×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

"Per i miei figli, tutti laureati, l'unica strada è la fuga da Gaza, dall'oppressione, dalla miseria, verso paesi che possono offrire un lavoro, la dignità a noi palestinesi". ...
Un gruppo di cyberwarrior israeliani della leggendaria Unità 8200 non vuole più combattere nei Territori palestinesi la sua guerra. Non vuole più frugare nelle vite della gente di Gaza e della Cisgiordania, ascoltando le telefonate, monitorando Internet e fax, leggendo ogni singola mail inviata nel web. ...

Dopo la tempesta

Internazionale
12 09 2014

Ora che di nuovo non siamo più rilevanti e non veniamo menzionati nei titoli delle prime, seconde e terze pagine dei giornali, ora la mattina possiamo emettere un cauto sospiro di sollievo.

Non c’e più bisogno di inventarsi delle false identità per rispondere alla domanda “di dove sei?”, per non dover avviare ogni secondo un confronto geopolitico con un tassista della capitale. All’improvviso non arrivano più telefonate da amici con cui non mi sentivo dai tempi dell’università, e che con la scusa di chiedere come sto attaccano un discorso pro o anti israeliano, a seconda dei casi.

Di nuovo i miei vicini di casa hanno la libertà di non salutarmi in ascensore, e non perché sono filopalestinesi ma semplicemente per antipatia.

In questi giorni ci è permesso di tornare su Facebook senza dover necessariamente litigare, di avere il tempo per guardare i filmati più assurdi e di condividere un articolo del Daily Telegraph che nomina Israele come uno dei 25 posti da visitare prima di morire, ricevendo perfino qualche inaspettato like.

Ora che è finita la guerra, in rete è di nuovo recuperabile il video di un gruppo musicale israeliano, dedicato a tutti gli israeliani che hanno scelto di vivere altrove per ambire a uno stipendio più elevato o un affitto più basso, o semplicemente per cercare di vivere meglio. Ovviamente qualcuno ha sottolineato: per vivere, punto. La tv israeliana parla di un 30 per cento di israeliani che sarebbero disposti a emigrare: forse non sanno che in poco tempo, ogni volta che porteranno il proprio cane al parco, si troveranno a essere ritenuti – loro malgrado – dei diplomatici ed esperti di politica internazionale.

L’annuncio della fine della guerra ci coglie increduli e sospettosi quasi quanto l’annuncio del suo inizio, e i mezzi di comunicazione tornano a parlare di altro. La notizia arriva al termine di una lunga ossessione mediatica che ha saputo trasformare il conflitto israeliano nel conflitto più parlato e commentato in assoluto. Anche se le guerre e i conflitti sono tanti.

Di questo squilibrio informativo parla a lungo Matti Friedman, ex corrispondente del Ap in Israele. Friedman sottolinea la sproporzione del numero dei corrispondenti, autori di una copertura mediatica per niente obiettiva e comunque lontana dalla realtà globale.

Non è una voce solitaria. Anche Richard Miron, ex inviato della Bbc in Medio Oriente, pone alcune domande importanti per quanto riguarda la copertura mediatica del conflitto tra Israele e Gaza. E circa due settimane fa Forbes ha criticato un “giornalismo pigro e superficiale, mosso da un’agenda politica e da qualche interesse”.

Il conflitto di questa estate non cambierà la storia: cambierà solo la vita dei familiari delle vittime che oggi continuano a fare i conti con le loro ferite e a vivere in un incubo costante. Di loro il mondo – se mai ne è venuto a conoscenza – si è già dimenticato. Dei loro cari non ne parla più nessuno. Di nuovo non sono più rilevanti.

Sivan Kotler

#Water4Palestine, l'acqua c'è ma non per tutti

  • Mercoledì, 10 Settembre 2014 14:24 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
10 09 2014

Nuovo racconto dalla delegazione del Servizio Civile Internazionale e del Forum italiano dell'acqua, accompagnata anche da DINAMOpress, in viaggio per i territori occupati.

Sono quasi cinque mesi che non piove in West Bank. Ma non è per questo che nelle case e nei villaggi palestinesi non c'è acqua. Il problema è l'apartheid che trasforma l'accesso all'acqua da un diritto umano inalienabile a uno strumento di oppressione e ricatto.

Per questo motivo sono diverse le realtà palestinesi che si occupano proprio di acqua: associazioni ambientaliste, ong, centri di studio. Un patrimonio di saperi, ricerche e pratiche che stiamo incontrando in questi giorni per rendere stabili e proficue le relazioni tra i movimenti per i beni comuni in Italia, a partire dalla contestazione dell'accordo tra Mekorot (l'azienda israeliana che si occupa delle risorse idriche) e la ex-municipalizzata dell'acqua romana Acea.

Negli uffici del Pengon (Palestinian Environmental NGOs Network) a Ramallah, un coordinamento di 17 organizzazioni che si occupa di ricerche sulle questioni ambientali e tra gli animatori della campagna contro le politiche di Mekorot, al servizio dei programmi di occupazione e che fa profitti rivendendo a condizioni svantaggiate l'acqua alla popolazione palestinese. Addirittura in alcune zone le famiglie palestinesi devono pagare preventivamente, tramite delle carte prepagate, l'acqua che consumeranno. Israele controlla l'83% dell'acqua nei territori occupati, garantendosi il controllo delle principali falde acquifere, dirottandola chiaramente verso le colonie palestinesi garantendo il loro sviluppo, prima di tutto agricolo. Il regime di occupazione fa il resto: divieto di scavare i pozzi oltre una certa profondità e allacciarsi alla rete idrica per molti villaggi. Se Ramallah dipende per il 70% da Mekorot, il 40% delle comunità nel South Hebron Hills non hanno invece accesso all'acqua, il 70% delle comunità non ha invece impianti di depurazione per l'acqua raccolta o per quella proveniente dai pozzi.

Se l'Organizzazione mondiale della sanità prevede 100 litri al giorno procapite, nei territori spesso si arriva a mala pena a 10 litri. Una violazione di almeno una decine di convenzioni internazionale per i diritti umani per cui Israele, ça va sans dire, non subisce nessuna sanzione. Ancora peggio la condizione a Gaza, dove il 90% dell'acqua non è potabile e i programmi di desalinizzazione dal mare rischiano di essere controproducenti, a causa di difficoltà tecniche. Al pari della rete elettrica durante i 51 giorni di bombardamenti di Margine Protettivo, nel mirino dell'esercito israeliano sono finite anche le infrastrutture idriche, contribuendo al collasso umanitario nella Striscia. Minare la possibilità stessa della presenza palestinese in ampie zone dei territori occupati, per costringere la popolazione in enclave potenzialmente sigillabili, l'obiettivo della governance israeliana: altrimenti come giustificare la distruzione di 173 strutture per la raccolta dell'acqua, molti dei quali secolari, realizzata solo tra il 2009 e il 2011?

A Betlemme ha sede Arij (Applied Research Institute – Jerusalem), centro studi che oltre a produrre analisi e ricerche, prova a mettere in pratica e sperimentare soluzioni concrete per la vita nei territori e la tutela dell'ambiente. Dall'incontro con i ricercatori ci è stato chiaro come l'occupazione e gli insediamenti stiano radicalmente modificando, forse in maniera irreversibile, la morfologia e gli equilibri naturali del territorio, a cominciare dalle risorse idriche. La deviazione e lo sfruttamento del fiume Giordano (unica fonte acqua di superficie) ha portato al prosciugarsi del lago di Hula, stessa sorte a cui sembra destinato il lago Tiberiade. Nel frattempo, con il finanziamento della Banca Mondiale, Israele, in concerto con la Giordania e la stessa Autorità palestinese ha in programma il faraonico progetto di riversare l'acqua del Mar Rosso nel Mar Morto, così da garantire il drenaggio dell'acqua e al contempo garantire il turismo. Prosciugare i fiumi per far fiorire il deserto, nuove terre fertili per gli insediamenti al costo della distruzione di un ecosistema e alla trasformazione radicale della geografia umana e naturale di un'intera regione.

Jeb Al Theeb è un piccolo villaggio a una mezz'ora di macchina da Betlemme. Qui il tempo non si è fermato, è tornato indietro a causa dell'occupazione. Ad accoglierci un gruppo di donne che racconta cosa vuol dire vivere qui. Mentre arriviamo abbiamo visto i pali della luce abbattuti: gli abitanti avevano provato nottetempo a tirare su la rete elettrica, ma l'esercito non era dello stesso avviso “non avevamo il permesso e questa è area c, qui ogni cosa deve essere autorizzata, le stesso nostre case per loro sono abusive”. Così il villaggio ha solo un paio d'ore al giorno garantite da un piccolo generatore, con le ovvie conseguenze sulla vita materiale e la possibilità di sviluppo economico. A Jeb Al Theeb poi l'acqua non arriva proprio: il rubinetto di Mekorot è nelle mani dei coloni. Mentre qui l'acqua non c'è a poche centinaia di metri una lussureggiante e fertile fattoria, nella colonia di Sde Bar. In mezzo gli olivi dei palestinesi (nella foto), dove però non possono arrivare. A circondare Jeb Al Theeb Nokdim, la colonia casa anche del ministro degli Esteri e leader del partito di destra Israel Beytenu, Avigdor Lieberman, poi Tekoa e Kfar Eldad. Sopra Jeb Al Theeb svetta Herodion una dei più importanti siti archeologici della Palestina, sfruttata esclusivamente da Israele e off limits per i palestinesi, ad aspettarli un check point e una piccola base militare.


Leggi anche: Water4Palestine: al via il viaggio della delegazione italiana e #Water4Palestine, la fame di terra e la sete dell'assedio


Per seguire la delegazione sul web:

www.sci-italia.it

www.acquabenecomune.org

www.dinamopress.it

http://bdsitalia.org/no-mekorot

Ashatag #Water4Palestine

Dinamo Press
03 09 2014

Lo status quo dell'occupazione ha raggiunto un nuovo livello di violenza e distruzione, ma non c'è in vista nessun potere politico che possa imporre un cambiamento della realtà.

1) Israele ha pagato più di quanto si aspettasse, per un po' meno di quanto volesse. L'obbiettivo strategico di Israele in questa guerra era mantenere lo status quo rispetto alla questione palestinese. Il Primo Ministro Netanyahu ha delineato questa nozione fin dai primi giorni di guerra, quando ha presentato la sua formula per il cessate il fuoco: “se Hamas smette di sparare, smettiamo di sparare”. Israele ha avuto più di quanto volesse, ma ad un prezzo più alto di quanto si aspettasse, in termini di morti israeliane, di distruzione della vita quotidiana in Israele, e di ulteriore erosione della posizione di Israele nel mondo, dovuta alla devastazione inflitta su Gaza.

Mantenere il controllo sui palestinesi, o meglio mantenere i palestinesi sotto controllo (quindi lo status quo) è il comune denominatore del sistema israeliano. Il dibattito politico è in merito al miglior modo di ottenere questo obbiettivo. Qualcuno vorrebbe dare ai palestinesi un semi-stato, o uno regime per delega, la maggior parte degli israeliani vorrebbe mantenere le cose come sono ora, e una minoranza vuole annettere i Territori occupati – questi sono gli stessi che hanno chiesto che l'IDF (l'esercito, ndr) riprendesse Gaza.

Ma nessun potere politico rilevante vuole dare ai Palestinesi pieni diritti umani civili e politici come individui sotto sovranità israeliana, e neppure ritirarsi, sconnettersi dai Territori Palestinesi e dare loro piena indipendenza, a prescindere dalle conseguenze.

Gli israeliani potrebbero aver dato un B- (più che sufficiente, ndr) a Netanyahu in questa guerra, ma non hanno mai messo in discussione la guerra in sè, sopratutto perché la fiducia nello status quo non viene tanto dalla leadership quanto dalla base.

Posso sbagliarmi, ma non credo che questa guerra sia stato un evento in grado di cambiare sostanzialmente il modo di pensare degli israeliani come è stata la Prima Intifada, che ha poi portato a Oslo, o la Seconda che ha portato al disimpiego (da Gaza, ndr). L'ago può essersi mosso, ma non abbastanza.

2) Un nuovo atto inizia nel dramma politico israeliano. Ci sarà un sacco di eccitazione ora sulla ricaduta politica di questa guerra, specialmente per quanto riguarda il destino del terzo governo Netanyahu. Questo governo è il più debole che Netanyahu abbia guidato, ed è pure più debole dopo la guerra, sopratutto per ragioni che hanno a che fare con l'economia. Israele continua a scivolare lentamente verso la recessione, e la guerra renderà impossibile per il ministro delle Finanze, Yair Lapid, mantenere le promesse alla classe media e non alzare le tasse. Lapid (centro) potrebbe essere tentato a lasciare il governo, e Netanyahu potrebbe essere tentato a far uscire Naftali Benett (estrema destra) per ricominciare colloqui con i palestinesi. Non è neppure chiaro che fine faccia Lieberman (destra).

Le elezioni anticipate non sono nell'interesse di nessuno tranne in quello di Bennett, ma potremmo comunque finire per svolgerle.

Ma tutto questo dramma politico – che è una sorta di normalità nella politica israeliana- non deve essere confuso con una battaglia di idee. Come ho detto, non c'è spazio per una coalizione che possa offrire il minimo che una leadership palestinese credibile possa accettare. La soluzione in due stati sembra perfino più remota dopo questa guerra, e la soluzione in uno stato non sta avanzando neanche un po. L'unica differenza è che più persone sono consapevoli di quanto sia tremenda la “soluzione status quo”.

3) La seconda guerra di indipendenza di Hamas. Per mantenere lo status quo, Israele ha presto concluso che aveva bisogno di un Hamas indebolito ma non distrutto. La ragione è duplice. a) ironicamente, Hamas è visto come l'unica entità che può impedire il caos a Gaza e assicurare la pace a Israele; b) Hamas è un potere politico che bilancia Abbas e la Autorità Palestinese. Israele ha bisogno che Fatah e Hamas si neutralizzino reciprocamente. Anche qui, credo che Israele abbia avuto più o meno quello di cui aveva bisogno ma ad un costo più elevato. Egitto e Arabia Saudita potrebbero richiedere qualche ricompensa per Abbas come pagamento per il loro sostegno a Israele durante la guerra – l'incontro tra Abbas e Netanyahu di cui si vocifera, potrebbe essere visto come un passo in questa direzione.

In ogni caso, Hamas ha ottenuto qualcosa da questa guerra specialmente per quello che riguarda il suo riconoscimento come portatore di interessi nel nuovo Medio Oriente. Questa è stata la seconda guerra di indipendenza di Hamas. La prima è stata il seguito di Oslo e la seconda intifada, che hanno dimostrato il suo potere nella politica interna palestinese e si sono concluse con una vittoria generale alle elezioni. “Margine di Difesa” ha fatto ottenere riconoscimento internazionale. Alcuni palestinesi con cui ho parlato sono convinti che se l'OLP tenesse elezioni generali domani, Khaled Mashal potrebbe essere vincitore (fatto che, con ogni probabilità, garantisce che le elezioni non si tengano). Dopo questa guerra, ogni persona ragionevole riconosce che Hamas deve essere parte di qualunque accordo politico si faccia; è meno chiaro cosa invece Gaza e la sua gente abbia ottenuto da questa guerra. Il tempo lo dirà.

4) La guerra come sistema di governo: più di un anno fa, noi a +972 intervistammo il regista di un film sulle esportazioni militari di Israele. Il titolo del pezzo era “Le guerre a Gaza sono diventate parte del sistema di governo israeliano”. Se lo si legge ora, dopo la terza guerra a Gaza in sei anni, fa ancora più paura. I palestinesi nei Territori Occupati sono stati sotto un regime militare oppressivo – una dittatura governata da una democrazia – per più di mezzo secolo. I livelli di violenza di cui questo regime necessita per sostenersi stanno diventando spaventosi. Israele può ribadire di non aver voluto questa guerra (o la precedente, o quella prima ancora) ma questo è vero per qualunque regime oppressivo al mondo: ognuno di loro preferirebbe mantenere il potere e il controllo senza fare uso della forza, ma tutti finiscono per usare sempre più la mano dura mentre la resistenza a quel controllo aumenta.

Questa è una strada a senso unico, così la prossima escalation sarà probabilmente più brutale che questa che ha prodotto, per esempio, queste immagini, che mostrano un quartiere intero, spazzato al suolo in un'ora.

 

C'è un mantra favorito dalla sinistra sionista, e cioè che “Israele ha bisogno di risolvere la questione Palestinese altrimenti rischia varie forme di corruzione”. Gaza ha dimostrato quanto siamo già sprofondati nell'epoca dell' “altrimenti”, e sembra che i primi ad essersi corrotti sono proprio i sionisti di sinistra, la maggior parte dei quali ha deciso di sostenere o perfino di glorificare questa guerra.

5) La sfida per i palestinesi è l'unità. Il canale diplomatico di Abbas è vuoto senza sostegno popolare, mentre Hamas ha dimostrato la sua incapacità di tradurre (limitati) successi militari in successi politici, ed è la ragione per cui, dopotutto, si finisce a fare la guerra. La guerra in sé potrebbe essere avvenuta per via della divisione palestinese e perchè Hamas e Fatah hanno fatto calcoli politici separati. Un sistema politico unitario e affidabile è il passo necessario per sfidare realmente il sistema dell'occupazione, o per la riconciliazione con gli israeliani che ne seguirebbe.

6) Israele ha rimpiazzato il sostegno USA con l'alleanza Egitto-Arabia Saudita? Questo ragionamento si sente spesso in Israele questi giorni, ma non ne sono così convinto. Gli Stati Uniti hanno fornito all'esercito israeliano l'artiglieria appena l'aveva finita, e hanno dato il sistema antimissilistico Iron Dome che ha permesso a gran parte del paese di continuare una vita normale durante la guerra. Di più, gli Stati Uniti offrono ancora copertura diplomatica per le politiche israeliane, nonostante tutte le riserve che possono avere a riguardo. Una mano americana al Consiglio di Sicurezza è quello che separa Israele e la sua occupazione dalle conseguenze che regimi oppressivi hanno nei loro momenti più violenti; Washington è meno ambizioso nella sua diplomazia in Medio Oriente negli ultimi tempi, ma in Israele/Palestina è sempre colui che permette lo status quo.


*direttore del portale d'informazione indipendente www.972mag.com,

traduzione di Riccardo Carraro

 

facebook