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"Ho letto, con ritardo Lolita e Il Gattopardo", diceva Flaiano prendendo in giro i lettori troppo preoccupati. Anch'io ho letto con ritardo Limonov, il romanzo di Emmanuel Carrère (Adelphi) dedicato appunto a questo personaggio dalla vita spericolata. ...

Le nostre biblioteche (si', nostre)

  • Mercoledì, 18 Settembre 2013 10:27 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
18 09 2013

Mi segnalano un programma radiofonico della Bbc, Our Libraries, e quasi ci si commuove. Poi, certo, si diventa mesti: perché l’orgoglio bibliotecario non dovrebbe riguardare solo i diretti interessati, ma tutti.
Allora, lo spazio quotidiano di questo blog va a un comunicato sindacale firmato da tutte le sigle, che convoca per la giornata di oggi un’assemblea. Sì, ancora usano. Sì, si spera che servano. Leggete perché, romani e non solo.

MERCOLEDI 18 SETTEMBRE, ORE 11.00-14.00, via della Consolazione, 4.

Care/i colleghe/i,
La nostra preoccupata lettera del 3 luglio scorso, indirizzata all’Assessora alla Cultura di Roma Capitale, non ha ancora ricevuto risposta. Abbiamo purtroppo avuto recentemente varie conferme, sia pure in via informale, che il drammatico taglio al bilancio dell’Istituzione Biblioteche di Roma, deciso dalla precedente giunta Alemanno (da 21 mln. a 14 mln.: già operativo dal gennaio 2013), sarà reintegrato solo in parte. Ma, non essendoci finora alcun documento scritto, il taglio potrebbe persino essere interamente confermato.
Si tratta di una situazione e di una prospettiva drammatica, da cui deriveranno presto conseguenze molto gravi, per i servizi bibliotecari e ovviamente per i tantissimi cittadini che li utilizzano.

E’ NECESSARIO E URGENTE DIRE FORTE E CHIARO CHE NON ACCETTEREMO MAI LA DISTRUZIONE DELL’ISTITUZIONE BIBLIOTECHE DI ROMA!

Conosciamo bene la tragica situazione economica in cui le scelte governative degli ultimi anni hanno precipitato gli enti locali di tutta Italia. Roma, seppure in condizioni migliori di altre città grazie al suo status di Capitale, si trova comunque in una situazione difficilissima. Ci rendiamo conto della necessità di tagli e sacrifici, ma anche del fatto che - come sempre accade in questi casi - chi ha responsabilità politiche e quindi di amministrazione deve fare delle scelte.

L’Istituzione Biblioteche di Roma offre un servizio di qualità, gratuito e accessibile a tutti, all’intera cittadinanza, dal centro all’estrema periferia della capitale, con ben 37 sedi. Svolge un ruolo che non è solo culturale, ma anche sociale, informativo, aggregativo. Ha sempre gestito responsabilmente, con efficacia e correttezza, il proprio bilancio, senza mai registrare un passivo, dal 1996 a oggi, aprendo molte nuove sedi e ristrutturandone altrettante, ampliando il già esteso orario di apertura al pubblico, fornendo sempre più servizi culturali, stando al passo dei tempi dello sviluppo tecnologico. Tutto ciò è stato riconosciuto e molto apprezzato, sia dagli utenti che da tutte le amministrazioni che si sono succedute in questi anni, senza distinzione di colore politico.

Il nostro bilancio è già stato tagliato di oltre 1 milione di euro due anni fa. Due mesi fa abbiamo scritto alla nuova Assessora alla Cultura che non è possibile scendere al di sotto degli attuali 21 mln. di euro, senza conseguenze sui servizi bibliotecari. E non vogliamo neppure prendere in considerazione l’ipotesi di riduzioni di personale - sia capitolini che Zètema - che è già ben al di sotto del necessario.

Il Sindaco Ignazio Marino, nel suo programma elettorale, ha sottolineato il grande valore della cultura, anche come motore di sviluppo economico di Roma: crediamo quindi che non possa assistere passivamente alla chiusura di 13 o forse 18 o magari 24 sedi (dipende dall’entità dei tagli, naturalmente) del sistema bibliotecario più importante d’Italia.
Abbiamo quindi indetto questa assemblea, sotto il Campidoglio, per lanciare pubblicamente questo drammatico appello alla nuova Amministrazione di Roma Capitale, all’Assessora Barca e al Sindaco Marino, per salvare le Biblioteche di Roma. Già da otto mesi siamo in sofferenza economica, perché ogni mese la Ragioneria eroga 1/12 di 14 mln., nonostante il fatto che il taglio non sia stato ancora iscritto nel bilancio preventivo 2013 di Roma Capitale, tuttora da approvare. Non possiamo reggere oltre, avendo ormai consumato quasi completamente i risparmi che erano stati oculatamente accantonati negli anni.
Vi chiediamo perciò di essere presenti in tantissime/i all’assemblea, anche se lavorate a molti chilometri di distanza, anche se iniziate il turno di lavoro il pomeriggio, per evidenziare la preoccupazione ma anche la determinazione collettiva a non subire gli eventi senza reagire.

Vi chiediamo di raccogliere la solidarietà dei nostri utenti, magari iniziando una grande raccolta firme “Nemmeno una biblioteca sia chiusa!”, spiegando loro il senso di questa assemblea e dell’interruzione del servizio per alcune ore.
E’ necessario agire ora, prima che sia troppo tardi.
A prestosa di entrare.

Noi Donne
23 08 2013

L'ultimo libro di Fiorenza Taricone: "Ottocento romantico e generi. Dominazione, complicità, abusi, molestie" (ed Aracne). Un’inchiesta storica, agile come un romanzo

Fiorenza Taricone indaga un nuovo aspetto poco noto dell’Ottocento: le violenze di genere e sui minori.
Con la sua solita perizia storica e abilità narrativa Fiorenza Taricone ci regala ancora una volta uno straordinario ritratto della donna e delle relazioni umane, tra Ottocento e Novecento e tra Occidente e Oriente nel suo ultimo libro Ottocento romantico e generi. Dominazione, complicità, abusi, molestie, edito da Aracne (2013).
Dopo averci fatto riscoprire la fitta rete di attività sociali e politiche femminili a cavallo dei due secoli e averne rintracciato il sotteso pensiero politico nelle numerose precedenti pubblicazioni, con questo lavoro equiparabile a un’inchiesta storica ci svela il dramma della violenza di genere e sui minori, che vede nella donna, sin dalla tenere età, la vittima privilegiata ma, spesso, anche la carnefice.

In un volume agevole e di facile lettura, da sembrare un romanzo, si delinea l’affresco di una realtà drammatica. Attraverso la testimonianza di molte protagoniste, da quelle che direttamente hanno subito violenze sessuali da bambine, a quelle che hanno praticato l’aborto o l’infanticidio, a quelle che hanno lottato per una migliore condizione femminile e dell’infanzia, sembra di fare un bagno di umanità che genera a tratti sgomento, a tratti incredulità. Eppure tutto quello che viene descritto è normalità quotidiana. Infatti, come la stessa autrice evidenzia, il lavoro più difficile è stato rintracciare le forme di una violenza che nell’Ottocento e buona parte del Novecento non ha nome, perché spesso non è percepita nemmeno come tale. Mancano del tutto categorie concettuali come abusi sessuali, pedofilia, mobbing, stalking con cui oggi si indicano fenomeni che anche allora erano diffusamente praticati. Categorie che fanno riferimento a prassi che si connotano con significati differenti nei vari periodi storici. La violenza è percepita in quanto tale e genera denuncia in casi minoritari, nella maggior parte invece, quando è riconosciuta, è accettata con rassegnazione. Per cui non si avrà mai contezza della dimensione del fenomeno.

La violenza è connaturata alla famiglia e ne è spesso l’unica modalità di comunicazione. È insita nei matrimoni, specie se combinati, nei quali le donne sono costrette a concedersi pur non volendo, tanto da poter identificare il matrimonio con il meretricio. E quando decidono di difendere la propria dignità, il prezzo che queste donne (come Ernesta Napollon, Sibilla Aleramo e tante altre) finiscono con il pagare è quello della “maternità”, poiché costrette ad abbandonare i figli o a vederseli sottrarre (in Italia la potestà genitoriale è esclusivamente dell’uomo).

Cultura, legislazione e condizione socio-economica favoriscono la consuetudine della violenza e la deriva della prostituzione. La cosiddetta “doppia morale” riconosce il legittimo diritto dell’uomo al soddisfacimento dell’istinto sessuale ma condanna come indegne, emarginandole, le prostitute o le sedotte e abbandonate, spesso ingravidate. Fenomeno, quest’ultimo, diffuso sui luoghi di lavoro, dalle fabbriche alle scuole sperdute nelle campagne o nei paesini dove le donne insegnano, alle abitazioni presso le quali sono a servizio. Lusingate con promesse di matrimonio, minacciate di licenziamento o prese con la forza, la conseguenza spesso è l’aborto (pratica diffusa anche tra i ceti popolari come contraccettivo, posta in essere a causa delle difficoltà economiche) o l’infanticidio e l’alternativa la prostituzione o il suicidio. A questo c’è chi ricorre anche per aver subito mobbing. In particolare la categoria delle maestre è facilmente sottoposta a soprusi e ostruzionismo di ogni genere, a maldicenze e pregiudizi che ne distruggono la vita.

Una cultura ipocrita ben espressa dai codici, in cui il legislatore parla di ordine della famiglia, non intendendo che «le famiglie dovessero essere ordinate, ma che non dovessero far trapelare all’esterno della loro ristretta cerchia il disordine». In cui si punisce l’aborto e l’infanticidio ma si vieta la ricerca della paternità, si privano le donne e i minori (equiparati nella “minorità”) di diritti, non possono querelare chi esercita su di loro abusi, non sono tutelati a lungo sui luoghi di lavoro, sottoposti a orari e mansioni faticosi, con stipendi più bassi rispetto agli uomini (la prima consistente legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli in Italia è del 1902).

Le condizioni economiche, i sovraffollamenti nelle abitazioni, la promiscuità sessuale favoriscono la vendita o l’affitto dei bambini (e in particolare le bambine diventano oggetto di molestie), l’induzione alla prostituzione, oppure nei casi migliori il loro abbandono presso istituti come l’Asilo Mariuccia. Gli abusi, le violenze hanno nelle stesse donne complici inconsapevoli o senza alternativa di scelta, vissute come il male minore o con una incoscienza che fa ugualmente ribrezzo.

In un saggio agile, Fiorenza Taricone riesce, al solito, a descrivere una galleria di personaggi e vicende, a condensare i molteplici aspetti della questione rappresentata. Oltre alle diverse forme di violenza, fino a quelle subite ed esercitate da donne e minori in Oriente (che conosciamo grazie alla narrazione di Cristina di Belgiojoso), l’autrice tratteggia le azioni svolte da donne e uomini, che individualmente o in associazioni e cavalcando posizioni differenti, si sono battuti per migliori condizioni di lavoro e personali di donne e minori, per abolire la schiavitù della prostituzione, per riconoscerne i diritti. Affronta il dibattito su malthusianesimo, educazione sessuale e morale sessuale, ampiamente trattati tra Ottocento e Novecento. Al centro di questa lettura emergono il ruolo della maternità (voluta, subita, inconsapevole, da difendere) e della sessualità delle donne che pur essendo dati privati, come sempre nella storia delle donne, hanno un riflesso pubblico e politico.

“Tappa fondamentale di questo processo di politicizzazione e inculturazione della maternità maturato dall’associazionismo femminile, arrivato quasi al suo massimo quando il fascismo consolidò il potere, - scrive l’Autrice- fu la consapevolezza del passaggio da un’opera di volontariato individuale e protezione della maternità a carattere caritatevole ed elemosiniero, ad una successiva in cui, avendo ormai ben chiare le valenze sociali e politiche della maternità, questa era collegata ad un ripensamento critico dell'organizzazione statale della carità, della pubblica assistenza, e della riforma sulla beneficenza. Ne sono un esempio, le parole di Giuseppina Le Maire, premiata con medaglia d'oro per le sue iniziative benefiche all'Esposizione Beatrice di Firenze nel 1890: La prima rintraccia e conforta occultamente le miserie e soccorre guidata dalla pietà; dona, curando solo l'effetto immediato del beneficio. Altra cosa deve essere la beneficenza pubblica, che deve prevenire i mali futuri, vincere la misera distruggendone le cause, non ottenere il vantaggio particolare dell’individuo, ma quello generale della società”. È facile scorgere in queste parole la consapevolezza di un diverso ruolo che le donne si attribuivano nell'esercizio di attività benefiche viste fino allora come il semplice prolungamento di compiti e ruoli svolti da sempre, soprattutto all'interno della famiglia: cura, assistenza, conservazione, previdenza.

Ma è anche agevole scorgere un taglio politico che non escludeva per le donne il privato, ma piuttosto trasportava il privato nel pubblico, cercando di eliminare una cesura che aveva avuto per i due sessi percorsi diversi: per l'uomo una circolarità che gli consentiva di uscire dal privato e tornarvi, trovando in entrambi legittimazione o sostegno; per la donna, una destinazione a priori non verificata dalla libertà di scelta, rimanendo la maternità e la famiglia destinazioni naturali, dove il pubblico si configurava come una conquista che talvolta comportava l’estraniazione dal proprio genere e l’omologazione all’altro» (pp. 33, 34, 35).

Rossella Bufano

La violenza sulle donne vista da 'loro'

  • Giovedì, 22 Agosto 2013 12:31 ,
  • Pubblicato in Flash news
Noidonne
22 08 2013

L'ultimo libro di Monica Lanfranco 'Uomini che (odiano) amano le donne' lascia la parola agli uomini. Intervista all'autrice

Monica Lanfranco, nel ultimo libro 'Uomini che (odiano) amano le donne' hai lasciato la parola agli uomini su virilità, sesso e violenza. O, per meglio dire, li hai sollecitati ad esprimersi. Come ti è venuta l'idea?

La prima regola sulla virilità è che non se ne deve parlare, né farsi delle domande. Mi piacerebbe sentire un uomo dire cosa significa essere uomo. E credo di non essere l’unica”. Mi sono imbattuta in queste parole scritte dalla collega Laurie Penny, collaboratrice del Guardian, in un suo articolo tradotto e pubblicato nel 2012 da Internazionale. Stavo giusto pensando a come iniziare la collaborazione richiestami per il blog sul Fatto quotidiano, e mi è sembrato il modo giusto: venivo presentata come giornalista femminista, e volevo provare a cambiare sguardo, voltandomi verso gli uomini. Non si trattava di fare un sondaggio a carattere scientifico, ma nemmeno una delle tante ‘piccanti’ iniziative da rotocalco del tipo ‘come lo fanno gli uomini’. Mi aveva colpito il fatto che la collega avesse chiesto agli uomini quello che fin da piccola avrebbe voluto domandare agli altri bambini, poi ai ragazzi e infine agli adulti che via via ha incontrato nella sua vita: di parlare di sé, del come si sentissero nel loro corpo, del cosa pensassero degli uomini che violentano le donne, del quanto, e come, la pornografia influisse sulla loro vita e sulla loro sessualità.

Lo stereotipo vuole che a parlare di sessualità in questo modo intimo e autocoscienziale siano solo le donne. Invece, sorpresa: è stata travolta dalle risposte di eterosessuali, gay, padri, figli, mariti, fratelli. Tanti, desiderosi di parlare non banalmente di sessualità, corpo, violenza. Quello che da anni alcune femministe, tra le quali io stessa, in Italia andiamo dicendo, cioè che è tempo, è urgente, che la voce maschile si faccia sentire, è accaduto: alla chiamata di una giornalista femminista, in forma non organizzata e spontanea, c’è stata una reazione positiva. Di fronte a questa esperienza, pur consapevole che il mondo anglosassone non è l’Italia, ho pensato che poteva essere un buon inizio. E ho provato. Uomini che odiano amano le donne.

Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi nasce da questa speranza e fiducia: che anche qui da noi alcuni uomini abbiano voglia di comunicazione, di dialogo, di mettersi in gioco su questo tema, che poi è, in parte, una richiesta di ragionare sul loro corpo. Moltissime risposte mi hanno emozionata, sono rimasta sorpresa e senza parole; in generale, rispetto ai commenti quasi sempre sgradevoli e offensivi che invece vengono postati sul blog da uomini senza identità protetti da nick name queste risposte sono state rispettose, intense, anche contraddittorie ma oneste e creativamente conflittuali. In Italia sono usciti alcuni libri sulla ‘questione maschile’, ma un testo che proponesse risposte dirette su domande dirette su sesso, virilità e violenza non c’era ancora. Il libro non solo è nato, ma da lui è gemmata anche una piece teatrale che si chiama Manutenzioni -uomini a nudo, che sta diventando un progetto di teatro politico. Ne sono molto contenta.

Sono state circa 300 le risposte ai sei quesiti, alcuni anche scabrosi se visti dalla parte maschile. Le hai pubblicate tutte e integralmente. E hai anche lasciato la parola a conclusioni maschili (nella postfazione a Francesco Pivetta, docente di filosofia e direttore della rivista 'Varchi, tracce per la psicoanalisi), a Beppe Pavan (di Uomini in cammino) e a Mario Fatibene (del Il cerchio degli uomini). Perchè, oggi, una femminista storica come te decide di lasciare tanto spazio agli uomini?

Parole e riflessioni maschili autentiche sono preziose e necessarie, anche e soprattutto a fronte della drammatica escalation del fenomeno del femminicidio, ovvero della uccisione di donne non da parte di sconosciuti, ma per mano di uomini che conoscono le donne che poi diventano vittime della loro furia: spesso ex fidanzati, partner, amanti, mariti, talvolta fratelli e padri. Nel 2012 oltre 120 donne sono morte in questo modo in Italia, e non basta: una fetta ancora troppo ampia di opinione pubblica rifiuta di considerare questi omicidi come uno specifico segnale di un problema di relazione tra i generi, originato da una diffusa cultura misogina e maschilista. Dare conto, invece, della testimonianza di uomini che hanno scelto di confrontarsi con una sconosciuta, mettendosi in gioco e dedicando tempo a pensare a sé mi sembra restituire quello che ho ricevuto, e offrire uno strumento per discutere, incontrarsi, ragionare assieme. Non è stato facile decidere se intervenire con commenti da parte mia sulle risposte; alcune persone, leggendo il testo, mi hanno consigliato di farlo.

Ho deciso invece di dare spazio alla voce maschile senza intervenire, a parte alcune minime correzioni puramente ortografiche o grammaticali, necessarie data l’immediatezza delle risposte e quindi alcuni inevitabili errori che esse avevano. La scelta di non trattare il materiale come di solito si fa nei saggi socio - politici, che prevedono letture e interpretazioni necessariamente volte a sostenere l’una o l’altra tesi, è frutto di una lunga meditazione, ma anche di un impulso emotivo: quando la mia amica Francesca Sutti si è commossa mentre le leggevo una delle testimonianze ho capito che di certo ci sarebbero stati lettori e lettrici che avrebbero trovato noiosa, forse ripetitiva, a tratti, la narrazione come flusso, pure se diversificata tra risposte breve e più lunghe. Pazienza, mi sono detta. Se l’obiettivo di Uomini che odiano amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi è quello (anche) di suscitare emozioni, oltre che dibattito, allora mi sembra di avere assolto al mio compito: quello di restituire ciò che ho ricevuto, e soprattutto di rispondere alla necessità di dare voce ad un altra parte maschile, diversa rispetto a quella tragicamente presente nella cronaca nera o nella ordinaria violenta e ottusa rappresentazione televisiva dei maschi mediatici.

Hai già fatto parecchie presentazioni del libro: come è stato accolto? C'è stata attenzione tra gli uomini?

Molta, anche perché io chiedo a chi organizza le presentazioni (quasi sempre gruppi e associazioni di donne, spesso scuole e università) di invitare a commentare almeno un uomo con me, e anche per la lettura di pezzi del testo chiedo se possibile di avere voci maschili. Certo le sale sono ancora piene a maggioranza da donne , ma gli uomini, di ogni età, che partecipano sono tanti, e la soddisfazione più grande è quando mi dicono che lo leggeranno assieme alle loro compagne. Mi consento solo una citazione, come corollario e chiosa personale: nel suo Maschio e femmina la grande antropologa Margaret Mead annotò: “Gli uomini preferirebbero essere maschi di razza inferiore piuttosto che femmine della propria.” Questa frase è calzante rispetto all’oggi, ma mi piace pensare che per il futuro che in molte e molti cerchiamo di costruire possa diventare un retaggio che non lasceremo in eredità alle giovani generazioni. Leggere parole di uomini che riflettono, ammettono incertezze, dubbi e propongono visioni diverse da quelle patriarcali mi pare una offerta interessante per chi legge.

Monica Lanfranco, nata il 19/3/1959 a Genova; laureata in filosofia è giornalista e formatrice sui temi della differenza di genere e sul conflitto. Ha fondato nel 1994 il trimestrale di cultura di genere MAREA. Ha un blog sul Fatto quotidiano. Ha insegnato Teoria e Tecnica dei nuovi media all’Università di Parma. Cura e conduce corsi di formazione per gruppi di donne strutturati (politici, sindacali, scolastici) sulla storia del movimento delle donne, sulla comunicazione di genere, e sulla risoluzione nonviolenta dei conflitti. Il suo primo libro è stato nel 1990 Parole per giovani donne - 18 femministe parlano alle ragazze d'oggi (Solfanelli). Nel 2003 esce Donne disarmanti - storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi(Intramoenia).Nel 2005 esce Senza Velo - donne nell’Islam contro l’integralismo (Intramoenia).Nel 2007 ha prodotto il film sulla vita e l’esperienza politica della senatrice Lidia Menapace dal titolo Ci dichiariamo nipoti politici. Nel 2009 è uscito Letteralmente femminista – perché è ancora necessario il movimento delle donne (Punto Rosso).Nel 2013 è uscito Uomini che odiano amano le donne- virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi (Marea Edizioni)
I suoi siti sono www.monicalanfranco.it ; www.altradimora.it ; www.mareaonline.it www.radiodelledonne.org

Il Premio Strega 2013 a Walter Siti

  • Venerdì, 05 Luglio 2013 07:58 ,
  • Pubblicato in Flash news
Globalist
05 07 2013

L'autore ha preso 165 voti, battendo Alessandro Perissinotto. Siti vince con il suo Resistere non serve a niente. Una vittoria di misura.

Vince alla grande Walter Siti con il suo "Resistere non serve a niente" (edito da Rizzoli) che ha sbaragliato tutti con 165 voti stasera alla finale della 67/a edizione del Premio Strega a Villa Giulia a Roma. Walter Siti ha subito dichiarato: "Non dedico il premio a nessuno in particolare. Ci sono persone a cui tengo e spero il libro sia stato scritto per loro".

"Ho fatto una scommessa. Ho pensato un personaggio che fa cose molte brutte ma ho cercato di renderlo simpatico", ha continuato parlando del suo romanzo. "Le gare mi piacciono, ne ho perse tante e questa volta ho vinto", ha concluso.

Il secondo posto è stato conquistato per un soffio da Alessandro Perissinotto con "Le colpe dei padri" (Piemme), con 78 voti. Soltanto un voto in più di Paolo Di Paolo con "Mandami tanta vita" (Feltrinelli), 77 voti, e al terzo Romana Petri con 'Figli dello stesso padre' (Longanesi). Ultima Simona Sparaco con "Nessuno sa di noi" (Giunti), 26 voti.

Il seggio è stato presieduto da Alessandro Piperno vincitore della scorsa edizione del premio. Su 460 aventi diritto al voto, si sono espressi in 412 dei quali 168 con il voto elettronico. Tre le schede bianche.

Walter Siti, poco prima dell'apertura dello spoglio aveva sottolineato: "Mi sono dato perdente già da ieri. È una bella tattica per restare tranquillo. Un esercizio zen. Tutto quello che viene è in più. Ho pregato fin dall'inizio il mio editore di non informarmi e di tenermi fuori dai meccanismi del premio perchè mi rendeva ansioso". Il pronostico lo dava tra i favoriti.

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