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Io infiltrato dentro La Mecca

Faccio il fotografo e sono musulmano, o almeno così risulta la mia identità. Due buone ragioni per osare e sfidare ciò che è tassativamente vietato: fotografare la Sacra Moschea della Mecca. Se è difficile svolgere il mio lavoro in Arabia saudita, è pressocchè impossibile nel luogo più sacro dell'Islam. La polizia religiosa tollera al massimo i selfie con i cellulari, tentazione a cui pochi pellegrini riescono a resistere. Ma è inflessibile se si tratta di apparecchiature professionali. [...] Ci vuole una buona dose di coraggio, e anche un pò di incoscienza, per sfidare il proibito. Anche la convinzione di farlo per una buona causa: nel caso, mi sembrava importante raffigurare la meta finale di un viaggio che milioni di persone affrontano ogni anno per devozione.
Ziyah Gafic, l'Espresso ...

Obiettivo Donna 2015, lo sguardo al femminile

  • Venerdì, 06 Marzo 2015 14:41 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
l'Espresso
06 03 2015

Tre mostre e diversi appuntamenti, dal 6 marzo al 2 aprile a Roma, per la decima edizione di Obiettivo Donna. La rassegna ideata e prodotta da Officine Fotografiche e a cura di Emilio D'Itri, vuole rendere omaggio alla produzione fotografica femminile.

Tre le protagoniste dell'edizione 2015: Francesca Cao, Liliana Ranalletta e Marina Rosso, nei rispettivi progetti Temporary Life, Di Mastri e di botteghe, e The Beautiful Gene.

In "Temporary Life", Francesca Cao, con la curatela di Irene Alison/DER LAB, intraprende un percorso di mappatura del Paese, alla ricerca dei residui dei terremoti passati, delle ferite rimaste aperte, delle architetture dell’emergenza, delle ricostruzioni tentate e di quelle mancate, che hanno segnato il paesaggio post sismico anche nei modi e nelle forme del vivere delle comunità colpite.

Liliana Ranalletta nel progetto "Di mastri e di botteghe", percorre i vicoli romani alla ricerca dei mestieri antichi. L'operazione di mappatura attraverso la fotografia è ancora più esplicita nei ritratti di Marina Rosso in "The Beautiful Gene", progetto prodotto da Fabrica (Benetton), prndendo spunto dalla notizia secondo cui nel 2011 la banca del seme più grande del mondo ha smesso, per un certo periodo, di accettare donatori dai capelli rossi perché non richiesti dalle donne. La fotografa ha intrapreso un viaggio di sei mesi attraverso l’Europa alla ricerca di uomini e donne portatori di questa caratteristica genetica.

Inside Kobanê. La parola alle immagini

  • Giovedì, 05 Marzo 2015 11:45 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
05 03 2014

Se fosse un altro posto, un qualunque altro posto, quelle strade piene di macerie, cadaveri e resti umani, sarebbero la cosa più simile all’inferno che si può immaginare sulla terra. Quattro italiani della Campagna Rojava Calling hanno varcato la frontiera turca e trascorso alcuni giorni a Kobanê. Poi hanno preferito far raccontare quei giorni alle immagini invece che alle parole, perché le parole a volte non bastano e spesso finiscono per annegare nella retorica. Un tentativo di restituire la verità della Rojava in una città che guarda il mondo con un punto di vista molto originale, quello di una rivoluzione possibile difesa quartiere per quartiere, anzi metro per metro.

Abbiamo preferito le immagini alle parole. Cinque giorni dentro Kobane sono abbastanza per scegliere un altro punto di vista sul mondo. Quello della rivoluzione possibile. Questo e’ il motivo per cui abbiamo paura della retorica e non riusciamo ad immaginare un testo in grado di contenere tutto quello che abbiamo vissuto correndo oltre il filo spinato per oltrepassare quella maledetta frontiera, con luci e fucili dell’esercito turco puntati alla schiena. Se fosse un altro posto, un qualunque altro posto, quelle strade piene di macerie, cadaveri e resti umani, sarebbero la cosa più simile all’inferno che si può immaginare sulla terra.

E invece la libertà, così difficile da immaginare realizzata per noi che abbiamo perso il sapore della conquista, ha trasformato quel disastro in nuove fondamenta. Sola come durante la guerra, Kobane lentamente si sta rialzando sulle proprie gambe e giorno dopo giorno raccoglie le migliaia di abitanti che aveva messo al sicuro a Suruç e che ora sono pronti a ricominciare dove il Daesh li aveva violentemente interrotti. Non siamo giornalisti. Siamo parte di un progetto collettivo, Rojava calling, che da mesi supporta e sostiene questa esperienza. Quello che raccontiamo e’ un tentativo di restituire la verità della Rojava anche attraverso l’atrocità del conflitto.

Sappiamo che la densità e l’intensità degli incontri e delle esperienze che abbiamo vissuto in questi giorni sono state un privilegio che dobbiamo ai fratelli e alle sorelle che abbiamo lasciato oltre il confine e che ci hanno accompagnato instante dopo istante. Abbiamo battuto quartiere per quartiere la città distrutta, addentrandoci tra i passaggi segreti che i combattenti e le combattenti hanno aperto tra i palazzi per non esporsi mai ai cecchini dell’Isis. Quegli stessi varchi grazie ai quali metro dopo metro i compagni hanno riconquistato la città. Siamo saliti fino alla cima della collina che oggi porta il nome di Arin Mirkan sulla quale è stata issata l’immensa bandiera che ha sancito la liberazione. Abbiamo chiacchierato con i combattenti e le combattenti dello YPG e YPJ di resistenza, pratiche rivoluzionarie, strategie di smantellamento della mentalità patriarcale, capitalismo e liberazione.

Abbiamo assistito alla prima riunione ufficiale dei tre cantoni che hanno scelto quel teatro apocalittico per discutere insieme non solo della ricostruzione di Kobane, ma pure del futuro della rivoluzione del Rojava. Abbiamo attraversato il cuore di una città senza moneta, che durante la guerra non ha mai smesso di produrre pane e garantire sopravvivenza a chi era rimasto in città. Abbiamo lavorato fianco a fianco ai ragazzi del media center, quei ragazzi che durante la guerra sono rimasti dentro Kobane per raccontare al mondo quello che accadeva istante dopo istante. Ma soprattutto di questi giorni non scorderemo mai la ricchezza delle discussioni politiche fatte al calar della sera davanti a un chai con alcuni protagonisti di questa rivoluzione di cui abbiamo promesso di cancellare volti e nomi.

Non dobbiamo dimenticare che Kobane, la Rojava, il confederalismo democratico sono il risultato di un esperimento praticato negli ultimi decenni da un’organizzazione, il Pkk, che oggi ancora viene accostata al terrorismo e costretta alla clandestinità. Tutte queste cose vanno tenute assieme perché Kobane non diventi solo una bandiera da sventolare ma una pratica che mira alla riproducibilità e alla moltiplicazione. Tutto il mondo e’ in debito con questa rivoluzione. Kobane, la sua gente e la sua resistenza sono patrimonio dell’umanità.

Rojava Calling

Lesbica non è un insulto

  • Giovedì, 26 Febbraio 2015 15:48 ,
  • Pubblicato in Flash news

Circolo Mario Mieli
26 02 2015

In Italiano esistono tantissime parole, molte di origine dialettale, per offendere un omosessuale maschio. Per le donne omosessuali, invece, basta dire lesbica. Ciò accade perché, nel nostro paese, l’immaginario legato alle donne che amano altre donne è del tutto distorto, oppure assente. Le lesbiche possono essere creature o molto brutte e molto mascoline (quindi non desiderabili dagli uomini), oppure le protagoniste di tantissimi film porno, dove – ovviamente – arriva il maschio di turno a insegnare loro cos’è davvero il sesso (quindi, lesbiche a tempo determinato).

E in questo triste scenario, fatto di stereotipi e di distorsione della realtà, una giovane fotografa torinese Martina Marongiu ha realizzato “Lesbica non è un insulto”. Si tratta di 12 scatti in cui i corpi delle modelle diventano una tela dove vengono scritte le risposte a quelle frasi che ogni lesbica si sente tatuare addosso nel momento in cui scopre il proprio orientamento sessuale. «In questo modo, i corpi diventano degli strumenti per lanciare un messaggio semplice e diretto», ci ha spiegato Martina Marongiu.

Il lavoro è nato dal confronto con le ragazze che hanno posato, Fabiana Lassandro, Dunja Lavecchia, Letizia Salerno, Morena Terranova, «abbiamo scelto le frasi insieme. E la domanda di partenza era “qual è il pregiudizio che ti senti più addosso?”». E così sono nate alcune delle scritte sui corpi delle modelle: “Non tutte le lesbiche hanno i capelli corti”, “Con lei tocco il cielo con due dita”, “Non cercare chi fa l’uomo”, “Amo le donne non odio gli uomini”, “Sono lesbica e non è una fase”, “Non ostento, esisto”.

Il progetto, nato nel 2013, è stato finora portato in giro soprattutto nel Nord Italia, in diversi contesti, sia LGBT che non. Uno dei più importanti è stato Paratissima, mostra di arte contemporanea torinese, con più di 600 espositori, dove Lesbica non è un insulto si è classificato tra i primi 15. «Ad ogni esposizione lasciamo il libretto dei commenti, dove chi vuole può esprimere il proprio parere. E alcuni sono incredibili, oltre a chi ci sostiene, ci sono persone che criticano i riferimenti al sesso, del tipo, “la storia delle due dita ve la potevate evitare”, “volete comunicare o sedurre?”, oppure, e spesso sono gli uomini, chi considera le foto troppo“provocanti”».

In effetti, i corpi rappresentati in Lesbica non è un insulto non sono né asessuati, né asettici, «la mia intenzione era realizzare delle belle immagini, non immagini mediocri o immagini bruttine. Tutte e cinque le modelle hanno banalmente un bel fisico, e sono così, non le ho neanche modificate con Photoshop».

Quest’inverno è partito il crowdfounding per il progetto, che si è chiuso pochi giorni fa con successo, «molte associazioni ci avevano chiesto di portare le foto in giro per l’Italia – ha spiegato Martina Marongiu – ma spesso era difficile avere un rimborso spese. Così, con i soldi del crowdfounding, possiamo partire in tour, prima tappa a marzo, a Torino, circolo Mourice, poi Genova, Reggio Emilia, e in Toscana. Inoltre vogliamo ristampare le foto».

Lesbica non è un insulto, però, non si ferma qui. «Grazie al NoStrano Festival – ci ha raccontato Martina Marongiu – abbiamo conosciuto le Badhole. E le prossime modelle saranno proprio loro». E allora non ci resta che aspettare per vedere il risultato di quest’incontro con le autrici e registe di Re(l)azioni a catena, che di sicuro sarà molto, molto interessante.

Potete trovare Lesbica non è un insulto su Facebook, Instagram e sito web.

Corriere della Sera
13 02 2015

Lo scrivano, il lazzarone, il lustrascarpe sono termini che appartengono alla nostra memoria, figure ormai scomparse che molti di noi non hanno mai neanche sentito. Eppure fanno parte della nostra memoria al pari di re e presidenti, di quella storia della quotidianità che ha avuto un posto di rilievo nella storiografia ufficiale solo grazie a fotografi, pittori e scrittori illuminati.

Tra essi emergono i fratelli Alinari, Giacomo Brogi, Giorgio Sommer ma anche Robert Rive, Giorgio Conrad e Gustave Emile Chauffourier, fotografi che a cavallo tra Ottocento e Novecento hanno viaggiato nel nostro Paese per cogliere l’essenza quotidiana di un’Italia appena nata e mai impressa prima su pellicola.

Ecco quindi che il maccheronaio, la pastiera, il carretto siciliano e il mercato del tonno di Palermo si trasformano da oggetti in soggetti e posti al centro di ritratti che oggi riemergono grazie al web.

Da oggi infatti parte dell’Archivio Alinari è entrato all’interno del Google Cultural Institute, la piattaforma tecnologica sviluppata da Big G per promuovere e preservare la cultura online. Primo passo dell’accordo è la mostra digitale «Antichi mestieri e costumi d’Italia fotografati tra il 1860 e il 1900», un repertorio di 50 scatti di cui il Corriere della Sera pubblica in esclusiva le prime quindici foto. Un viaggio nel tempo per ricordare, sorridere e conoscere un mondo che non c’è più. Il nostro.

Alessio Lana

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