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Non comincerò dai bambini: troppo facile, direste. Comincerò da dove comincerebbero i bambini, forse, dallo zoo di Gaza. Si trova in un sobborgo tra la città e il valico di Erez, pesantemente bombardato e svuotato dei suoi abitanti seminato di proiettili d'artiglieria, una voragine delle mille aperte per distruggere la bocca dei tunnel. ...
Il Manifesto
01 08 2014

Israele. Intervista all'economista israeliano Shir Hever: "L'esercito detta le scelte del governo, ma manca una strategia di lungo periodo. Come ogni impero, anche Tel Aviv è vicino alla fine"

Nes­suna tre­gua, l’offensiva con­ti­nua. L’industria bel­lica israe­liana pub­blica e pri­vata ha già scal­dato i motori: la nuova san­gui­nosa ope­ra­zione con­tro Gaza por­terà con sé un’impennata delle ven­dite di armi. Suc­cesse con Piombo Fuso e con Colonna di Difesa. Alcune aziende fir­mano già con­tratti milio­nari. Come sem­pre, Israele prima testa e poi vende. Ne abbiamo par­lato con Shir Hever, eco­no­mi­sta israe­liano e esperto degli aspetti eco­no­mici dell’occupazione.

Israele è uno dei primi espor­ta­tori di armi nel mondo. Dopo l’operazione del 2012, le ven­dite toc­ca­rono i 7 miliardi di dol­lari. Sarà lo stesso per Mar­gine Protettivo?

L’industria mili­tare israe­liana è uno dei set­tori più signi­fi­ca­tivi, il 3,5% del Pil a cui va aggiunto un altro 2% di ven­dite interne. Israele non è il più grande espor­ta­tore di armi al mondo, ma è il primo in ter­mini di numero di armi ven­dute per cit­ta­dino, pro­ca­pite. L’industria mili­tare ha un’enorme influenza sulle scelte gover­na­tive. Dopo ogni attacco con­tro Gaza, si orga­niz­zano fiere durante le quali le com­pa­gnie pri­vate e pub­bli­che pre­sen­tano i pro­dotti uti­liz­zati e testati sulla popo­la­zione gazawi. Gli acqui­renti si fidano per­ché hanno dimo­strato la loro effi­ca­cia. Anche que­sta guerra aumen­terà signi­fi­ca­ti­va­mente i pro­fitti dell’industria mili­tare. Basti pen­sare che pochi giorni fa l’Industria Aero­spa­ziale Israe­liana ha lan­ciato un appello agli inve­sti­tori pri­vati per la pro­du­zione di una nuova bomba. Hanno già rac­colto 150 milioni di dol­lari, 100mila per ogni pale­sti­nese ucciso: si ini­zia a ven­dere ad ope­ra­zione ancora in corso.

Se l’industria mili­tare cre­sce, quella civile però subi­sce con­si­stenti perdite.

I costi civili dell’attacco sono tre. Primo, quelli pagati dal sistema pub­blico: l’aumento del bud­get per l’esercito va a spese dei ser­vizi pub­blici. Ogni attacco pro­duce sem­pre tagli all’educazione, la salute, i tra­sporti. Prima che que­sto round di vio­lenza comin­ciasse, fazioni poli­ti­che di cen­tro hanno ten­tato di tagliare il bud­get dell’esercito a favore dei ser­vizi sociali. E guarda caso, poco tempo dopo è par­tita l’operazione, per l’enorme influenza che il sistema mili­tare ha sulle poli­ti­che del governo. A ciò si aggiun­gono i costi diretti e indi­retti all’economia civile. I mis­sili hanno dan­neg­giato pro­prietà e le per­sone hanno paura ad andare al lavoro, nume­rose fab­bri­che hanno sospeso le atti­vità e le aziende agri­cole sono ferme. E, infine, i costi indi­retti, come quelli al set­tore turi­stico. Molte com­pa­gnie avreb­bero dovuto ospi­tare dele­ga­zioni di impren­di­tori stra­nieri che hanno can­cel­lato le visite e sono andati a fare affari in altri paesi.

Gaza è un mer­cato pri­gio­niero, costretto all’acquisto di pro­dotti israe­liani. L’offensiva dan­neg­gia chi vende nella Striscia?

In realtà no. Gaza è sì un mer­cato pri­gio­niero, ma garan­tiva molti più pro­fitti prima dell’inizio dell’assedio nel 2007. Prima dell’embargo era molto più facile per le com­pa­gnie israe­liane inviare i pro­pri pro­dotti nei super­mer­cati di Gaza e sfrut­tare mano­do­pera a basso costo. Se l’assedio venisse allen­tato, l’economia israe­liana ne gio­ve­rebbe per­ché potrebbe sfrut­tare ancora di più un milione e 800mila per­sone, una comu­nità che non può pro­durre abba­stanza ma che consuma.

Que­sto nuovo attacco potrebbe invece raf­for­zare la cam­pa­gna di boicottaggio?

C’è stato un incre­mento signi­fi­ca­tivo della cam­pa­gna BDS nel mondo e lo si per­ce­pi­sce dalle rea­zioni di certi poli­tici. Il mini­stro dell’Economia, il colono Naf­tali Ben­nett, cerca di incre­men­tare gli scambi com­mer­ciali con Cina, Giap­pone, India, e libe­rarsi dalla dipen­denza dall’Europa, dove il boi­cot­tag­gio attec­chi­sce di più. Eppure due giorni fa l’Istituto Israe­liano di Sta­ti­stica ha regi­strato un calo signi­fi­ca­tivo del valore delle espor­ta­zioni, prima che que­sta ope­ra­zione comin­ciasse: all’inizio del 2014, il valore è calato del 7% e del 10% verso i paesi asia­tici. Molte com­pa­gnie espor­ta­trici hanno chie­sto un mee­ting d’emergenza del governo per trat­tare que­sta crisi.

Molti riten­gono che que­sto attacco sia dovuto anche al con­trollo delle risorse ener­ge­ti­che lungo la costa di Gaza.

Non credo che ci sia un col­le­ga­mento diretto: Israele ha già comin­ciato a sfrut­tare i pro­pri gia­ci­menti e fir­mato accordi di ven­dita con Tur­chia, Cipro e Gre­cia. Se un giorno i pale­sti­nesi saranno in grado di sfrut­tare il pro­prio gas, non tro­ve­ranno mer­cato per­ché Israele si sarà acca­par­rato l’area medi­ter­ra­nea e sarà capace di ven­dere a prezzi infe­riori. Il mondo, che in que­sti giorni assi­ste a mas­sa­cri e distru­zione di infra­strut­ture, non imma­gina nean­che il momento in cui i pale­sti­nesi potranno svi­lup­pare la pro­pria eco­no­mia interna.

Da fuori sem­bra che il governo israe­liano non abbia in mente una stra­te­gia di lungo periodo, ma tenti di man­te­nere lo sta­tus quo dell’occupazione.

È così. L’attuale governo non ha una stra­te­gia poli­tica, cam­mina in una strada senza uscita. Sa che Abu Mazen è l’unico con cui nego­ziare, ma allo stesso tempo ne mina la legit­ti­mità. Nella sto­ria tutti gli imperi hanno finito per ragio­nare solo nel breve periodo, per poi col­las­sare. Dalla Seconda Inti­fada la poli­tica non è quella di porre fine al “con­flitto” ma di gestirlo. Molti israe­liani pen­sano che non ci sia futuro e si spo­stano verso destra. Il livello di raz­zi­smo e vio­lenza attuale è ter­ri­bile, ma allo stesso è segno di estrema debo­lezza. Que­sto mi regala un po’ di speranza.

L'incubo di Gaza

Noam Chomsky, Internazionale
4 agosto 2014

Lo scopo di tutti gli orrori a cui stiamo assistendo durante l’ultima offensiva israeliana contro Gaza è semplice: tornare alla normalità.
Per la Cisgiordania, la normalità è che Israele continui a costruire insediamenti e infrastrutture illegali per inglobare nel suo territorio tutto quello che ha un minimo di valore, lasciando ai palestinesi i luoghi meno vivibili e sottoponendoli a repressioni e violenze.

Il Fatto Quotidiano
01 08 2014

Non regge la tregua umanitaria concordata nella serata di ieri. Il sito di Hamas riferisce che otto palestinesi sono stati uccisi e 20 feriti da colpi dall'artiglieria israeliana nei pressi di Rafah. Gerusalemme ribatte alle accuse: "Una volta ancora Hamas ha violato il cessate il fuoco". Sirene nel sud di Israele. L’Egitto cancella i colloqui con israeliani e palestinesi

E’ durata due ore l’interruzione dei combattimenti tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza. “La tregua è finita”: tramite il coordinatore delle attività governative nei territori, il generale Yoav Mordechai, Israele ha informato l’inviato dell’Onu nella zona Robert Serry che il cessate-il-fuoco è da considerarsi terminato. Al confine con la Striscia, è stato chiuso il valico di Kerem Shalom situato vicino Rafah. Sirene antimissili risuonano nel sud di Israele.

La tregua era iniziata alle 8 ore locali, sarebbe dovuta durare 72 ore. Ma lo scambio di accuse tra Gerusalemme e Hamas è cominciato subito. In mattinata il sito di Hamas riferiva che otto palestinesi erano stati uccisi e 20 feriti da colpi dall’artiglieria israeliana nei pressi di Rafah, nel sud della Striscia. In precedenza un colpo di mortaio era caduto presso Kerem Shalom, sud d’Israele. Gerusalemme ribatteva immediatamente alle accuse: “Una volta ancora Hamas e le altre organizzazioni terroristiche a Gaza hanno violato il cessate il fuoco per il quale si erano impegnate davanti al segretario di stato Kerry e al segretario generale dell’Onu”.

Fonti mediche: “Già 40 morti e 200 feriti”

Sarebbe salito a 40 morti e 200 feriti il bilancio delle violenze in corso a Gaza da questa mattina. Lo riferisce la tv satellitare al-Arabiya, che cita fonti mediche. La tv concorrente al-Jazeera parla invece di 30 morti e 200 feriti a causa di raid aerei israeliani e degli scambi di colpi di artiglieria in varie località della Striscia. L’annuncio della tregua umanitaria era arrivato con un comunicato congiunto Usa-Onu, al termine del 24esimo giorno di guerra, in cui si specificava che erano state ricevute rassicurazioni da tutte le parti per un cessate il fuoco incondizionato durante il quale ci sarebbero state trattative per una pausa più duratura. L’accordo, aveva spiegato il segretario di Stato Usa John Kerry, obbligava a “interrompere tutte le attività militari e offensive”, ma Israele “potrà continuare le sue operazioni contro i tunnel scavati a Gaza“, mentre i palestinesi riceveranno gli aiuti umanitari. A questo, ha aggiunto il portavoce delle Nazioni Unite, Stephane Dujarric, si aggiunge “la possibilità di svolgere funzioni vitali, tra cui seppellire i morti, curare i feriti, e fare approvvigionamento di cibo”.

L’Egitto cancella i colloqui di pace

L’Egitto ha deciso di “cancellare” i colloqui con israeliani e palestinesi per un cessate il fuoco duraturo a Gaza: lo scrive il sito dell’autorevole quotidiano Al-Ahram citando una “fonte palestinese che doveva partecipare ai negoziati”.

Nella notte Uccisi 17 palestinesi e 5 soldati israeliani

Nelle ore che hanno preceduto il cessate il fuoco, però, l’esercito israeliano ha intensificato i raid nella Striscia e sono stati uccisi 17 palestinesi. Dieci di loro appartenevano alla stessa famiglia a Khan Younis. Il numero delle vittime palestinesi dell’operazione Margine Protettivo, che finora ha registrato un numero di morti superiore rispetto a Piombo Fuso del 2008-2009, sale a 1450. Sessantuno invece i soldati israeliani caduti, di cui 5 giovedì sera.

Negoziati al Cairo

L’Egitto ha invitato Israele e l’Autorità nazionale palestinese (Anp) a inviare le loro delegazioni a negoziare al Cairo. “L’Egitto – si legge in un comunicato diramato dal ministero degli Esteri egiziano nella notte – sottolinea la necessità che entrambe le parti rispettino il cessate il fuoco, in modo che i negoziati possano svolgersi in un’atmosfera positiva”. Come annunciato nei giorni scorsi da diverse fonti palestinesi, la delegazione dell’Anp dovrebbe comprendere alcuni esponenti di Hamas. L’arrivo dei delegati potrebbe avvenire in giornata, come scrive il sito israeliano Harutz Sheva.

Cisgiordania, proclamata la “Giornata della rabbia”

Sarà la “Giornata della rabbia” oggi in Cisgiordania, dove Hamas ha rivolto un appello ai sostenitori di tutte le fazioni palestinesi, chiedendo loro di scendere in piazza dopo la preghiera del venerdì per protestare contro le operazioni condotte da Israele a Gaza, ma anche contro altre questioni, come quella degli insediamenti. “Vi chiediamo di partecipare attivamente a una protesta furiosa contro i crimini commessi dall’esercito israeliano contro il popolo di Gaza e di sostenere la coraggiosa resistenza”, ha scritto Hamas in alcuni volantini diffusi ieri.

Pacifisti d’Israele

Internazionale
31 07 2014

I refuznik israeliani (in ebraico " chi rifiuta") sono giovani che rifiutano di fare il servizio militare. La leva è un passaggio obbligato nella società israeliana.

In Israele a scuola i ragazzi incontrano i rappresentanti dell’esercito che gli spiegano il ruolo e l’importanza delle forze armate e aver svolto il servizio militare è richiesto in ogni posto di lavoro.

Le forze armate israeliane hanno circa 186.500 soldati, ma possono richiamare fino a 445mila riservisti. Gli israeliani si arruolano a 18 anni e sono previsti 3 anni di servizio militare per gli uomini e 2 anni per le donne. Sono esclusi gli arabi israeliani (il 18 per cento della popolazione) e gli ebrei ultraortodossi che sono esonerati per lo studio della religione.

La maggior parte dei refuznik è composta da pacifisti o da persone che rifiutano di combattere nei territori palestinesi occupati. Alcuni hanno ragioni personali di studio o di lavoro. A causa della loro scelta finiscono in prigione per disobbedienza. Nel 2014 cinquanta giovani hanno rifiutato di arruolarsi e per questo finiranno in prigione a ottobre.

Il reportage di Martin Barzilai è stato realizzato nel 2009, Mediapart lo ha attualizzato nel 2014.

In questa foto: Tamar, 20 anni. "Sono pacifista e nel 2008 ho scelto di andare in prigione per spiegare che è possibile rimettere in discussione il tabù del servizio militare. Ho passato tre mesi in prigione e l’ultimo in isolamento perché rifiutavo di indossare l’uniforme. L’odio e l’intolleranza per scelte come la mia sono ancora più forti in momenti come questi. La mia generazione è cresciuta senza alcun contatto con la società palestinese. In questo modo l’odio nasce più facilmente". Tel Aviv, Israele, 2014.

Alex, 22 anni, operatore cinematografico. "A 17 anni sono andato nei territori occupati per aiutare i palestinesi a raccogliere le olive. Questa esperienza mi ha molto toccato. Mi sono reso conto che la parola sicurezza per giustificare l’occupazione era una menzogna. Ho deciso che non avrei fatto il servizio militare. Ho passato cinque mesi in prigione per disobbedienza". Tel Aviv, Israele, luglio 2009.

Neta, 18 anni. "Ho ricevuto un’educazione molto tradizionale, ma a 15 anni ho scoperto che esiste l’occupazione dei territori palestinesi. Ho scelto di andare in prigione perché credo che le persone debbano sapere: l’esercito israeliano non rispetta i diritti umani e commette crimini di guerra." Haifa, Israele, luglio 2009.

Giyora Neumann, 55 anni, giornalista. "A 17 anni, nel 1971, sono stato il primo a rifiutare di fare il servizio militare e ad andare in prigione. L’ho fatto per ragioni politiche, all’epoca militavo in Matzpen, un partito politico socialista, rivoluzionario e antisionista. Ma l’ho fatto anche per ragioni personali: la mia famiglia aveva sofferto un’altra occupazione... in Polonia". Tel Aviv, Israele, luglio 2009.

Omer, 20 anni, studentessa. "L’esercito funziona bene. Non lascia il tempo di riflettere. Penso che i giovani israeliani debbano concoscere la situazione dei palestinesi per poter scegliere se fare il servizio militare o no. Mio padre è un generale importante del Mossad, siamo agli opposti io e lui. Ho passato due mesi in prigione. È stato difficile, ho perso cinque chili". Tel Aviv, Israele, luglio 2009.

Ben, 27 anni, lavora in una videoteca. "Mio padre ha passato 40 giorni in prigione perché non ha voluto arruolarsi a Gaza. Quando è stato il mio turno anche io ho scelto di non andare. Ho parlato con l’ufficiale incaricato dei disturbi mentali. Gli ho detto che non volevo portare armi e che se mi avessero costretto le avrei usate contro i miei superiori". Tel Aviv, Israele, 2014.

Or, 19 anni. "Sono cresciuta in una famiglia molto tradizionale ed ero sicura da bambina che mi sarei arruolata. Durante una manifestazione contro il muro in Cisgiordania a cui ho partecipato, l’esercito ha sparato contro di noi. Quel giorno ho capito che non avrei fatto il servizio militare". Tel Aviv, Israele, luglio 2009.

Daniel, 24 anni, studente. "Sono socialista e ho deciso di non arruolarmi perché sono contro l’imperialismo. Inoltre, nella società israeliana, la guerra è sempre stata sinonimo di ingiustizia sociale". Haifa, Israele, luglio 2009.

Naomi, 20 anni, studente. "Non ho fatto il servizio militare perché sono contro l’occupazione e contro la militarizzazione della società israeliana. Abbiamo uno degli eserciti più importanti al mondo, ma siamo un piccolo paese. È stato un problema quando ho cominciato a cercare lavoro. Dovevo essere assunta in una libreria, ma quando il proprietario ha scoperto che non mi ero arruolata ha cambiato idea". Tel Aviv, Israele, luglio 2009.

Haggai, 26 anni, giornalista. "Nel 2001 quando abbiamo scelto di andare in prigione per protestare contro l’occupazione eravamo in 25. Era un movimento molto importante. C’è stato un processo contro di noi trasmesso in tv. E dal punto di vista del diritto questo processo è diventato un esempio sia dal punto di vista politico che filosofico. L’esercito ci ha usato come esempio per spaventare gli altri. Mi hanno condannato a due anni". Tel Aviv, Israele, luglio 2009.

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