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l'Espresso
06 08 2014

La corte federale di Karlsruhe ha riaperto il processo sull'eccidio delle SS. Rompendo un silenzio "costruito dalle opportunità politiche". Parla Franco Giustolisi, il giornalista dell'Espresso che fece luce sui dossier della strage

“Si, è una vittoria, una vittoria tardiva ma una vittoria. Una vittoria della giustizia sull’oblio costruito dalle opportunità politiche”. Franco Giustolisi commenta così la sentenza della corte federale di Karlsruhe che, in Germania, ha sostanzialmente riaperto il processo per la strage di Sant’Anna di Stazzema del 12 agosto 1944. Da quasi vent’anni Giustolisi si batte perché sia fatta giustizia per quella che definisce “la più grande tragedia del popolo italiano”. I 15-20 mila morti della guerra dei nazifascisti contro la popolazione civile italiana, le stragi che insanguinarono la penisola dal 1943 fino alla fine della guerra. Donne, bambini e anziani trucidati, famiglie annientate, interi paesi dati alle fiamme.

Su quelle stragi gli americani e gli inglesi, insieme ai carabinieri italiani, prepararono voluminosi dossier in cui i responsabili venivano indicati con nome, cognome e grado, i singoli atti criminali ricostruiti nei dettagli. Ma celebrati i processi per due stragi-simbolo (Marzabotto e Fosse Ardeatine) tutto cadde nel silenzio.

Un silenzio durato fino a metà degli anni Novanta, quando fu proprio Giustolisi, insieme ad Alessandro De Feo, a denunciare sull’Espresso il ritrovamento di tutti quei fascicoli riempiti cinquant’anni prima. Era quello che lo stesso Giustolisi definì l’Armadio della vergogna: 695 fascicoli “archiviati provvisoriamente” nel 1960 in seguito a un tacito accordo tra l’Italia e la Germania federale e chiusi in un armadio della procura generale militare.

“Una vergogna assoluta”, dice Giustolisi, “chiudendo quei fascicoli nell’armadio è come si fosse voluto negare un pezzo di storia drammatica del nostro paese, cancellare una serie infinita di crimini di guerra”.

Da allora, grazie anche al continuo, incessante lavoro di Giustolisi, di strada ne è stata fatta. La magistratura militare, e soprattutto l’attuale procuratore di Roma Marco De Paolis, ha istruito molti processi per i quali c’erano ancora imputati in vita. Molti sono andati in dibattimento e a sentenza. I tribunali e le corti di appello militari hanno assolto e condannato: più di quaranta ergastoli comminati ad altrettanti ex militari delle forze armate tedesche, ufficiali e sottufficiali.

“Di tutte queste condanne”, dice Giustolisi, “nessuna, dico nessuna, è stata però eseguita. Nessuno è andato a bussare alla porta di questi criminali di guerra per dirgli che da quel momento erano agli arresti domiciliari. Colpa dell’Italia, colpa della Germania, colpa di tutti quelli che pensano che la giustizia non sia il bene più prezioso, un bene da difendere a tutti i costi e contro tutti. Un’ingiustizia nell’ingiustizia”. Adesso la sentenza di Karlsruhe.

A Sant’Anna di Stazzema le SS della 16^ divisione, la stessa di Walter Reder, il maggiore condannato all’ergastolo per la strage di Marzabotto, uccisero 560 persone. Ma è un numero approssimativo perché non è mai stato possibile contarle con esattezza. Guidate dai fascisti locali, le SS andarono per i borghi di Sant’Anna uccidendo e bruciando. Sulla piazzetta della chiesa vennero accatastati almeno cento corpi, il prete ucciso, tutto dato alle fiamme.

I tribunali italiani avevano comminato, per quella strage, dieci ergastoli. C’è anche Gerhard Sommer tra gli “ergastolani italiani”, lo stesso SS contro il quale adesso può procedere la magistratura tedesca. “Probabilmente”, dice adesso Giustolisi, “non sono cadute nel vuoto le parole pronunciate dal presidente della Repubblica tedesca e dal ministro della Difesa di Berlino. Il primo, proprio a Sant’Anna di Stazzema, nel 2013, disse, insieme a Giorgio Napolitano, che i tribunali non avevano fatto il loro dovere. Il secondo, il 29 giugno di quest’anno, ha presenziato, insieme al nostro ministro degli Esteri Federica Mogherini, alla celebrazioni per i 70 anni di un’altra terribile strage, quella di Civitella in val di Chiana, compiuta da reparti dell’aviazione tedesca. E ha detto di vergognarsi. 'Mi inchino - ha detto - di fronte a questi morti'. La nostra ministra, invece, è stata zitta… Ecco, in Germania qualcosa si sta muovendo, in Italia è il silenzio assoluto”.

“Spesso”, conclude Giustolisi, “mi chiedono perché mi batto per cose di 70 anni fa, che senso ha chiedere che ultranovantenni vengano condannati. Io rispondo prendendo in prestito le parole del diritto, l’azione penale in Italia è obbligatoria, e seguendo la straordinaria indicazione del presidente della repubblica di Germania: quando i tribunali non fanno il loro dovere è il popolo che deve andare avanti. Ecco io sono il popolo, e vado avanti. Anche se ho 89 anni e qualche acciacco. Vorrei che il popolo italiano raccogliesse questa triste eredità. E andasse comunque avanti nella ricerca della verità che, come diceva Gramsci, è rivoluzionaria”.

Pier Vittorio Buffa

Germania, padri in rivolta: "ora a casa coi figli stiamo noi"

  • Mercoledì, 05 Marzo 2014 12:40 ,
  • Pubblicato in Flash news

pagina99
05 03 2014

BERLINO - Ogni mercoledì Sigmar Gabriel, di 54 anni, lascerà l’ufficio nel primo pomeriggio. Prima delle quattro, passerà a prendere sua figlia di due anni in un Kindergarten berlinese e trascorrerà con lei la seconda parte del pomeriggio. E così farà tutte le settimane, per i prossimi quattro anni di legislatura. Non sarà facile mantenere l’impegno: stiamo parlando del vice cancelliere tedesco, leader del partito socialdemocratico SPD nonché ministro di Economia ed Energia all’interno di un esecutivo che ha l’ambizione di implementare una radicale riforma energetica. La sua decisione è un’operazione di propaganda ma anche un messaggio politico chiaro per una società che sta cambiando. In Germania, sempre più padri rivendicano il diritto di stare con i figli piccoli.

“Il mercoledì sarà il mio turno”, così lo ha annunciato Gabriel in un intervista con la Bild, agli inizi di quest’anno. “Mia moglie lavora e tocca a me. Sono molto felice di prendermi questo impegno”. Per un politico è importante, secondo Gabriel, non perdere il contatto con la vita di tutti i giorni. Oltre al lavoro, bisogna avere il tempo di fare la spesa al supermercato, parlare con il partner, passare tempo in famiglia... “Se no perdiamo di vista la vita reale”. Il suo esempio si interpreta come un passo avanti in quella che si definisce come una rivoluzione sociale e culturale. La coniugazione di carriera e famiglia era, fino a poco fa, in Germania come in Italia, un’ambizione riservata alle donne. Nella maggior parte dei casi i padri hanno entrambe le cose, però sono soliti concentrarsi cinque giorni a settimana sul lavoro. I figli rimangono per la maggioranza come un impegno del fine settimana. Questo modello, almeno in Germania, sembra destinato a cambiare.

Gabriel non è l’unico personaggio di spicco della politica tedesca ad aver deciso in questa direzione. Prima di lui, Jörg Asmussen, è stato addirittura più drastico: il 47enne era fino a poco tempo fa uno dei più influenti economisti della Banca Centrale Europea, a fine 2013 ha annunciato che avrebbe abbandonato la sua brillante carriera. Ha deciso allora di tornare a Berlino per passare più tempo con la famiglia e avere un lavoro con orari più umani. Nella capitale è stato nominato segretario di stato del Ministero del Lavoro. È un passaggio che implica anche una significativa riduzione di stipendio, visto che nella nuova posizione guadagnerà 150.000 euro all’anno in meno. “Non mi importa se la gente mi considera un modello o un idiota”, ha detto al settimanale Stern. Lo stesso vale per Roland Pofalla, di 54 anni, che come ministro alla Cancelleria nel corso della scorsa legislatura è stato forse il politico più vicino ad Angela Merkel in una serie di situazioni delicate. Nel nuovo consiglio dei ministri ha consapevolmente rinunciato ad avere un ruolo. Anche nel suo caso, l’esigenza era di passare più tempo con la famiglia.

Nonostante il 90% dei padri tedeschi lavorino ancora con orari pieni, un sondaggio citato da Der Spiegel assicura che il 91% sogna di avere più tempo da dedicare ai bambini. La rivoluzione culturale è iniziata nel 2007 con l’introduzione da parte dell’allora ministra della Famiglia — ora alla Difesa — Ursula von der Leyen (conservatrice della CDU) dell’Elternzeit una licenza per genitori dopo la nascita dei figli, che entrambi si possono suddividere a piacimento su un arco temporale di 14 mesi. Se solo la madre si avvale dei mesi di pausa, questi si riducono a 11 mesi. Grazie a questo espediente, i padri hanno iniziato a considerare di avvalersi quantomeno di due mesi di licenza.

La tendenza si può osservare ad occhio nudo per le strade di Berlino dove è molto comune incrociare giovani padri che spingono carrozzine al supermercato, durante la settimana e in orari da lavoro. Christian S. di 39 anni, va a prendere suo figlio di due anni in un asilo nido di Mitte due volte alla settimana. È chirurgo in una clinica privata di Berlino e quando è nato suo figlio, si è preso tre mesi di pausa. “La mia fidanzata ha insistito, voleva che ci dividessimo gli impegni famigliari e per lei era importante non allontanarsi troppo a lungo dal lavoro di ricerca in università. Ho preso tre mesi dai 7 ai 10 mesi del bambino e ora mi sento di ringraziarla per questo”. All’inizio, assicura, si è sentito stigmatizzato sul posto di lavoro: “in particolare mi sembrava che un capo non l’avesse presa bene, però si sono abituati e con il tempo la sensazione è che sempre più medici seguano l’esempio”. Christian si è reintegrato gradualmente negli orari di lavoro e ancora adesso non lavora con gli orari di prima ma all’80%, il che gli permette di andare a prendere il figlio due volte alla settimana.

Eppure, secondo gli esperti, le riforme non sono l’unico elemento fondamentale. “La convinzione che la presenza attiva del padre nell’educazione dei figli sia fondamentale è diventata sempre più diffusa. Prima si accettava che i padri fossero più assenti”, assicura a Pagina99 Hans-Georg Nelles, padre di tre figli, marito di una moglie lavoratrice e fondatore della società di consulenza “Padri e Carriera” che aiuta le aziende a implementare orari più flessibili per i genitori. Politici, consulenti e aziende in Germania sono alla ricerca di modelli imprenditoriali dove anche le posizioni di dirigenti possano adattarsi ad orari flessibili. Il “Contratto di Governo”, firmato dai tre partiti che formano la Grosse Koalition di Angela Merkel, chiede esplicitamente “migliori condizioni per permettere ai genitori di bilanciare i propri impegni professionali e famigliari”.

Ci sono altre ragioni che spingono la Germania in questa direzione. Con una popolazione che invecchia e un’economia che cresce, il paese cerca di modificare il mercato del lavoro in modo da renderlo attrattivo per i lavoratori specializzati stranieri. Allo stesso tempo, le aziende che possono già contare su dipendenti altamente qualificati, fanno di tutto per non lasciarseli scappare. Sondaggi realizzati tra i padri dimostrano che la possibilità di combinare lavoro e carriera aumenta la loro motivazione professionale così come la loro fedeltà all’azienda.

“Non è sempre facile”, ammette Nells, “ci sono ancora grandi compagnie dove non è possibile nemmeno proporre idee di questo tipo. Altre iniziano a rifletterci. Altre ancora le appoggiano con entusiasmo”. Tra le grandi aziende tedesche che si sono lanciate in esperimenti di questo tipo, gli esperti tendono a ricordare la “Robert Bosch Gmbh” — quella degli elettrodomestici — dove sono state introdotte proposte esplicite per gli orari flessibili dei dirigenti e dove si incoraggiano i dipendenti a lavorare alcune ore alla settimana lontano dall’ufficio. La compagnia di assicurazioni “Ergo”, dal canto suo, invita i dirigenti a partecipare a seminari di “leadership sensibile ai temi famigliari” e ha introdotto una serie di proposte per “dirigenti part-time”. “Prima si pensava che occuparsi dei figli fosse una pausa di inattività dal punto di vista del lavoro”, conclude Nells, “ora invece si inizia a considerare questo tempo come parte dell”esperienza generale dove, dopotutto, si acquisiscono competenze. Le aziende possono trarne beneficio”.

 

Il Sole 24 Ore
30 01 2014

Il governo di Angela Merkel ha varato una riforma previdenziale che innesta la retromarcia sull'età pensionabile, costerà 160 miliardi di euro da qui al 2030 e comporterà l'aumento dei contributi di quasi un punto percentuale a partire dal 2019. ...

Westerwelle attacca Merkel: blocca i diritti degli omosessuali

  • Venerdì, 17 Gennaio 2014 09:46 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA
La Stampa
17 01 2014

Negli anni scorsi Angela Merkel si sarebbe perennemente opposta al matrimonio tra omosessuali e adesso si sarebbe messa a capo di una “grande coalizione piccoloborghese”. Dunque, la reazione positiva del governo al “coming out” dell’ex calciatore della nazionale Hitzlsperger che sta facendo discutere la Germania da una settimana, non basta: “alle parole dovrebbero seguire i fatti”.

Nella sua prima intervista dopo la pesante debacle elettorale che ha buttato fuori il suo partito dal Bundestag, il liberale ex vicecancelliere Guido Westerwelle attacca frontalmente Merkel su un tema comprensibilmente a lui caro – l’ex ministro degli Esteri è unito dal 2010 con il suo compagno Michael Mronz attraverso una civil partnership. Ma le reazioni di Spd e Verdi è stata altrettanto comprensibilmente ironica: perché non ha denunciato la reticenza della cancelliera quando ci governava insieme?

Per comprendere l’attacco di Westerwelle bisogna fare effettivamente un passo indietro. I liberali, che in oltre cinquant’anni di presenza ininterrotta in Parlamento hanno spesso fatto da ago della bilancia per i governi delle grandi Volksparteien, governando sia con i cristianodemocratici sia con i socialdemocratici, a settembre dell’anno scorso, per la prima volta dal 1949, non hanno superato la soglia di sbarramento del 5 per cento per entrare al Bundestag. Il sospetto di una mossa dell’ex leader della Fdp per far uscire il partito dall’angolo, anche in vista delle elezioni europee, dove la soglia di sbarramento è al 3 per cento, è quindi forte.

In sostanza, dopo quattro anni di convivenza con la cancelliera, l’elettorato Fdp ha avuto la fondata impressione che i liberali al governo non avessero ottenuto nulla, anzitutto sul terreno fiscale – sin dalla campagna elettorale del 2009 avevano promesso una riduzione delle imposte che non è mai arrivata. E all’ultimo appuntamento con le urne, gli eredi del grande Hans-Dietrich Genscher sono arrivati anche logorati da lotte intestine e da leadership troppo deboli. L’uscita di Westerwelle si può interpretare indubbiamente come un primo, forte tentativo di riconquistare visibilità. E, a è prescindere dalla storia personale dell’ex ministro, non è affatto un caso che la “bomba” sia arrivata su un tema come quello dei diritti civili.

Il grande avversario della Fdp si chiama, infatti, Alternative fuer Deutschland. È stato il partito anti-euro ad aver drenato molti voti dei liberali e ad aver contribuito al loro disastro elettorale. Se i più accaniti sostenitori dell’austerità e delle politiche di rigore sono sempre stati i liberali, assieme alla Csu, il partito Afd ha rubato loro una fetta di elettorato che ha rinunciato tout court all’idea che la Germania possa continuare a beneficiare di una convivenza con i Paesi sudeuropei in un’unica unione monetaria. Ma il difetto maggiore del partito anti-euro è l’ambiguità su alcuni temi come l’immigrazione o la famiglia, dove ostentano slogan di ultradestra. E dopo la rivelazione del calciatore Hitzlsperger, Il capo dell’Afd, Lucke, lo ha apertamente criticato. Westerwelle spera invece, con tutta evidenza, di riconquistare elettorato Fdp ricordando quello che spesso si fa finta di dimenticare: parte integrante di ogni autentica cultura liberale è la salvaguardia dei diritti di tutti.

Tonia Mastrobuoni


Frontiere news
10 01 2014

Lezioni di Islam a scuola. E’ l’idea della regione di Assia, Germania centrale. Per la prima volta, la scuola tedesca introduce lezioni di Islam per gli alunni della primaria con il duplice intento di promuovere una migliore integrazione della minoranza musulmana e contrastare la crescente influenza del pensiero islamico radicale nel paese. Le lezioni saranno affidate a docenti abilitati che saranno formati appositamente dal sistema educativo pubblico e saranno utilizzati appositi libri di testo.

L’iniziativa, che si sta sviluppando nella regione dell’Assia, ma non è escluso che verrà presa in considerazione anche in altre regioni, risponde all’idea sempre più largamente diffusa che la Germania, dopo decenni di immobilismo su questo fronte, deve fare di più a favore della popolazione musulmana se vuole promuovere l’armonia sociale.

Grazie a questa decisione l’istruzione sull’Islam viene di fatto equiparata a quelle già previste per protestantesimo e cattolicesimo. Ai giovani musulmani sarà offerta una formazione di base sull’Islam fin dal primo ciclo della scuola e, sottolineandone il messaggio di tolleranza, le autorità sperano di tener lontani i giovani dalle idee più radicali riconoscendo al tempo stesso l’importanza della loro confessione religiosa. I genitori potranno scegliere se iscrivere o meno i figli, ma stando a quanto emerso finora, nei distretti a forte presenza di immigrati l’adesione nelle 29 classi che hanno preso parte al progetto è stata altissima.

In Germania ognuno dei 16 stati pianifica il proprio sistema educativo e decide se e come offrire corsi non obbligatori di religione o etica. Forme di istruzione islamica sono previste, ad esempio, in tutti gli ex stati tedeschi occidentali, mentre non ve ne sono in quelli dell’ex Germania orientale. La particolarità dello stato dell’Assia sta nel fatto che le autorità hanno messo a punto un particolare programma universitario e si sono assunte l’incarico di formare gli insegnanti. Uno di questi, Timur kumlu, 31 anni, ha seguito 240 ore di formazione extra all’università di Giessen per poter entrare a far parte del gruppo dei primi 18 insegnanti di Islam dell’Assia.

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