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Hiroshima, dopo l'esplosione atomica

  • Venerdì, 07 Agosto 2015 08:43 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
06 08 2015

Come si sono trasformati negli anni ad Hiroshima i luoghi distrutti dall'esplosione della prima bomba atomica? Lo svela il progetto fotografico di Issei Kato.

Oggi il mondo ricorda il 70esimo anniversario dallo scoppio della prima bomba atomica. Simbolo della tragedia è l'Hiroshima Dome, il duomo di Hiroshima, una struttura che si trova a 500 metri dallo scoppio della bomba, riconosciuto come patrimonio dell'umanità e testimone silenzioso della morte di centinaia di migliaia di persone.

Ecco quindi un interessante progetto, realizzato dal fotografo giapponese Issei Kato, che mostra in modo interattivo come si sono trasformati ad Hiroshima sia il memoriale che altri luoghi della città, distrutti nel 1945 dall'ordigno di morte.

"Ancora dieci anni al massimo, poi anche noi saremo anime, ricongiunte ai nostri genitori, ai fratelli e agli amici scomparsi settant'anni fa. Allora non ci sarà più nessuno a provare che qui l'impossibile è stato possibile".
Gp. V., la Repubblica ...

La Stampa
06 08 2015

Il lungo boulevard che attraversa il centro città da Est ad Ovest si chiama Viale della Pace. Quando scavalca il fiume, si tramuta in Ponte della Pace, e dopo una leggera curva ecco che porta al Parco della Pace, dove si trovano il Museo e Memoriale della Pace di Hiroshima. I mille aironi origamati appesi agli alberi all’interno del parco, ai quali vengono costantemente aggiunti nuovi grappoli di uccelli colorati di carta piegata, fanno da simbolo perenne della pace, così come le statue e le sculture e gli omaggi offerti dalle varie associazioni e gruppi professionali di tutto il mondo, che dedicano a Hiroshima, anno dopo anno, auguri di pace per scongiurare l’amnesia.

I messaggi sugli alberi
Nel parco stesso, mentre si passeggia all’ombra dei sempreverdi osservando le miriadi di gruppi scolastici che guardano prendendo appunti a quel che rimane del Salone per la Promozione Industriale di Hiroshima, il Sangyo Shoreikan, l’unico edificio significativo rimasto in piedi dopo l’esplosione del 6 agosto 1945, l’attenzione è costantemente attratta da fotografie e volantini appesi agli alberi, o lasciati vicino ai muretti. Alcuni sono messaggi di sopravvissuti, tramandati da amici e discendenti, altre sono collezioni di disegni di bambini, o fotografie del prima e dopo, tutti a mostrare che l’unica via di sopravvivenza per il genere umano sono la pace e il disarmo nucleare. Ogni tanto si viene fermati da persone che per missione fanno i «portatori di racconti dei sopravvissuti».

Alcuni hanno imparato le lingue straniere, per spiegare ciò che è accaduto a turisti come questi, dell’Ecuador, o a quell’altro gruppo che arriva dalla Germania, che segue una comitiva di allegri canadesi in calzoncini. Hiroshima, città internazionale di Pace.
Mihoko Kumamoto, direttrice del centro Unitar (una delle agenzie Onu per lo sviluppo e la «pace sostenibile» in seguito ai conflitti) di Hiroshima, spiega che «questa è la missione che la città si è data dopo la guerra». «È per questo - dice - che l’Unitar è venuta qui. Portiamo a Hiroshima delegazioni dall’Afghanistan e dal Sud Sudan, per formazione sulla pace sostenibile, e per tutti la sorpresa è vedere una città come questa: prospera, allegra, dall’economia dinamica e sviluppata. Si aspettavano solo macerie».

Case da tè e grattacieli
Perché Hiroshima, infatti, è una piccola, accogliente città giapponese come tante altre. La sera, gruppi di giovani in abiti cosplay (travestiti da personaggi famosi, ndr) escono per mostrarsi nelle strade dello shopping. Le case da tè dove signore dall’aspetto perfetto passano ore a gustare verdissimi tè macha e dolci alla crema e fagioli azuki si affiancano alle catene di caffè per businessmen e studenti bisognosi di rapida caffeina. La scelta gastronomica è appetitosa e varia, i grattacieli dei grandi magazzini Parco, Tokyu Hands, Mitsukoshi e via dicendo punteggiano l’orizzonte, il crimine è basso, le librerie traboccano di volumi e di curiosi che li spulciano, le sale da gioco sono aperte fino a notte tarda, negozi e ristoranti «tradizionali» si affiancano a quelli moderni, e dopo qualche ora in città il nome «Hiroshima» perde gli echi tragici che evoca ancora nel mondo.

«Sono passati settant’anni», dice Yasuyoshi Komizo, il segretario generale della Fondazione per la Cultura di Pace di Hiroshima, «e credo che questo sia un momento di svolta: i sopravvissuti diminuiscono, alcuni sono molto malati, e il ricordo non può più contare solo sulle loro testimonianze, anche se cerchiamo di preservarle nel museo e nella biblioteca multimediale. C’è bisogno di iniziative attuali. Come quella che portiamo avanti sui Sindaci per la Pace, ovvero, una coalizione mondiale di sindaci che cerca di promuovere il disarmo nucleare. E c’è il problema sempre vivo dell’educazione, naturalmente».

Il diritto alla memoria
Per i primi sette anni dopo la guerra, quando il Giappone era sotto occupazione militare americana, non si poteva parlare dell’atomica: filmati, foto, e altre documentazioni erano confiscati dalle forze d’occupazione, e l’autocensura s’impose. Per le vittime della bomba la conquista del diritto alla memoria arrivò lentamente, quando alcuni forse avrebbero già voluto dimenticare – come a volte sembra voglia fare il Paese intero. Oggi, sia Nagasaki che Hiroshima hanno un programma scolastico un po’ diverso dal resto del Giappone, con un’ora settimanale di formazione alla pace e d’insegnamento degli orrori della guerra. Altrove, ancora oggi, la questione dell’insegnamento della storia giapponese recente, e delle sue folli avventure militari in Asia, continua a essere un campo di battaglia politico. «Qui a Hiroshima», dice Keiko Ogura, sopravvissuta alla bomba, «pochi approvano le idee di riarmamento militare del primo ministro Abe». Komizo le fa eco: «La soluzione dei conflitti deve essere pacifica. È la lezione di Hiroshima, oggi come ieri».

Ilaria Maria Sala

Giappone: prima esecuzione del 2015

  • Giovedì, 25 Giugno 2015 11:55 ,
  • Pubblicato in Flash news

Amnesty International
25 06 2015

Tsukasa Kanda, 44 anni, è stato impiccato nelle prime ore del 25 giugno nel centro di detenzione di Nagoya. Era stato condannato nel 2009 per furto e omicidio.

Si è trattato della prima esecuzione del 2015, la 12esima sotto il governo in carica, al potere dal 2012, ed è avvenuta in un periodo nel quale l'attenzione politica, mediatica e dell'opinione pubblica è concentrata su altri temi, quali i piani del governo per espandere il ruolo militare del Giappone.

"Dal momento che il paese stava guardando altrove, le autorità giapponesi hanno pensato che fosse politicamente conveniente riprendere adesso le esecuzioni. Privare in tal modo un uomo della vita è una politica da bassifondi" - ha riferito Hiroka Shoji, ricercatrice sull'Asia orientale di Amnesty International.

"Il governo vuole evitare un dibattito completo e franco sul ricorso alla pena di morte perché le argomentazioni che avanza non sono ammissibili" - ha proseguito Hiroka.

Le autorità giapponesi continuano a sostenere che la minaccia della pena capitale costituisce un "deterrente generale", ma hanno ammesso che questa tesi non è al momento sostenuta da alcuna evidenza scientifica. Il Giappone è stato uno dei soli 22 paesi a effettuare esecuzioni nel 2014, rispetto ai 41 di 20 anni prima. Attualmente, 140 stati hanno abolito la pena di morte per legge o nella pratica. Il Giappone e gli Usa restano gli unici stati membri del G8 a contemplarla e negli Usa ci sono segnali che il ricorso alle condanne a morte sia in diminuzione.

Nei bracci della morte del Giappone si trovano 129 prigionieri in attesa dell'esecuzione.

L'intero procedimento della condanna a morte è coperto dal silenzio e i prigionieri sono informati dell'esecuzione solo poche ore prima, o non ricevono addirittura alcun preavviso. Le loro famiglie ne vengono a conoscenza solo in seguito.Gli esperti delle Nazioni Unite hanno criticato la mancanza di garanzie giudiziarie per i condannati a morte in Giappone. Agli imputati si negano un'adeguata difesa legale e il pieno ricorso in appello contro la condanna, obbligatorio quando si tratta di pena di morte. Perfino prigionieri con disabilità mentali e psicologiche sono stati messi a morte o restano in attesa dell'esecuzione. Molti condannati hanno raccontato di aver "confessato" il crimine dopo essere stati sottoposti a maltrattamenti e torture durante interrogatori prolungati, senza avvocato, mentre erano in custodia della polizia.

La solitudine del Sol levante

  • Lunedì, 01 Giugno 2015 08:24 ,
  • Pubblicato in La Denuncia
Pawel Kuczynski-SolitudineCristian Martini Grimaldi, Il Messaggero
1 giugno 2015

In Giappone è in atto un vero mutamento antropologico: non solo continua il calo demografico, che va di pari passo con la crisi economica, ma i giovani sono sempre più chiusi e apatici. E stata soprannominata la sindrome del celibato: niente sesso né incontri, regrediscono persino i contatti virtuali. Tanto che a Facebook si preferisce il più riservato Line. ....

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