Femminicidio: sui media è caccia all'eufemismo

  • Giovedì, 27 Giugno 2013 12:57 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
27 06 2013

Delitto passionale. Amore criminale. Aggressione sentimentale. Al più, raptus occasionale. Quando una donna è vittima di "femminicidio", parola terribile ma efficace, i media si scatenano a trovare eufemismi per definire un omicidio, ancora più grave perché maturato, quasi sempre, in ambiti "sentimentali", per mano di un compagno o di un uomo rifiutato, e contro la parte più debole della situazione.

Addirittura, ci sono "professionisti dell'informazione", diciamo così, che mettono in dubbio l'esistenza del fenomeno (Filippo Facci, per nominarne uno, o Giuseppe Cruciani della Zanzara, programma in onda su Radio 24), secondo loro montatura di femministe scalmanate o centri "rosa" menzogneri in cerca di pubblicità.

Ancora, ci sono pezzi pseudo-giornalistici che si piccano di smontare queste "bufale" (sempre secondo loro), gonfiate ad arte, come il servizio delle Iene andato in onda il 2 giugno scorso in cui quello che era stata condannato dalla magistratura come stupro è stata fatto passare per semplice sesso.

Tutte posizioni che, curiosamente, ignorano il richiamo dell'Onu al governo italiano lanciato durante la 20° sessione del Consiglio per i diritti umani di un anno fa, in cui Rashida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza sulle donne, dichiarava che la violenza sulle donne "In Italia, resta un problema grave e risolverlo è un obbligo internazionale".

Certo, parlare, scrivere di certe cose non è facile. In un certo giornalismo di cassetta del XXI secolo, una notizia non è tale se non fa scalpore. E allora via al sensazionalismo a tutti i costi. E una donna, una ragazza, magari d'aspetto un po' piacevole può passare - perché no? - per provocatrice. Così la "notizia" si colora subito di toni piccanti e, per un certo tipo di pubblico (ma sarà poi vero?), più appetibili.

Per fortuna, c'è chi dice no. Si tratta, tra le tante, per fortuna innumerevoli iniziative di valore sul tema, del filmato prodotto della rete di giornaliste Giulia, promotrice di un giornalismo consapevole e di qualità, ovvero rispettoso delle varie parti in gioco e della ricerca della verità nella notizia. Anche a costo di oneste ammissioni di eventuali errori.

Uccisa a coltellate dal marito dopo la lite

  • Mercoledì, 19 Giugno 2013 10:10 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
19 06 2013

A dare l’allarme sono state le due figlie di 8 e 10 anni che hanno chiamato un vicino nel tentativo
di sedare la lite tra mamma e papà
Ancora una donna vittima di violenza. L’ennesimo delitto è avvenuto nella notte a San Giovanni al Natisone in provincia di Udine. La vittima è una donna di 33 anni, Irma Hadai, casalinga di origine albanese, uccisa a coltellate dal marito 36 anni, Lulzim Hadai, muratore, al termine di una violenta lite. A dare per prime l’allarme sono state le due figliolette di 8 e 10 anni disperate che hanno chiamato un vicino di casa nel tentativo di sedare la lite tra mamma e papà. L’uomo nulla però ha potuto fare: quando è entrato nella casa poco dopo le 22 in dramma era compiuto. A terra in una pozza di sangue la donna ormai priva di vita e vicino il marito con il coltello in mano che pronunciava frasi sconnesse del tipo «non mi importa nulla se vado in galera».


È stato lo stesso omicida ad alzare la cornetta e a chiamare i carabinieri. Le due bimbe ora sono a casa della nonna che abita a qualche centinaio di metri. Sul posto sono giunti i carabinieri del Nucleo investigativo di Udine con il capitano Pasquariello e due volanti della Questura. Purtroppo vana la corsa dell’ambulanza. Per la donna non c’era più nulla da fare. Sul posto anche il pm Loffredo. L’uomo, che è incensurato, è stato interrogato per tutta la notte

Antiviolenza
19 06 2013

Oggi la ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, ha dato avvio ufficiale alla task force annunciata dopo la sua nomina e in realtà già avviata da giorni in via informale. Stamattina si sono incontrati i capi di gabinetto dei ministeri dell’Interno, Istruzione, Giustizia, Economia, Lavoro, Difesa, Integrazione, Salute, coordinati dalla Capo di gabinetto, consigliera Germana Panzironi della Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento Pari Opportunità, che – come si legge sul comunicato – “hanno condiviso la necessità di avviare relazioni di confronto al fine di adottare, a breve termine, misure di contrasto in particolare contro il femminicidio e la violenza contro le donne”. Si legge, sempre sul comunicato, che “Il prefetto Giuseppe Procaccini, accompagnato dalla consigliera Isabella Rauti, ha assicurato concreto sostegno da parte del Ministero dell’Interno e dei prefetti nel contrasto sul territorio dei fenomeni di violenza. Il consigliere Luigi Fiorentino ha fornito utili indicazioni per diffondere i principi del rispetto verso le donne già a partire dal sistema scolastico. I gabinetti di Giustizia, Lavoro, Salute, Integrazione, Difesa ed Economia hanno esposto le proprie proposte nell’ambito delle rispettive competenze: rafforzare l’impianto sanzionatorio e accelerare il processo penale; adottare misure antidiscriminazione negli ambienti di lavoro; contrastare la violenza sulle donne immigrate; coordinare le strutture sanitarie che si occupano di violenza sulle donne”. Idem ha anche costituito tre gruppi di lavoro coordinati dalle pari opportunità: il primo, diretto da Linda Laura Sabbadini (Istat), dovrà disegnare l’Osservatorio sulla violenza di genere per il monitoraggio del fenomeno, individuando i gap informativi esistenti e le azioni da mettere in atto; il secondo provvederà a ricavare elementi utili all’emissione di un bando per l’istituzione di un numero verde per gli uomini maltrattanti; e un terzo, coordinato dalla giornalista Natascha Lusenti, avrà il compito di studiare azioni di comunicazione e informazione che verranno lanciate nei successivi sei mesi.

Tutte premesse ad azioni ancora da svolgere, e che vedremo, ma di sicuro precedute, qualche giorno fa, da un passo assolutamente inadeguato della guardasigilli e su cui sarà opportuno chiarire alcuni punti fondamentali per non commettere altri errori, soprattutto così gravi. E mi riferisco al decreto-legge della ministra Cancellieri, dal titolo “Disposizioni urgenti per contrastare il sovraffollamento delle carceri e in materia di sicurezza” (26 articoli divisi in cinque capitoli), in cui al capitolo IV si leggono norme per la “Prevenzione e contrasto di fenomeni di particolare allarme sociale”. Un pacchetto che ha trovato in disaccordo il ministro Alfano, tanto da posticiparne la discussione a venerdì (forse) e su cui, come scrive Grignetti sulla Stampa, “C’è la forte possibilità che del decreto originario resti la parte sulla violenza domestica, il furto d’identità e l’assunzione di 1.000 nuovi vigili del fuoco, e che venga stralciata la parte dedicata alle carceri”. Ebbene, diciamo subito che anche il capitolo sulla violenza domestica non va, perché inadeguato e inefficace anche come misura a breve termine, nonché pericoloso. Misure che, se vediamo attentamente, passano sulla testa delle donne che non decideranno ma saranno “decise” da eventuali segnalazioni di terzi (per esempio il medico del pronto soccorso dato che qui si riduce la violenza domestica a lesioni personali “non episodiche”), a prescindere dalla volontà dei soggetti interessati, con tutto quello che comporta – per la donna – intraprendere un percorso del genere. Contraddicendo la Convenzione di Istanbul (che al senato verrà ratificata domani), che dice chiaramente che “la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”, l’assunto del provvedimento che cancella l’autodeterminazione della donna a decidere con la scusa di proteggerla, impone chiarimenti in proposito: perché un conto è indicare all’interessata il percorso informandola degli strumenti che ha a disposizione per uscire dalla violenza, e un conto è costringerla a rischiare sul suo corpo. In più, per il contrasto al femmminicidio (parola che comprende l’intera gamma delle violenze che una donna può subire e non solo la morte della donna in quanto donna), questi provvedimenti schiaffati in un pacchetto che parla di altro, e che non sono stati ragionati sulla base di una seria verifica delle mancanze istituzionali e di applicazione di norme già esistenti – come richiesto più volte dall’Onu – risultano un’azione di facciata. La Special rapporteur dell’Onu sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, ha detto chiaramente e senza indugio, quando è venuta in Italia, che la violenza coinvolge una responsabilità dello Stato italiano e che le donne “non denunciano e non segnalano” sia perché sono all’interno di un “contesto culturale patriarcale incentrato sulla famiglia”, con forte dipendenza economica della donna, sia perché la percezione riguardo alle istituzioni non è quella di uno Stato che protegge le donne, ma al contrario le espone in “un quadro giuridico frammentario con inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle vittime, fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema”. Una esposizione che con questo “pacchetto” sarà aumentata.

A cosa è servito allora la ratifica della Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica? Forse non ci siamo capite.

Adottare misure efficaci sul femminicidio non è in nessun modo l’adozione di misure “urgenti” buttate lì per far vedere che si fa qualcosa, perché se la violenza domestica si rivela come “la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne italiane”, cioè la più diffusa e la più capillare, forse va presa da un’altra parte.

Ma vediamo alcuni provvedimenti.
Il primo articolo dice che nei “casi in cui alle forze dell’ordine sia segnalato un fatto che debba ritenersi riconducibile al reato di cui all’articolo 582 (lesioni personali, ndr), secondo comma, del codice penale, consumato o tentato, nell’ambito di violenza domestica, il questore, anche in assenza di querela, può procedere, assunte le informazioni necessarie da parte degli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, all’ammonimento dell’autore del fatto. Ai fini del presente articolo si intendono per violenza domestica tutti gli atti, non episodici, di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”.

Per prima cosa è un po’ ridicolo che vengano citate le parole della Convenzione di Istanbul (riportate qui in corsivo) in maniera riduttiva sia perché ci si riferisce a lesioni personali (quindi fisiche) sia per l’aggiunta della frase “non episodici“, che snatura tutta la portata della Convenzione che invece recita sulla violenza domestica: “tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”. Per caso significa che la violenza nei rapporti intimi è solo quando il partner ti mena più volte e ti lascia i segni? (che è già una sottovalutazione intrinseca della violenza). Ma cosa dice l’articolo 582, secondo comma, del codice penale? tratta di lesioni personali per cui qualora il danno procurato abbia ”una durata non superiore ai venti giorni (…) il delitto è punibile a querela della persona offesa”. Quindi se ti menano e vai al pronto soccorso più volte (“non episodici”), il medico stesso segnalerà il fatto, così poi il questore chiamerà tuo marito e gli dirà di non farlo più. E poi tu come ci torni a casa, armata? ma soprattuto: a che serve?

Un ammonimento “d’ufficio” che non solo è riduttivo ma è ridicolo se pensiamo che ancora oggi spesso le forze dell’ordine rimandano a casa, o al massimo dal giudice di pace, le donne che con grande coraggio invece denunciano consapevoli di quello a cui vanno incontro. A cosa serve questo “pacchetto” se una donna che arriva faticosamente davanti a un giudice dopo aver denunciato con cognizione di causa e convinta di farlo, fatica poi a dimostrare la violenza subita, e soprattutto viene esposta senza tutela al suo offender nel lasso di tempo che passa dalla querela al giudizio, fino a rischiare la vita? e a che serve, se una donna che fa per sua volontà una, due, tre, quattro, anche dieci denunce si vede poi scivolare tutto nei meandri della “giustizia” senza nulla di fatto? se vede le sue denunce di stalking archiviate, procedimenti di affido condiviso coatto anche con procedimenti penali per maltrattamenti in famiglia in corso? perché non cercare di porre fine a questa infinita cultura di “sottovalutazione” della violenza cercando di far applicare le leggi che già ci sono, evitando magari di mettere a rischio la donna che affronta un iter lungo e complesso? e perché non porsi il problema che l’ammonimento senza volontà dell’interessata significa far sapere al coniuge violento che è stato segnalato, così quando torna a casa la massacra o l’ammazza direttamente? Provvedimenti che potrebbero portare le donne, che già non denunciano, a non ricorrere neanche più al pronto soccorso, perché se il medico segnala il partner senza il suo consenso lei avrà il terrore di tornare a casa. E poi al secondo articolo: “Il questore può richiedere al prefetto del luogo di residenza del destinatario dell’ammonimento l’applicazione della misura della sospensione della patente di guida per un periodo da uno a tre mesi”. Sospensione della patente? ma cosa cambia? che l’offender sta a casa per accanirsi ancora di più sulla partner?

La verità è che con questi provvedimenti si spoglia la donna di ogni decisionalità e consapevolezza del percorso che dovrà fare, e che invece di sostenerla, informarla dei suoi diritti, proteggerla, allontanando immediatamente l’offender, la donna viene ulteriormente esposta: un fatto che può anche produrre risultati contrari. Perché è vero che spesso le donne ritirano la denuncia o hanno paura di denunciare ma non è forzandole che si risolve il problema, bensì avviandole a un percorso, come già oggi fanno nei centri antiviolenza avvocate, psicologhe, operatrici, specializzate sulla violenza.

In più l’ammonimento esiste già ed è per gli atti persecutori (stalking) che avvengono per lo più in fase di separazione (mentre le lesioni alla persona avvengono maggiormente quando i due convivono o stanno insieme), e può essere richiesto dalla donna che non vuole fare subito denuncia (Decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11 - “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori” – Art. 8. - Ammonimento). Ammonimento che può essere efficace quando l’uomo non vive con te, perché magari in fase di separazione, mentre quando ci vivi insieme è necessario l’allontanamento e non l’ammonimento che invece ti espone, tanto più se viene fatto senza il consenso dell’interessata.

Secondo Teresa Manente – avvocata responsabile Ufficio legale Differenza Donna ONG e referente nazionale rete avvocate dei Centri antiviolenza Ass. Di.Re – “Premesso che la violenza di genere non è un problema di emergenza sociale ma culturale, come ormai ribadito da tutti gli organismi internazionali, l’esperienza ventennale nella difesa dei diritti delle donne vittime di violenza di genere, e in particolare della violenza domestica, maturata nei Centri antiviolenza mi insegna che, quasi sempre, quando la donna chiede l’intervento delle forze dell’ordine aumenta l’escalation di violenza perché l’uomo violento punisce la donna che si è ribellata al suo controllo. Disporre l’ammonimento per l’uomo violento senza predisporre contestualmente una protezione per la vittima, di fatto, significa aumentare il rischio per l’incolumità della stessa. La Convenzione di Istanbul e la Direttiva 2012 del Parlamento Europeo e del Consiglio l’Unione Europea in materia di diritti delle vittime di reato, non a caso, parlano di diritto all’informazione, sostegno e protezione della vittima. A mio parere queste misure servono a poco se non sono inserite in un sistema articolato che dispone di una politica integrata”, (come spiega ulteriormente l’avvocata nel testo riportato sotto riguardo i diritti della persona offesa e la protezione delle donne che subiscono violenza).

Per Barbara Spinelli, avvocata esperta di femminicidio, “Se siamo in un contesto di maltrattamenti, questo reato già prevederebbe l’adozione di misure maggiormente tutelanti della persona offesa rispetto all’ammonimento, come per esempio l’allontanamento. In casi di violenza in famiglia nell’ambito di un maltrattamento, in assenza della denuncia, iniziare il procedimento penale d’ufficio, o anche ai soli fini dell’ammonimento avviare un contatto con il maltrattante, potrebbe determinarne l’esposizione ad una escalation di violenza, perché, a differenza dello stalking,che riguarda fatti tra persone nella maggior parte dei casi non conviventi, nel caso dei maltrattamenti l’aggressore si ritrova a continuare a convivere con la donna su cui esercita violenza, sapendo di non avere più il pieno controllo della situazione, e di essere esposto a conseguenze per le sue azioni. Questi provvedimenti vanno nella direzione di sminuire la stessa Convenzione di Istanbul, e questo succede perché se non è ancora chiaro che prima bisogna avere i dati, bisogna capire quali sono i nodi da sciogliere con una commissione da hoc che indaghi sulle responsabilità, e poi si agisce: altrimenti si continueranno a fare errori. Se tu ratifichi la Convenzione di Istanbul – continua Spinelli – e riconosci quella definizione di violenza domestica, non lo puoi dopo ridurre nel maltrattamento e nella lesione personale che va a ricadere sull’applicazione di tutte quelle norme previste nella convenzione stessa che è molto più complessa. Cosa significa aggiungere non episodica? legittimare la violenza episodica? è questo il meccanismo che porta in Italia ancora a confondere la violenza domestica con la conflittualità coniugale, e questo è il dato più grave. Non si può ridurre la definizione di violenza domestica così, se si parla di maltrattamento o di lesioni è un conto, la violenza domestica è un’altra cosa”.

Il problema della violenza maschile sulle donne, lo abbiamo detto fino all’esaurimento, va affrontato in maniera strutturale e non emergenziale. Prima della repressione e inasprimento delle pene, lo abbiamo ripetuto, servono strumenti di prevenzione e protezione, e questa consapevolezza, che non appare in questo decreto in cui s’infila la violenza domestica in una contesto “altro”, deve partire dalla piena consapevolezza di cosa sia la violenza: un passo fondamentale per le istituzioni che non possono pretendere questa consapevolezza sulla violenza da parte delle donne, se prima di tutto non la maturano loro. Un Governo che si è impegnato su un lavoro interministeriale guidato dalle pari opportunità, ascoltando la società civile, non presentare provvedimenti di questo tipo, perché fa tornare indietro tutti. Come dice Spinelli il profondo radicamento di pregiudizi sessisti ha impedito una buona applicazione delle leggi esistenti, e anche per questo “urge un cambio di approccio delle istituzioni alla vittimizzazione femminile determinata da violenza di genere, in particolare nelle relazioni di intimità”.

 

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(di seguito l’esplicativo intervento di Teresa Manente, avvocata responsabile Ufficio legale Differenza Donna ONG e referente nazionale rete avvocate dei Centri antiviolenza Ass. Di.Re, che al Convegno “Violenza di genere: nuove forme di tutela dei diritti fondamentali – Il femminicidio e la Convenzione di Istanbul”, organizzato da ADMI (Associazione Magistrate Democratiche Italiane, ha spiegato cosa andrebbe fatto per la protezione delle donne che iniziano un percorso di denuncia della violenza subita, sulla base di un’esperienza ventennale in proposito e in un quadro di implementazione della Convenzione di Istanbul).

 

DIRITTI DELLA PERSONA OFFESA E FUNZIONE DEI CENTRI ANTIVIOLENZA

“Buon pomeriggio a tutte e a tutti ringrazio l’associazione Donne Magistrate e vi porto i saluti della mia Associazione, Differenza Donna che è una ONG , fondata nel 1989 e che dal 1992 gestisce i centri antiviolenza del comune e della provincia di Roma per donne e figli minorenni vittime di violenza. In questi venti anni Differenza Donna ha accolto presso i suoi centri oltre 25 mila donne, elaborando buone pratiche di assistenza multidisciplinare per le vittime. Ha contribuito alla creazione e al rafforzamento di una estesa rete tra tutte le istituzioni sul territorio. Ricordo il protocollo di interazione del dicembre 2010 promosso da Differenza Donna tra Tribunale, Procura, Forze dell’ordine, Asl, e ospedali in tema di tutela alle vittime di maltrattamenti stalking e violenza sessuale. Nell’ambito della Rete nazionale delle avvocate dei centri antiviolenza, Ass. Di.Re, abbiamo condotto una ricerca nazionale che ha dato luogo alla prima direttiva del C.S.M. in tema di violenza domestica, relative all’intervento giudiziario e alla posizione della vittima di questi specifici reati. Segnalo inoltre che il mese scorso , il CSM su nostra richiesta, ha avviato un nuovo monitoraggio per verificare lo stato di attuazione delle direttive emanate in materia. In Italia i centri antiviolenza gestiti da associazioni di donne, oggi sono 64, e sono riuniti in un’associazione nazionale: DiRe, donne in rete contro la violenza alle donne. La Convenzione di Istanbul all’articolo 9, riconosce i centri antiviolenza, quali soggetto fondamentale della strategia di prevenzione del fenomeno e di protezione delle vittime perché concorrono a realizzare la tutela dei diritti delle persone offese prima, durante e dopo il procedimento penale.

Profili operativi

Sul piano operativo le mie considerazioni in tema di intervento e assistenza alle donne vittime di violenza di genere e violenza domestica si basano sull’esperienza, ormai ventennale, nella difesa dei diritti delle donne, persone offese e sulla normativa europea ed internazionale in materia. Di certo venti anni fa parlare dei diritti della vittima non era cosa pacifica, ricordo i colleghi della difesa degli imputati, infastiditi dalla presenza della parte civile, perché, a loro dire, intralciava la speditezza del processo. Sono testimone di un cambiamento culturale del sistema giudiziario non solo rispetto alla violenza alle donne, ma in generale sul ruolo della vittima nel procedimento penale. Oggi, il quadro di riferimento dell’azione giudiziaria è completamente mutato sia a livello di normativa europea che di normativa internazionale

Sugli Stati, infatti, oggi incombe l’obbligo

1) di assicurare non solo i diritti dell’imputato/indagato ma anche la piena tutela dei diritti della vittima di reato così come ribadito dalla Direttiva n.29 del 2012 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea che introduce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato.

2) la Direttiva del 2012 riprende e rafforza la prospettiva innovativa della decisione quadro del 2001/220/GAI sulla posizione della vittima nel procedimento penale.

A differenza però della decisione quadro, mai attuata dall’Italia, la Direttiva del 2012, impone nell’immediato un obbligo di conformità. Ciò significa che nel periodo antecedente il termine di attuazione della Direttiva e cioè novembre 2015, lo Stato non può adottare atti in contrasto con gli obiettivi della direttiva.

Inoltre, in caso di mancato recepimento nel termine, poiché la Direttiva contiene disposizioni di precettività immediata e sufficientemente precise, produce effetti diretti in capo ai singoli che possono rivendicare diritti sulla base della direttiva, e in capo ai giudici nazionali che hanno l’obbligo di interpretazione conforme.

Premesso ciò, i diritti riconosciuti alle vittime di violenza di genere e di violenza domestica dalla Convenzione di Istanbul e dalla Direttiva dell’Unione europea riguardano tre aspetti:

1) Diritto all’informazione e sostegno;

2) Diritto alla Partecipazione al processo penale;

3) Diritto alla Protezione;

il sistema che deve essere assicurato, pertanto, sia in vista di riforme legislativa, ma anche nella quotidiana applicazione delle norme attualmente vigenti, deve assicurare che le vittime siano riconosciute e trattate in maniera rispettosa, sensibile, personalizzata, professionale e non discriminatoria.

1) DIRITTO ALL’INFORMAZIONE E SOSTEGNO

E’ opportuno che la vittima di tali reati, sin dall’inizio del procedimento penale,

a) sia accolta da personale specializzato in sede di denuncia, ma anche in caso di accesso al pronto soccorso o ai servizi sociali, (rafforzare sportelli presso i pronto soccorsi, l’istituzione dei cd codice rosa);

b) sia informata dalle forze dell’ordine e dagli operatori tutti dell’esistenza di servizi di sostegno e di ospitalità, come i centri antiviolenza;

c) è necessario che sia informata del diritto di nominare un difensore, anche a spese dello stato (articolo 13 ) sin dall’inizio del procedimento penale, cosa che spesso le vittime ignorano stante l’obbligo attuale di informazione solo per l’indagato;

d) la vittima ha diritto a ricevere informazioni sul proprio caso (articolo 6 direttiva).

Spesso le donne che si rivolgono a noi hanno presentato più querele per singoli episodi e non ne conoscono l’esito perché non hanno indicato ex art. 408 c.p.p. di voler ricevere informazioni sulla richiesta di archiviazioni il diritto di ricevere notifica ex art.408 c.p.p dovrebbe invece prescindere dall’inserimento specifico nella querela di tale richiesta.

415 bis

Il diritto all’informazione della vittima, inoltre, nel nostro ordinamento è compromessa dalla mancata notifica alla stessa dell’avviso del 415 bis, notificato solo all’indagato, precludendo così alla stessa la possibilità di apportare ulteriori elementi di prova. Tale disciplina rappresenta un considerevole vulnus ai diritti della persona offesa, a maggior ragione allorché l’imputato in udienza preliminare esprima la volontà di essere giudicato allo stato degli atti ex art. 438 c.p.p comma 1. L’attività integrativa, infatti, è riservata esclusivamente all’imputato o al giudice.

2. DIRITTO ALLA PIENA PARTECIPAZIONE AL PROCEDIMENTO PENALE

Esso implica innanzitutto il diritto alla comprensione degli atti cui si procede e ciò spesso non è assicurato soprattutto al momento della querela: la Direttiva e la Convenzione di Istanbul stabiliscono l’obbligo di assicurare interpreti con una specifica formazione in materia di violenza di genere e violenza domestica.

a) L’articolo 11 della Direttiva si sofferma sui diritti della vittima in caso di decisione di non esercitare l’azione penale: sul punto di certo è limitativo il termine di 10 giorni per presentare opposizione alla richiesta di archiviazione. L’Articolo 10 si concentra sul diritto a fornire elementi di prova e sul diritto di essere sentiti, anche durante le indagini preliminari.

Allo stesso modo, utile sarebbe assicurare alla vittima l’audizione anticipata in sede di incidente probatorio ex art. 392 comma 1 bis c.p.p. considerato che quasi sempre l’esame testimoniale avviene dopo 2 0 3 anni dai fatti denunciati e nella stragrande maggioranza dei casi l’imputato è il padre dei propri figli , con cui la donna deve continuare ad avere rapporti. E quasi sempre l’uomo violento continua a intimidire la donna, condotta questa che cessa, abbiamo verificato, dopo la testimonianza della donna. Di fatto, è questo il momento in cui l’ uomo violento prende consapevolezza di non aver più controllo sulla vittima e la lascia andare. A riguardo si evidenzia che, nonostante l’ampliamento delle possibilità di richiesta, l’istituto dell’incidente probatorio è poco utilizzato, poiché presuppone la discovery integrale degli atti di indagine, non sempre ritenuta opportuna per la completezza delle attività investigative. Forse disporre la testimonianza della vittima ex art.392 c.p.p. in udienza preliminare risolverebbe tale problematica e risponderebbe contestualmente alle esigenze di protezione della vittima.

Criticabile risulta la mancanza di coordinamento tra l’art. 392 comma 1 bis, e l’art. 398 comma 5 bis. L’art 392 comma 1 bis prevede l’incidente probatorio per le vittime maggiorenni e minorenni nei casi di indagini per i reati ivi indicati, tra cui anche i maltrattamenti, e l’art. 398 comma 5 bis, che permette l’applicazione di misure di protezione durante l’audizione escludendo, del tutto inspiegabilmente, le ipotesi di maltrattamenti. Ciò comporta che un minorenne, in caso di procedimenti per maltrattamenti, potrà essere sentito in incidente probatorio, ma senza modalità protette con grave pregiudizio per i minorenni vittime di maltrattamenti diretti o assistiti.

3. PROTEZIONE DELLE VITTIME

Sia nell’ottica della Convenzione di Istanbul che nella prospettiva della Direttiva , si intende in due accezioni:

a) quella della tutela dell’incolumità psicofisica della persona offesa in caso di pericolo di reiterazione del reato, e quindi si fa riferimento alle misure cautelari specifiche;

b) e quella della tutela dei diritti fondamentali della persona che possono essere lesi dalla partecipazione al procedimento penale (vittimizzazione secondaria).

a – Sotto il primo profilo evidenzio che dall’attuale rilevamento dati da noi condotto in Italia come avvocate dei centri antiviolenza risulta che le misure cautelari ex art. 282 bis e ter, sono ancora poco applicate, benché esse risultino invece efficaci nella stragrande maggioranza dei casi secondo la nostra esperienza, l’uomo interrompe la condotta criminosa. Infatti pochi i casi in cui si è dovuto procedere ex articolo 276 c.p.p. all’aggravio della misura cautelare. Paradossalmente vi è un maggiore utilizzo di custodie cautelare in carcere: ciò a dimostrare che si interviene quando ormai l’escalation di violenza, caratteristica di tali reati , è esplosa in maniera talmente grave da richiedere necessariamente la misura custodiale. Segnalo inoltre la quasi totale disapplicazione dell’art. 282 bis, comma 3 relativo alle misure patrimoniali anche se richiesta dal difensore perché il ricatto economico è molto frequente.

b - Per ciò che riguarda il profilo della protezione avente ad oggetto la prevenzione della seconda vittimizzazione, la Direttiva e la Convenzione impongono:

una valutazione individuale delle vittime per definire specifiche esigenze di protezione in considerazione, della particolare natura del reato;
la direttiva si riferisce all’esigenza di assicurare che non vi sia contatto tra vittima e imputato in termini di diritto soggettivo della vittima di reato.
Sarebbe auspicabile predisporre anche qui a Roma una stanza per i testimoni. Mi è capitato proprio ieri che la mia assistita prima di essere esaminata è stata minacciata e intimorita dall’imputato e dai suoi familiari nel corridoio del Tribunale. Protezione anche durante la sua testimonianza, momento molto difficile per la vittima di questi reati: la donna deve ricordare e ripetere umiliazioni profonde che hanno offeso la propria dignità, schiacciato la propria libertà, offese che ha voluto dimenticare per riprendere la sua vita.

Non è un caso che ormai anche gli organismi internazionali si riferiscono alle donne vittime della violenza di genere nei termini di “sopravvissute”, non solo per evidenziare la gravità di quanto patito, del rapporto di soggezione determinato dalla condotta subita, ma anche per valorizzare le risorse impiegate dalle donne per uscire dalla situazione di violenza. Per alcune donne il momento della testimonianza è vissuto come un momento di liberazione, per altre invece rappresenta un vero e proprio calvario così come definito anche dalla Corte EDU ( S.N contro Svezia del 2 luglio 2007). Ricordo, ad esempio, il caso di una donna agente di polizia, vittima di maltrattamenti e violenze sessuali da parte del marito: la quale ha presentato nei giorni prima dell’esame testimoniale addirittura problemi di enuresi notturna, causati dal terrore di dover rivivere con la testimonianza i fatti subiti. In tali situazioni, è stato utile richiedere l’uso di un paravento che ha consentito alla donna di non sentirsi addosso lo sguardo dell’imputato. Ciò ha consentito sia di salvaguardare il principio della genuinità della prova, e allo stesso tempo di salvaguardare l’integrità psico fisica della vittima. Tale prassi NON lede il principio del contraddittorio nella formazione della prova, né mina i diritti di difesa, e rientra in quei trattamenti specifici che la ”particolare vulnerabilità della vittima” impone di adottare in base ai principi della Convenzione di Istanbul e della direttiva 2012.

Quanto al diritto al risarcimento del danno

L’O.M.S considera la violenza domestica come uno dei più gravi problemi di salute pubblica. Si tratta di lesione di diritti inviolabili della persona, (art. 3, art. 2, art. 29 e 32 della cost.), che causa un danno che può essere liquidato, già in sede penale, in via equitativa e definitiva (art. 538, 539 c.p.p e art. 9, decisione quadro) come avviene già in materia di violenza sessuale da parte di alcuni collegi.

E vengo alle conclusioni dicendo che incontri come questi, di denuncia del disvalore sociale e criminale di fenomeni come il femminicidio, simbolo brutale della discriminazione di genere, contribuiscono ad innovare la cultura giudiziaria e a rendere veramente democratico il nostro Paese in quanto solo il pieno riconoscimento e la concreta affermazione dei diritti umani delle donne segnano il grado di avanzamento democratico di una società”.

Livorno, uccisa a 19 anni giovane fermato per l'omicidio

  • Venerdì, 03 Maggio 2013 14:17 ,
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La Repubblica
03 05 2013

CASTAGNETO CARDUCCI - Un uomo di 33 anni è stato fermato dai carabinieri di Donoratico per l'omicidio di Ilaria Leone, la ragazza di 19 anni uccisa, strangolata a mani nude, in un uliveto a Castagneto Carducci, un colle sulla costa livornese. Il ragazzo, Ablaye Ndoye, cittadino senegalese conoscente della vittima, è arrivato nella caserma ammanettato ed è stato interrogato dai militari prima di essere condotto nel carcere di Livorno. All'uscita dalla caserma contro il giovane alcuni amici di Ilaria hanno urlato "Assassino, assassino". "Lo sapevo che era lui", ha urlato una giovane amica della ragazza. Il ragazzo sarebbe stato rintracciato stamani tra Piombino e Castagneto. A lui i carabinieri sarebbero arrivati grazie al cellulare rintracciato dopo che gli amici di Ilaria lo avrebbero segnalato come uno dei possibili sospetti. Poco fa nella caserma di Donoratico i carabinieri hanno portato il suo zaino e una bicicletta con la quale il giovane si muoveva nella zona.


Il Comune di Castagneto Carducci ha promosso, per questa sera alle 21.30, una veglia silenziosa nella piazza del paese. "Quello che è accaduto in queste ore ci fa inorridire! - è scritto in una nota firmata da sindaco, giunta e capigruppo consiliari -. Castagneto Carducci non ha mai vissuto episodi di questo genere. Siamo una comunità coesa e solidale che rifiuta ogni tipo di violenza. Quello che è successo a Ilaria è una cosa atroce, indicibile, sconvolgente che ci lascia senza parole. Siamo tutti vicino alla mamma, al babbo e a Mattia". E' stato così rivolto un invito a ritrovarsi "tutti insieme questa sera per una veglia silenziosa in piazza del popolo a Castagneto Carducci alle ore 21.30".


Gli investigatori sul luogo del ritrovamento hanno trovato e repertato tracce biologiche. Lo ha riferito il procuratore di Livorno Francesco De Leo. Il magistrato non ha escluso l'ipotesi che la giovane possa essere stata violentata o che abbia subito un tentativo di violenza. Emerso anche che sarebbe stata uccisa altrove, non lontano, e poi trascinata nell'uliveto. Su dove sia avvenuto il delitto, secondo quanto spiegato dal procuratore, viene ritenuto "del tutto probabile" che la ragazza, 19 anni, sia stata uccisa in un luogo non distante da dove è stato trovata e poi trascinata nell'uliveto, forse per nascondere il cadavere. Questa ricostruzione è legata al fatto che sono stati rilevati segni di trascinamento sul terreno. Trascinamento che, per gli inquirenti, potrebbe essere anche il motivo per la cui la ragazza aveva i pantaloni abbassati: lo strusciamento sul terreno potrebbe aver fatto calare gli indumenti. Sempre secondo quanto riferito dal procuratore, in attesa dei risultati dell'autopsia, l'ora della morte della giovane sarebbe da collocare tra le 22.30 e la mezzanotte del Primo maggio.

Il mistero del cellulare. I carabinieri non hanno trovato ancora il telefonino di Ilaria Leone, Probabilmente l'assassino lo ha portato via.

 

Ilaria è stata ritrovata senza documenti addosso, ma con i vestiti da cuoca, così ieri mattina i carabinieri hanno fatto il giro dei ristoranti del paese per trovare qualcuno che la conoscesse. Quando sono arrivati alla Gramola si sono fermati. È lì che la giovane lavorava, ad appena trecento metri in linea d'aria dal campo in cui è stata uccisa, che si vede, più in basso, dai tavolini all'aperto del locale.

#Femminicidio: la #17esima vittima del 2013

  • Giovedì, 18 Aprile 2013 08:12 ,
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Femminismo a Sud
18 04 2013

Da Abbatto i Muri:

Femminicidio. E’ la #17esima vittima dall’inizio dell’anno. Avevano una relazione. E’ finita. Lui la amava “troppo”. La perseguitava. Lei lo ha denunciato per stalking. Lui l’ha uccisa e poi si è suicidato. Questo è ciò che la stampa racconta tra mille altri dettagli che fanno tanto pornografia sentimentale.

Ci sono le foto di lei, immancabili, perché era una ragazza giovane e carina, dal sorriso pulito, come Vanessa, come Stefania, come altre i cui volti ben si prestano ad una campagna che possa essere utile a chiedere aggravanti e ulteriori soluzioni autoritarie.

Il Femminicidio, giusto per dire, non è l’uccisione delle femmine. Per capire cosa significa bisogna indagare sui ruoli di genere, quelli cui sei chiamata ad aderire. Dato che sei donna puoi essere, fare, solo questo o quello. Nulla di più. Così impone la cultura patriarcale.

Tu appartieni. Non puoi dire di no. A rafforzare il mito del possesso ci sono tante canzoni che parlano di “bisogno”, tante parole che educano a ritenere che lo stalking sia solo corteggiamento. Eppure sarebbe semplice da capire. Un NO vuol dire semplicemente NO.

Per questioni “d’onore” e per vendetta di genere sono morti quest’anno, fino ad ora, anche #6 uomini e #1 bambina. Quest’ultima uccisa dalla madre che non accettava la separazione. E sono due le donne che hanno ucciso un convivente e una partner per ragioni che restano nella modalità di gestione del rapporto o della sua fine. #21 sono gli uomini che hanno ucciso nelle stesse circostanze.

Anche per quest’ultimo delitto la stampa non accetta di pronunciare le parole scelte, legittimamente, dalle donne, per rinominare un fatto, un accadimento, che riguarda i delitti che hanno a che fare con le questioni di genere. Parlano di tragedia, cose imprevedibili, il fato, quasi che la ragazza non avesse neppure denunciato lo stalking. Accompagnano la descrizione dell’evento con il racconto sul dramma di costui, innamoratissimo, quarantenne che stava con una ventenne che, forse, esprimeva l’amore con una immancabile dose di cuoricini. Lui aveva comprato una pagina intera di giornale per stamparci un grandissimo cuore e lei lo ha denunciato. Nel frattempo s’era preso il porto d’armi e un’arma ad un assassino dalle nostre parti non si fa mancare mai.

Tra le tante discussioni che si faranno su questo delitto, le tante foto della ragazza che ruberanno dal suo profilo facebook, c’è da considerare, ancora una volta, come se non bastasse, che a fronte di questi delitti, che seguono la stessa, identica, modalità, non servono aggravanti ché andrebbero a colpire una maggioranza di soggetti che dopo aver commesso il delitto si suicidano. L’aggravante destinato ai cadaveri non è perciò un deterrente in ogni caso.

D’altro canto, e se ne è già parlato molto, non serve neppure la legge sullo stalking perché se è servita a rovesciare culturalmente il senso dell’assillo, l’attenzione morbosa e ossessiva, che può esserti destinata mascherata da troppo amore, più in concreto, però, serve solo a fare arrabbiare di più i persecutori.

Il richiamo in caserma o, come è avvenuto altre volte, la galera per qualche mese, non servono a nulla perché la persona denunciata, quella che già è intenzionata ad ammazzare, non capisce, è straconvinta di fare la cosa giusta, esige una spiegazione, pretende egoisticamente che l’altra persona si pieghi ai suoi desideri, la prevarica nella sua volontà, possiede e dunque dispone della sua vita, perciò, anzi, la denuncia per stalking, tra l’altro spesso trascurata, finisce per istigare ulteriori delitti.

Se si trovasse un altro modo per disinnescare, se si puntasse sulla prevenzione, se si facesse cultura invece che parlare di repressione, dopo, quando c’è già un cadavere all’obitorio, si potrebbero salvare delle vite.

I deterrenti, a mio modo di vedere, sono semplici da usare. Lo so per esperienza.

La persona che fa stalking va consegnata ad una sua rete sociale. La sua famiglia, i suoi amici, ché vanno tutti responsabilizzati circa il futuro che lo attende. Servirebbe assistenza psicologica e non il richiamino del maresciallo, perché sono persone alle quali bisogna dare prospettive giacché ritengono che la loro vita non conti più niente. Non hanno più nulla da perdere. E la prospettiva del carcere non fa che alimentare questo senso di claustrofobia nel quale inevitabilmente sarà trascinat@ anche chi è ritenut@ responsabile di quel destino. Perché se nelle soluzioni tu non tieni conto del fatto che per quest’uomo è lei la responsabile di tutto, non capisci che più “punizioni” gli infliggi e più si convince che quello che gli capita è solo colpa sua, di lei, di quella che nella sua testa lo vuole rovinare e gli vuole togliere tutto, a partire da se stessa.

Uomini così vanno compensati dell’analfabetismo affettivo e bisogna inserirli in un ciclo di terapie sociali che possono essergli proposte, in cui la prospettiva smette di essere “o lei o morte”. Così come al posto del carcere, che non serve a niente, io penserei a strutture aperte in cui queste persone possano essere ascoltate, aiutate, si può dargli modo di guardare ad altre prospettive.

Dall’altro lato bisogna proteggere lei (o lui se è lei la stalker) e la “protezione” non è fatta di bodyguard e leggi repressive ma di reti sociali, appunto, di responsabilità collettiva, di attenzione culturale, prevenzione, di educazione sentimentale, di rispetto reciproco. Bisogna occuparsi anche di lei, aiutarla a non farsi affascinare da persone di quel genere, raccontarle un’altra vita, un’altra prospettiva, diseducarla all’amore dipendente, alle relazioni adolescenziali, al pornosentimentalismo da due soldi. Bisogna diseducarla alla repressione sistematica che su di lei, come su qualunque persona, viene esercitata quando si nega a lei il diritto all’autodeterminazione, all’autonomia, al diritto di scegliere che vita fare, chi amare, come gestire la propria sessualità, il proprio corpo, tutto di se’. Perché non puoi da un lato dirle che quello che gli fa il singolo uomo è sbagliato se poi quando rivendica diritti la malmeni in piazza. Perché non puoi pretendere che il suo ruolo sociale sia di “vittima” che ben si presta a legittimare ministre socialmente irresponsabili e tutori ma non le serve per difendersi da chiunque, inclusi i suoi stessi presunti difensori. Perché non puoi, anche tu, insistere sul concetto di natura Vs cultura, che è quello che stabilisce che l’uomo è forte e la donna al più è madre e fragile, senza considerare le fragilità di ciascun@, senza considerare che sono quei mille stereotipi che determinano differenze sociali e ruoli che vanno rimessi in discussione.

Restituire la vita a chi sta per perderla non è mai semplice. Non è neppure una scelta comoda, ma è l’unica che salva la vita a lei e la salva pure a lui.

Infine, un promemoria: La persona che tu ami non è un oggetto. Ha una sua volontà. Una relazione senza consensualità, che non rispetta l’autodeterminazione altrui, non è una relazione. E’ una violenza. E la verità, in effetti, sta proprio tutta qui.

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