×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

"Madri snaturate"?

  • Venerdì, 12 Dicembre 2014 08:18 ,
  • Pubblicato in Il Commento

Lea Melandri
10 dicembre 2014

E' fin troppo facile accanirsi contro la madre che uccide un figlio, finché si considera la donna spinta da un "naturale" istinto materno all'amorosa cura dell'essere che ha messo al mondo. Più difficile interrogarsi di quali cambiamenti, conflitti, sofferenze e sentimenti ambivalenti è fatta la maternità, vissuta spesso in solitudine anche nell'ambito famigliare.

Non esistono mamme buone e mamme cattive

Deborah Dirani, Huffington Post
10 dicembre 2014

Le mamme non nascono buone e non nascono mamme. L'errore di fondo sta tutto qui, o almeno sta qui nella società occidentale contemporanea che ha fatto dell'istinto materno una sorta di replica di Immacolata Concezione.

Ma i dati dicono che oggi le mamme uccidono di meno

Corriere della Sera
01 09 2014

Infanticidio e filicidio due reati diversi, motivazioni spesso diverse, autori spesso diversi

di Anna Costanza Baldry

Quando si legge di un adulto, ancor più se un genitore che uccide il proprio figlio, madre o padre che sia, ci viene sempre e comunque un moto di rabbia e tristezza.

Rabbia perché ci domandiamo come sia possibile infierire sul corpo di tuo figlio, come ti sei permesso/a di essere così cattivo/a e insensibile, e spesso si invoca la lapidazione, di sicuro mediatica.

Tristezza perché personalmente penso, e sono certa di non essere l’unica, che quando si arriva ad uccidere, qualunque siano le cause, i malesseri, i problemi davvero c’è qualcosa che non va con l’essere umano ma anche con la società, da sempre. Chi priva volontariamente un essere umano del diritto di vivere non ha neppure un senso umano, emotivo, civile di sé ancor prima che degli altri.

Se poi la morte è inferta nei confronti di un minore, di un bimbo, di un infante questo ignominia acquisisce livelli ancora più elevati. Perché un bimbo, un ragazzino non ha alcun strumento né per difendersi fisicamente, né per capire, né per scappare, né per immaginarselo e quindi tutelarsi o chiedere aiuto. La sua purezza lo rende permeabile a tutto e indifeso.

Chi approfitta e infierisce su questa condizione che non è di debolezza ma di oggettiva diversità, ove fra l’altro ci siamo passati tutti, non riesce a raccogliere molta compassione o empatia o perdono. Se poi il minore è il figlio dell’omicida ti rendi conto che si sono spezzati gli argini che tengono insieme quel delicato e impercettibile, pure sempre indispensabile, equilibrio che fa vivere e fa interagire le persone; il loro cercarsi, il confrontarsi, l’arrabbiarsi, ma pure sempre il rispettarsi e il voler protendere verso un futuro se non sempre proprio di felicità, per lo meno di serenità e benessere.

Se uccidi tuo figlio hai irrimediabilmente eliminato questo filo sottile che tiene insieme le persone, le relazioni, che alla fine fa dare un senso alla vita. E non cambia molto, nella percezione comune e quindi sociale, se poi ti sei tolto la vita o hai cercato di farlo. Il suicidio postumo all’omicidio non lava né simbolicamente né realmente il sangue dalle mani avvelenate. Il figlio che hai ucciso aveva diritto a vivere, a prescindere dai problemi che possono esistere.

I nostri figli non hanno chiesto di venire al mondo; se gli abbiamo regalato questa opportunità abbiamo solo il diritto di vivere con loro di dargli regole, di orientarli, ma abbiamo invece il dovere di tutelarli e proteggerli. Se non lo si può fare, non ci si può sostituire alla Natura o a Dio o al Potere estremo e farla finita.

Il campo da affrontare è minato. Se fossi una teologa, lo manterrei su questo livello o a livelli ancora più elevati, e forse rischierei meno di scrivere banalità o frasi che potrebbero suscitare l’inevitabile reazione di qualcuno, o il sollevamento di scudi di una parte o dell’altra.

Io lo dico sempre, e lo dico per prima cosa a me stessa: dovremmo solo, in ogni momento essere grati a chi o a cosa ci permette di essere vivi e ricordarci in ogni istante di quanto tutto è irrimediabilmente precario e irreversibile. Come diceva Martin Luther King, che cito spesso, «non mi fa paura la cattiveria dei malvagi, ma l’indifferenza degli onesti» o di quelli che pensavamo essere onesti. E da qui la delusione, l’amarezza, il senso di ingratitudine, che forse vengono ancora prima quella rabbia e tristezza nel sentire di bambini uccisi, sterminati.

Filicidio e infanticidio per il nostro codice penale e per la criminologia non sono la stessa cosa.

Parlando di filicidio, mi viene in mente il bellissimo film Un giorno perfetto, di Ozpeteck, tratto dal Romanzo della Melania Mazzucco, che racconta con acuto realismo, una giornata qualunque di persone qualunque che apparentemente per motivi qualunque, in un attimo, vedono stravolte tutte le loro vite. Per le scelte nefaste di un uomo. Il padre che in pochi attimi fredda la figlia adolescente e il figlio di 9 anni per poi spararsi un colpo di pistola in bocca e il tutto nelle poche ore in cui in figli passavano, dopo tanto tempo, del tempo con lui. Il tutto all’interno di una relazione ormai conclusa da tempo dalla ex moglie, a causa del comportamento violento di lui.

Un passaggio è particolarmente importante e preludio di quello che accade dopo. La brava e intensa Isabella Ferrari, stenuata dallo stalking dell’ex marito (un intensissimo Mastandrea) che cerca di convincerla di tornare insieme, con ritrovata forza e ingenuità, commette la leggerezza di salire in macchina con lui per un ulteriore chiarimento. Dopo un litigio, perché lui l’accusa di essere una madre indegna e dopo l’ennesimo schiaffo che le procura anche la rottura e l’insanguinamento del labbro, Emma (questo il nome della protagonista) gli dice con fermezza e una forza incredibili: «da quando non sto più con te mi è venuta voglia di vivere; io vivo senza di te» che riassume con un crudo realismo il riscatto che ha fatto questa donna insubordinandosi a suo marito, liberandosi dal suo giogo.

È qui che scatta ad Antonio (nome del protagonista) la consapevolezza di aver perso questa donna, il controllo e il potere su di lei. Scatta un desiderio logorante da una parte di punirla, dall’altra di riappropriarsi a tutti i costi di una potere su di lei, attraverso i figli, il punto vulnerabile questa donna. Alla fine, li uccide, per tenerli a sé e con sé per sempre e far pagare in eterno alla madre la sua scelta e desiderio di libertà.

Uso spesso delle sequenze di film quando faccio formazione alle forze dell’ordine per analizzare come la violenza è spesso un’escalation, si innesca là dove l’ex, spesso l’uomo, si sente tradito e offeso nel suo orgoglio, nel suo onore, nel suo ruolo. È come se avesse perso la sua identità e la sua funzione personale e sociale.

Prima con la violenza psicologica e poi con quella fisica manteneva un pseudo potere e controllo, ma quando sente che ormai ha perso ciò che riteneva suo, ciò che gli faceva avere un’identità, annichilisce la famiglia, uccidendo i figli in realtà per colpire lei, la donna, per sempre, per farla morire anche lei, anzi, in una maniera ancora più tragica, violenta, cruenta, assurda, perché lei sarà costretta a vivere senza mai potersi dimenticare del suo ex o liberarsi del suo controllo, avendole ucciso i figli.

Ho chiesto a varie donne, non un campione rappresentativo, ma sicuramente come se lo fosse, se si trovassero a dover scegliere se qualcuno deve uccidere te o tuo figlio, tutte senza esitazione mi hanno detto «me, senza ombra di dubbio». Nessuna sacrificherebbe il proprio figlio per la propria vita. Quando l’altro genitore uccide i figli vuole sterminare la famiglia, vuole colpire, spesso la (ex) coniuge.

Tutto questo, per il Diritto, in presenza di capacità di intendere e di volere è un omicidio, dettato dall’art. 575 c.p. che recita «Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ai ventuno anni», aggravato dalle circostanze dell’avere agito nei confronti del discendente (art 576 c. p. c. 2 e 577 c.p. comma 1), e la pena è anche l’ergastolo.

La capacità di intendere è la normale capacità di valutazione dei propri atti; quella di volere si sintetizza nella capacità di determinazione libera e volontaria del proprio comportamento.

Ce lo ricorda l’articolo 85 del Codice Penale che afferma che: «Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile. È imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere».

Questo nei confronti dei figli che per il codice è omicidio a tutti gli effetti, nel linguaggio criminologico lo definiamo filicidio (da ‘filius’), che può essere commesso da parte del padre o della madre, ma che statisticamente vede maggiormente coinvolti i padri. In alcuni casi l’omicida commette o tenta il suicidio (si veda il caso di Catania) o stermina anche altri membri della famiglia, spesso la moglie. In presenza di armi da fuoco, il rischio di omicidio allargato (e di esito suicidario positivo) è maggiore.

Altra cosa è l’infanticidio [infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale], dettato dall’art. 578 del codice penale, sempre in presenza di imputabilità, e quindi di capacità di intendere e di volere, che recita «la madre che cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto, quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, è punita con la reclusione da quattro a dodici anni»[comma 1].

Le statistiche dell’ Ami (Associazione Matrimonialisti Italiani) che prendono in esame i dati dell’ISTAT (www.istat.it) riportano che dal 1970 al 2008 si siano consumati 378 infanticidi, con la media di circa 9,9 all’anno. Gli autori degli infanticidi (da zero a sei anni) sono nel 90% dei casi le madri. Dal 2001 al 2008 vi sono stati 58 infanticidi commessi dalle madri. Si tratta di 58 infanticidi in 7 anni, ovvero 8,28 infanticidi all’anno, ma il numero è sempre in declino (sono stati 3 nel 2010, 2 nel 2011, e 2 nel 2012), da quando è entrata in vigore la legge sul così detto parto anonimo (DPR 396/2000, art. 30, comma 2). Ove la donna che non può o non vuole può non riconoscere il neonato senza alcuna conseguenza ma i suoi diritti vengono tutelati, indipendentemente da quelli del neonato; ognuno ha specifici diritti. La legge consente alla madre di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell’Ospedale dove è nato affinché sia assicurata l’assistenza e anche la sua tutela giuridica. Il nome della madre rimane per sempre segreto e nell’atto di nascita del bambino viene scritto «nato da donna che non consente di essere nominata» (www.salute.gov.it/). Certo, sono pur sempre troppi, ma sono riconducibili a numeri e motivazioni diverse dal filicidio.

Le motivazioni di tali infanticidi, che sono anche quelle necessarie per configurare il reato in questa tipologia piuttosto che nell’omicidio doloso, risiedono in gravidanze indesiderate, gravidanze a volte frutto di stupri e incesto, gravidanze tenute nascoste per questioni culturali e religiose (quindi per vergogna, per timore della condanna da parte del proprio gruppo sociale), o infanticidi scaturiti da depressione post partum, infanticidi da disturbo della personalità o da malattia psichiatrica, come la schizofrenia o altre malattie mentali gravi.

Cosa sia successo nel caso della Valle Brembana, forse lo stabiliranno le autopsie e gli investigatori. Il caso inquieta perché il figlio non era un neonato, e questo presunto filicidio da parte della madre cozza con tutte le regole morali e sociali che abbiamo. C’è rabbia, c’è tristezza, c’è sgomento.

Purtroppo o per fortuna alcune cose non si possono comprendere, non si capiranno mai, e appartengono al misterioso fascino inquietante che la mente umana, molte volte apparentemente imprevedibile, ma non per questo non voluta, può avere.

 

Il Fatto Quotidiano
05 03 2014

Victor Hugo Menjivar, un salvadoregno di 36 anni è stato fermato per l’omicidio di Libanny Meja Lopez, 29 anni e originaria di Santo Domingo e il figlio di tre e mezzo. L’uomo è un amico di famiglia della vittima che ha confessato il duplice delitto dopo un lungo interrogatorio davanti al procuratore aggiunto Alberto Nobili e al pm Gianluca Prisco. Entrambi sono stati sgozzati, probabilmente nella notte tra lunedì e martedì, in zona Lorenteggio, alla periferia sud-ovest di Milano. I due corpi sono stati ritrovati nell’appartamento in una pozza di sangue.

Il salvadoregno avrebbe ucciso la donna perché aveva rifiutato le sue avance. L’uomo, era ospite a cena dalla donna e aveva portato anche suo figlio, amico del bambino di lei. Il salvadoregno ha confessato, spiegando di avere perso la testa. Estraneo al duplice omicidio, invece, il compagno della 29enne e papà del piccolo, che ieri era stato sentito in Questura.

Se è la madre a uccidere

  • Mercoledì, 19 Febbraio 2014 16:30 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
Monica Pepe, Zeroviolenzadonne
19 febbraio 2014

Una madre che uccide il proprio bambino ci atterrisce molto più di un uomo che compie lo stesso gesto. Una madre che uccide ci mette a disagio, perchè nell'inconscio collettivo è la rottura del tabù ancestrale più immodificabile.

facebook