Il Fatto Quotidiano
26 11 2013

Il Presidente egiziano ad interim, Adly Mansour, ha promulgato ieri una nuova legge che impone regole molto restrittive sulle manifestazioni pubbliche. Diverse associazioni e partiti affermano, infatti, che questa legge limiterà fortemente le libertà politiche del popolo egiziano.

La legge obbliga i manifestanti a chiedere sette permessi separati per poter scendere in piazza, oltre ad imporre il divieto assoluto per i sit-in notturni, che fu una importante modalità di lotta durante le proteste di piazza Tahrir all’inizio del 2011. Per ricorrere contro eventuali domande respinte, gli attivisti dovranno rivolgersi, d’ora in poi, al tribunale. Diversi avvocati egiziani sostengono che la norma è costruita in modo tale da rendere impossibile la prova giuridica della violazione del diritto di manifestare. L’ultima parola, insomma, se autorizzare o meno una manifestazione, spetterà alla polizia

La legge appena promulgata non è però molto diversa da quella che intendeva approvare Mohamed Morsi alcuni mesi fa e che poi decise di accantonare. Il disegno di legge di Morsi prevedeva l’obbligo di cinque autorizzazioni invece che sette, ma le sanzioni erano più pesanti.

Dunque, le norme repressive e restrittive della legge appena approvata non sono proprio un fulmine a ciel sereno. Esse sono state oggetto di acceso dibattito negli ultimi mesi; molti attivisti, associazioni, partiti politici e sindacati – che vedono in questa legge un ritorno alla dittatura di Mubarak – hanno denunciato con forza il carattere repressivo sia del disegno di Morsi che dei militari. Almeno diciannove gruppi per i diritti hanno firmato una dichiarazione congiunta la scorsa settimana con cui si condannava il disegno di legge mentre era ancora in fase di discussione.

Human Rights Watch ha dichiarato che la legge “potrebbe effettivamente dare carta bianca alla polizia di vietare ogni protesta in Egitto”. HRW ha aggiunto che la legge “potrebbe seriamente limitare la libertà di riunione dei partiti politici e gruppi non governativi” ed è anche “un importante indicatore dello spazio politico che il nuovo governo intende consentire in Egitto”.

La legge interesserà, da subito, i sostenitori pro-Morsi, che continuano a manifestare quasi quotidianamente in molte città egiziane, dal giorno dell’allontanamento di Morsi nel mese di luglio 2013. Il vero obiettivo però della legge liberticida è quello di impedire, ad ogni costo, la diffusione delle nuove proteste e delle nuove manifestazioni di coloro che tornano, sempre più numerosi, a chiedere nelle piazze e nei luoghi di lavoro la realizzazione degli obiettivi della sollevazione del 2011: “pane, libertà, giustizia sociale”. Si cerca cioè di impedire che si creino quelle condizioni che portarono alla cacciata di ben due presidenti egiziani nell’arco di due anni e mezzo: di Hosni Mubarak prima e di Mohamed Morsi poi. Si vuole impedire la terza onda d’urto del processo rivoluzionario in Egitto, che è ancora vivo. E’ proprio l’approvazione di questa legge a darne una prova tangibile.

Il Corriere della Sera
12 11 2013

L’Egitto post-rivoluzionario non è un Paese per donne. Oggi, la nazione simbolo della Primavera araba si rivela la peggiore per i diritti femminili nel mondo arabo, peggiore dell’Arabia Saudita dove le donne sono trattate come eterne minorenni ed è proibito loro anche guidare l’auto, della Siria, dove sono usate come «armi di guerra» con rapimenti e stupri sia da parte del regime che di alcuni gruppi ribelli, e dello Yemen, dove un quarto sono sposate prima dei 15 anni (tutti Paesi che comunque seguono di poco).

Al secondo posto, dopo l’Egitto, c’è l’Iraq, « più pericoloso per le donne oggi che ai tempi di Saddam Hussein». Invece, le Isole Comore, piccolo arcipelago nell’Oceano Indiano, è il migliore di tutti i membri della Lega Araba: benché non garantisca la libertà di espressione politica, non discrimina le donne in caso di divorzio, in politica (il 20% dei ministri) né sul posto di lavoro (il 35%), «grazie anche all’eredità francese nel sistema legale».

E’ la situazione fotografata da un nuovo sondaggio condotto dalla «Fondazione Thomson Reuters» interpellando centinaia di esperti nei 21 membri della Lega Araba più la Siria (sospesa dall’organizzazione nel 2011).


«Colpisce — spiega al Corriere Monique Villa, l’amministratrice delegata della Fondazione — che i Paesi delle Primavere arabe siano tra gli ultimi». Dalle stesse donne che hanno lottato al fianco degli uomini per il cambiamento sociale, ci si aspetta che tornino tra le mura domestiche. In politica, per esempio, 987 egiziane si sono candidate alle elezioni del 2012, e 9 sono state elette; in Siria, prima dell’inizio delle rivolte il 13% dei giudici erano donne, una percentuale subito ridottasi e di incerto futuro.

Il 99% delle egiziane afferma di aver subito molestie in strada, un fenomeno «endemico, socialmente accettato e mai punito».E’ un dato simile a quello che si registra in Yemen, ed è in crescita perfino in Tunisia. «La Tunisia era un paese baluardo dei diritti delle donne nella regione, dove l’aborto è stato legalizzato nel 1965 prima che in Italia — nota Monique Villa  — e ci sorprende ritrovarla oggi più vicina all’Algeria che alle isole Comore». Il sondaggio usa sei indicatori: «misura» la violenza contro le donne, i diritti riproduttivi e gli spazi in famiglia, società, economia e politica. Corrispondono ad altrettanti aspetti della «Convenzione Onu sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne», di cui peraltro sono firmatari 19 dei Paesi esaminati: il problema è che molti rifiutano gli articoli relativi alla vita familiare, perché visti in conflitto con la sharia, la legge islamica. Così restano in vigore leggi ostili alle donne, come in Egitto, dove una musulmana che sposa un uomo di altra fede rischia di essere incriminata per apostasia e di vedere i propri figli messi sotto tutela di un uomo musulmano, o in Iraq dove c’è uno sconto di pena per gli omicidi di donne «disonorate».

Di buone notizie ce ne sono poche nel rapporto, «ma è una fotografia, e le rivoluzioni hanno alti e bassi e richiedono tempo: speriamo che nei prossimi anni la situazione cambi». Emerge anche che «la stabilità e la ricchezza favoriscono i diritti delle donne». Le monarchie ricche del Golfo come Kuwait, Oman, Qatar sono ai primi posti, dopo le Comore. E il caso dell’Iraq fa riflettere sulle conseguenze di imprese come l’esportazione della democrazia. «In Iraq, dove sotto Saddam le donne lavoravano — continua la CEO di Thomson Reuters — l’invasione americana non ha migliorato la loro vita: ha lasciato 1,6 milioni di vedove e un tasso femminile di occupazione al 14,5%». Non vuol dire che nelle dittature le donne se la passino meglio che in democrazia, ma che i fattori che determinano i loro diritti sono tanti. «Il Libano, ad esempio, dà alle donne il diritto di voto, ma se trent’anni fa era la Svizzera del Medio Oriente oggi è reso instabile dalla guerra e dal radicalismo». I pezzi del mosaico sono tanti: per il momento compongono un’immagine cupa del Medio Oriente al femminile.

Claudia Corbo, Frontierenews.it
8 novembre 2013

MOLESTIE, AMARO PANE QUOTIDIANO – C’è un elemento che, più di ogni altro, unisce quasi tutte le donne egiziane: almeno una volta nella vita il 99,3% di loro ha subito delle molestie di natura sessuale.

«L'Egitto dei militari ha tradito la sua Primavera»

  • Lunedì, 04 Novembre 2013 14:08 ,
  • Pubblicato in Flash news

L'Unita'
04 11 2013

È stata la prima donna araba a ricevere il premio Nobel per la Pace. È la più giovane donna in assoluto ad essere stata insignita di questa prestigiosa onoreficenza: Tawakkul Karman, 34 anni, yemenita, premio Nobel per la Pace 2011, è la donna simbolo della sollevazione non violenta contro il regime di Ali Abdullah Saleh. Musulmana, Karman è profondamente convinta che «Islam e democrazia non siano tra loro inconciliabili» e che il dialogo tra «Islam e Occidente non sia solo necessario, ma possibile, a patto che sia un vero dialogo tra pari, senza alcuna presunzione, da nessuna delle due parti, di essere depositari di una verità assoluta da brandire contro il “Male assoluto”».

Il senso del suo impegno politico e professionale (è giornalista), è racchiuso in una frase che Karman ribadisce anche in questa intervista: «Pace non significa fermare la guerra, ma fermare l’oppressione e l’ingiustizia».

Da araba e musulmana, la Nobel per la pace, leader del principale partito islamico yemenita Islah, anima della primavera yemenita, prende posizione sugli avvenimenti che marchiano a sangue due tra i più importanti Paesi arabi: Egitto e Siria. Quanto alla difficile transizione che investe il suo Paese, lo Yemen, la Nobel per la pace lancia un appello agli Stati Uniti: «Chiediamo solo che voi, rispettiate le regole internazionali sui diritti umani e i diritti del popolo yemenita alla libertà e alla giustizia - dice Tawakkul Karman -. A nome di molti dei giovani coinvolti nella rivoluzione dello Yemen, io assicuro il popolo americano che siamo pronti a partecipare a un’autentica partnership. Insieme, possiamo eliminare le cause dell’estremismo e la cultura del terrorismo mediante un rafforzamento della società civile e l’incoraggiamento dello sviluppo e della stabilità».

In Egitto oggi si apre il processo contro la leadership dei Fratelli musulmani. Lei è stata accusata di essersi schierata apertamente con la Fratellanza.

«Io non ho preso posizione per i Fratelli musulmani, io ho preso anzitutto posizione contro il colpo di Stato dei militari. Un colpo di Stato che non solo ha messo in discussione la presidenza di un uomo (Mohamed Morsi) liberamente eletto dal popolo egiziano, ma quel golpe guidato dal generale al-Sissi rappresenta anche una sfida alla rivoluzione egiziana e alla Primavera araba».

Resta il fatto che la presidenza Morsi aveva fallito molti degli obiettivi che aveva enunciato.

«Ma questo non giustifica affatto il colpo di Stato e la messa fuorilegge di un movimento che, piaccia o no, è fortemente radicato nella società egiziana, come hanno dimostrato sia il voto a Morsi che il referendum costituzionale. Non sarò io a ergermi a giudice dei successi e dei fallimenti, non ho titoli per farlo, ma ciò che mi preme sottolineare è che in nessun caso la repressione di piazza, l’arresto in massa di dirigenti e attivisti della Fratellanza, lo scioglimento d’imperio del Parlamento, possono essere giudicati un passo in avanti in direzione della democrazia. Quello che il colpo di Stato dei militari ha cancellato è lo spirito di Piazza Tahrir».

Il generale al-Sissi replicherebbe che l’intervento dei militari è stato giustificato proprio dalla difesa di quello «spirito» minacciato dalla Fratellanza.

«Questa è una giustificazione a cui non credono più neanche quei movimenti che pure avevano fortemente contestato la presidenza Morsi. E poi, non è che la riconciliazione nazionale possa fondarsi sulla criminalizzazione di una parte in causa. Così si fa solo il gioco di chi, anche in campo islamista, punta alla radicalizzazione e allo scontro violento. Ma forse è proprio questo l’obiettivo del generale al-Sissi. Vorrei mettere in chiaro una cosa…».

Quale?

«Ho fatto riferimento a quei movimenti, come Tamarrod (Ribelli) che prima del golpe del 3 luglio avevano guidato la protesta pacifica contro la presidenza Morsi. Ebbene, all’inizio io ho sostenuto quella protesta, e l’ho fatto perché speravo che portasse alla fine della spaccatura all’interno della società egiziana, e alla costruzione di un Paese fondato sulla collaborazione piuttosto che sulla regola della maggioranza ristretta che ambisce a tutto. Ma questa aspettativa è venuta meno con il colpo di mano dei militari e con tutto ciò che ne è seguito, migliaia tra morti e feriti e le carceri riempite di attivisti contrari alla destituzione di Morsi. La democrazia non veste la divisa. E insisto nel dire che il golpe egiziano rappresenta una minaccia per la “Primavera araba”: perché quella “Primavera” aveva come obiettivo quello di costruire la democrazia. Il golpe dei militari ne è l’antitesi. Il golpe mina ogni cosa. Il generale al-Sissi ha ripetuto più volte che i militari sono al servizio del popolo. Ma una parte di quel popolo è stata brutalmente repressa e incarcerata. Mi si lasci almeno dubitare della loro conclamata volontà di servizio. Così come è innegabile che il governo posto in essere dai militari stia tornando ai metodi autocratici del passato. La verità è che l’attuale regime egiziano ha spodestato il primo presidente eletto liberamente nella storia del Paese, ha sospeso una costituzione che aveva ottenuto il 60% dei consensi in un referendum, e ha completamente escluso i Fratelli musulmani e il Partito della Giustizia e Libertà (il braccio politico della Fratellanza, ndr) dalla vita politica. Non ci sono opzioni limitate per quelli di noi che hanno a cuore il futuro dell’Egitto: possiamo scegliere di stare o con i valori civili, o con il governo militare, e la loro tirannia, e coercizione».

Un altro scenario insanguinato è quello siriano. Lei ha usato parole durissime contro il presidente Bashar al-Assad.

«Parole inadeguate a dar conto delle sofferenze che quel dittatore ha inflitto al popolo siriano. Il posto giusto per Assad non è a un tavolo della pace ma sul banco degli imputati davanti alla Corte penale internazionale dell’Aja dove dovrebbe rispondere dei crimini di guerra e contro l’umanità di cui si è macchiato. In una Siria davvero libero e pacificata non può esserci posto per lui. Assad resta un satrapo sanguinario, con o senza le armi chimiche».

Il Corriere della Sera
23 10 2013


Il presidente ad interim Adly Mansour ha sul tavolo una proposta di legge sulle manifestazioni (meglio, contro le manifestazioni) che sta suscitando molte polemiche in Egitto. È lì, ferma, da 15 giorni e sta dividendo lo stesso governo da cui proviene. In molti ne chiedono il rinvio.

Iniziamo dalla parte “burocratica”.

Secondo l’articolo 6 della bozza di legge, gli organizzatori dovranno informare la polizia prima di organizzare una manifestazione, fornendo le proprie generalità, i dettagli del percorso e l’orario d’inizio e fine, descrivendo gli scopi della protesta e stimando quante persone vi prenderanno parte.

Coloro che infrangeranno la legge, ad esempio svolgendo una manifestazione dopo l’orario notificato, subiranno una multa fino a 100.000 sterline egiziane (circa 10.700 euro) e una condanna fino a tre anni di carcere.

Le autorità inoltre avranno il potere arbitrario di negare il permesso per ogni manifestazione organizzata sulla base di ragioni definite vagamente come “sicurezza o ordine pubblico” “danno agli interessi dei cittadini”, o “ostacolo alla circolazione stradale”.

Saranno inoltre vietati i sit-in della durata superiore a un giorno e proibite le manifestazione nelle vicinanze di luoghi di preghiera. Una norma fatta apposta per impedire le proteste dei sostenitori di Morsi e della Fratellanza musulmana, che negli ultimi mesi si sono riuniti spesso nei pressi delle moschee.

L’articolo 10 della proposta di legge dà al ministro dell’Interno il potere di rinviare una manifestazione, cancellarla o modificarne il percorso. La decisione del ministro dell’interno può essere impugnata davanti a un tribunale amministrativo, ma in pratica ciò darebbe vita a un’interminabile battaglia legale.

Quanto all’aspetto della repressione, la bozza di legge afferma che le forze di sicurezza hanno il potere di disperdere manifestazioni pacifiche non autorizzate con cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e manganelli e di ricorrere alla forza letale per difendere non meglio precisati “interessi finanziari”, non è chiaro quali e di chi.

Le organizzazioni per i diritti umani, egiziane e internazionali, hanno chiesto al presidente Adly Mansour di non firmare la legge.

Dal 3 luglio, più di 1300 persone sono morte durante le proteste. Ci sarebbe bisogno di provvedimenti e politiche in grado di evitare ulteriori bagni di sangue. Se il presidente darà il via libera alla legge, è facile prevedere che si andrà nella direzione contraria.

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