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Il Fatto Quotidiano
12 09 2013

“Le dico con tutta sincerità che ho delle difficoltà con la piena uguaglianza. Sono incerta riguardo al benessere del bambino”. Angela Merkel cerca di rimanere sul vago, ma una volta incalzata a definire meglio la propria posizione riguardo l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, dopo aver messo le mani avanti (“non voglio discriminare nessuno”), ha ammesso che non sarà di certo lei “a presentare un progetto di legge per la completa parificazione in tema di adozioni”. Il luogo del dibattito è stata la Wahlarena (Arena del voto), trasmissione del primo canale tedesco a cui la Cancelliera ha partecipato come unica ospite. Davanti a lei, in piedi per 75 minuti, una platea di 150 elettori selezionati in maniera demoscopica pronti a porle domande di ogni tipo senza filtro di moderatori.

Sanità, mercato del lavoro, salari minimi, Siria, assistenza agli anziani e pensioni: per circa un’ora Angela Merkel ha risposto in maniera abbastanza su tutti i temi proposti finché non ha preso la parola Patrick Pronk, manager 36enne da dieci anni convivente con il proprio compagno in un paesino della Bassa Sassonia. La stampa tedesca inizialmente aveva sottovalutato il peso di quella presa di posizione che sembrava ribadire quanto da sempre apparso come un fatto abbastanza consolidato, ovvero che Merkel e il suo partito, la Cdu, rappresentino l’elettorato più conservatore in materia di diritti degli omosessuali dell’arco costituzionale tedesco tanto che die Welt titolava “La Merkel trionfa nel ruolo di “Queen” tedesca”, mentre la Sueddeutsche Zeitung si concentrava sulle sue risposte sulla Siria: “Madame No utilizza la colomba della pace”.

Solo con il passare delle ore quanto detto sull’adozione di bambini per le coppie gay ha cominciato a scatenare dibattito. “La Merkel innesca un’onda di indignazione”, “La Merkel irrita gli omosessuali”, titolano rispettivamente der Spiegel e Handelsblatt, mentre la Stern è andata ad intervistare direttamente Patrick Pront: “Non avevo mai ascoltato una risposta chiara da parte della Merkel. Mi ha sorpreso che si sia espressa contraria in maniera così netta”.

L’opposizione a quanto affermato dalla Merkel del resto è compatta. Non solo, come era prevedibile, le organizzazioni per i diritti dei gay (“la Merkel viola la costituzione”) e i socialdemocratici dell’Spd con il candidato cancelliere Peer Steinbrück a ricordare che la società di oggi è “più colorita che mai”, ma anche lo stesso partner di governo ovvero i liberali dell’Fdp (normalmente il partito più a destra nel parlamento tedesco) per bocca del suo segretario generale Patrick Doering: “La Cdu deve finalmente levarsi i paraocchi ed entrare nella realtà della vita”. L’Fdp del resto è il partito di quel Guido Westerwelle, attuale ministro degli Esteri, apertamente omosessuale a cui in passato è stato criticato il fatto non tanto di di avere fatto viaggiare con sé il proprio marito durante alcune visite di Stato, ma che lo abbia fatto alcune volte con soldi pubblici (“se fosse stata una first lady anziché un first man nessuno avrebbe detto nulla” fu una delle risposte).

Nel caso in cui si confermasse un governo di centrodestra, a meno che l’Fdp non riuscisse a far cambiare idea alla Merkel (cosa che peraltro non ha tentato di fare in questi 4 anni di governo), l’unico altro modo per sollecitare un’ulteriore apertura della legge tedesca alle coppie omosessuali potrebbe arrivare dalla Corte Costituzionale di Karlsruhe che già lo scorso febbraio aveva stabilito che gli omosessuali legati in un’unione civile potranno adottare a loro volta il bambino precedentemente adottato da uno dei due partner e che più volte ha sollecitato il parlamento a legiferare a favore di una completa parificazione.

Andrea D'Addio

La legalizzazione del mercato del sesso ha inizialmente migliorato le condizioni di vita, ridotto i pericoli di un'attività un tempo clandestina e penalmente perseguibile. Ma ha trasformato la Germania come dicono molti, nel "più grande bordello d'Europa", dominato in gran parte dalle regole criminali dello sfruttamento, dall'attività senza scrupoli dei trafficanti. ...

La Stampa
26 06 2013

È un’“ascesa silenziosa”, come la definisce il quotidiano economico Handelsblatt, che dedica al tema la prima pagina di oggi. Dal 2012 al 2013 la percentuale delle donne nei consigli di sorveglianza delle 160 maggiori aziende tedesche quotate in borsa (quelle cioè presenti nei listini Dax, Mdax, TecDax e Sdax) è salita dal 9 al 13%.

Il dato si riferisce soltanto alle manager nominate in rappresentanza degli azionisti e non a quelle scelte dai sindacati: secondo il sistema tedesco della cogestione, infatti, tra la metà (per le aziende più grandi) e un terzo (per quelle più piccole) dei rappresentanti nei consigli di sorveglianza sono indicati dai lavoratori. Non solo, ma lo studio del professor Michael Wolff dell’università di Göttingen citato dall’Handelsblatt rivela che fra i trenta più influenti consiglieri di sorveglianza – scelti in base a tre criteri: reputazione, contatti e status – sono entrate ora anche tre donne: la professoressa Ann-Kristin Achleitner, l’imprenditrice Nicola Leibinger-Kammüller e la numero uno dell’istituto demoscopico Allensbach, Renate Köcher. Tuttavia i primi 14 posti su 30 continuano ad essere dominati dagli uomini.

Sempre più spesso a entrare negli organismi di controllo delle maggiori società tedesche sono inoltre delle manager straniere, come ad esempio l’imprenditrice turca Güler Sabanci (in Siemens), la danese Christine Bosse (Allianz) e la francese Beatrice Guillaume-Grabisch (Henkel).
I risultati dell’indagine confermano un trend indicato già in uno studio della società di consulenza PwC diffuso a metà giugno, secondo il quale a inizio mese 106 dei 488 consiglieri di sorveglianza delle 30 società del DAX erano donne, una cifra pari al 21,7%. All’inizio del 2011 tale quota era ferma al 13,4%. A salire, in proporzione, è soprattutto il numero delle manager nominate dagli azionisti: questi ultimi hanno indicato 44 consigliere donne, cioè il 17,6% del totale (erano 20 a inizio 2011), mentre ad occupare un posto in rappresentanza dei lavoratori erano 62 donne (il 26,1%); due anni e mezzo fa erano 47.

Dati, questi, che si inseriscono nel lungo dibattito in Germania sulla necessità o meno di introdurre per legge delle quote rosa fisse ai piani alti delle aziende. A metà aprile il Bundestag aveva bocciato, coi voti contrari decisivi della maggioranza, la proposta dell’opposizione di riservare alle donne il 20% dei posti negli organismi di controllo delle società a partire dal 2018 e il 40% dal 2023.

Amburgo dà il via libera alle quote rosa

  • Giovedì, 20 Giugno 2013 07:47 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
20 06 2013

Non è riuscita a imporle a livello nazionale, a causa del no della maggioranza a Berlino, e così la città-stato di Amburgo ha deciso di andare avanti per conto proprio e ha appena dato il via libera alle quote rosa. Il governo locale, guidato dalla Spd, ha deciso che in futuro dovrà essere riservato alle donne almeno il 40% dei posti in tutti gli organismi decisionali, consultivi e di controllo i cui componenti vengono nominati o proposti anche dalla città anseatica. Ciò vale, ad esempio, per i consigli di sorveglianza delle aziende pubbliche, come la Fiera di Amburgo o la società di trasporti Hamburger Hochbahn, ma anche per una speciale “Commissione culturale” cittadina. In totale la novità, che non ha valore retroattivo ma scatterà solo per l’elezione di nuovi membri, interesserà oltre 200 organismi. In essi attualmente la percentuale delle donne si aggira tra il 25 e il 30%.

La norma dovrà ricevere l’ok del parlamento di Amburgo, che dovrebbe arrivare in autunno ed è dato per scontato, visto che la SPD dispone della maggioranza assoluta dei seggi. La mossa di Amburgo ha un chiaro obiettivo: dimostrare che è possibile imporre le quote rosa per legge - e lanciare così un netto segnale a Berlino. Il 18 aprile il Bundestag aveva bocciato la proposta dell’opposizione di introdurre delle quote rosa nei consigli di sorveglianza delle aziende tedesche quotate in borsa. L’iniziativa, avanzata inizialmente da Amburgo al Bundesrat (la camera dei Länder), che l’aveva approvata l’anno scorso, prevedeva di riservare alle donne il 20% dei posti negli organismi di controllo delle società a partire dal 2018 e il 40% dal 2023 in poi.

Decisivo per il no al Bundestag è stato il voto contrario della Cdu di Angela Merkel e dei liberali della Fdp. Lo stop della Cdu è arrivato al termine di uno scontro interno tra il ministro della Famiglia e delle Donne, Kristina Schröder, e il ministro del Lavoro, Ursula von der Leyen. Schröder è favorevole a un modello “flessibile”, che lascerebbe alle aziende la facoltà di raggiungere volontariamente una quota rosa del 30% entro il 2020. Frau von der Leyen non crede invece in un sistema volontario di auto-regolamentazione ed era arrivata persino a minacciare di votare con l’opposizione al Bundestag a favore della proposta di Amburgo. Poco prima del voto al Bundestag la Cdu aveva trovato un compromesso: nel programma del partito entrerà la richiesta di introdurre le quote rosa - ma soltanto dal 2020.

La Stampa
23 05 2013

Come risolvere i problemi demografici di una società che invecchia rapidamente come quella tedesca? Non puntando sull’immigrazione, come fa erroneamente la cancelliera Angela Merkel, bensì optando per una soluzione ben diversa: le donne dovrebbero rimanere a casa e fare tre-quattro figli.

Parola del controverso arcivescovo di Colonia Joachim Meisner. «Dov’è che le donne vengono davvero incoraggiate pubblicamente a restare a casa e a mettere al mondo tre, quattro figli?», si è chiesto Meisner in un’intervista al quotidiano Stuttgarter Zeitung. È da qui che bisognerebbe partire «e non, come fa Frau Merkel, presentare soltanto l’immigrazione come soluzione dei nostri problemi demografici». Non possiamo certo portar via ai portoghesi e agli spagnoli i loro giovani e dunque il futuro del loro Paese solo per puro egoismo, ha criticato il cardinale: «dovremmo formare questi disoccupati e dar loro così una prospettiva, ma poi dovremmo lasciarli tornare nella loro patria, dove c’è bisogno di loro».

C’è un trend ad allontanare le donne dalle famiglie affinché la produzione possa andare avanti, ha lamentato Meisner. Si tratta di un fenomeno che ricorda la Germania dell’Est, un Paese dove venne fatto credere alle donne che «chi resta a casa a causa della famiglia è demente». Meisner è uno dei più discussi vescovi tedeschi e il più noto rappresentante della corrente conservatrice della Chiesa cattolica in Germania. In passato ha provocato accese discussioni paragonando ad esempio l’aborto all’Olocausto o criticando la cultura “degenerata” (un aggettivo, “entartete”, usato dai nazisti per denigrare l’arte a loro sgradita). Nei giorni scorsi il cardinale, cresciuto nella Germania dell’Est e nominato nel 1989 alla guida della più grande diocesi tedesca, quella di Colonia, ha annunciato che si dimetterà a fine anno, quando compirà ottant’anni.

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