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Un altro genere di comunicazione
21 05 2014

Ci sono posti dove i sogni diventano realtà. La fotografa Lindsay Morris ha deciso di riprendere questo luogo, un Camp dove i bambini tra i 5 e i 12 anni, la cui identità di genere non corrisponde con il genere biologico, possono fare ciò che più gli piace senza essere insultati e senza essere vittime di bullismo. “You Are You”, il nome di questa raccolta che si può trovare sul sito della fotografa.

La didascalia che si presenta con le foto è la seguente:

Questo progetto documenta le esperienze di bambini dal genere non-conforme o transgender durante un weekend nel camp. Il Camp You Are You (il cui nome è stato cambiato per proteggere la privacy dei partecipanti) offre un rifugio sicuro dove i ragazzini dal genere fluido posso esprimere liberamente la loro interpretazione di femminilità insieme ai loro genitori, fratelli e sorelle. Queste immagini rappresentano lo spirito dei bambini felici in un ambiente accogliente. Qui possono seguire la loro natura senza la sensazione di doversi guardare alle spalle.
La fotografa ha fatto partire una raccolta fondi su Kickstarter per poter pubblicare un libro con la storia di questi bambini e le loro foto. Il suo obbiettivo iniziale di 35 mila dollari è stato ampiamente sorpassato, alla chiusura della raccolta è riuscita a superare i 41mila dollari. I soldi restanti serviranno per un’esposizione itinerante.

Durante l’intervista rilasciata all’Huffington Post Lindsay ha affermato:

Spero che questo progetto dimostri come queste persone siano uguali a tutti gli altri, ai genitori che li sostengono. Che tutti i bambini, indipendentemente da come si indentificano, non devono solo essere accettati, ma celebrati, modo da poter vivere una vita lunga, felice e appagante.
Ora la domanda è questa: a quando il primo Camp You Are You in Italia?

"Ti prego dammi un bacio", il fotoprogetto della gentilezza

  • Giovedì, 08 Maggio 2014 10:38 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

la Repubblica
08 05 2014

Una bambina di quattro anni che distribuisce baci a pupazzi, manifesti, giostre e anche all'omino di McDonald's per far passare un messaggio: "Le più importanti diatribe di questo mondo potrebbero essere risolte con un bacio, un gesto che appiana anche le più grandi divergenze".

E' questo il leitmotiv della serie "Kiss me please" del fotografo giapponese Toyokazu Nagano che, ha ammesso, con l'aiuto della figlia vorrebbe davvero riuscire a portare la pace nel mondo.

Virginia Della Sala

È un reportage senza limiti di tempo. C'è l'arrivo al porto di Beirut della nave Canguro Bianco su cui viaggiano i parà, c'è la calce sulla fossa comune che raccoglie i cadaveri della strage di Sabra e Chatila, ...
"La fotografia è l'azione immediata. Il disegno, la meditazione. Nel primo caso, si tratta dell'impulso spontaneo di una continua attenzione visiva. Nel secondo caso, l'azione del disegnare elabora quello che la nostracoscienza ha potuto afferrare di quell'istante". ...

Un anno dopo il disastro

Internazionale
24 04 2014

Il 24 aprile 2013 in Bangladesh, nel distretto industriale di Savar, a 15 chilometri dalla capitale Dhaka, è crollato un palazzo di otto piani.

La struttura, chiamata Rana Plaza, ospitava cinque fabbriche tessili che costruivano vestiti anche per aziende occidentali.

Nell’incidente 1.130 persone hanno perso la vita, mentre circa 2.500 sono state tratte in salvo.

I superstiti spesso hanno danni fisici che non gli consentono di lavorare e fanno fatica a sopravvivere. Dopo l’intervento del governo e di alcune organizzazioni non governative e associazioni benefiche, a dicembre 2013 l’Organizzazione internazionale del lavoro ha annunciato che alcuni marchi internazionali di distribuzione, produttori e gruppi di lavoratori hanno accettato di collaborare per costituire un fondo di 40 milioni di dollari per la vittime. Finora però sono entrati nel fondo solo 15 milioni di dollari. Prima del 24 aprile 2014 ogni superstite del crollo avrebbe dovuto ricevere l’equivalente di 640 dollari di risarcimento.

Il crollo del Rana Plaza è stato il più grave incidente mai avvenuto in una fabbrica dal disastro di Bhopal, in India, del 1984.

In questa foto: Nilufar Yesmin, 36 anni, a Savar, il 21 aprile 2014. Nilufar non può lavorare a causa dei danni alla colonna vertebrale, ma non ha ricevuto risarcimenti.


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