Il Fatto Quotidiano
21 05 2014

Dire “Chega de fiu fiu“, in Brasile, equivale a esclamare un sonoro “smetti di fischiare!”. Il “fischio” in questione è quello che i brasiliani (ma non solo) riservano alle donne che camminano in strada. Contro questo modo di fare la giornalista Juliana de Faria Kenski, ideatrice del think thank ‘Olga‘, ha scelto quindi lo slogan “Chega de fiu fiu” per la campagna che si propone di segnalare i luoghi dove le molestie sono più frequenti e il loro grado di pericolosità. Nell’immaginario comune si pensa al paese sudamericano come al luogo in cui bellissime donne passeggiano poco vestite su sfondi fatti di mare e spiagge. Ecco, sono quelle stesse donne a voler sfatare questo luogo comune con l’obiettivo di far capire agli uomini che fischi e apprezzamenti a sfondo sessuale – impliciti o espliciti – possono equivalere a offese in tutto e per tutto. E per evitare che queste stesse offese si trasformino in qualcosa di più grave è necessario partire dai piccoli gesti quotidiani, superando la concezione secondo cui la donna è un oggetto da ammirare e, per l’appunto, fischiare.

Un piano ambizioso, certo, ma organizzato fin nei minimi dettagli dal team Olga e animato dall’idea che ogni donna debba essere libera di camminare per la strada senza temere di essere fermata o importunata. Il punto di partenza è una mappa in cui è possibile segnalare in forma anonima la località e il tipo di molestia subita, dalla minaccia verbale, all’intimidazione, dall’attacco al pudore, finanche allo stupro. Accedendo a chegadefiufiu.com.br, infatti, non solo è possibile raccontare l’accaduto, ma anche scoprire il grado di pericolosità di un luogo in base al numero di segnalazioni ricevute.

Navigando sul sito ci si imbatte in episodi di minaccia verbale: “Un pomeriggio ero per strada quando una macchina ha iniziato a seguirmi – si legge nella segnalazione – L’uomo che guidava comincia a rivolgersi a me chiamandomi ‘bella’; io ho continuato a camminare, cercando di ignorarlo. Ma lui ha insistito, dicendo che mi avrebbe dato volentieri un passaggio. In quel momento ho avuto paura e ho attraversato la strada per allontanarmi. Desideravo tornare a casa e non uscire mai più“. Non mancano neppure gli esempi di aggressione fisica vera e propria: ”Anni fa un uomo si è avvicinato per conoscermi, ma io l’ho rifiutato – racconta un’utente – Allora, offeso, mi ha afferrato il braccio e mi ha tirato verso di sé, cercando di baciarmi. Un mio amico, che aveva visto la scena, si era avvicinato per difendermi, ma l’uomo, ubriaco, ha reagito tentando di schiaffeggiarmi, fortunatamente senza riuscirci”.

Come si può intuire da queste e da altre testimonianze lasciate sul sito, le intimidazioni (e non solo quelle verbali) sono piuttosto diffuse in Brasile. Lo conferma anche un sondaggio pubblicato il marzo scorso da Ipea che ha destato molto scalpore: il 58,5% degli intervistati ha dichiarato, infatti, che se le donne “si sapessero comportare adeguatamente”, non sarebbero vittime di molestie. Una risposta che fa assomigliare il Brasile più all’Egitto – dove, nonostante una legge appena approvata punisca gli autori delle molestie sessuali, l’opinione comune prevalente continua a criminalizzare le donne per l’abbigliamento provocatorio – che a un Paese aperto e progressista in procinto di ospitare l’evento sportivo più importante del mondo dopo le Olimpiadi. Nel dibattito è intervenuta anche la presidente Dilma Rousseff dichiarando che, in questo senso, “la società brasiliana ha ancora molta strada da fare”.

Nel resto del mondo non mancano iniziative simili a “Chega de fiu fiu”: ad esempio “Hollaback!”, il movimento nato nel 2005 e diffuso a livello globale, si propone di combattere le molestie in strada sempre attraverso lo strumento di denuncia online. Oppure “Women under siege“ (“Donne sotto assedio”, ndr) sviluppato in Siria dal Women’s media center e “HarassMap“, associazione guidata da Rebecca Chiao in Egitto: entrambi i progetti hanno sviluppato delle crowdmap: mappe interattive in cui vengono indicati con un bollino rosso i casi di violenza sessuale segnalati dagli utenti.

Per il Sud America si tratta certamente di un passo in avanti verso un maggiore rispetto della donna. Del resto, come spiega uno degli slogan della campagna, “camminare in uno spazio pubblico non rende pubblico il corpo di una donna”.

Per i giovani, tutto

  • Giovedì, 06 Dicembre 2012 15:04 ,
  • Pubblicato in Flash news
Per il suo documentario “Il corpo delle donne” (5 milioni di contatti online), la mia amica Lorella Zanardo è stata amata, odiata, celebrata, detestata, perfino un po’ perseguitata. Lì si vedeva semplicemente quello che ogni giorno vedevamo in tv: non c’era niente di diverso, se non lo sguardo. In questo caso, lo sguardo di un’italiana poco italiana e non assuefatta, grazie alla frequentazione assidua con altri Paesi. Prova del fatto che il cambio di sguardo sulle cose è tanto, è quasi tutto, e quindi che molto dipende da noi, dalla nostra volontà e dal nostro desiderio.

“Il corpo delle donne” è stato anche un libro, edito da Feltrinelli. Recentemente per lo stesso editore Lorella ha pubblicato “Senza chiedere il permesso-Come cambiamo la tv e l’Italia”, dedicato ai ragazzi. L’intento è l’educazione alla cittadinanza attiva, attraverso un uso consapevole dei media. Le chiedo di raccontarmi il cambio d’oggetto.

“Semplice” dice. “Quando uscì il documentario centinaia di docenti di tutta Italia ci chiamarono per presentarlo e commentarlo nelle scuole. Insegnanti appassionati e responsabili, ma in qualche modo “vinti” dalla concorrenza imbattibile della tv. Ci siamo andati: qui è l’embrione di questo progetto di educazione ai media, che in altri Paesi è materia obbligatoria. Se non conosci il linguaggio dei media, a cominciare dalla tv, hai scarse possibilità di essere un cittadino attivo e consapevole.
La gente guarda moltissima tv, che resta in assoluto il primo mezzo di accesso alle informazioni. Secondo l’Istat la penetrazione è del 98 per cento. In gran parte delle case ci sono 2 o 3 apparecchi televisivi, e i programmi più guardati in assoluto sono quelli della tv generalista. Questo dà un’idea della potenza del mezzo e del livello di responsabilità. Altro dato da smentire è che i ragazzi guardino poco la tv: i bambini la guardano tantissimo, adolescenti e giovani vanno a cercarsi i programmi online. Anche la rete è invasa dalla tv.
A questi dati ne vanno intrecciati altri: il più alto tasso di abbandono scolastico in Europa, il più alto tasso di analfabetismo di ritorno -intendo gente che ormai fa fatica a leggere-, la più bassa percentuale di iscritti all’università (quest’anno c’è stato un crollo).
L’audience di tutti i quotidiani messi insieme probabilmente non raggiunge quella di una puntata di “Striscia la notizia”, 8 milioni di persone. Questo è il Paese con cui abbiamo a che fare. Questo significa non avere avuto, tra le tante altre cose, la legge sul conflitto di interessi. E nel frattempo la scuola viene messa in ginocchio.
Quando giriamo le scuole per portare il nostro corso di alfabetizzazione all’immagine, “Nuovi occhi per i media”, il cui schema è riprodotto nel manuale della seconda parte del libro, partiamo proprio dagli stereotipi di genere: qui sta l’anello di congiunzione con “Il corpo delle donne”. Questi stereotipi producono ancora disastri, in particolare sulle ragazze. In questi giorni ci tocca ancora subire lo spettacolo della valletta muta e seminuda, mi riferisco a una trasmissione di Paolo Bonolis. Fanno come se niente fosse.
Il modello è sempre quello, il vecchio maschio 50-60 enne e la ragazzina passivizzata, presentata come un oggetto, muta e senza cervello. E’ lo stesso vecchio maschio che detta legge dappertutto, in tv, in politica, nei consigli di amministrazione. Tutto il Paese, in ogni settore, è bloccato da questa figura.
Toccherebbe al Ministero della Pubblica Istruzione occuparsi di alfabetizzazione all’immagine, oltre che alla parola. C’è una grandissima domanda, a cui non corrisponde alcuna offerta. Noi riempiamo questo vuoto con i nostri mezzi. Particolarmente interessanti le esperienze che abbiamo realizzato in Toscana e in Trentino, dove abbiamo lavorato sui formatori”.
Il libro è un’ottima guida per gli educatori che vogliano acquisire consapevolezza e metodo per lavorare con i ragazzi sul linguaggio mediatico e la cittadinanza attiva. Un efficace corso di “educazione civica”, che veicola tra gli altri due importanti messaggi: il cambiamento di sguardo è un passaggio decisivo per cambiare ciò che guardi -o sei costretto a guardare-; ogni nostro atto politico oggi deve mettere al centro i piccoli -bambini e giovani, animali e piante- in una chiave di restituzione almeno parziale di ciò che la “generazione perduta” -la nostra- ha loro violentemente sottratto.

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