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Il Fatto Quotidiano
16 11 2014

Madame Clerc, 86enne, ha aperto La Maison de Babayagas in Francia, un alloggio sociale in cui le donne, spesso provenienti da contesti al margine, possono vivere a costi contenuti purché siano impegnate in attività di difesa della questione femminile: "La vecchiaia non è una patologia e abbiamo tutto il diritto di viverla in modo intelligente"

di Valentina Avoledo 

Thérèse Clerc ha 86 anni e abita Montreuil, un comune a pochi chilometri da Parigi. Alla sua età sta portando avanti “la rivoluzione” in cui ha sempre creduto. La sua battaglia è cominciata quando era giovane con la militanza femminista. Dalle fondamenta del suo impegno, nel 2013, è nata la Maison des Babayagas, una casa per over 65 che accoglie le donne che vogliono vivere in modo intelligente la terza età. Un alloggio sociale per persone con risorse limitate che in cambio di un affitto contenuto offrono dieci ore a settimana di impegno per la collettività e nella ricerca sulla questione femminile. Appartamenti di 40 metri quadri per 350 euro al mese. Al momento ci sono 21 donne, ma sul modello Babayagas stanno nascendo altre case in Francia e non solo: parte dell’attivismo di Madame Clerc è proprio esportare il suo progetto tramite incontri e conferenze. Emblematica, quanto ironica, la scelta del nome, le Babayaga sono personaggi della mitologia slava raffigurate come streghe, a volte cattive, a volte consigliere, che si spostano a cavallo di un mortaio.

Madame Clerc quando è diventato reale il progetto della Maison des Babayagas?
Sono madre di quattro figli. Ho sempre lavorato, avevo una piccola bottega di abbigliamento e, oltre ai bambini, per cinque anni ho dovuto assistere mia madre che era inferma. Nonostante tutti gli impegni, la militanza femminista è sempre stata una delle priorità. Nel 1995 con alcune amiche ho presentato il progetto di una casa collettiva alle autorità, ma nessuno ci ha ascoltato finché, nell’estate del 2003 l’ondata di caldo anomalo ha uccido 15 mila anziani. Da lì è come se la Francia si fosse accorta dell’esistenza della terza età. Le Monde ha pubblicato un articolo sulla nostra idea e questo ha scatenato l’interesse delle Istituzioni. Dieci anni dopo, a febbraio 2013, abbiamo inaugurato la casa. Un po’ di soldi sono arrivati dallo Stato altri li abbiamo ottenuti attraverso un mutuo.

Quali sono le attività in cui siete impegnate?
Sono cinque i punti fermi del nostro progetto di pedagogia collettiva: autogestione, cittadinanza, ecologia, femminismo e laicità. La casa ha appena aperto un’università popolare nella quale promuoviamo l’attività intellettuale rivolta a tutti e improntata soprattutto nello studio della questione femminile. Molte donne che vivono con noi vengono da contesti poveri. Non hanno ricevuto un’istruzione, non hanno mai lavorato. Hanno trascorso la vita a crescere figli, spesso numerosi, perché erano tempi in cui non c’erano i cosiddetti “dispositivi per il controllo delle nascite”. Si parla di figli, di famiglia, ma la maggior parte di queste parole significano “donna”. E’ la donna che cura i figli e gli anziani e dev’essere una scelta, non un obbligo sociale.

Ha intenzione di portare l’idea anche in altri Paesi fuori dalla Francia?
La maison è prima di tutto un progetto sociale, ma è da considerarsi anche nell’ottica della silver economy: non si può dimenticare che nel 2050 più della metà della popolazione sarà costituita da over 60. Le donne poi, per troppo tempo sono state considerate “inutili” una volta finita l’età fertile. Bisogna sradicare lo sguardo discriminatorio che ha la società verso la donna. La vecchiaia in genere è ancora considerata come una patologia ma abbiamo il diritto di vivere una terza età intelligente. Perché una volta che si è libere da figli, lavoro, casa e famiglia, l’anzianità è a tutti gli effetti la stagione della libertà: ricamare e guardare la televisione non è di certo il modo migliore di viverla.

È merito di una piccola casa editrice, Derive Approdi, riproporre dopo quarant'anni l'album fotografico del gesto iconico delle lotte femministe. Nelle mani era custodito lo scandalo. Le dita ribelli annunciavano al mondo che le donne erano padrone: del corpo, della sessualità, della contraccezione. ...

Donneuropa
15 04 2014

Assomigliava alla figura creata da Mary Shepard per illustrare l’edizione originale di Mary Poppins. La postura impettita di chi marcia anziché camminare, il naso lungo leggermente all’insù, l’abbigliamento eccentrico e ben coprente, ideale per custodire i segreti. Di segreti, tata Maier ne aveva tanti. Ma uno, il più grande di tutti, è rimasto tale e l’ha portato con sé nell’aprile del 2009, quando è tornata da dove era venuta. Ad incipriarsi il naso su una nuvola, probabilmente.

Mentre si occupava dei bambini di diverse famiglie della Chicago bene, in cambio di una stanza con un buon lucchetto e uno stipendio modesto, Vivian Maier riscriveva nascostamente la storia della fotografia, collezionando qualcosa come centocinquantamila scatti, di grandissimo valore, che non ha mai mostrato a nessuno. Diceva di essere francese- e lo testimoniava con un accento artefatto, diceva a volte di chiamarsi Maier, altre Mayer o Meyer, Mayers o V. Smith, e questo era tutto quanto era dato sapere di lei.

Nessuno, d’altronde, si è mai interrogato oltre, a riprova del suo talento nell’arte di occultarsi con cura. Tutto quello che si conosce di una delle più grandi fotografe di strada del Novecento, accomunata ad artisti del calibro di Robert Frank o Diane Arbus, lo dobbiamo a John Maloof, un ventiseienne cui è capitato di comprare una scatola di negativi nella casa d’aste di fronte al suo appartamento e di ritrovarsi in mano un vero e proprio tesoro.

Maloof, che dev’essere una brava persona, si è sentito in dovere non solo di mostrare al mondo gli scatti di Miss Maier, ma anche di andare alla ricerca dell’essere umano dietro l’obiettivo. Purtroppo, si è deciso ad aprire la scatola e a sviluppare i primi negativi soltanto qualche anno dopo l’acquisto, ormai troppo tardi: Vivian se n’era andata, povera e sola, col suo segreto in petto, pochi mesi prima.

Non potendole offrire il guadagno che la diffusione delle fotografie gli ha portato, dopo il successo delle mostre di New York, Los Angeles, Londra, Parigi, Maloof le ha dato però quello che la babysitter di Chicago non aveva avuto in vita: una straordinaria notorietà e il riconoscimento mondiale del valore del suo sguardo. Se così facendo abbia realizzato il suo più recondito desiderio o l’abbia imperdonabilmente tradita, non si saprà mai.

Con l’aiuto del produttore e sceneggiatore Charlie Siskel, il giovane scopritore del tesoro segreto ha realizzato un documentario dal titolo Alla ricerca di Vivian Maier (Finding Vivian Maier), nel quale ha raccontato le tappe della sua indagine e intervistato le poche persone che l’hanno conosciuta. Tra queste, alcuni bambini di allora, oggi adulti, una vicina di casa e un fotografo di Saint-Bonnet-en-Champsaur, il borghetto delle Alpi francesi dove la donna andava in vacanza da ragazzina e dove è rimasto l’ultimo ramo di una famiglia che si è persa deliberatamente di vista al suo interno, per ragioni – guarda un po’- forse torbide e certamente segrete.

Ma i ricordi di queste persone, paradossalmente, non fanno altro che alimentare il mistero: chi era dunque veramente la tata con la Rolleiflex al collo? Un’artista all’avanguardia? Una donna traumatizzata, che odiava i maschi e soffriva di disturbi ossessivo-compulsivi? Perché, anziché al parco, portava i bambini a passeggiare nelle peggiori periferie della città, fotografando i poveri e gli ubriachi? A muoverla, era la compassione o il ribrezzo? E la sua passione per la cronaca nera, l’accumulo forsennato di giornali fino a far imbarcare il pavimento della sua stanza, come si spiega? Era davvero una spia? O soltanto una pazza, forse anche pericolosa?

Di certo c’è solo il suo straordinario talento, di cui peraltro era consapevole (come dimostrano alcune registrazioni), e l’altrettanto straordinaria volontà di tenerlo nascosto al mondo, al punto da soffocare la natura dominante della sua personalità, quella artistica e creativa, dietro la copertura di un lavoro punitivo e di un’esistenza anonima e stentata, che l’ha costretta ad una perenne lotta con la mancanza di denaro e ad un finale in miseria e solitudine.

Perché abbia vissuto recitando una parte, se abbia mai provato in qualche occasione ad essere o diventare se stessa, è un mistero destinato ad ammantare per sempre l’opera di Vivian Maier e a contribuire notevolmente al fascino del suo personaggio.

Come nel romanzo di P.L. Travers, dove si narra che tutti furono felici quando la nuova bambinaia, strana, brusca e imprevedibile, si trasferì al numero 17 di viale dei Ciliegi, “ma nessuno sapeva cosa ne pensasse Mary Poppins, perché lei non diceva nulla a nessuno”, Vivian Maier era il personaggio di un romanzo in cerca d’autore, la protagonista di una vita “da cinema”, che ora ha finalmente il suo film.

Perché le femministe dovrebbero ascoltare le/i sex worker

  • Giovedì, 09 Gennaio 2014 12:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

Intersezioni
09 01 2014

“I/Le sex worker si trovano spesso di fronte a preconcetti radicati, per via dei quali se non divulghiamo le nostre storie tragiche e le esperienze umilianti che abbiamo affrontato, corriamo il rischio di non essere credut* da molte persone appartenenti al movimento femminista. E’ ora di finirla, perché non vogliamo mettere in scena il nostro ‘porno tragico’ a vostro beneficio”, scrive Elena Jeffreys.

Discorso tenuto da Elena Jeffreys, Presidente Nazionale di Scarlet Alliance, alla conferenza Feminist Future organizzata a Melbourne, Australia, il 28-29 maggio 2011, nell’ambito della discussione “L’importanza del femminismo”.

Scarlet Alliance è un’associazione di rilevanza nazionale formata da sex worker e organizzazioni di sex worker australian*, aperta alla partecipazione di tutt* i/le sex worker, passat* e presenti. Scarlet Alliance incarna oltre due decenni di storia di organizzazione formale tra pari in Australia, ed è formata da diversi collettivi di sex worker in tutto il paese.

Questi collettivi sono attivi nel campo della sensibilizzazione, sviluppo di comunità, promozione della salute, prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e HIV, sostegno alle persone colpite dalle politiche anti-traffico , sostegno per quanto riguarda rapporti di lavoro, giustizia economica e finanziaria, diritto alla casa, assistenza sociale, rinvii giudiziari e di polizia, salute e politica dei diritti umani – oltre 20.000 occasioni di erogazione di servizi diretti a sex worker in Australia ogni anno – e sono parte dell’associazione al fine di garantire che tutte queste informazioni si trasformino in potenti messaggi di rappresentanza a livello nazionale. In occasioni come questa.

Prendiamo molto seriamente la nostra attività di informazione, organizzazione, attivismo e politica da/per sex worker. Non è per noi uno scherzo. Non è indulgenza accademica. L’attivismo delle/i sex worker non è un percorso volto alla carriera. E’ volontariato: nessuno ci paga per essere qui. Non siamo qui per promuovere le nostre carriere e non stiamo cercando di riabilitare lo stigma che sopportiamo nella nostra vita di sex worker o di professionalizzare il nostro curriculum facendo attivismo.

L’attivismo non è una scusa per evadere dalla discriminazione che affrontiamo giorno dopo giorno in quanto sex worker. Il nostro attivismo per i/le sex worker potrebbe anche essere chiamato organizzazione del lavoro, perché senza di esso non avremmo alcun diritto. Tutto quanto le/i sex worker hanno ottenuto in termini di condizioni di lavoro, dignità, salute e accesso ai servizi, lo abbiamo ottenuto perché abbiamo lottato per noi stess*.

Credete a ciò che dico?

Ho la responsabilità, in quanto Presidente Nazionale della Australian Sex Workers Association, di comunicarvi il messaggio politico delle/dei sex worker.

Alcune persone, all’interno del movimento femminista, hanno etichettato quell* di noi che sono coinvolt* nel movimento per i diritti delle/i sex worker come “privilegiat*” e “prostitut* allegr*”, incapaci di comprendere i disagi che le/gli altr* sex worker affrontano.

Non date per scontato nulla delle/i sex worker che incontrerete alla conferenza di Scarlet Alliance questo fine settimana. Non date per scontato nulla sulle/i sex worker incontrat* su Facebook , nei media, e che si dedicano all’attivismo. Non date per scontato che non siamo stat* vittime di violenza, discriminazione, allontanamento dalla famiglia, abuso, violenza, pessime condizioni di lavoro, violenza domestica, povertà, corruzione della polizia o criminalità. Siamo persone, come voi, che hanno affrontato tutto ciò che nel corso di una vita affronta qualsiasi individuo. Ma, in quanto sex worker, affrontiamo anche preconcetti radicati, il che significa che se non condividiamo con voi le storie tragiche e le esperienze umilianti che abbiamo affrontato, corriamo il rischio di non essere credut*.

Questo è ciò che noi chiamiamo il “porno tragico”: un desiderio, nel movimento femminista, di ascoltare storie tragiche di disagio delle/i sex worker, e quando non lo accontentiamo, ci troviamo ad affrontare l’accusa di nascondere la “verità” sul sex work. Ad esempio, quando parliamo dell’assenza di incidenti relativi alla questione del traffico nell’industria del sesso, siamo accusat* di non riconoscere le condizioni di vita delle/i sex worker migranti. O quando presentiamo statistiche reali sul consumo di droga nell’industria del sesso, ci viene detto che stiamo ignorando o mentendo sul consumo di droga nel lavoro sessuale. Ci si aspetta che ‘mettiamo in scena’ una pornotragedia stereotipata per il pubblico delle femministe, e quando non ci stiamo, non veniamo prese sul serio.

Beh, sto per dirvi qualcosa che potreste non aver preso in considerazione. Non vogliamo recitare per voi.

Non dovremmo usare occasioni come questa come forma pubblica di counselling, o momento di sfogo per le difficoltà della nostra vita, allo scopo di convincervi quando diciamo che esigiamo i nostri diritti umani.

E non vogliamo che la comunità femminista si aspetti, ricompensi, o applauda una persona quando si lascia andare a descrivere tutte le esperienze negative che ha sopportato nella propria vita. Le persone che hanno realmente bisogno di counselling e sostegno per elaborare i propri traumi esistenziali non sono tenute a mostrarveli al fine di accedere ai diritti umani di base, assistenza o giustizia.

Se non credete a ciò che vi diciamo solo perché non vi mostriamo le nostre tragedie, allora siete parte di un circo malato, nel quale le/i sex worker rappresentano una forma di intrattenimento non consensuale.

Le/i sex worker non sono qui per questo. Siamo qui per sostenere la nostra battaglia, e chi non riesce a capirlo si è spostato qui accanto, perché non vogliono vederci vivere la nostra vita traboccanti di forza. [NB: la conferenza Feminist Futures si era divisa sull’argomento: Sheila Jeffreys e altre femministe radicali avevano affittato uno spazio per proseguire con quella che chiamavano la "vera" conferenza femminista, in segno di protesta contro le/gli attivist* pro sex work /pro trans invitat* all’ultimo momento].

Dunque, perché un gruppo di femministe si sente minacciato a tal punto dalle/i sex worker che affrontano energicamente le proprie vite? Beh, la risposta più semplice è che i/le ‘salvator*’ aumentano il proprio prestigio rendendo noi vittime e loro stess* salvator*. Non è una novità, è un fenomeno noto a partire dalla metà del XIX secolo, ai tempi rappresentò la via attraverso la quale molte donne di classe media sfuggirono dalla casa per entrare a far parte della vita pubblica nelle democrazie occidentali, tra cui anche l’Australia. Senza le Puttane Maledette non vi era alcuna necessità della Polizia Divina – le femministe che affermavano di essere la salvezza delle/i sex worker trovarono la fama, vennero celebrate, influenzarono le politiche ed ebbero voce in capitolo in Australia nel corso degli ultimi due secoli. A nostre spese.

Quell* tra voi impegnat* nelle organizzazioni della ‘salvezza’ , devono ammettere che a ‘salvare’ si ottiene privilegio. Posizionandosi nel ruolo di chi aiuta le/gli altr* si ottiene un ruolo nella società, che senza ‘vittime’ semplicemente non esisterebbe.

Questo è il motivo per il quale Scarlet Alliance sostiene una forma di educazione tra pari nel campo del sex work. Un approccio critico che vede le/ i sex worker sostenersi reciprocamente e autonomamente. Questo è il motivo per il quale sosteniamo le organizzazioni delle/i sex worker. Organizzandoci in maniera critica per noi stess*.

Questo è il motivo per cui non reciteremo la ‘nostra tragedia’ per voi. Perché per vivere la nostra vita con forza, è necessario che ci accettiate al nostro meglio. Vogliamo che il movimento femminista la smetta di punirci per la nostra forza, gratificarci per il nostro dolore, guadagnare privilegio alle spalle delle nostre esigenze, e vogliamo che ci ascolti quando parliamo. Noi continueremo ad alzare la voce per i nostri diritti e voi dovrete ascoltarci.

Perché chi nega la nostra esperienza , nega la nostra esistenza. Combattiamo già pessime leggi, non abbiamo anche bisogno di combattere metà della comunità femminista australiana.

Elena Jeffreys è Presidente di Scarlet Alliance. Articolo originale qui.

Feminoska

Quel che le femministe fanno

  • Lunedì, 16 Settembre 2013 12:33 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lunanuvola's blog
16 09 2013

(“The Feministing Five: Pramila Jayapal”, di Suzanna Bobadilla per Feministing, 14.9.2013, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Solo poche ore dopo essere uscita di prigione, dov’era finita per una dimostrazione che chiedeva al Parlamento statunitense di muoversi sulla riforma delle leggi sull’immigrazione, Pramila Jayapal – femminista ed attivista – ha rilasciato quest’intervista. Pramila è da anni una leader nella lotta per la riforma, avendo fondato la più grande associazione di immigrati dello stato di Washington nel 2001: OneAmerica. Di recente ha ricevuto un riconoscimento dalla Casa Bianca come “Campione del cambiamento” e co-dirige “We Belong Together: Women for Common-Sense Immigration Reform”, la campagna che intende ricordare come donne e bambini costituiscano i tre quarti degli immigrati negli Stati Uniti e come portino il fardello dei fallimenti del sistema che regola l’immigrazione.

Suzanna Bobadilla: Puoi descriverci l’ultima azione di We Belong Together? C’è stato qualche momento particolarmente significativo?

Pramila Jayapal: L’azione di ieri intendeva attirare l’attenzione sul coraggio delle donne migranti e sui contributi che esse forniscono ogni singolo giorno. Fanno funzionare l’economia, tengono insieme le loro famiglie, sostengono le loro comunità, eppure devono vivere nell’ombra e con il peso di un sistema che non funziona. Vogliamo far capire alla gente che donne e bambini sono la vera faccia dell’immigrazione, costituendo circa il 75% di tutti gli immigrati negli Stati Uniti. Troppo spesso non se ne parla in questo modo.

Abbiamo anche chiesto al Congresso che dimostrasse lo stesso coraggio, portando al voto una legge sull’immigrazione equa e umana. Abbiamo visto una legge passare al Senato e abbiamo lavorato duramente affinché le donne fossero incluse in quella legge. Ora langue nelle mani della leadership repubblicana al Parlamento, perché non hanno il coraggio di mandarla avanti. Noi abbiamo mostrato loro che aspetto ha il coraggio, con 105 donne che si sono fatte volontariamente arrestare, incluse le 22 migranti senza documenti.

Un momento davvero potente è stato il guardare il cerchio di donne che avevamo formato, sapendo che ognuna di noi si assumeva dei rischi, ma che c’erano 22 donne in particolare che se ne assumevano molti di più. Mi viene la pelle d’oca a pensarci, perché è stato uno di quei momenti in cui vedi le donne riunirsi al di là di razze, etnie, status. E’ stato un momento di completo potere e di completo essere insieme che abbiamo reclamato a quell’intersezione (Ndt: il cerchio di donne sedute bloccava l’accesso ai parlamentari). E potevi vederlo chiaramente in ognuna. Cantavano o stavano sedute quietamente, ma c’era questo sorgere di potere attraverso il cerchio mentre mostravano al Congresso com’è avere coraggio e agire per il bene di milioni di persone in tutto il paese.

Suzanna Bobadilla: Centocinque donne, è un grosso numero. Puoi dirci di più delle donne che hanno scelto di rischiare l’arresto?

Pramila Jayapal: Siamo in questo posto da parecchi anni. Siamo allo stesso tempo vicinissime e lontanissime. Ci ripetono di continuo che non è il momento giusto per sollevare la questione. Subito dopo le elezioni sembrava che fosse arrivato questo momento giusto, la riforma è salita in cima alle agende di tutti, ma ci sono voluti quasi sette mesi perché una legge passasse al Senato. Ora ci dicono che siamo troppo vicini alle elezioni di medio termine del prossimo anno, e che potremmo non avere l’opportunità di smuovere la riforma dell’immigrazione. Da quando Obama è stato eletto ci sono già state due milioni di persone deportate e il fatto è che queste deportazioni stanno aumentando. Noi le maneggiamo sul campo, ogni giorno, perché donne e bambini ne vedono gli effetti sulle proprie vite. Perciò, le dimostranti di ieri erano mosse dall’urgenza che provano, perché noi sappiamo che c’è necessità di avere la riforma quest’anno. Ci sono questi momenti, in cui senti che la posta in gioco è così alta, e sei pronta.

Suzanna Bobadilla: C’è una conversazione che continua, sulle intersezioni fra razza/etnia e femminismo. Tu come vedresti un movimento femminista più inclusivo?

Pramila Jayapal: Questa è una delle cose che mi entusiasmano di più. Io sono una femminista, molto orgogliosa di essere tale, e ho beneficiato dall’avere guide femministe durante gli anni. Sono anche un’attivista per i diritti dei migranti e dirigo una delle più grandi organizzazioni di migranti da dodici anni. In questo periodo, ho notato che la maggioranza dei nostri membri e dei nostri leader all’interno del movimento per i diritti degli immigrati sono donne, ma non abbiamo mai avuto davvero l’opportunità di pensare ad un’analisi femminista/di genere. Ho anche notato che le tradizionali organizzazioni di donne non avevano in se stesse tutte le diversità che io sentivo avrebbero dovuto avere per rappresentare anche me, come donna e femminista. Penso veramente che la riforma dell’immigrazione sia un’opportunità per introdurre queste diversità nel movimento delle donne e per assicurarci di creare leader attraverso tutte le nostre razze ed etnie.

Noi donne non pensiamo in modo settoriale: facciamo molte cose diverse che ci rendono forti. Per esempio, la salute riproduttiva è una questione importante, ma non è la sola. Per molte delle nostre socie, è impossibile persino pensarci sino a che temono ogni giorno di essere deportate. Penso che azioni come quella di ieri siano occasioni per costruire connessioni. E’ stato un onore e un piacere avere con noi Terry O’Neil di NOW, Jodie Evans di Code Pink e Rea Carey del National Gay and Lesbian Action Fund.

E’ stato un onore avere queste donne leader che lo capiscono, che vogliono fare queste connessioni, e lo mostrano, facendosi arrestare e dimostrando che non sono solo parole. Dalla parte delle donne senza documenti ci sono stati momenti assai significativi, come quando una di loro ha detto di essersi sempre considerata una femminista, ma che spesso non sapeva se era una “vera” femminista agli occhi di quelle riconosciute per tali. C’è stato questo bellissimo essere insieme.

Suzanna Bobadilla: Le nostre lettrici come possono essere coinvolte?

Pramila Jayapal: Sarebbe meraviglioso se potessero andare su http://www.webelongtogether.org/

C’è una petizione che possono firmare e possono iscriversi alla nostra mailing list. Se siete attive in una particolare area degli Usa e volete formare un gruppo di donne che rilasci una dichiarazione su come la riforma dell’immigrazione sia essenziale all’eguaglianza delle donne, non vediamo l’ora vi mettiate in contatto con noi! Fatecelo sapere, perché siamo pronte a sostenervi. Abbiamo materiali e documentazione. Questo è un movimento per ogni donna, non per poche persone. Vogliamo l’energia che viene dal basso e saremo entusiaste di lavorare con chiunque percepisca questo potere e voglia parteciparvi.

Suzanna Bobadilla: Stai per andare su un’isola deserta e puoi portare con te un cibo, una bevanda e una femminista. Cosa scegli?

Pramila Jayapal: (ride) Un cibo: dev’essere per forza lenticchie e riso. Khichdi è il nome della nostra combinazione indiana che fa dei due cibi uno. E’ cibo che mi conforta, perché io sono un’immigrata dall’India e mi fa pensare alla mia famiglia. La mia bevanda sarà solo acqua, dopotutto sono su un’isola deserta e devo sopravvivere. Amo l’acqua, e ho capito quanto la desideravo ieri, in prigione. La mia femminista: Sojourner Truth. Ho per lei un’ammirazione incredibile, la rispetto e la onoro. Penso che insieme faremo di quell’isola deserta un posto bellissimo, verde e dolce, perché questo è ciò che le femministe fanno: trasformano cose aride in ambienti salutari, ricchi, vivi.

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