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Slovenia: la scuola di Deskle

  • Giovedì, 08 Gennaio 2015 13:55 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Balcani e Caucaso
08 01 2015

La vicenda delle violenze subite da un bambino in una scuola di un paesino sloveno ha rilanciato nel paese il dibattito sul sistema scolastico, che paga l’assenza di politiche integrative e di un serio confronto con la diversità e i pregiudizi presenti nella società

Deskle, un paesino di 1.300 anime nei pressi di Canal d’Isonzo, nel goriziano. Una piccola scuola della provincia slovena. In realtà non è un bel posto. A pochi passi c’era una fabbrica che produceva pannelli in amianto, che ha avvelenato per decenni l’area. Proprio per lavorare in quello stabilimento erano arrivati, in passato, lavoratori da tutta l’ex Jugoslavia. Una zona con un alto tasso d’immigrazione, per i parametri sloveni, e non priva di tensioni etniche.

Il bambino bosniaco era arrivato in Slovenia ad agosto. Con la madre ed il fratello maggiore, avevano raggiunto il padre che era li oramai da sette anni. Lui a settembre ha cominciato a frequentare la quinta elementare. La loro abitazione è a pochi metri dalla scuola. Un piccolo istituto che sembrava offrire un ambiente famigliare, in cui tutti si conoscono e dove l’inserimento poteva sembrare meno traumatico rispetto a una struttura più grande. Le cose, però, sono andate male, anzi malissimo.

Ostilità
Il piccolo, sin da subito, è stato accolto con un clima di manifesta ostilità e di crescente violenza psicologica, che poi è diventata anche fisica. Alla fine è finito al pronto soccorso. Il bambino, tornato a casa da scuola, aveva vomitato, lamentava mal di testa e quando il medico ha visto una serie di ematomi non ha esitato a chiamare la polizia. Era stato picchiato.

Quando è tornato in classe i suoi compagni hanno pensato bene di manifestargli il “loro affetto” prendendo a manate un suo disegno, che era stato appeso sul muro insieme a quello degli altri. L’insegnante ha reagito togliendo dalla parete solo il lavoro del bambino. Dalla scuola danno ad intendere che quella sin dall’asilo è stata una classe problematica, con i genitori che difendono a spada tratta i loro pargoletti. Lo scorso anno a due di essi era stato comminato un provvedimento disciplinare e l’insegnante che lo aveva voluto si era trovato il suo nome iscritto sul monumento dedicato ai caduti della Resistenza.

Dalla scuola hanno subito cercato di minimizzare. La tesi è che per litigare bisogna essere almeno in due e che quindi una parte delle colpe è anche del ragazzino bosniaco, visto che non ha saputo inserirsi. Poi, in realtà, non si sarebbe trattato di un vero e proprio pestaggio, ma di qualche spintone, dovuto al fatto che non avrebbe voluto abbandonare la classe, mentre gli altri si stavano preparando per una recita. Il preside si è persino sentito in dovere di precisare che gli ematomi poteva anche esserseli procurati andando a sbattere accidentalmente contro un banco. Dello stesso tono anche le dichiarazioni dei genitori degli altri scolari, alquanto irritati per tutto l’eco che ha avuto quell’episodio sulla stampa.

La scuola, comunque, era perfettamente al corrente di quanto stava accadendo, tanto che da tempo, aveva autorizzato la madre del bambino ad essere presente durante la ricreazione. Solo così, infatti, il piccolo trovava il coraggio di uscire dalla classe. Ora l’istituto si sta impegnando per risolvere a modo suo la questione. Agli aggressori è stata messa un’altra nota, mentre il preside ha consigliato alla famiglia bosniaca di cambiare scuola. (sic!)

L'esclusione dei deboli e diversi
L’assurdo episodio narrato con estremo garbo da Vesna Humar, una delle penne migliori delle Primorske novice, il quotidiano di Capodistria, ha aperto di colpo nella società slovena il dibattito sulla scuola e sui suoi difetti. La storia è subito rimbalzata sui maggiori quotidiani e nei telegiornali. Presto si è capito che l’idea del direttore di far cambiare istituto alla vittima sembra proprio essere la soluzione classica con cui si concludono episodi di emarginazione, più o meno gravi. Ci si è anche resi conto che non serve essere immigrati per finire in questo tritacarne che spesso lascia genitori e figli soli senza né il supporto necessario delle istituzioni, né la solidarietà degli altri. In pratica un vero e proprio rito di iniziazione che esclude i più deboli ed i diversi; dove a vincere, spesso e volentieri, sono proprio i bulli. Difficile dire se ora le cose cambieranno. Probabilmente no.

In questi anni, di riforma in riforma, gli studenti e genitori hanno ottenuto sempre più potere e gli insegnanti e le istituzioni, spesso, non hanno più gli strumenti necessari per poter sanzionare gli indisciplinati. Una scuola molto nozionistica, che come nel passato regime non sembra per nulla propensa a sviluppare il senso critico e che non pare più prendersi la briga di dover educare i suoi studenti.

Ad onor del vero, tutto il sistema paga l’assenza di politiche integrative, di un serio confronto con la diversità e i pregiudizi presenti nella società a cui gli stessi insegnanti non sono immuni. Tutti problemi, questi, con cui né la Slovenia né tanto meno il ministero della Pubblica istruzione hanno sentito la necessità di fare i conti.

Tutto ciò accade in un paese ossessionato dalla scuola. L’istruzione rimane al centro del dibattito pubblico, mentre la scolarizzazione dei figli è un vero e proprio tormento per i genitori. Le chiacchiere sulla scuola continuano ad essere al centro delle discussioni tra i genitori; il più delle volte, però, tutti questi fiumi di parole servono più ad analizzare la forma che la sostanza, così la grande attenzione della società per la scuola non è pari alla sua efficienza.

D’altronde forse la scuola non è altro che lo specchio della società dove l’attenzione per l’etica sembra essere sempre meno importante. Il problema, quindi, dovrebbe probabilmente essere risolto anche al di fuori delle mura scolastiche, insegnando che, come diceva Aristotele, la buona democrazia e la felicità esistono quando noi siamo i primi a comportarci correttamente con gli altri.

Il Fatto Quotidiano
02 01 2015

I dati pubblicati recentemente dall’ISTAT confermano chiaramente che l’Italia è decisamente un Paese da cui si fugge e non la meta di apocalittiche invasioni.

Storie di ‘cervelli in fuga’ sono onnipresenti. Ed è vero che mediamente gli italiani con valigia sono ambiziosi e preparati (nel 2013 il numero dei 20-40enni approdati in UK è quasi raddoppiato rispetto al 2012 e il 30% di loro ha una laurea). Però gli ‘ingegni da esportazione’ convivono, almeno nelle pagine dei giornali, con un certo ‘panico da invasione’. Un paradosso, nelle cronache che raccontano storie simili di migrazioni con toni diametralmente opposti. Perversi ‘esercizi di stile’ che celebrano il coraggio di chi parte e condannano le speranze di chi arriva.

Eppure, come racconta nei suoi scritti Wendy Ugolini – italo-scozzese che insegna all’Università di Edimburgo – non sono lontani i tempi in cui gli italiani in UK – carnagione scura, accento incomprensibile e fede cattolica – venivano visti come “sudici miscredenti”.

Nei primi del ‘900 il quotidiano Glasgow Herald raccontava di come le gelaterie italiane godessero di pessima fama. Vaniglia e immoralità, stracciatella e perdizione, luoghi “promiscui” che vendevano prodotti estranei alle tradizioni locali.

No, non erano commenti simpatici allora e non lo sono neppure adesso quando vengono solo appena rielaborati per essere poi diretti verso immigrati a Tor Sapienza o rifugiati a Lampedusa. Insomma, tutta questione di punti di vista e di contingenze storiche? Quello che è certo è che si tratta di pregiudizi spesso radicati persistentemente nella coscienza collettiva delle nazioni.
Già perché trascorsi storici, capovolgimenti economici, rivalse socio-culturali hanno un impatto sorprendentemente forte e influenzano le nostre decisioni, intaccano i nostri sentimenti e di conseguenza le nostre azioni.

Si tratta di quei preconcetti, a volte inconsci, analizzati a inizio dicembre in uno studio OECD che racconta delle discriminazioni sul lavoro verso specifiche minoranze.

Quali minoranze? Dipende dal Paese che si considera, come dimostra la ricerca, che guarda a quella che viene definita ‘discriminazione sulla carta’ e che quantifica la possibilità che una persona, a parità di esperienza e qualifiche, non venga invitata a un colloquio di lavoro perché il nome sul curriculum identifica chiaramente l’appartenenza a una specifica minoranza.

Secondo lo studio, in UK vengono discriminati quelli che hanno un nome di origine indiana o cinese, in Austria sono invece le persone che hanno nomi turchi o nigeriani a venire penalizzate. E gli svizzeri sembrano avere idiosincrasie di nicchia e piuttosto specifiche. Ma secondo l’OECD in ogni Paese c’è un certo livello di discriminazione inconscia.

Ed è tutta questione di punti vista, certo – ma è piuttosto interessante che noi Italiani siano tra i pochissimi che discriminano e vengono discriminati. In Italia infatti tendiamo a penalizzare le persone che hanno un nome di origine marocchina, ma siamo poi noi quelli svantaggiati in Australia.

Non sono dati incoraggianti per nessuno e non è facile modificare percezioni ereditate e preconcetti nascosti.

Però ci si può lavorare. Tutti i Paesi OECD hanno ovviamente leggi contro la discriminazione e alcuni, come Belgio, Francia e tutti i Paesi Scandinavi hanno sviluppato iniziative che cercano di mitigare anche gli effetti dei preconcetti inconsci.

Ad esempio in Danimarca c’ è una sorta di ‘patentino delle competenze’ che incoraggia i datori di lavoro a concentrarsi sulle capacità effettive – e non sul background – di chi presenta una domanda di lavoro. Il patentino aiuta anche gli immigrati a presentare le loro esperienze lavorative in modo più convincente e affrontare i colloqui di lavoro con più fiducia.

In Svezia, programmi di sensibilizzazione mirati a confutare pregiudizi culturali e campagne d’informazione istituzionale sulla legislazione in materia di discriminazioni fanno sì che il rischio di venir penalizzati a causa del proprio nome o background sia bassissimo. Dati della Commissione Europea (2007b) indicano che il 64% dei datori di lavoro svedesi conosce benissimo le normative contro la discriminazione mentre appena il 25% dei datori di lavoro italiani e il 20% di quelli greci sono altrettanto bene informati.

Certo, i paragoni diretti tra l’Italia e i Paesi Scandinavi potrebbe sembrare in questo caso quasi impietosi, visto che i Paesi Nordici sono impegnati da decenni nella promozione di politiche progressiste di integrazione, tuttavia non sembra irragionevole aspettarsi che un Paese che ha visto 82mila italiani emigrare nel solo 2013 sia meglio informato.

In fondo si tratta anche delle nostre storie. Ad esempio, al contrario di quello che pensa buona parte dei nostri connazionali gli immigrati in Italia non sono il 30% della popolazione. Sono solo il 7%!

E no, gli immigrati non “ci rubano il lavoro”, non più di quanto io l’abbia rubato a un cittadino UK…

Alice Pilia Drago

La Stampa
02 01 2015

Germania, il discorso di Capodanno dedicato al movimento razzista in crescita

«Ovvio che accogliamo le persone che cercano di salvarsi»: nel suo discorso di fine anno, Angela Merkel ha difeso la linea del governo tedesco sugli immigrati e ha usato toni inusitatamente duri contro gli anti islamisti di Pegida, senza mai citarli. In «quelle manifestazioni» ha sottolineato la cancelliera, vengono anche scanditi slogan rubati alla rivoluzione pacifica che portò 25 anni fa alla caduta del muro di Berlino come «noi siamo il popolo». Ebbene, per Merkel, cresciuta dietro la Cortina di ferro, «quello che intendono veramente è: voi non ne fate parte - per il colore della vostra pelle o per la vostra religione». E «nei loro cuori albergano troppo spesso i pregiudizi, la freddezza, sì, addirittura l’odio».

Fenomeno dilagante
Pegida è l’acronimo tedesco per un movimento nato a ottobre a Dresda che si oppone alla presunta «islamizzazione dell’Occidente». Sulla falsariga delle manifestazioni che nell’autunno del 1989 ebbero il coraggio di opporsi alla dittatura di Honecker, gli organizzatori rinnovano l’appuntamento con la piazza ogni lunedì. E hanno scelto di rapinare i rivoluzionari non solo del giorno, ma anche dell’inno più famoso. Ormai Dresda ha contagiato anche altre città tedesche come Duesseldorf o Kassel, ma è nella capitale sassone che il movimento sta crescendo a ritmi vertiginosi. A ottobre circa in 200 avevano colto l’invito del fondatore, Lutz Bachmann, a scendere in piazza: all’ultimo, il 22 dicembre, c’erano 17.500 persone.

L’Afd è l’unico partito, a parte i neonazisti della Npd, ad aver preso le difese degli anti Islam di Pegida, che riescono peraltro a mescolare teste rasate, frange violente delle tifoserie calcistiche e gente comune. E il numero due del partito, Alexander Gauleiter, già avvistato alle manifestazioni di Dresda, ha attaccato a caldo il discorso di fine anno della cancelliera, sostenendo che «giudica dall’alto gente che non conosce». Ma ieri è intervenuto anche Bernd Lucke: «Merkel bolla le persone come misantrope senza neanche ascoltarle», ha sostenuto il leader dell’Afd, aggiungendo che la xenofobia va respinta ma che «i problemi dell’integrazione andrebbero affrontati in modo oggettivo e costruttivo».

Sondaggi preoccupanti
Un sondaggio di Forsa ha rivelato che due terzi dei tedeschi ritiene «esagerate» le paure di un’islamizzazione. Tuttavia, un 29% pensa che l’influenza dell’Islam sia forte e giustifichi Pegida. Se si guarda in particolare agli elettori Afd, è il 71% a sostenere la necessità di un movimento anti islam. Per il presidente di Forsa, Manfred Guellmer, un risultato che conferma come il partito nato in opposizione all’euro, che ha cambiato pelle diventando nell’ultimo anno sempre più una formazione ultra conservatrice con un focus forte sull’immigrazione, rappresenti «una minoranza con chiare tendenze xenofobe».

Tonia Mastrobuoni

Ansa
19 12 2014

Una strage compiuta all'interno della famiglia, in un quartiere povero e popolato in maggioranza da aborigeni. E' questa la pista seguita dagli investigatori australiani che indagano sull'omicidio di 8 bambini nella città di Cairns, sulla costa nordest dell'Australia. La madre di 7 dei bambini uccisi è ricoverata in ospedale ed è stata sentita dagli inquirenti. La polizia ha rassicurato la popolazione, lasciando intendere di non essere alla caccia di un omicida in fuga.

Gli otto bambini, tutti della stessa famiglia, il più piccolo di appena 18 mesi, sono stati uccisi a coltellate in una casa del quartiere povero di Manoora a Cairns, centro turistico sulla costa nordest dell'Australia, snodo dei turisti diretti alla Grande Barriera Corallina. Una donna di 34 anni, che la polizia ritiene sia la madre di sette dei bambini, è stata portata in ospedale, dove è ricoverata in condizioni stabili ed è stata ascoltata dagli investigatori.

I cadaveri sarebbero stati scoperti dal fratello più grande, 20 anni, al suo ritorno a casa. Un giornalista del quotidiano locale Cairns Post ha detto alla radio nazionale Abc che nel quartiere risiede una forte popolazione aborigena. "Tutti qui hanno un legame di parentela con le persone coinvolte - ha spiegato -. La gente è devastata. Ci dicono che lei (la donna ferita) era una madre orgogliosa, che amava profondamente i figli ed era molto, molto protettiva". Alcuni vicini hanno descritto un quartiere difficile, marcato dall'alcolismo e dalla violenza..

Il primo ministro Tony Abbott ha detto che la notizia dello "indicibile crimine" spezza il cuore. "Tutti i genitori proveranno una tristezza immensa per quello che è successo. Questo sono giorni di dura prova per il nostro paese. Stasera vi saranno lacrime e preghiere in tutto il nostro paese per questi bambini", ha aggiunto. "I miei pensieri vanno alla polizia del Queensland e a tutti coloro che hanno dovuto rispondere a questa terribile situazione".

 

Fermare la propaganda

Al sesto piano di un edificio del King's college, a Londra, un gruppo di ricercatori tiene sotto controllo il materiale pubblicato online dai giovani europei che vogliono andare, o che sono già andati, a combattere con i jihadisti in Siria e in Iraq. Il Centro internazionale per lo studio della radicalizzazione e della violenza politica (Icsr), fondato nel 2008, studia la diffusione dell'estremismo islamico in tutte le sue forme e, in particolare, i meccanismi di reclutamento tra i cittadini dei paesi occidentali.
Philippe Bernard, Internazionale ...

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