Il Fatto Quotidiano
09 05 2013

La mancanza del reato di tortura nel codice penale italiano potrebbe “salvare” la maggior parte degli imputati nel processo per gli abusi sui dimostranti compiuti dalle forze dell’ordine nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 di Genova del 2001. Di fronte alla corte di Cassazione, chiamata a pronunciare la sentenza definitiva sulla vicenda, il procuratore generale Giuseppe Volpe ha chiesto di dichiarare inammissibile il ricorso della Procura generale di Genova contro la sentenza di appello che ha dichiarato responsabili civilmente 44 imputati delle violenze alla caserma di Bolzaneto, ma ha condannato penalmente solo sette di loro tra poliziotti, agenti della Polizia penitenziaria e medici, ritenendo prescritti i reati a carico di tutti gli altri. Secondo i magistrati genovesi, quei reati dovrebbere essere dichiarati imprescrittibili perché hanno comportato una lesione dei diritti umani. Ma, appunto, il pg Volpe ha fatto notare che in assenza del reato di tortura questa richiesta va respinta. La parola, ora, spetta alla V sezione Penale della Cassazione, presieduta da Gaetanino Zecca.

Per il resto, il pg ha chiesto la conferma della sentenza della Corte d’Appello di Genova del 5 marzo 2010, perché sono state dimostrate le “vessazioni, i soprusi e gli inqualificabili comportamenti tenuti” da poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria e medici ai danni dei manifestanti anti-globalizzazione portati nel centro di detenzione in seguito agli scontri di piazza. I sette imputati condannati sono l’assistente capo della polizia Massimo Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi condannato per lesioni personali, divaricò le dita della mano di un detenuto fino a strappare la carne), gli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e il medico Sonia Sciandra (2 anni e 2 mesi). Un anno per gli ispettori della polizia Matilde Arecco, Mario Turco e Paolo Ubaldi che avevano rinunciato alla prescrizione. Anche se confermate dalla Cassazione, le condanne fino a tre anni di reclusioni sarebbero comunque coperte dall’indulto.

Il processo per gli abusi di Bolzaneto è l’ultimo tra i principali dibattimenti legati al G8 del 2001 ancora da definire. Sono infatti arrivati a sentenza definitiva il processo Diaz e quello contro alcuni dei manifestanti coinvolti negli scontri di piazza, mentre è ancora aperto il procedimento per falsa testimoniaza a carico dell’allora questore di Genova Francesco Colucci, sempre legato alla vicenda Diaz. Si è invece concluso con un’assoluzione il processo nel quale l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro era accusato di aver spinto Colucci a dire il falso davanti ai giudici genovesi.

Agoravox
14 03 2013

Genova 20 luglio 2001. G8. Quel giorno i giornali iniziarono dicendo che un manifestante spagnolo era rimasto ucciso. La prima vittima. Poi le immagini del Vicequestore Adriano Lauro che urlava “Bastardo! Lo hai ucciso tu, lo hai ucciso! Bastardo! Tu l’hai ucciso, col tuo sasso, pezzo di merda! Col tuo sasso l’hai ucciso! Prendetelo!”. Ancora ci dissero che era stato investito.
 
Scoprimmo, poi, non trattarsi di un manifestante spagnolo, ma di un 23enne italiano e che ad ucciderlo era stato Mario Placanica, il Carabiniere che dall’interno di una Land Rover Defender fece fuoco per legittima difesa, stando a quanto sentenziato dalla giustizia italiana.
 
Carlo Giuliani oggi, 14 marzo 2013, avrebbe compiuto 35 anni.
 
Vogliamo ricordarlo nel giorno del suo compleanno con l’anteprima del libro di Francesco Barilli e Manuel De Carli, edito da BeccoGiallo: Carlo Giuliani, Il Ribelle di Genova.

Diritti umani e polizia in Italia

  • Lunedì, 11 Marzo 2013 14:15 ,
  • Pubblicato in Flash news
Osservatorio Repressione
11 03 2013

Pubblichiamo la prefazione di Lorenzo Guadagnucci, giornalista vittima delle violenze alla scuola Diaz a Genova nel luglio 2001, al rapporto "Diritti umani e polizia in Italia" di Amnesty International.

Sotto i colpi dei manganelli non pensi a niente. Solo a proteggerti, a limitare i danni. Ma subito dopo subentra l'angoscia: trovarsi in balìa di funzionari dello Stato, di agenti di polizia che sarebbero tenuti a garantire la tua sicurezza e i tuoi diritti, e invece ti umiliano e mettono a repentaglio la tua salute e la tua vita, è un'esperienza sconvolgente. Mi è capitato di viverla il 21 luglio 2001 alla scuola Diaz di Genova. Curate le ferite, superato lo choc dell'arresto, è cominciata per me una nuova vita, segnata da un obiettivo preciso: ottenere giustizia, recuperare fiducia nelle forze dell'ordine e nelle istituzioni.

È stato un cammino molto duro, pieno di amarezze, che ha condotto in capo a undici anni (troppi!) a risultati importanti sul piano giudiziario, con le condanne definitive dei funzionari e dirigenti che guidarono quella sanguinosa operazione di polizia, che portò anche all'arre-sto ingiusto, sulla base di prove false, di 93 persone (io fra queste).

Non posso dire che sia stata fatta giustizia fino in fondo, perché gli autori materiali delle violenze non sono stati perseguiti dal-la magistratura e perché le istituzioni non sono state all'altez-za del loro compito, hanno cioè stentato a mettersi dalla parte dei cittadini privati di diritti fondamentali, ossia noi 93 ospiti della scuola Diaz. Il lavoro della magistratura è stato ostacolato in ogni modo ed è arrivato a conclusione solo per la tenacia e la lealtà di alcuni magistrati e giudici; gli uomini di governo non hanno chiesto scusa per le violenze e i falsi di quella notte e non hanno punito né avviato procedimenti disciplinari per i responsabili degli abusi.

Questa vicenda è stata per me una grande lezione. Mi ha fatto capire che mi sbagliavo, quando pensavo che nel mio Paese certi diritti fondamentali fossero garantiti una volta per tutte. Non è retorica affermare che i diritti, anche quando sono scritti nella Costituzione, vanno difesi giorno per giorno. In qualche modo ne siamo tutti custodi e tocca a ciascuno di noi, a ogni singolo cittadino, il compito di renderli vivi, attuali. È un compito quotidiano, di vigilanza, di denuncia e di solidarietà con chi subisce torti e abusi. Il più grave errore che si possa fare, è pensare che tocchi a qualcun altro occuparsene, che ci siano soggetti o istituzioni cui delegare l'onere di esigere il rispetto di ciò che è scritto sulla carta.

Non è così. Non c'è istituzione, non c'è tribunale che possa sostituirsi all'esercizio diretto dei diritti di cittadinanza. Il cittadino consapevole, informato, cosciente è il miglior custode possibile dei diritti umani, delle libertà civili. I tanti, troppi casi di persone private ingiustamente della libertà, a volte della vita, per responsabilità diretta o indiretta di uomini dello Stato, dimostrano che nessuna delega è possibile, nemmeno alla magistratura. Le strutture di potere, tutte le strutture di potere, tendono a chiudersi in se stesse, a nascondersi alla vista. Hanno sempre la tentazione di chiudere le porte e di gestire al proprio interno eventuali errori commessi da propri appartenenti.

Ma questo comportamento non è compatibile con un'autentica democrazia, che vive e respira solo se le strutture di potere, a cominciare dalle forze dell'ordine, tengono porte e finestre aperte, sono quindi trasparenti e ammettono la verifica esterna dei propri comportamenti.

Non si tratta di contrapporsi alle forze dell'ordine, di guardarle con ostilità. Si tratta, piuttosto, di aiutarle a essere coerenti con lo spirito di una democrazia degna di questo nome. La battaglia per la trasparenza, per il diritto a una verifica immediata ed efficace delle responsabilità di eventuali errori, per la sospensione o la rimozione di chi abbia commesso atti o reati troppo gravi, è una battaglia di libertà e di garanzia che va nell'interesse della collettività e anche di chi lavora nelle forze dell'ordine. Non possiamo nasconderci che la legislazione italiana è ancora carente sul piano della tutela giuridica dei diritti umani (manca ancora nel nostro ordinamento il reato di tortura!) e che i comportamenti concreti delle forze di polizia in molti casi critici, alcuni dei quali documentati nelle pagine che seguono, sono stati assolutamente inadeguati, del tutto inaccettabili per un Paese democratico.

Gli episodi gravissimi di cui si parla in questo volume non sono stati affrontati in modo degno dalle istituzioni: non c'è stata trasparenza, abbiamo assistito a gravissimi tentativi di depistaggio e solo la tenacia delle famiglie, come quelle di Federico Aldrovandi e di Gabriele Sandri, ha permesso di diradare la nebbia di silenzi e menzogne e arrivare a ricostruzioni credibili dei fatti e all'accertamento di almeno una parte delle responsabilità.

Questi e altri casi ci insegnano che non saranno le forze di polizie da sole, e nemmeno le istituzioni statali per conto proprio, ad aprire la stagione di riforme che ormai è necessaria. Solo i cittadini, partecipando, informandosi, agendo, potranno smascherare gli apparati di potere che rifiutano di aprirsi alla trasparenza e dettare nuove regole di condotta. Solo la militanza quotidiana, con l'esercizio dei diritti di cittadinanza, potrà gettare fasci di luce in quelle zone d'ombra che favoriscono l'abuso e l'ingiustizia.  

Lorenzo Guadagnucci

Io c'ero: il macello al G8 era programmato

  • Domenica, 24 Febbraio 2013 09:57 ,
  • Pubblicato in La Storia
Franco Fracassi, 100 passi
22 febbraio 2013
 
La Polizia sapeva tutto in anticipo. Sapeva dove sarebbero iniziati gli scontri e a che ora. Sapeva persino luogo e ora delle prime devastazioni dei black bloc. Nulla venne fatto per impedire che a Genova si scatenasse l'inferno. ...

Il Corriere della Sera
21 02 2013

I tre giorni, esplorati a lungo in questi anni sia dalla fiction che soprattutto dal documentario, sono quelli del G8 di Genova del luglio 2001.

Ma “The Summit”, di Franco Fracassi e Massimo Lauria, distribuito da Minerva Pictures, non è un’altra opera sul G8, perché quell’aggettivo può indurre stanchezza e suggerire una reiterazione di medesimi contenuti. Piuttosto, è una nuova opera su una ferita aperta ormai 12 anni fa e non ancora chiusa.

A chiuderla, non potranno essere solo i processi arrivati alla conclusione (la sentenza della Cassazione sulle torture a Bolzaneto è prevista nei prossimi mesi). Non dimentichiamo che un processo, quello sulla morte di Carlo Giuliani, è stato stabilito che non dovesse neanche iniziare. “The Summit”, proprio su quel drammatico episodio, esprime un punto di vista forte e, per l’appunto, nuovo.

A chiuderla potrebbero essere le profonde modifiche legislative che Amnesty International chiede da tempo alle istituzioni italiane, come l’introduzione del reato di tortura e la previsione di codici identificativi alfanumerici per le forze di polizia impegnate in operazioni di ordine pubblico.

A chiuderla potrebbero poi essere le risposte, da tempo attese, a molte domande in larga parte estranee alla dimensione giudiziaria: perché a Genova successe tutto questo? Quali erano gli obiettivi politici di una repressione così cruenta e di massa che, preceduta dalle prove generali fatte al Global forum di Napoli quattro mesi prima, venne scatenata a Genova? C’era una regia di intelligence internazionale dietro l’azione delle forze di polizia nel capoluogo ligure? Chi erano, chi sono i black bloc?

Racconta il regista Franco Fracassi: “Un agente mi disse ‘Vuoi proprio sapere dove saranno gli scontri domani? Fatti trovare all’angolo della banca a piazza Paolo da Novi a mezzogiorno di domani. E vedrai che lì cominciano gli scontri ‘. La mattina dopo arrivo in quell’angolo. In quel momento ci stavano i Cobas, e uno schieramento di polizia, che era proprio in quel punto là. A mezzogiorno, precisi come un orologio, arrivano i black bloc e incominciano a devastare la banca. La polizia non fa altro che osservarli. Appena finito di devastare la banca scappano via. La polizia carica i manifestanti dei Cobas”.

“The Summit” è un’ora e quaranta di un passato molto presente e doloroso, con un finale che lascia sgomenti e increduli.

Dopo l’applaudito passaggio al Festival di Berlino del 2012 e in diversi festival italiani e internazionali, da oggi “The Summit” viene proiettato in una decina di città, con una distribuzione particolare. Qui, i primi giorni di programmazione.

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