Forse ci andrà, forse no. Questo voto di febbraio appare remotissimo ai suoi occhi. Intanto sono lì, intorno a un esile tre-ruote, che scaricano piccola mobilia, qualche coperta e anche un voluminoso frigorifero, un vecchio modello rimediato chissà dove. ...

Comizio. La rivincita della piazza nell'era dei social network

  • Venerdì, 22 Febbraio 2013 09:34 ,
  • Pubblicato in L'Opinione

Giancarlo Bosetti, La Repubblica
21 febbraio 2013

I comizi contano, e come, nella vita politica. Ben fatti, segnano punti in quella complicata effervescenza a tanti livelli che è il formarsi di un giudizio nell'opinione pubblica e di una decisione di voto nella mente degli individui. ...

Ci siamo. Le donne nel voto e dopo il voto

  • Giovedì, 21 Febbraio 2013 10:00 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
21 02 2013

Il lavoro delle donne fa bene al lavoro di tutti: stavolta in campagna elettorale se ne è parlato un po' di più e meglio che nel passato. Ma manca ancora il salto decisivo: costruire sulle infrastrutture sociali una via d'uscita dalla crisi. Alcune proposte di "pink new deal" per la prossima legislatura

Il prossimo parlamento sarà con tutta probabilità quello con la più alta presenza femminile della storia della Repubblica. La percentuale di donne potrebbe salire dall'attuale 20,3 al 31%. A questo risultato – va detto – non contribuiranno in maniera eguale tutti i partiti (qui ci sono le stime su quante donne saranno presumibilmente elette, partito per partito); ma si tratterà comunque di un bel passo in avanti, compiuto sulla spinta di una mobilitazione femminile e di una nuova pervasiva sensibilità sul tema della democrazia paritaria. Ma cosa faranno queste donne e i loro colleghi, nella XVII legislatura? E cosa faranno il nuovo parlamento – un po' meno squilibrato nella rappresentanza – e il nuovo governo per affrontare lo Squilibro n. 1, quello che colloca il tasso di occupazione femminile in Italia più di 12 punti percentuali al di sotto della media Europea?1

Questi temi sono entrati finalmente anche nella campagna elettorale italiana. Certo non si può dire che, come quella che ha portato alla rielezione di Obama, sia stata “una battaglia sulle donne”. Ma almeno stavolta si è parlato (anche) di lavoro, salario e welfare delle donne. La necessità di aumentare l'occupazione femminile è – con differenze di enfasi – sostenuta da tutti, così come tutti vogliono la ripresa e la crescita. Ma: quale occupazione, con quali strumenti, per quale crescita? Su queste domande a inGenere ci esercitiamo da tempo e pensiamo debbano avere risposte precise, in assenza delle quali l'evocazione della questione femminile rischia di restare una categoria tra le altre, una voce da aggiungere all'elenco dei problemi. Non ci si può limitare ad inserire degli incentivi per assicurare alle donne una maggior fetta di lavoro in una futura ripresa che arriverà dal cielo; ma di avviare un new deal basato sulla domanda e sull'offerta di lavoro delle donne, a beneficio di tutti. Un pink new deal, l'abbiamo chiamato qualche tempo fa. Il che ci porta a fare alcune osservazioni critiche sulle proposte che circolano, e ad avanzarne di nostre.

Le tasse sulle donne

In una campagna elettorale ancora una volta dominata dai temi delle tasse, anche l'obiettivo dell'aumento dell'occupazione femminile è stato spesso collegato al solo strumento fiscale. L'Agenda Monti propone “la detassazione selettiva dei redditi da lavoro delle donne” per aumentare la loro partecipazione. Non è una proposta nuova, discussa nel dibattito accademico; sulla sua efficacia – basata sull'idea che più donne sceglierebbero di lavorare se aumentasse il salario netto che viene loro offerto – si è molto discusso, anche su questo sito (Ugo Colombino spiega perché si tratti di una proposta a rischio, si veda anche l'articolo di Arianna Pugliese). Al di là delle obiezioni di principio, giuridiche e costituzionali, ci si chiede se serve a qualcosa ridurre le tasse sul lavoro delle donne, per stimolare la loro offerta, quando questo lavoro non c'è. In particolare, in un contesto come quello del Mezzogiorno, storicamente caratterizzato da bassa occupazione e alta disoccupazione femminile, soprattutto giovanile (v. fig. 1 e 2), il rischio è che questo tipo di incentivo si traduca in un ulteriore aumento del già elevato numero di donne del sud disoccupate. A parità di spesa, altre misure di sostegno fiscale ai redditi più bassi potrebbero assicurare una maggiore efficacia (v. le simulazioni di Colombino), eliminando alcuni disincentivi al lavoro femminile presenti nel modo in cui adesso è congegnato il sistema degli assegni e detrazioni familiari (elencati nell'articolo "Se il fisco scoraggia il lavoro delle donne", di Fabrizio Colonna e Stefania Marcassa) . E a proposito di disincentivi: non tramonta, anzi è ben presente in alcuni programmi (Lega e Pdl), il quoziente familiare fiscale, strumento proposto per sostenere le famiglie monoreddito a basso reddito ma che penalizza l'occupazione femminile (si veda anche il nostro dossier sul quoziente familiare).

Domanda di cura e di sapere

Non si tratta di dettagli tecnici, ma di problemi cruciali, soprattutto in una fase in cui le risorse pubbliche sono scarse e il loro utilizzo deve essere il più possibile mirato ed efficace. Ma più in generale, ci pare del tutto insufficiente l'affidarsi a meccanismi di incentivi o disincentivi della offerta individuale di lavoro per uscire dalla crisi in cui siamo e aggredire il gap strutturale dell'occupazione femminile. Per raggiungere tali obiettivi sono necessarie politiche della domanda che scelgano una direzione di sviluppo, un modello produttivo per il nostro paese ad “alta intensità di lavoro”. Mettere le donne al centro di tale modello significa puntare sulle due direttrici della cura e dell'innovazione: la prima scelta porta a dare priorità alle infrastrutture sociali (come cuore del pink new deal) sulle infrastrutture fisiche; la seconda a farne il traino di una politica innovativa dei servizi, facendo uscire il settore dalla condanna alla bassa produttività e bassi salari (e dunque anche potenziale ghetto femminile) che lo continua a caratterizzare, e che rischia di portare a un mix insostenibile in presenza di una sempre maggiore domanda di cura, dovuta alle dinamiche demografiche e sociali.

Quando parliamo di infrastrutture sociali parliamo di scuola, scuola, sanità, assistenza sociale e servizi per la cura delle persone, dalla culla alla tomba. Ogni euro investito in istruzione e cura dei bambini o cura domiciliare agli anziani rende di più, in termini di occupazione, di un euro investito in infrastrutture fisiche (Levy Institute, febbraio 2010, Why President Obama Should Care About “Care”: An Effective and Equitable Investment Strategy for Job Creation)

Tra i primi punti del suo programma espresso nel discorso dell'Unione, il presidente degli Stati Uniti ha inserito l'estensione universale dei servizi di alta qualità per la prima infanzia : consapevole del fatto che una spesa per quei bambini, oltre a sollevare le condizioni economiche delle famiglie a basso reddito, è un investimento sul futuro (si veda quest'articolo dell'Atlantic; qui invece il testo completo del discorso. La spesa in infrastrutture sociali aiuta l'occupazione femminile in termini di impiegabilità diretta, liberando il tempo della cura familiare, che ancora grava in Italia prevalentemente sulle donne. Pensiamo alla cura degli anziani: le proiezioni al 2050 parlano di un aumento di 1,8 milioni di anziani non autosufficienti. Se destinassimo alla loro cura anche solo dieci ore alla settimana (come succede in Olanda), ciò porterebbe un aumento dell’occupazione pari a 860 mila posti di lavoro ‘part-time’ a 20 ore la settimana; o 477 mila posti di lavoro a 36 ore la settimana.

Si tratta di settori poveri, di “ghetti” per un'occupazione femminile di bassa produttività e dunque con bassi salari? Non è detto. In questo settore, come in tanti altri della cura, c'è l’occasione per una vera e propria politica industriale che intrecci la crescita del comparto con quella di settori ad alta innovazione o conoscenza quali la ricerca medica e farmaceutica, la domotica, l'alta tecnologia. Un massiccio investimento in infrastrutture sociali aiuterebbe, oltre che in via diretta e immediata l'occupazione femminile, anche un riequilibrio dei ruoli e dei lavori retribuiti e di quelli non retribuiti. Non si tratta solo di aumentare i servizi – invertendo la tendenza che ha invece segnano gli ultimi anni, nei quali sono stati ridotti o annullati gli stanziamenti di tutti i fondi per le politiche sociali (si veda la tabella 1 in quest'articolo di Sara Picchi). Ma di innervarli di contenuti tecnologicamente innovativi, in modo da aggredire uno dei gap di genere che più ci impensierisce, in prospettiva.

I numeri delle donne in lista. Partito per partito

  • Giovedì, 21 Febbraio 2013 09:58 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
21 02 2013

Alla vigilia del voto del 24 e 24 febbraio per le elezioni politiche, può essere utile riepilogare il comportamento dei vari partiti e movimenti nella composizione per genere delle liste. In molte analisi è stato sottolineato che ci saranno più donne nel prossimo parlamento: secondo le stime realizzate da Fondazione Hume-La Stampa e riportate da Se non ora quando, si arriverà al 30% di parlamentari donne. Ma non tutti i partiti contribuiranno al risultato allo stesso modo. Le stime variano a seconda delle ipotesi e dei parametri che si prendono a riferimento, ma concordano nell'assegnare i primi posti, sulla presenza femminile in parlamento, a Movimento 5 Stelle, Sel e Pd, mentre la destra, la Lega e anche il centro montiano mantengono un forte squilibrio di genere. Qui ci sono le stime de La Stampa-Fondazione Hume, secondo le quali alla camera M5S, Sel e Pd porteranno, rispettivamente, il 40%, il 38,5% e il 38,2% di donne, mentre fanalino di coda sarà la Lega con il 5,7%. (Le stime si basano sui sondaggi elettorali effettuati dall'Istituto Piepoli il 20 gennaio 2013, per ciascuna circoscrizione elettorale, riportati agli elenchi dei candidati nelle varie liste). Arcidonna ha invece stimato la presenza femminile nel futuro parlamento, per partito, andando a vedere la presenza delle donne candidate nelle prime tre posizioni: sia pure con dati numerici leggermente diversi, si confermano le differenze tra gli schieramenti. Alleghiamo tabelle e grafici con le diverse stime.

donne-eleggibili-stime-Fondazione-Hume.doc

Da Dove Veniamo o meglio Dove Stiamo Andando

  • Giovedì, 21 Febbraio 2013 09:16 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il corpo delle donne
21 02 2013

LETTERA DA BERLINO importante che Livia ci invia. Una lettera che parla di Germania, di una donna coraggiosa ma anche e soprattutto di noi e del nostro futuro.

Una Germania federale in un´ Europa unita dopo la guerra.” Questa era la visione di Sophie Sholl mentre combatteva contro il regime nazionalsocialista. Venne imprigionata esattamente settant´anni fa, il 18 febbraio del 1943, insieme al fratello Hans e ad altri membri della “Weiße Rose” (la rosa bianca). Pochi giorni dopo fu giustiziata. Anche in Germania ci furono partigiani e partigiane ma di loro – in Italia – si parla sempre troppo poco.

19, 20 e 21 febbraio 1937, Addis Abeba: a seguito di un attentato compiuto da patrioti della resistenza etiope (Abraham Debotch e Mogus Asghedom) contro il viceré Rodolfo Graziani vengono martoriati e massacrati senza pietà 30.000 cittadini etiopi, donne, uomini, bambini. Si trattava per la maggior parte di civili. Il 19 febbraio è, per il popolo etiope, il “Giorno della Memoria”. L´occupazione fascista italiana ha messo in ginocchio un popolo e perpetrato crimini bellici indimenticabili. Un vero e proprio eccidio, una strage cancellata, come la descrive lo storico Angelo Del Boca. Anche mio nonno ha combattuto in Etiopia e probabilmente il nonno di qualcun´altro o qualcun´altra che ora sta leggendo.

14 febbraio 1975: a dieci mesi dalla sua prima mondiale arriva nei cinema tedeschi il film di Liliana Cavani “Il portiere di notte”. Dopo essere stato considerato immorale in Italia, grazie all´opposizione dell´industria cinematografica italiana rispetto alla decisione della Procura della Repubblica di ritirarlo dal mercato, il film riesce a raggiungere le sale tedesche nella sua versione integrale. Cavani racconta, in una sua intervista successiva, come dei gruppi di cattolici l´avessero aggredita chiedendole di decurtare una scena in cui Lucia, la protagonista, ebrea e deportata in un KZ, durante un rapporto sessuale “sta sopra” a Max, ufficiale delle SS e suo aguzzino.

È in questi casi che mi dico: fortunatamente esistono l´arte e gli intellettuali! Esitono gli intellettuali di regime sì, ma esistono anche i partigiani, le menti critiche, le personalità coraggiose e argute che, anche oggi, nelle cosiddette “democrazie” di stampo occidentale, cogliendo l´ attuale e l´ esigenziale del contesto in cui si trovano a produrre, creano delle dissonanze scomode al potere politico, ai benpensanti, ai moralisti, inducendo questi stessi al confronto, al dibattito e alla riflessione.

Etiopia, Italia e Fascismo: ancora mi stupisco di come noi italiane e italiani abbiamo rimosso il nostro passato “imbarazzante”. Quando si parla di totalitarismi, di Seconda Guerra Mondiale, siamo sempre pronte a scaricare ANCHE la NOSTRA colpa sui ben più tremendi “nazisti”, deresponsabilizzandoci per intere generazioni, quando invece dovrebbe essere proprio la memoria di noi giovani e il nostro interesse storico, accompagnato da alcune domande filosofiche fondamentali, a tenere vivi certi ricordi drammatici e la colpa che essi implicano. Mettere i nostri nonni sotto torchio e inchiesta, scoprire la radice di ció che oggi ci impedisce di progredire come democrazia ed incespicarvi anche in un luogo molto vicino a noi, nel nostro salotto di casa o in quello dei nostri vicini, con un´attenta e dolorosa, quanto indispensabile, operazione di genealogia: qual´è il patrimonio storico, culturale e politico che abbiamo ricevuto dai nostri genitori e loro dai loro? Basta dire “io non mi sento italian*” per levarsi i panni sporchi e pulirsi la coscienza?
I miei amici e le mie amiche tedesche, primo fra tutt* Mathias, credono inconsapevolmente nella legge greca della trasmissibilità della colpa da una generazione anteriore a quella posteriore. Ci credono per cultura e in tal modo si confrontano costantemente con il loro passato. Non dico che lo facciano tutti, ma molti. Ritengo che sia un buon esercizio, forse l´unico in grado di permetterci di cambiare il nostro presente e garantire a chi verrà un futuro migliore.

Tornando al film di Cavani, con gli occhi di oggi è evidente che i moralisti di allora non ne colsero il nocciolo. “Il portiere di notte” è ambientato nel 1957, dodici anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Cavani fotografò, nel su film, il perpetrarsi di ruoli prestabiliti, l´incapacità di carnefici e vittime d´uscire dalle loro abitudini aberranti e disumane, cristallizzatesi durante gli orrori sadici e criminiali legittimati dai regimi fascisti europei nel corso della Seconda Guerra Mondiale. È difficile liberarsi di quella che Hannah Arendt chiamerebbe la “banalità del male”, un male capillare, perché condiviso dal senso comune e quindi non riconosciuto come malefico dai piú. Il progresso di una democrazia sta proprio in questo il salto di qualità: nel riconoscimento collettivo di una colpa storica, di un massacro a cui hanno preso parte anche i genitori dei nostri genitori.

Ma in quest´ultimo ventennio di quella che il buon vecchio Pier Paolo Pasolini chiamava “la civiltà dei consumi”, pare che parlare di responsabilità o di colpa sia demodé, noioso e contrario all´onda di edonismo che ha rincoglionito i più. E allora mi chiedo perché lamentarsi della politica se noi per primi e per prime ci rifiutiamo di avere un atteggiamento politico rispetto alle nostre storie, individuali e collettive?
Ad una settimana dalle elezioni è proprio questo ciò che mi chiedo. Mi chiedo da dove veniamo noi italiani e noi italiane e me lo chiedo prima di pormi la prossima domanda “dove stiamo andando?”. Non so ancora bene dove metterò la mia crocetta sulla scheda elettorale, se la metterò. Vorrei poter credere che una riscostruzione dell´Italia sia possibile un giorno. Ma forse prima di ricostruire dovremmo fare chiarezza sul nostro passato, partendo dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale, perché il massacro d´Etiopia è solo una di molte stragi d´innocenti che la classe politica ha sovvenzionato e alle quali cittadini e cittadine italiane hanno accondisceso tacitamente.

Buon voto!

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