Traumi psicologici infiniti per i bambini

  • Venerdì, 10 Luglio 2015 06:51 ,
  • Pubblicato in La Denuncia

Banksy-bambinaEleonora Pochi, Il Manifesto
9 luglio 2015

"La guerra più devastante per la Striscia di Gaza" come viene definita dai palestinesi, ha provocato un tragico deterioramento del benessere psicofisico di adulti e minori. Circa il 98.3% dei bambini presenta sintomi riconducibili ad una diagnosi si PTSD (Post Traumatic Stress Disorder)....

banksyGaza, un anno dopo. La tragedia continua. Un anno fa, l'8 luglio 2014, iniziava la terza guerra nella Striscia, e il mondo riscopriva l'orrore e la paura. [...] Gaza, un anno dopo. Radiografia di una tragedia chiamata "normalità".
Umberto De Giovannangeli, l'Unità...

Gaza un anno dopo: la generazione perduta

  • Mercoledì, 08 Luglio 2015 13:59 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
08 07 2015

È passato un anno dall’inizio dell’ultimo conflitto a Gaza, i due mesi di violentissimi scontri seguiti al lancio dell’operazione israeliana “Protective Edge” terminati con oltre 2.000 vittime (di cui 1.600 civili) e più di 11.000 feriti. Molte cose sono accadute nella Striscia, dove Hamas sta cercando di uscire dall’isolamento da un lato riallacciando complicati contatti con Israele che alleggeriscano il blocco economico (mal digeriti da Ramallah) e dall’altro sfidando la minaccia islamista dentro casa. Molte cose sono accadute anche nella regione, con l’Egitto del presidente Sisi alla guerra contro gli jihadisti del Sinai, le milizie del Califfato fattesi minacciose nel Golan ormai strappato ai governativi di Assad, l’avvicinamento tattico tra Israele e Golfo (Arabia Saudita) in preoccupatissima funzione anti Iran. Molte cose sono accadute ma la vita di Gaza è rimasta alle macerie dell’estate scorsa.


L’ultimo rapporto di Oxfam lancia l’SOS per una crisi dimenticata e per i suoi giovani senza futuro (o magari, anzi magarissimo, con un futuro nel radicalismo). “La generazione perduta” passata al setaccio da Oxfam langue in una terra dove la disoccupazione tra gli under 24 anni è schizzata al 67,9%, il 40% dei laureati vegeta senza alcun impiego, 300 mila ragazzi sono bisognosi di assistenza psicologica (oltre alla guerra, l’ennesima nel ciclo che si ripete biennalmente, hanno alle spalle 8 anni di blocco economico e della circolazione), l’80% della popolazione è dipendente dagli aiuti internazionali.


Secondo le stime, al ritmo attuale e con il blocco in vigore, ci vorranno più di settant’anni per ricostruire tutte le abitazioni distrutte un anno fa. Alcuni edifici sono stati danneggiati ma nessuna delle oltre 19 mila case abbattute dai bombardamenti è stata rimessa in piedi così come in macerie restano 20 scuole, ospedali, cliniche. Nelle settimane scorse, quando si è parlato di negoziati dietro le quinte tra Hamas e Israele, si è intravisto un allentamento del blocco, ma la strada è parecchio in salita considerando che, a detta della Banca Mondiale, il PIL di Gaza è crollato di 3,9 miliardi di dollari e che l’economia fa i conti con un settore edile ridimensionato (il mercato delle costruzioni è sceso di oltre il 50%), la produzione agricola diminuita del 31% solo nell’ultimo anno, lo stipendio (per chi ce l’ha) sceso del 15%.


Il quadro è fosco. E, sullo sfondo, il fragile cessate il fuoco (che per ora tiene) viene continuamente sfidato (nell’ultimo anno si sono contati sei razzi palestinesi lanciati verso Israele, oltre a circa 170 lanci di prova, 700 incidenti di fuoco israeliano verso Gaza e parecchi segnali allarmanti). I giovani di Gaza guardano come tutti l’orizzonte ma nella migliore delle ipotesi ci vedono.

«La vita è bella qui, non riesco a credere che solo un anno fa ero nel mezzo della guerra, mi diverto, la vita è molto cara ma vivo» racconta da New York la ventenne palestinese Mariam. Ha lascito Gaza sei mesi fa ed ha ottenuto lo status di rifugiato. Si è lasciata alle spalle gli amici, la casa in cui sognava di scappare, i suoi primi vent’anni. Non si volta indietro perché, dice, dietro è rimasto tutto come ieri.

Quindici giovani gazawi raccontano l’orrore di Piombo Fuso

  • Mercoledì, 08 Luglio 2015 11:36 ,
  • Pubblicato in Flash news

Frontiere news
08 07 2015

Gaza Writes Back è una raccolta di ventitré racconti, tanti quanti i giorni dell'operazione Piombo Fuso dell'occupazione israeliana a Gaza, di quindici giovani palestinesi della striscia di Gaza

“Gli autori e le autrici hanno poco più di vent’anni e anche se nelle loro vite riecheggiano bombe, proiettili e i programmi di Israele di annientarli, le loro storie ci insegnano cosa voglia dire avere uno spirito indomito e una volontà integra. Sono la prossima generazione di scrittori e intellettuali palestinesi. Dovremmo tutti sostenerli, farli crescere, leggere i loro racconti e poi passar loro il testimone”. Susan Abulhawa, autrice di Ogni mattina a Jenin e Nel blu tra il cielo e il mare
Gaza writes backMercoledì 8 luglio uscirà il libro Gaza Writes Back – racconti di giovani autori e autrici da Gaza, Palestina a cura di Refaat Alareer (Lorusso editore), traduzione in italiano dell’omonimo libro in lingua inglese uscito lo scorso anno per la casa editrice Usa Just World Books.

Refaat Alareer, giovane professore di Letterature Comparate e Scrittura Creativa all’Università Islamica di Gaza, dopo l’Operazione Piombo Fuso del 2008/2009, ha invitato i suoi studenti a raccontare con lo strumento della narrativa la condizione dei giovani palestinesi di Gaza: una nuova generazione che utilizza i social media e la lingua inglese per comunicare al mondo senza filtri né censure e che vede nella scrittura uno strumento di resistenza al sistema di oppressione israeliano. Questi ventitré racconti, tanti quanti i giorni dell’Operazione Piombo Fuso, descrivono la realtà vissuta da giovani tra i venti e i trent’anni, in maggioranza donne, indipendenti, forti e che combattono per la libertà. Dice Hanan Habashi, una delle autrici: «Poiché molte persone nel mondo pensano di poter parlare al posto loro, i palestinesi soffrono di due tipiche immagini stereotipate opposte che sono ugualmente fastidiose e non ci rendono giustizia: i palestinesi come povere vittime, mero oggetto di pietà, o selvaggi assetati di sangue. I palestinesi non sono niente di tutto ciò».

Gli autori e le autrici sono di Gaza, ma scrivono anche dei checkpoint, del Muro, della Diaspora palestinese, delle colonie in Cisgiordania, di qualcosa che non hanno mai vissuto: si concentrano su Gaza, ma rifiutano la visione che vuole Gaza come un’entità separata dal resto della Palestina. «La Palestina è la distanza di una storia» dice Refaat Alareer.

Refaat Alareer, nato a Gaza (Palestina) nel 1979, curatore di Gaza Writes Back, dal 2007 insegna Letterature comparate e Scrittura Creativa all’Università Islamica di Gaza. Attualmente sta concludendo un dottorato di ricerca in Letteratura Inglese in Malaysia.

Nena News
07 07 2015

di Rosa Schiano

Roma, 7 luglio 2015, Nena News – Durante l’offensiva israeliana della scorsa estate, denominata Margine Protettivo, almeno 12.620 abitazioni furono completamente distrutte e 6.455 furono gravemente danneggiate, causando lo sfollamento di 17.670 famiglie, ovvero circa 100.000 persone, si legge in un rapporto pubblicato lunedì dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) . All’apice del conflitto, circa 485.000 persone – il 28% della popolazione – erano sfollate, incluso quasi 300.000 in 90 rifugi di emergenza UNRWA. A partire dal cessate il fuoco del 26 agosto 2014, gli sfollati ospitati nei centri della UNRWA si sono trasferiti gradualmente in strutture alternative, con gli ultimi centri chiusi nel giugno 2015.

A distanza di quasi un anno dall’inizio delle ostilità, non una singola abitazione tra quelle totalmente distrutte è stata ricostruita a Gaza; ci si aspetta che primi passi sul campo siano fatti nella seconda metà del 2015, afferma il rapporto. Donatori hanno recentemente pagato un totale di 125 millioni di dollari per la ricostruzione di circa il 20% delle abitazioni completamente distrutte (secondo Shelter Cluster, Maggio 2015). Altre 150.000 abitazioni hanno subito vari gradi di danni ma restano abitabili; il rapporto riferisce che parte delle famiglie colpite hanno acquistato materiale da costruzione sotto il Meccanismo di Ricostruzione di Gaza (GRM), implementato al fine di facilitare le importazioni che subiscono restrizioni a causa del blocco israeliano. Tuttavia, meno dell’ 1% dei materiali da costruzione necessari per ricostruire e riparare le case distrutte e danneggiate durante il 2014 e le precedenti ostilità sono entrati a Gaza (Shelter Cluster, Giugno 2015). Solo parte delle famiglie sfollate hanno ricevuto una somma di circa 200-250 dollari al mese per un periodo di 4-6 mesi, e un sovvenzionamento di 500 dollari per la sostituzione degli utensili per la casa.



Le condizioni di vita degli sfollati palestinesi, attualmente ospitati in famiglie, o in appartamenti in affitto, unità abitative prefabbricate, tende e rifugi fatti a mano, o nelle macerie delle proprie abitazioni, destano preoccupazione per diverse ragioni, fra cui l’accesso limitato ai servizi essenziali, la mancanza di privacy, le tensioni interne, i rischi dovuti a ordigni inesplosi, l’esposizione a temperature estreme. In questa situazione maggiormente vulnerabili sono bambini, donne, persone con disabilità, anziani, e coloro che soffrono di malattie croniche.

La mancata ricostruzione non fa quindi che protrarre la sofferenza degli sfollati. Il rapporto ne attribuisce le responsabilità all’incapacità del governo palestinese di unità nazionale di svolgere le proprie funzioni nella Striscia a causa delle continue divisioni, alle continue restrizioni israeliane sull’importazione di materiale da costruzione definiti “beni a doppio uso”, e agli Stati che pagano a rilento le somme promesse per la ricostruzione. Il rapporto afferma che se questa fosse realizzata in un periodo di tempo ragionevole, si potrebbe altresì evitare una nuova spirale di violenza, unitamente a un necessario sollevamento delle restrizioni sulle importazioni dei materiali da costruzione, oltre che a una tempestiva mobilitazione di risorse da parte della comunità internazionale.

Al rapporto si è aggiunto un appello pubblicato oggi e diffuso attraverso un comunicato stampa in cui Robert Piper, Coordinatore umanitario per i Territori Palestinesi chiede una accelerazione nel processo di ricostruzione, richiesta esplicitamente rivolta a quei paesi che si erano impegnati nella conferenza dei donatori tenutasi lo scorso ottobre al Cairo.

Le promesse di ottobre sono infatti pressoché rimaste promesse. Mercoledi sarà un anno dall’inizio dell’offensiva. Molti a Gaza dicono di aver perso ogni speranza. Ci sono giovani che vorrebbero completare il proprio percorso di studi interrotto per poter aiutare le proprie famiglie e trovare un lavoro dignitoso. Tuttavia, la maggior parte di essi ritiene che l’unica possibilità che hanno per costruire un proprio futuro è emigrare. Una scelta che farebbero in tanti, se i valichi fossero aperti.

Le macerie accompagnano il comune senso di disperazione e impotenza di una popolazione che da troppi anni soffre incessanti restrizioni, povertà e il più alto tasso di disoccupazione al mondo.

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