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Brasile: violenza, nel 2013 un morto ogni dieci minuti

  • Giovedì, 13 Novembre 2014 14:59 ,
  • Pubblicato in Flash news

Atlas
13 11 2014

Il Brasile ha registrato 53.646 morti violente nel 2013, il che equivale ad una persona morta ogni dieci minuti a causa delle violenze, secondo i dati dell’Annuario Brasiliano di Sicurezza Pubblica, presentato questa settimana a San Paolo.

Il dato, che comprende gli omicidi intenzionali e le morti in rapine, aggressioni e lesioni corporali nel 2013, rappresenta un aumenti dell’1,1 per cento rispetto al 2012.

Di questo totale, 2.212 persone sono state uccise in operazioni di polizia, ovvero una media di sei morti al giorno per mano di poliziotti, mentre 490 agenti hanno perso la vita in servizio.

Lo studio precisa che il 53,3 per cento dei morti in Brasile per atti di violenza aveva tra i 15 e i 19 anni si età, mentre il 93,8 per per cento era di sesso maschile e il 68 per cento era nero di pelle.

Per quanto riguarda gli stupri, nell’ultimo anno il Brasile ha registrato 50.320 casi, che rappresentano un lieve aumento dello 0,19 per cento rispetto ai numeri del 2012. Tuttavia, secondo lo studio la cifra potrebbe addirittura triplicare se si tiene presente che solo il 35,5 per cento delle vittime sporge denuncia presso le autorità competenti.

Il numero di persone incarcerate nel paese nel 2013 era di 574.207, di cui il 40,1 per cento è in attesa di giudizio, una delle cause del sovraffollamento carcerario che il paese soffre da decenni.

Luca Pistone

Sbarcati e caricati sul camion della spazzatura

  • Giovedì, 06 Novembre 2014 16:00 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
06 11 2014

Sbarcati e caricati sul camion della spazzatura. La Croce Rossa: "Non si trattano così le persone"

Ventitré immigrati africani approdano sulla celebre spiaggia di Maspalomas, nelle Canarie. Prima sono rimasti ore sotto il sole, poi sono stati condotti al commissariato su un camion dell’immondizia. “Non c’erano altri mezzi”.

Incredibile ma, purtroppo, vero. Ieri 23 immigrati clandestini africani, sbarcati nella celebre spiaggia di Maspalomas ( Isole Canarie, possedimento spagnolo nel Continente nero dal 1492), sono stati trasportati in commissariato con un camion della spazzatura. Gli africani erano giunti alle 9.30 del mattino con un barcone, poi bruciato nella playa. Alcuni avevano la febbre. Per ore sono rimasti isolati ore al sole, mentre i turisti circolavano attorno preoccupati, prima che i sanitari verificassero, termometro alla mano, che non avevano l’ebola.

I migrati, 21 uomini e 2 donne, sono stati avvistati dagli addetti alla pulizia della località, una delle più battute dal turismo internazionale che si crogiola al sole d’inverno ( 300 mila visitatori attesi solo per questo mese). La Croce Rossa è arrivata subito, ed ha constato che due di loro avevano la febbre, anche se non venivano dai 3 Paesi più a rischio, Guinea Conakry, Sierra Leone e Liberia. Mentre il governo dell’isola decideva se applicare il protocollo contro il terribile virus, gli africani sono stati isolati sulla spiaggia, ricevendo panini ed acqua. Gli agenti della polizia municipale impedivano il transito nei loro pressi, raggiungendo il ridicolo indossando, in maniche corte, mascherine e guanti di protezione, visto che è noto che la malattia non si trasmette via aria.

L’attesa è durata fino alle 16, quando gli accertamenti hanno escluso che avessero l’ebola. Ed allora sono stati trasportati, in un camion che serve per raccogliere l’immondizia della spiaggia, in commissariato, dove sono stati interrogati ed avviate le procedure per la loro espulsione. Ma perché usare il camion? Le autorità locali hanno risposto che non avevano altro mezzo disponibile. La Croce Rossa si è opposta, rivendicando che non è il modo di trattare esseri umani.


Gian Antonio Orighi

Netanyahu chiude la Spianata

Gerusalemme è il ring dove si sfidano israeliani e palestinesi. Sono durissime le accuse che il premier Netanyahu e i suoi ministri hanno rivolto ieri al presidente Abu Mazen, dopo l'attentato compiuto da un palestinese che, alla guida di un'auto, nel settore arabo occupato di Gerusalemme, si è lanciato contro alcuni passanti israeliani uccidendo un ufficiale della guardia di frontiera e ferendo una dozzina di persone.
Michele Giorgio, Il Manifesto ...

Mia Hamm, speriamo non sia un token

Il Fatto Quotidiano
31 10 2014

Dopo pochi minuti dalla nomina di Mia Hamm nel cda della Roma, sia Espn sia Usa Today (tra i primi ad averla data) hanno lanciato la notizia in maniera molto sobria, come fosse normale, al contrario di quanto avvenuto invece nei nostri media. Molti, anche i siti delle testate più importanti, hanno tenuto subito a mostrare le foto della Hamm in versione starlette, foto con abiti lunghi luccicanti o mini e comunque tante paillettes (sarà capitato pure a lei di indossare quegli abiti, ma non è certo passata alla storia per questo), come se la notizia dell’ingresso della più grande calciatrice di tutti i tempi possa attirare l’attenzione degli uomini solo per questo.

Ma il punto è un altro. La Hamm porta con sé una dote immensa, lontana anni luce dalla cultura italiana che ruota intorno al calcio, ha la capacità di trasmettere esattamente quello che lo sport del calcio deve tornare ad essere. Gioco, appunto. E divertimento. Spulciando negli articoli del New York Times che le sono stati dedicati nel corso degli anni, tutto questo ti arriva in maniera lampante. Dunque, come è arrivata alla Roma? Due anni fa aveva presentato la Roma a Disneyworld, un mese fa era intervenuta al premio Golden Foot di Montecarlo lanciando grandi lusinghe al club italiano (“il mio giocatore preferito è Francesco Totti“, nominare Totti e fargli i complimenti davanti un microfono è sempre il Mia Hammprimo passo per avere l’abbraccio di una cerchia molto importante che ruota intorno al club, tutti i giornali il giorno seguente lo scrivono e le radio romane ne parlano; se avesse detto “il mio giocatore preferito è Di Natale”, nessuno lo avrebbe saputo), e non per ultimo: suo marito, Nomar Garciaparra gioca a baseball nei Red Sox di James Pallotta.

La dote positiva che porta con sé Mia Hamm fa intravedere una luce, uno spiraglio anche per il nostro ambiente: annunciò il ritiro dall’attività sportiva a soli 32 anni, rifiutò di posare per alcune copertine di settimanali (se non con la propria squadra), rivendica come arma vincente per la sua carriera da calciatrice la dedizione al lavoro. Ora vediamo lo spazio che le verrà concesso e se sarà adeguatamente protetta nel caso lanci nuove idee e proposte (il guaio è sempre questo per le singolarità che entrano in un contesto omogeneo…come la fisica ci insegna).

Pochi giorni fa ho scritto un post sul fenomeno Soccer Mom, che ho conosciuto da vicino durante il mio viaggio a San Francisco. Perdonate la parentesi autoriferita, ma volevo solo ricordare che il calcio è lo sport più praticato dalle donne al mondo (i dati dicono questo). In Italia tante ragazze lo praticano, però questa cosa non fa notizia, come non fanno notizia i loro nomi, nemmeno a livello di nazionale italiana: basti pensare che la partita di mercoledì scorso contro l’Ucraina, valida l’accesso ai playoff per qualificarsi al Campionati del Mondo, era possibile guardarla solo nel web, perché piuttosto che trasmetterla si è preferito mandare in onda il biliardo.

Ancora si nomina la Morace, se proprio si vuole cercare un nome che la rappresenti. O, se ci va bene, al massimo si arriva alla Panico. Mentre di esponenti valide, con una bella testa, ce ne sono tantissime. Sconosciute, certo. Magari con un secondo lavoro. Ma che possono aprire un mondo dove trovare ancora i valori e il senso stretto di gioco, che per certi aspetti il calcio dei maschi ha perso da tempo. Comunque, speriamo che l’ingresso di Mia Hamm tutto non sia solo uno specchietto per le allodole, non sia una trovata di marketing per promuovere qualcos’altro. Insomma, speriamo non sia solo il token woman (come fanno gli americani quando allestiscono il cast di una serie tv, e scelgono sempre un uomo dai tratti indiani, una donna bianca, un uomo colored e così via, per coprire tutte le classi sociali, la gente si identifica e applaude).

Gabriella Greison

Amnesty International
30 10 2014

Secondo un rapporto diffuso oggi da Amnesty International, le milizie e i gruppi armati che si stanno scontrando nella Libia occidentale stanno commettendo gravi abusi, compresi crimini di guerra.

Il rapporto, intitolato "La legge delle armi: rapimenti, torture e altri abusi da parte delle milizie nella Libia occidentale", fornisce prove di esecuzioni sommarie, torture e maltrattamenti dei detenuti e attacchi dei gruppi armati contro la popolazione civile sulla base dell'origine e della presunta affiliazione politica.

Le immagini satellitari che accompagnano l'uscita del rapporto di Amnesty International mettono inoltre in evidenza il profondo disprezzo per le vite dei civili da parte di tutte le fazioni coinvolte negli scontri, con razzi indiscriminati e colpi di artiglieria diretti contro aree abitate che hanno danneggiato case, edifici civili e strutture mediche.

"Nella Libia di oggi sono le armi a dettare legge. I gruppi armati e le milizie, ormai fuori controllo, lanciano attacchi indiscriminati contro i centri abitati e si rendono responsabili di gravi abusi, compresi crimini di guerra, nella completa impunità" - ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

I capi delle milizie e dei gruppi armati hanno il dovere di porre fine alle violazioni del diritto internazionale umanitario e di dire chiaramente ai loro subordinati che crimini del genere non verranno tollerati. Se non lo faranno, potrebbero essere chiamati a risponderne alla Corte penale internazionale.

Tra i gruppi armati e le milizie ritenute responsabili di gravi abusi dei diritti umani figurano la coalizione Alba libica, composta da gruppi di Misurata, Tripoli e altre città della Libia occidentale e la Zintan-Warshafana di cui fanno parte gruppi provenienti dalle due regioni.

Le immagini satellitari ottenute da Amnesty International mostrano danni ingenti a proprietà civili nella regione di Warshafana, compreso l'ospedale di Al-Zahra. L'unità di terapia intensiva dell'ospedale di Zawiya è stata centrata da un razzo che ha causato il ferimento di 10 persone tra medici, infermieri, pazienti e visitatori.

"Compiere attacchi indiscriminati e prendere di mira strutture mediche sono atti proibiti dal diritto internazionale e possono costituire crimini di guerra. Ciò nonostante, tutte le parti in conflitto hanno lanciato razzi grad e hanno usato l'artiglieria per colpire centri densamente popolati" - ha sottolineato Sahraoui.

Rapimenti, torture e altri maltrattamenti

Decine e decine di civili sono stati rapiti dai gruppi armati a Tripoli, Zawiya, Warshafana e nei centri dei monti Nafusa e tenuti in ostaggio anche per due mesi in un'ondata di azioni di rappresaglia basate sulla residenza o sulla presunta affiliazione politica delle vittime e, in alcuni casi, per effettuare scambi di prigionieri, una prassi diffusa sin dall'inizio del conflitto, che risale al 13 luglio.

Abitanti di Tripoli originari della zona di Zintan hanno riferito ad Amnesty International che i miliziani di Alba libica hanno effettuato vere e proprie cacce all'uomo, porta a porta, sequestrando persone sulla base della loro appartenenza tribale o presunta affiliazione politica. La stessa milizia ha compiuto raid, distruzioni, saccheggi e incendi di case e altre proprietà civili come le fattorie nella zona di Warshafana.

Quando vengono perpetrati nel corso di un conflitto armato, la tortura e i trattamenti crudeli costituiscono crimini di guerra, così come la cattura di ostaggi o la distruzione e l'impossessamento di proprietà di un avversario, a meno che queste ultime azioni non siano imperativamente richieste da una necessità militare."Tre anni di impunità garantita alle milizie hanno rafforzato il potere di queste ultime e la convinzione di essere al di sopra della legge" - ha commentato Sahraoui. "Se i responsabili dei crimini non saranno chiamati a risponderne, la situazione è destinata a precipitare ulteriormente".

La comunità internazionale ha ampiamente chiuso gli occhi di fronte agli anni di caos seguiti alla rivolta del febbraio 2011, nonostante la Corte penale internazionale potesse esercitare sin da allora la sua giurisdizione per indagare su crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Sulla base di una risoluzione adottata dal Consiglio di sicurezza ad agosto, nei confronti dei responsabili di violazioni dei diritti umani in Libia possono essere adottate sanzioni come il divieto di viaggio e il congelamento dei beni finanziari.
Molte persone sequestrate hanno detto ad Amnesty International di essere state sottoposte a maltrattamenti e torture con tubi di plastica, bastoni, sbarre o cavi di metallo, scariche elettriche, così come di essere state forzate a stare per ore in posizioni dolorose, bendate e incatenate per giorni, private di cibo e acqua e costrette a sopportare misere condizioni sanitarie.

Un autista di camion rapito da un gruppo armato di Warshafana perché proveniente dalla città di Zawiya ha raccontato di essere stato picchiato con una sbarra di metallo e sottoposto a scariche elettriche. Poi i rapitori hanno versato benzina sul suo corpo minacciando di appiccare il fuoco.

Ahmad Juweida, un miliziano di Warshafana, è stato rapito da una milizia di Nalut mentre si stava recando in Tunisia per ricevere cure mediche. È stato ucciso in modo sommario, a quanto pare con un colpo alla nuca.

Amnesty International ha sollecitato tutti i gruppi armati e le milizie a rilasciare immediatamente e senza condizioni chiunque sia stato rapito unicamente sulla base dell'origine o dell'affiliazione politica. Tutti i detenuti, soprattutto i combattenti che sono particolarmente a rischio di tortura e di uccisione sommaria, devono essere trattati con umanità nel rispetto del diritto internazionale umanitario. I capi delle milizie e dei gruppi armati devono comunicare ai loro sottoposti che la tortura e i maltrattamenti non saranno tollerati ed espellere dalle loro file chiunque sia sospettato di tali azioni.

Secondo l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, da luglio almeno 287.000 persone hanno lasciato le loro case a seguito degli attacchi indiscriminati o per il timore di essere presi di mira a causa della loro origine etnica o presunta affiliazione politica. Altre 100.000 persone hanno lasciato la Libia temendo per la loro vita.

Decine di giornalisti, attivisti della società civile e difensori dei diritti umani sono a loro volta fuggiti dal paese o sono entrati in clandestinità a seguito dell'aumento degli attacchi e delle minacce da parte delle milizie. I componenti del Consiglio nazionale per le libertà civili e i diritti umani, l'istituzione nazionale libica per i diritti umani, sono stati minacciati e intimiditi da miliziani affiliati alla coalizione Alba libica. Amnesty International ha intervistato 10 operatori dell'informazione che hanno lasciato la capitale Tripoli o, in alcuni casi, il paese temendo di essere uccisi. Sono stati presi di mira anche gli uffici e i giornalisti di Al-Assema Tv e Libya International Tv.

Secondo Reporter senza frontiere, nei primi nove mesi del 2014 sono stati presi di mira almeno 93 giornalisti.

Stessa sorte per gli sfollati tawargha, a lungo sospettati da molti libici di aver sostenuto l'ex leader Gheddafi, vittime di rapimenti a partire da agosto e di attacchi per rappresaglia contro uno dei loro campi profughi.

Per approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348 6974361,
e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.








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