviato dal partito del presidente della Turchia Tayyp Erdogan. Un piano non solo teorico, come racconta Al Monitor , ma pratico: rafforzato da incentivi economici e fiscali per le coppie che daranno un futuro conservatore al paese. Un futuro da cui le donne sono escluse, se non nel ruolo di madri e vestali di casa.

L'ultima iniziativa è del ministro della Gioventù e dello Sport, che ha annunciato un incentivo per gli studenti universitari che decidono di sposarsi: non dovranno ripagare i prestiti ricevuti per frequentare i corsi. I loro debiti saranno cancellati. Secondo alcuni rapporti vi avrebbero già fatto richiesta 3mila ragazzi. Ora è arrivato un nuovo aiuto, per i giovani sposi: un contributo pari al 15 per cento dei risparmi, dopo cinque anni, se il tesoretto di coppia non è stato toccato.

«Non rimandate il matrimonio, decidete presto, sposatevi mentre studiate o subito dopo la laurea», aveva detto un anno fa il presidente Erdogan rivolgendosi alle ragazze iscritte a un'associazione per la gioventù presieduta da suo figlio: «Non siate troppo selettive». Per incentivare le giovani famiglie, gli strumenti non sono finiti. Ci sono anche i regali da 120 dollari a ogni primo figlio nato, che aumentano a 160 col secondo figlio e quindi a 240 euro al terzo. Monete d'oro per ogni bebé.

Un aiuto alle donne? Alla loro emancipazione? Mica tanto, denunciano le associazioni. E citano un altro provvedimento del governo: la proposta di far pagare alle imprese stipendi full-time per madri che lavorino solo 4 ore al giorno. Per occuparsi dei figli. «È difficile pensare che le aziende vogliano veramente sobbarcarsi questi costi», scrive l'autore dell'articolo Zülfikar Doğan: «Disincentivando così le assunzioni, spingendo le donne fuori dal mondo del lavoro».

È lo stesso paese, d'altronde, il cui vicepremier aveva suggerito alle giovani di non ridere in pubblico, o il cui presidente si è espresso più volte in sentenze come: «La nostra religione (l'Islam) ha definito un posizione per le donne nella società: la maternità» (copyright Erdogan, novembre 2014, e continuava): «Alcune persone comprendono questo, altre no. Non si può spiegare alle femministe perché loro non accettano il concetto di maternità», per poi finire, citando quasi gli stessi principi più volte ribaditi dalle cattolicissime Sentinelle in Piedi : «Donne e uomini non possono essere trattati nella stessa maniera, è contro natura. Fisico e personalità sono diversi».

Divorzio all'israeliana

Internazionale
06 11 2014

Nel 2011 l’Onu aveva espresso la sua preoccupazione per le gravi disuguaglianze tra uomini e donne nel diritto di famiglia israeliano.

Nello stesso anno è stato proposto e bocciato un disegno legge che avrebbe permesso agli israeliani di poter scegliere tra matrimonio civile e matrimonio religioso. Una scelta che ancora oggi, nel 2014, rimane del tutto assente anche nella cosiddetta unica democrazia del Medio Oriente, dove il solo matrimonio riconosciuto rimane quello rabbinico.

Una difficoltà che riguarda molti, come ha scritto di recente il quotidiano Ha’aretz, sia le coppie eterosessuali non ebree sia quelle omosessuali.

Lo stesso giornale ha lanciato nel giugno del 2014 una campagna a favore dei matrimoni misti in Israele, suscitando l’immediata reazione dell’opinione pubblica che secondo le ultime rilevazioni è sempre più disposta a partecipare e ad appoggiare la battaglia per la libertà di religione in Israele.

Israele è l’unica democrazia tra i 45 paesi al mondo - come Pakistan, Afganistan e Iran - dove ancora oggi la libertà religiosa e l’uguaglianza tra donne e uomini sono fortemente limitate.

Il matrimonio tuttavia è solo una parte del problema, che diventa complesso e discriminante quando si arriva al divorzio. Anch’esso naturalmente rabbinico, di fronte a un bet din, un tribunale religioso, che è l’unica autorità giudiziaria in grado di sciogliere un matrimonio, religioso o civile che sia.

Nella maggior parte dei casi si tratta di una fredda e spiacevole procedura burocratica, ma talvolta il processo diventa kafkiano. Per esempio quando, in assenza di collaborazione da parte del marito, spetta alla moglie la responsabilità di presentare un motivo sufficientemente valido per poter ottenere il sospirato gett, il divorzio, celebrato alla presenza di due testimoni e durante il quale il marito dichiara che il matrimonio è finito e quindi sua moglie è libera.

In 115 ipnotizzanti minuti girati in un unico ambiente, per l’appunto il tribunale, è documentata e riprodotta in maniera emozionante una battaglia, una delle tante per la libertà personale. Si tratta della battaglia di Viviane Amsalem, la protagonista del film Gett: hamishpat shel Viviane Amsalem che ha aperto il 1 novembre a Roma il festival del cinema israeliano, il Pitigliani Kolno’a festival, e dal 20 novembre sarà nelle sale italiane.

Il film, giudicato da Variety come uno dei 12 lavori stranieri da candidare all’Oscar, ha ottenuto applausi entusiasti al festival di Cannes, dove i critici cinematografici hanno paragonato Ronit Elkabetz, attrice protagonista nonché regista, ad Anna Magnani. Mentre il film nel suo complesso è stato messo sullo stesso piano di Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman e di Processo a Giovanna d’Arco di Robert Bresson.

Tuttavia, la forza di questa straordinaria opera cinematografica va oltre la sempre più sentita e ben documentata protesta contro il “monopolio religioso che non ha uguali nelle democrazie occidentali”.

Perché riesce a raccontare con passione e brutale autenticità una lunga e dolorosa attesa di una donna, che vuole tornare a essere libera e non dover mai più appartenere a nessuno.

Sivan Kotler

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