Il Corriere della Sera
20 02 2013

Le abbiamo ascoltate. Sollecitate. E poi, alla fine, la sensazione è che sui temi etici e (anche) quelli sociali, le nostre donne candidate riescano ad avere almeno un approccio “diverso” da quello al quale siamo abituati un po’ tutti. Ci consegnano una politica più umana, e meno barbarica del solito. Matrimoni gay, adozioni, fecondazione eterologa, cittadinanza ai figli degli immigrati, testamento biologico, politiche della scuola… I temi etici e sociali sui quali si sono confrontate sono tanti e li potete scoprire cliccando IoPolitica (GUARDA), il nostro docuweb. Mi ha colpito però che sulla fecondazione, sulla “famigerata” legge 40, siano venute fuori comunque differenze evidenti. Fare un figlio non per tutte le nostre candidate è qualcosa da agevolare a tutti i costi. E così la normativa che abbiamo per qualcuna ”va bene così”. Quella stessa normativa che oggi costringe tantissime donne a scappare all’estero. E che ha consentito di coniare un nuovo termine: turismo riproduttivo. La Spagna, tanto per fare un esempio, è una delle destinazioni privilegiate, perché adotta una legge che consente la fecondazione assistita per le donne single, l’ovodonazione, l’embriodonazione e l’anonimato dei donatori.

Mi chiedo: ma è giusto? Eppure, per effetto di alcune decisioni della Corte Costituzionale, è stata accertata l’illegittimità su alcuni aspetti controversi della legge 40. In particolare è stato ritenuto incostituzionale il limite di produzione di tre embrioni nonché l’obbligo legislativo di “un unico e contemporaneo impianto”. Della serie: qualcosa da rivedere ci sarebbe. Perché non riaprire il dibattito, magari provando a rendere questa legge più umana e più a misura delle donne di oggi?In molte arriviamo tardi a concepire un figlio, spesso per ragioni lavorative… E tantissime incontrano ostacoli nel concepimento. Perché uno Stato moderno dovrebbe porne altri, di ostacoli? Perchè poi penalizzare, anche su questo punto così delicato, chi magari ha meno possibilità economiche? Personalmente, da laica, credo che non basti trincerarsi dietro motivazioni etiche, perché la sofferenza e il dolore di moltissime donne parla da solo. Ecco perché mi aspetterei dalla componente femminile che si candida a rappresentarci in Parlamento un impegno trasversale almeno su questo tema prioritario, se non altro perché ci tocca tutte da vicino. Senza distinzioni.
Provocatoriamente chiedo a loro, ma soprattutto a voi, lettori: chi ha diritto di decidere quante volte devo provare ad avere un figlio? E perché dobbiamo tenerci (in semi-silenzio) questa benedetta legge 40?

Uninomade
20 02 2013

Manca una settimana alle elezioni politiche. Molto si è detto e si potrebbe ancora aggiungere su questo appuntamento collettivo sempre più sgangherato e improbabile. Tra ironia e disperazione, qualunquismo del web e intelligenza critica collettiva, si è attraversata ogni possibile forma narrativa per dar conto di questo (non)evento alle porte. Le brevi considerazioni che seguono si propongo di abbozzarne un racconto in prospettiva di genere. Non tanto per volontà di completezza o per aggiungere una sfumatura di rosa al quadro generale, ma per suggerire qualche elemento di analisi critica ai molti che sono già stati messi in evidenza.

“Se crescono le donne cresce il paese”. Questo lo slogan della “campagna sociale per una democrazia paritaria” firmata dalla rete Se non ora quando e patrocinata dalla Fondazione Pubblicità Progresso con cui – per esplicita dichiarazione delle organizzatrici e sostenitrici della campagna – le donne dovrebbero presentarsi all’appuntamento elettorale del 2013. Per tradurre lo slogan in alcune indicazioni di massima ad uso delle forze politiche istituzionali, la rete snoq ha provveduto a costruire una campagna mediatica incentrata su alcune brevi video interviste reperibili sul web. A partire da quelle interviste, dunque, è possibile dedurre il significato concreto e materiale dello spot “se crescono le donne cresce il paese”.

Le interviste sono piuttosto numerose e non sarà possibile richiamarle una ad una (eventualmente lettori e lettrici possono visionarne alcune di persona alla pagina web di snoq). Tuttavia, il corpus intende veicolare un messaggio omogeneo abbastanza esplicito che giustifica un’analisi più generale. Su questo punto è possibile innestare una prima osservazione preliminare. L’intera campagna di snoq – che ben si presta a rappresentare la piegatura del discorso di genere nello spazio della politica istituzionale – si fonda sull’intreccio di un falso universale (le donne in senso lato) con un falso particolare (le donne concretamente ritratte nelle interviste). La costruzione di un significante universale per una minoranza è funzionale alla logica rappresentativa e, per tanto, risulta ineliminabile entro la logica della rappresentanza. Di fronte a una simile necessità, ovviamente, l’idea è che sia possibile affidarsi a categorie astratte altamente inclusive rispetto al gruppo da rappresentare. Ciò significa, tuttavia, che il significante generico – nel caso specifico “le donne” – non possa che costituirsi come attestazione di rappresentazioni radicate e consolidate, generate da un ordine simbolico e discorsivo in cui, come direbbe Lacan, la donna non esiste. Questa situazione dà luogo al paradosso per cui l’ingiunzione di una politica per le donne e delle donne dovrebbe tradursi, a rigor di logica, in uno slogan tautologico del tipo: una politica per le donne e delle donne! Per ovviare all’assurdità di una simile situazione, ci si affida a forme di “ventriloquismo” in cui le donne si fanno portavoce di istanze altrui. “Se crescono le donne cresce il paese”: qui a parlare non sono tanto le donne, ma piuttosto il paese (una parte di esso, ovviamente). L’obiettivo di una crescita del paese attraverso le donne sembra parafrasare lo slogan in modo più fedele che non il contrario, ovvero una crescita delle donne attraverso il paese.

In quest’ottica, il cattivo universale risulta funzionale a consolidare un leitmotiv bipartisan nei programmi elettorali, più che a fornire indicazioni ulteriori e innovatrici o anche solo esplicitamente schierate per l’una o l’altra parte. Dopotutto, la scelta della parola “crescita” come termine chiave dello slogan non lascia molto spazio agli equivoci.

Esattamente come non è equivoca la caratura in senso economico-capitalistico del termine crescita. In tal senso è possibile proporre una seconda e ulteriore parafrasi del programma snoq, senza tradirne il senso: una crescita economica del paese attraverso una crescita economica delle donne. Esplicitando ulteriormente: una crescita del paese attraverso una crescita produttiva delle donne e – viceversa – una crescita delle donne non per sé, ma per il paese. Calato nel mondo reale questo si traduce nella richiesta di maggior lavoro per le donne a beneficio di una generica produttività generale che – lo capirebbe anche un bambino – coincide con il profitto di pochi. A correggere il tiro non bastano certo petizioni di principio sulla necessità di tradurre il frutto di una maggiore produttività femminile in servizi e politiche sociali a favore delle donne. Infatti, risulta quasi grottesco scommetere su un correttivo simile quando il riassetto economico generale va nella direzione opposta.

Senza contare, inoltre, che anche quando una piccola porzione di ricchezza sociale diventa welfare, generalmente, tende a produrre servizi alla famiglia (che, anche se spesso si tende a crederlo, non coincide con le donne!). Insomma, che a una crescita del paese corrisponda necessariamente una crescita delle donne è del tutto inverosimile. Più probabile è che l’ingiunzione a una maggiore produttività si traduca in maggiore sfruttamento, alla faccia del merito e del talento. Qui non si tratta di sottovalutare la sana ambizione femminile a una maggiore produzione collettiva e sociale e a un maggior riconoscimento in questo processo, ma – al contrario – si tratta di stanare e contrastare i dipositivi si sussunzione di quella sana aspettativa entro la partita del capitale. In quest’ottica, l’unica crescita su cui sembra interessante scommettere è la crescita sociale, sempre più sganciata da quella del paese nelle sue forme istituzionali consolidate.

Il cattivo universale – con cui, in ultima analisi, si danno corpo e voce femminile alle esigenze del mercato – non è il solo problema della campagna di snoq. A fargli da corollario una versione altrettanto falsificata del particolare: le interviste condotte in vista delle elezioni, infatti, costituiscono una celebrazione esemplare della differenza come simulazione, in cui l’eterogeneità è funzionale alla costruzione di omogeneità. Questo modo di trattare le differenze non è certo nuovo, ma nel contesto specifico assume una valenza particolare e caratteristica dal momento che ci si trova a fare i conti con una sorta di pensiero della differenza aggiornato in chiave multiculturalista che ammette una varietà tassonomica purché non muti la sostanza di un significante omogeneo. Non ci sono né materia, né relazioni, né realtà nelle differenze esibite da snoq, tant’è che – senza alcuna difficoltà – si riesce ad armonizzarle in una voce comune: “se crescono le donne cresce il paese”. Eppure, non tutte le donne vogliono le stesse cose, banalmente perché il vantaggio di alcune può costituire lo svantaggio di altre. Anche questa è una storia vecchia, ma lezione non pare del tutto assimilata.

Nella campagna pre-elettorale made snoq prendono parola una, nessuna e centomila donne. C’è la studentessa, la professionista rientrata dall’estero, la vittima di tratta, la casalinga, la manager, l’operaia, la madre, la single, e così via potenzialmente all’infinito. A guardar le interviste, l’effetto incredibile è che, per un istante, si ha la sensazione che le vite di queste donne siano identiche. La borghese medico come la nigeriana vittima di tratta. Tutte chiedono più lavoro, più riconoscimento, più merito (manco a dirlo), più conciliabilità con gli impegni famigliari. Tutte sognano la stessa vita e lo stesso tipo di realizzazione personale: dividersi equamente e serenamente tra il lavoro e il privato (generalmente nella forma della famiglia). Le frustrazioni della loro vita privata non tradiscono mai un senso di delusione o rabbia, ma solo una sorta di rammarico responsabile per i mali e le perdite del paese. Già, neppure la lezione dell’individualismo, valida per qualsiasi soggetto moderno, conta qualcosa per le donne così naturalmente votate al sacrificio e al martirio. Si è davvero posti di fronte a una sorta di corrispettivo soggettivo perfetto per il miscuglio di crescita e austerity che ci viene propinato ogni giorno e che continuerà a orientare le politiche post-elettorali: le donne, dunque, come emblema di un soggetto che abbraccia la crescita per talento e accetta il sacrificio per vocazione.

In questo modo, il mondo compatto – popolato soltanto da differenze politicamente disinnescate – presentato da snoq si presenta come esatto contrario di un processo di composizione e ricomposizione politica. Un cattivo universale utile a unire la voce femminile al coro mainstream e un improbabile particolare orientato a disinnescare ogni conflitto potenziale costituiscono, in ultima analisi, la formula elettorale firmata snoq. Con buon auspicio, molte donne risponderanno a un simile invito con un salutare e liberatorio “no grazie”.


di SIMONA DE SIMONI

Più donne nel prossimo parlamento. Soprattutto a sinistra

  • Martedì, 19 Febbraio 2013 16:18 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
19 02 2013

Uno scatto in avanti è molto probabile: nel prossimo parlamento le donne potrebbero arrivare al 30% del totale (attualmente la componente femminile sta al 20%), ma potrebbero essere anche molte di più, ma questo dipende dai partiti che avranno più voti. A fare il conto delle donne candidate in posizioni elegibili per ogni forza politica in campo è l'associazione Arcidonna.
"I partiti di sinistra Pd e Sel saranno quelli che eleggeranno più donne, insieme al movimento Cinque stelle, mentre il nuovo movimento Rivoluzione civile di Ingroia ne eleggerà pochissime", si legge nella home page del sito www.arcidonna.org, con due grafici che riassumo a colpo d'occhio lo spazio fatti da ciascun partito alle candidate. "Complessivamente - si legge ancora nella nota a firma di Valeria Ajovalasit - il Parlamento passerà da un ridicolo 20% ad una forbice che oscillerà tra il 30%-38%. Determinante ovviamente sarà il risultato delle coalizioni, se vinceranno i partiti di centro sinistra avremo più donne elette tra il 38%- 40% , se vinceranno i partiti di destra la percentuale diminuirà sensibilmente".

Uninomade
19 02 2013

Manca una settimana alle elezioni politiche. Molto si è detto e si potrebbe ancora aggiungere su questo appuntamento collettivo sempre più sgangherato e improbabile. Tra ironia e disperazione, qualunquismo del web e intelligenza critica collettiva, si è attraversata ogni possibile forma narrativa per dar conto di questo (non)evento alle porte. Le brevi considerazioni che seguono si propongo di abbozzarne un racconto in prospettiva di genere. Non tanto per volontà di completezza o per aggiungere una sfumatura di rosa al quadro generale, ma per suggerire qualche elemento di analisi critica ai molti che sono già stati messi in evidenza.

“Se crescono le donne cresce il paese”. Questo lo slogan della “campagna sociale per una democrazia paritaria” firmata dalla rete Se non ora quando e patrocinata dalla Fondazione Pubblicità Progresso con cui – per esplicita dichiarazione delle organizzatrici e sostenitrici della campagna – le donne dovrebbero presentarsi all’appuntamento elettorale del 2013. Per tradurre lo slogan in alcune indicazioni di massima ad uso delle forze politiche istituzionali, la rete snoq ha provveduto a costruire una campagna mediatica incentrata su alcune brevi video interviste reperibili sul web. A partire da quelle interviste, dunque, è possibile dedurre il significato concreto e materiale dello spot “se crescono le donne cresce il paese”.

Le interviste sono piuttosto numerose e non sarà possibile richiamarle una ad una (eventualmente lettori e lettrici possono visionarne alcune di persona alla pagina web di snoq). Tuttavia, il corpus intende veicolare un messaggio omogeneo abbastanza esplicito che giustifica un’analisi più generale. Su questo punto è possibile innestare una prima osservazione preliminare. L’intera campagna di snoq – che ben si presta a rappresentare la piegatura del discorso di genere nello spazio della politica istituzionale – si fonda sull’intreccio di un falso universale (le donne in senso lato) con un falso particolare (le donne concretamente ritratte nelle interviste).

La costruzione di un significante universale per una minoranza è funzionale alla logica rappresentativa e, per tanto, risulta ineliminabile entro la logica della rappresentanza. Di fronte a una simile necessità, ovviamente, l’idea è che sia possibile affidarsi a categorie astratte altamente inclusive rispetto al gruppo da rappresentare. Ciò significa, tuttavia, che il significante generico – nel caso specifico “le donne” – non possa che costituirsi come attestazione di rappresentazioni radicate e consolidate, generate da un ordine simbolico e discorsivo in cui, come direbbe Lacan, la donna non esiste.

Questa situazione dà luogo al paradosso per cui l’ingiunzione di una politica per le donne e delle donne dovrebbe tradursi, a rigor di logica, in uno slogan tautologico del tipo: una politica per le donne e delle donne! Per ovviare all’assurdità di una simile situazione, ci si affida a forme di “ventriloquismo” in cui le donne si fanno portavoce di istanze altrui. “Se crescono le donne cresce il paese”: qui a parlare non sono tanto le donne, ma piuttosto il paese (una parte di esso, ovviamente). L’obiettivo di una crescita del paese attraverso le donne sembra parafrasare lo slogan in modo più fedele che non il contrario, ovvero una crescita delle donne attraverso il paese.

In quest’ottica, il cattivo universale risulta funzionale a consolidare un leitmotiv bipartisan nei programmi elettorali, più che a fornire indicazioni ulteriori e innovatrici o anche solo esplicitamente schierate per l’una o l’altra parte. Dopotutto, la scelta della parola “crescita” come termine chiave dello slogan non lascia molto spazio agli equivoci. Esattamente come non è equivoca la caratura in senso economico-capitalistico del termine crescita. In tal senso è possibile proporre una seconda e ulteriore parafrasi del programma snoq, senza tradirne il senso: una crescita economica del paese attraverso una crescita economica delle donne.

Esplicitando ulteriormente: una crescita del paese attraverso una crescita produttiva delle donne e – viceversa – una crescita delle donne non per sé, ma per il paese. Calato nel mondo reale questo si traduce nella richiesta di maggior lavoro per le donne a beneficio di una generica produttività generale che – lo capirebbe anche un bambino – coincide con il profitto di pochi. A correggere il tiro non bastano certo petizioni di principio sulla necessità di tradurre il frutto di una maggiore produttività femminile in servizi e politiche sociali a favore delle donne. Infatti, risulta quasi grottesco scommetere su un correttivo simile quando il riassetto economico generale va nella direzione opposta. Senza contare, inoltre, che anche quando una piccola porzione di ricchezza sociale diventa welfare, generalmente, tende a produrre servizi alla famiglia (che, anche se spesso si tende a crederlo, non coincide con le donne!). Insomma, che a una crescita del paese corrisponda necessariamente una crescita delle donne è del tutto inverosimile.

Più probabile è che l’ingiunzione a una maggiore produttività si traduca in maggiore sfruttamento, alla faccia del merito e del talento. Qui non si tratta di sottovalutare la sana ambizione femminile a una maggiore produzione collettiva e sociale e a un maggior riconoscimento in questo processo, ma – al contrario – si tratta di stanare e contrastare i dipositivi si sussunzione di quella sana aspettativa entro la partita del capitale. In quest’ottica, l’unica crescita su cui sembra interessante scommettere è la crescita sociale, sempre più sganciata da quella del paese nelle sue forme istituzionali consolidate.

Il cattivo universale – con cui, in ultima analisi, si danno corpo e voce femminile alle esigenze del mercato – non è il solo problema della campagna di snoq. A fargli da corollario una versione altrettanto falsificata del particolare: le interviste condotte in vista delle elezioni, infatti, costituiscono una celebrazione esemplare della differenza come simulazione, in cui l’eterogeneità è funzionale alla costruzione di omogeneità. Questo modo di trattare le differenze non è certo nuovo, ma nel contesto specifico assume una valenza particolare e caratteristica dal momento che ci si trova a fare i conti con una sorta di pensiero della differenza aggiornato in chiave multiculturalista che ammette una varietà tassonomica purché non muti la sostanza di un significante omogeneo.

Non ci sono né materia, né relazioni, né realtà nelle differenze esibite da snoq, tant’è che – senza alcuna difficoltà – si riesce ad armonizzarle in una voce comune: “se crescono le donne cresce il paese”. Eppure, non tutte le donne vogliono le stesse cose, banalmente perché il vantaggio di alcune può costituire lo svantaggio di altre. Anche questa è una storia vecchia, ma lezione non pare del tutto assimilata.

Nella campagna pre-elettorale made snoq prendono parola una, nessuna e centomila donne. C’è la studentessa, la professionista rientrata dall’estero, la vittima di tratta, la casalinga, la manager, l’operaia, la madre, la single, e così via potenzialmente all’infinito. A guardar le interviste, l’effetto incredibile è che, per un istante, si ha la sensazione che le vite di queste donne siano identiche. La borghese medico come la nigeriana vittima di tratta. Tutte chiedono più lavoro, più riconoscimento, più merito (manco a dirlo), più conciliabilità con gli impegni famigliari. Tutte sognano la stessa vita e lo stesso tipo di realizzazione personale: dividersi equamente e serenamente tra il lavoro e il privato (generalmente nella forma della famiglia).

Le frustrazioni della loro vita privata non tradiscono mai un senso di delusione o rabbia, ma solo una sorta di rammarico responsabile per i mali e le perdite del paese. Già, neppure la lezione dell’individualismo, valida per qualsiasi soggetto moderno, conta qualcosa per le donne così naturalmente votate al sacrificio e al martirio. Si è davvero posti di fronte a una sorta di corrispettivo soggettivo perfetto per il miscuglio di crescita e austerity che ci viene propinato ogni giorno e che continuerà a orientare le politiche post-elettorali: le donne, dunque, come emblema di un soggetto che abbraccia la crescita per talento e accetta il sacrificio per vocazione.

In questo modo, il mondo compatto – popolato soltanto da differenze politicamente disinnescate – presentato da snoq si presenta come esatto contrario di un processo di composizione e ricomposizione politica. Un cattivo universale utile a unire la voce femminile al coro mainstream e un improbabile particolare orientato a disinnescare ogni conflitto potenziale costituiscono, in ultima analisi, la formula elettorale firmata snoq. Con buon auspicio, molte donne risponderanno a un simile invito con un salutare e liberatorio “no grazie”.

Simona De Simoni

Sarà di certo un Parlamento più rosa. Ma lo sarà soprattutto se vincerà il centrosinistra: un successo della coalizione di Bersani a scapito del centrodestra porterebbe da 80 a 100 donne in più nelle aule legislative. ...

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