L'immagine è sempre politica

Indagini di Carlo Ginsburg sull'icononografia che, per vie insospettate e traverse, porta i segni del potere e dei rapporti di forza.
Salvatore Settis, Il Sole 24 Ore ...

Deconstructing il collaborazionismo sessista

  • Martedì, 28 Gennaio 2014 11:10 ,
  • Pubblicato in Flash news

Intersezioni
28 01 2014

Lo so, è un po’ come sparare sulla Croce Rossa. Quelle come l’articolo che state per leggere sono cose assolutamente di routine sulla stampa (anche online), di questi tempi. Sono facili articoli di costume fatti per avere un facile consenso, acchiappare clic, roba che serve per vendere gli spazi pubblicitari, lavoro di redazione necessario alla testata per campare, tirare avanti, tranquillizzare i finanziatori. Marieclaire è un nome molto noto, ha un target di lettrici molto definito, e quindi come tutte le redazioni storicamente consolidate produce contenuti di sicurezza, assolutamente convenzionali, che rassicurano chi legge circa la sua identità, i suoi valori, il suo status quo. C’è la crisi, bisogna sopravvivere.

Il prodotto editoriale che state per leggere – io non ce la faccio a chiamarlo articolo, e neanche post - vale come esempio di un genere molto diffuso di scrittura, che io non esito a chiamare collaborazionista. E’ una scrittura che ratifica il potere patriarcale esistente, sostenendo una visione del mondo schiacciata sui luoghi comuni sessisti più ovvi e scontati, presentati però in maniera accattivante e “simpatica”. La maniera è quella di una donna che parrebbe stanca di quei meccanismi sociali sessisti di cui parla, e che invece li glorifica sollevando ipocrite risate circa la loro efficacia. Il risultato è quel pensiero non pensato, tipico di quell’esaminatore distratto che è l’ipocrita spettatore/lettore medio, sessista per abitudine più che per convinzione – ma comunque responsabile per quanto di sessista ancora succede. Un pensiero chiamabile tranquillamente pregiudizio.
Complimenti alla blogger, alla testata, al lavoro di redazione.

Capire gli uomini, cinque segreti [Tanto per cominciare, cinque parole e cinque sessismi: 1) capire gli uomini è il compito delle donne 2) servono i segreti, perché di solito le donne non ci arrivano da sole 3) questi segreti sono pochi, perché gli uomini non sono molto complessi come le donne 4) l'esperienza non serve, devi seguire delle regole che saranno infallibili con tutti gli uomini 5) sapute e applicate queste cinque norme, se ancora qualcosa non va il problema sei tu. Oppure è lui che non è un uomo normale.]

«Gestire un uomo è semplice perché ha solo due stimoli: la fame e l’eccitazione. Se vedi che non ha un’erezione, preparagli un panino». [Massima sessista paragonabile solo allo speculare, ma più sintetico, "cazzo e cazzotti" con il quale generazioni di maschioni si sono intesi circa il modo di risolvere i rapporti con l'altro sesso.] Cercando la fonte di questa (geniale) affermazione [non è ironica eh, la ritiene geniale sul serio, vedrete], ho googlato parole inglesi a caso e tra i risultati mi è comparso un titolo che prometteva di risolvere tutti i miei (nostri) problemi in un colpo solo:

Capire gli uomini, cinque segreti. [Dice che l'ha trovato googlando, ma il link non c'è. Sarà un file riservato, una roba da wikileaks? Oppure preferisce non assumersi la responsabilità di ciò che verrà detto? Mah.]

Fatima, fatti da parte. Eccoli.

1. Pensano al sesso in continuazione. [Frase talmente generica che va bene per tutte le ocacsioni. E poi, non sia mai lo faccia una donna, eh. Questo è il primo segreto per capire gli uomini: il moralismo quantitativo. Complimenti.]
Alla faccia del segreto. E lo mette anche al primo posto. C’è da dire, però, che ho sempre sottovalutato la cosa: uno studio del Journal of Sex sostiene che gli uomini abbiano pensieri a sfondo sessuale fino a 388 volte al giorno [un link all'articolo? Una spiegazione sui criteri di conteggio adottati? Ma in fondo siamo su Marieclaire, mica vorrai citare le fonti, no?], contro i dieci miseri pensieri della media femminile [sono solo dieci, quindi sono miseri. Magari lui pensa 388 volte al solito colpo d'inguine, lei s'immagina dieci orge con persone di una dozzina di generi e giocattoli fantasiosi, ma la misera è sempre lei perché 10 è minore di 388. Ma non erano gli uomini ad avere l'ossessione delle misure?]. Calcolatrice alla mano, vuol dire che pensano al sesso ogni due minuti, più o meno, se consideriamo le ore di veglia (e presumiamo di escludere i 90 minuti dedicati alle partite di calcio) [se esistesse un contatore Geiger sensibile alla densità di stereotipi, starebbe sfondando il fondo scala con la lancetta]. Ora mi è chiaro perché alle donne avanza tanto tempo per le pippe mentali – a sfondo sentimentale, e non erotico [eh, mi raccomando, a sfondo erotico mai per carità]. C’è da imparare [sempre perché debba rimanere assodato che le donne non pensano MAI al sesso come erotismo]. (Ma dimezziamogli lo stipendio, a ‘sti porci). [Capito? Se sei un uomo e pensi al sesso sei un porco - un po' di specismo mettiamocelo, così facciamo tutti contenti - a prescindere dal resto. Quindi se sei una donna e pensi al sesso tante volte quanto un uomo sei una...]

2. Hanno bisogno di spazio.
Cito [da dove continueremo a non saperlo]: «Non è che non abbiano voglia di stare con voi, è che sentono la necessità – a volte (spesso) – di stare da soli. [Gli uomini, eh: le donne no. Le donne sempre in gruppo, mai da sole, le donne sole sono brutte, cattive, anormali.] Diciamo che hanno bisogno di ricaricarsi in solitudine per poter apprezzare la coppia [notate bene: ricaricarsi, perché la coppia li stanca tanto, poverini, è solo una dispersione di energie] (a cui comunque dedicano un sacco di tempo, vedi punto 1). A differenza delle donne, gli uomini non hanno l’impellenza di occupare le domeniche andando per mostre o per negozi: [quindi le donne hanno il gene dello shopping e/o dell'arte e gli uomini no - oh, gli stereotipi sessisti li sta veramente prendendo tutti] stanno bene sul divano, con la televisione accesa, una birra e l’attività fisica di Homer Simpson. [Donne che vi sbracate sul divano a riposare la domenica: siete indegne, siete delle donnacce, siete delle non-donne. In piedi! Allo shopping, al museo!] Questo non presuppone che ci sia alcun problema con voi» [specialmente se portate la birra fresca e non rompete, ndr]. Bòn: facciamo che io i miei spazi li prenderò a tempo debito nella scarpiera. [Eccola, la vendetta della shoppingara: comprarsi scarpe, e tutti i problemi di relazione vanno a posto. Io v'avevo avvertito che i luoghi comuni sessisti c'erano tutti.]

3. Sono ingenui. [Altro aggettivo che può voler dire qualunque cosa, e che serve come scusa per qualsiasi comportamento. E poi: tutti quegli uomini stronzi che ci sono in giro allora sono gay?]
«Se volete che qualcuno vi risponda di no, chiedetelo alla vostra amica se quel vestito vi ingrassa. [Le donne sono false e ipocrite. Altra tacca sulla cintura.] Noi risponderemo la verità, non quello che voi desiderate. Non per altro, ma non abbiamo idea di quale sia la risposta giusta» [Gli uomini sono così, c'hanno tutte le virtù, è semplice, che ci vuole a ricordarselo?].

4. Quello che dicono è quello che pensano. [Quindi quando ti senti presa in giro, donna, è un tuo problema ermeneutico.]
Questo punto va approfondito. A chi non è capitato (quotidianamente?) di cercare un significato diverso o nascosto in una frase detta o scritta da un uomo? [A me. Ah, già: io sono un uomo, io i miei simili li capisco perché ho il pisello. Mica perché mi sforzo di condividere un linguaggio.] Ecco, pare sia inutile. «Non siamo così profondi: quando diciamo qualcosa intendiamo proprio quello, che sia un sì, un no, un niente o un ok. [O per esempio uno "sta' zitta", oppure un "t'ammazzo di botte". Non ci sono significati nascosti, chiaro? Intendiamo proprio quello] Solo e solamente quello, giuro». Mhm, sarà…

5. Non sono perfetti, ma nemmeno da buttare. [Leggi: te li devi tenere così, questo è il segreto. Non ci puoi fare niente, sono ineducabili geneticamente.]
«Se non volete essere paragonate alle bellezze irrealistiche delle riviste, piantatela di paragonarci con gli uomini perfetti che vedete al cinema. Non esistono. Quelle frasi dolci, le infinite attenzioni strappalacrime e i gesti eclatanti con cadenza settimanale sono atteggiamenti photoshoppati almeno quanto il culo delle vostre care modelle». [Già: peccato che entrambe le distorsioni giovino a un sesso solo. Capito il paragone? Una donna con un minimo di raziocinio non farebbe neanche terminare questa frase così violenta, ma qui "il (terribile) karma di una bionda" ha il potere di sdoganare qualunque stronzata. Attenti che adesso c'è la frase assolutoria a effetto.]

Sì, insomma, riassumendo potremmo dire che i grandi classici Disney stanno alle aspettative delle donne quanto i film porno a quelle degli uomini: occhèi. [MA occhèi COSA! Il porno commerciale è una componente fondamentale dell'immaginario medio maschile e ne plasma le aspettative, tanto quanto il classico Disney è una componente fondamentale dell'immaginario medio femminile, e ne plasma le aspettative: il problema è proprio qui. Sono pietre di paragone prodotte dallo stesso potere patriarcale! Vogliamo parlare di questo? Mentre in media le ragazze sono educate ad aspettarsi il virtuoso principe azzurro per il quale sacrificarsi, i ragazzi si aspettano delle ebeti robot ninfomani che non hanno alcuna pretesa. Questo anche grazie a un'industria editoriale che non fa niente per cambiare questo stato di cose.]

Ah, nel tutto non ho scoperto chi abbia detto quella cosa lì del panino. Se nessuno la reclama finirò per farla mia. [Te la meriti tutta, quella genialità.]

 

Le illusioni del corpo e le regole dell’attrazione

  • Mercoledì, 18 Dicembre 2013 09:09 ,
  • Pubblicato in Flash news

Un altro genere di comunicazione
18 12 2013

Le illusioni del corpo. Le illusioni delle rappresentazioni del corpo.

Capaci di distorcerne le fattezze e di creare dal nulla il concetto di attrazione e repulsione secondo pose, canoni, dettami estetici adatti a un certo tipo di epoca.

E’ questo che Gracie Hagen, fotografa di Chicago, cerca di esplorare.

Ritraendo gli stessi soggetti, tutti nudi, in due pose completamente diverse, Hagen riesce ad esprimere entrambe le anime insite nella rappresentazione: il dover stare al gioco della trasformazione per diventare l’oggetto più piacevole da guardare e poi la frustrazione della realtà, dell’esistenza.

Questo meccanismo funziona di più laddove sono donne ad essere fotografate, forse perchè il loro mettersi in posa ricorda le tantissime foto da rivista se non da pornografia e il contrasto con la realtà del corpo goffo e reale sembra quasi far sgretolare migliaia di rappresentazioni, non solo queste.


Hagen non ha avuto vita semplice per realizzare questo progetto:
“E’ molto difficile riuscire a convincere le persone a posare per questa serie. Molte delle donne a cui mi rivolgo, che hanno gia posato per foto di nudo, rifiutano la mia proposta. Non si sentono a loro agio con l’idea di immagini non lusinghiere.”
Ed è proprio la dipendenza da immagini “lusinghiere”, da immagini che esaltino quei tratti che la norma ci dice siano meglio di altri, è proprio questa la mania da elaborare e scongiurare.

La prima foto di ogni coppia ritrae i soggetti in pose ritenute convenzionalmente sexy, seppure innaturali o comunque stereotipate. Nella seconda, gli stessi corpi, ma a riposo, lontani dall’idea della rappresentazione.
Non serve andare molto lontano da facebook per chiederci quale tipo di rappresentazione ci riserviamo e se, persino quando potremmo essere noi stessi a dettare le leggi della nostra immagine, della nostra identità, non ci lasciamo invece comunque condannare alla norma, a tirare indietro la pancia, sporgere le anche, consegnandoci nelle mani dei canoni estetici precostituiti e perdendo l’ennesima occasione di liberarcene, di sembrare più veri.
Alla edizione statunitense dell’Huffington Post, Hagen dichiara inoltre che
“Molti di noi non realizzano che i media mostrano solo le foto più belle delle persone, quelle con cui noi compariamo noi stessi. Non vediamo mai quelle foto giustapposte alle foto delle stesse persone, nello stesso shooting, però venute davvero male”
E noi cosa facciamo? Lo stesso. Censuriamo le foto venute male in nome del rispetto del canone di qualcun altro.
O non vi è mai capitato di cestinare un bel ricordo perchè non rispondevate alla aspettativa estetica della rappresentazione?


E’ il bello ad essere anche goffo o il goffo a essere anche bello?
La domanda è posta in ogni scatto: non serve modificare gli scatti con Photoshop per dimostrare quanto forte sia il contrasto tra il modo in cui ci poniamo di fronte allo sguardo di chi ci giudica e come saremmo realmente.

Femminicidio: il suono di sottofondo della nostra vita

  • Lunedì, 28 Ottobre 2013 14:34 ,
  • Pubblicato in Flash news

Dumbles
28 10 2013

Sì, è come un suono continuo, un acufene che non ci abbandona; puoi fare tante cose, scrivere, pensare, rilassarti, divertirti… che continuamente c’è questo suono, costante, scandito, quasi regolare, di una prevedibilità lancinante. Donne uccise.
E non diremo mai abbastanza quanto sia prezioso il nostro bollettino di guerra che le sottrae alla nuda cronaca passeggera per restituire a noi, per quanto possibile, una storia, una vita, un nome.
E non diremo mai abbastanza quanto invece sia grottesco un dispositivo giuridico puramente punitivo e criminalmente sovradeterminante nei confronti delle donne.
I femminicidi continuano, maturati dentro la loro cultura che implode ed esplode ogni volta che una donna cerca e vuole più libertà per sé, ogni volta che tenta di scegliere, autodeterminarsi; ogni volta che mancano, alle donne come agli uomini, gli attrezzi per affrontare i problemi; attrezzi che non fornisce quel disegno di legge, né questa miscela cannibale che fagocita il “fenomeno” femminicidio, lo impasta con i peggiori valori familisti, te lo ripresenta come sensibilità che dovrebbe indurti a scegliere il prodotto nel quale viene reincarnato.
Oscene operazioni di brandizzazione; se ne sono fatte diverse; quella della sfilata di abiti da sposa con modelle dal volto ricoperto di lividi e sangue, forse è l’ultima e forse no.
E non diremo mai abbastanza di quanto schifo ci facciano queste trovate di “sensibilizzazione” che in realtà rendono perversamente normale, accettabile, perfino fashion corpi di donna tumefatti e morti… e sul senso ironico del “finchè morte non ci separi”, un bel secchio di merda situazionista.
La politica lo ha usato per coprire operazioni repressive, la moda per vendere i suoi prodotti, le comari piddine e affini per promuovere se stesse, tutti rumori molesti che si aggiungono a quell’orribile suono di sottofondo, così sempre più lontano dall’essere eliminato.

Mamme sorridenti corrono attorno al tavolo dove è attovagliata la famiglia, per nutrire tutti con aria premurosa. Sono immagini di ordinaria pubblicità, dalla pasta al latte, che corrono sulle nostre reti. Sono luoghi comuni messi sotto accusa ieri dalla presidente della Camera Laura Boldrini. ...

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