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Intervista a Dubrakva Ugresic

  • Martedì, 28 Ottobre 2014 12:26 ,
  • Pubblicato in Flash news

Minima et Moralia
28 10 2014

Questo pezzo è apparso sul numero di settembre di Flair.

«Prostituta, nemica pubblica, strega», con queste parole il regime nazionalista di Tuđman definì Dubrakva Ugresic. Era il 1993, da allora la scrittrice croata vive tra l’Olanda e gli Stati Uniti, dove è uscito di recente “Europe in Sepia” (Open Letter Books), una raccolta di short stories saggistiche.

Classe 1949, Ugresic ha scritto numerosi romanzi e saggi (in Italia pubblicati da Nottetempo) ed è oggi senza dubbio una delle voci più libere originali e sovversive dell’Occidente. “Non voglio predicare o insegnare a nessuno, ma soltanto provocare una reazione: fare in modo che il lettore cambi modo di pensare”.

Come?

Theodor Adorno diceva che la forma “più intima del saggio è l’eresia”. Il saggio è il genere perfetto per gli eretici. Lilith e Eva erano eretiche, le streghe erano eretiche… E in Europa sono state cacciate a lungo, a quanto pare.

E oggi?

Il mondo è un posto folle. Segni e simboli sono tutti mescolati: il partito nazionalista croato usa citazioni di sinistra di Jean Paul Sartre sui suoi poster di propaganda, mentre quelli di sinistra, i “sovversivi”, fanno selfie con i politici in carica. I giornali sono pieni di paradossi: Slavoj Zizek, intellettuale marxista, che stringe la mano al presidente della Croazia, Ivo Josipović.

Nel suo ultimo saggio definisce l’Europa “una rovina industriale”. Non esagera?

In Europa oggi c’è un numero vergognoso di disoccupati; sono gli “schiavi” del terzo millennio, schiavi in senso letterale: gente che è stata privata della propria vita. La politica dello sfruttamento camuffata da democrazia ci ha portato in questo tunnel senza via d’uscita.

Secondo lei ha ancora senso la parola “politica”?

Mai come oggi la politica è diventata una questione di prima urgenza. Senza resistenza e impegno politico scivoliamo tutti nella schiavitù intellettuale. Le proteste di “Occupy Wall Street” e i riots di Londra sono stati un segnale d’allarme, un grido che ha mostrato lo scontento di gente umiliata e sconnessa da ogni potere politico e decisionale.

Non è troppo pessimista?

Forse. Ma il pessimismo e disfattismo erano le tipiche accuse che si facevano in epoca stalinista… A volte è meglio vedere le cose in una luce preoccupante che essere colti di sorpresa quando arriva il brutto. Vent’anni la Guerra in Jugoslavia era alle porte. E io ancora non lo sapevo.

Consigli per il futuro?

Le donne… sono loro che devono impegnarsi a creare un mondo migliore. Le donne e nessun altro decidono come tirare su i propri figli. Le donne devono acquistare potere, essere più attive, prendere più decisioni. Fare politica.

Transmedia, il futuro della narrazione

  • Martedì, 28 Ottobre 2014 10:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
28 10 2014

Social network, crowdfunding, serie tv e web, talent, wikipedismo, portali come youtube o come anobii, fandom e fan-like stanno modificando il nostro modo di raccontare. Facendo erompere la narrazione dalle gabbie di un medium unico e di un unico linguaggio-

Non sai cosa mi è successo stamattina, anzi è iniziato tutto ieri sera quando…: ogni momento costruiamo narrazioni. Ogni momento operiamo scelte autoriali; anche per una frase quotidiana come questa, abbiamo scelto per lo meno narratore, tempo, stile, lingua, genere, e usato suspense, reticenza, flashback e tre piani temporali. Senza racconto non esistiamo. Ma se la narrazione è un bisogno primario come il respiro, il cibo, il futuro della narrazione ci riguarda: che sta succedendo al racconto, che succederà?

Transmedia, social network, crowdfunding, serie tv e web, talent, wikipedismo, portali come youtube o come anobii, fandom e fan-like, notizie seriali modificano il modo di narrare. Per Henry Jenkins, tra i suoi massimi studiosi (Convergence Culture, Apogeo 2007), il transmedia storytelling è il racconto di una storia tramite più media, tutti indipendenti e addizionali, in modo che la somma delle narrazioni sia maggiore della narrazione nativa. L’esempio classico è Star Wars di Lucas (1976), ma la serialità americana ne ha fatto la sua cifra. The Walking Dead, serie a fumetti di Robert Kirkman, ha generato: una serie tv e tre web, due videogame (uno dalla serie, uno dal fumetto), tre romanzi, un’app, un flipper e un hamburger al sapor di carne umana: tutti diversi. Così, ogni fruitore può fruire anche di uno solo dei canali, ma ha interesse a fruirli tutti; non più destinatario del messaggio, ne è lui, più della narrazione stessa, il soggetto; colui che cambia la narrazione. La convergenza tra media mainstream e grassroot, cioè generati dagli utenti – come la chiama Jenkins – è una delle forme di questa tendenza.

Accade anche nel crowdfunding, in cui il creatore del prodotto narrativo (ma si può finanziare di tutto) mette on line il proprio progetto su portali specifici (indiegogo, kickstarter…): il tuo pubblico è il tuo produttore; se al pubblico non piace, la narrazione non c’è. Nel tentativo di arginare la crisi cupa della stampa, la notizia smette i panni di nuda cronaca e si fa narrazione seriale o racconto flash commovente/divertente. Seguiamo come una telenovela anni ’80 i colpi di scena della strage di Erba, clicchiamo forsennati sulla colonnina destra dei quotidiani on line. Su Anobii, Mymovies e simili giudichiamo in tempo reale la narrazione appena fruita; non riusciamo più a non contare le stellette prima di decidere se comprare un libro/vedere un film. Anche i talent raccontano tante storie (anzi, la grande storia di quello show, vera e propria serie tv): sono le più succulente che facciamo andare avanti a furia di voti.

Siamo sicuri che le nostre narrazioni non siano influenzate da tutto ciò? Come faccio a sapere che, a furia di contare come monete i retweet su Twitter, subdolamente l’ansia di piacere non s’impasti alla ricerca di una qualità narrativa? Anche alla cronaca chiediamo: raccontaci una storia! Abbiamo deciso che, per avere il grande pubblico, la narrazione non sperimentale, consolatoria è l’unica. Secondo me è una scusa – a volte per rifiutare un progetto, a volte per faticare meno. La legge è ovvia: solo se riesco a scrivere un romanzo valido, ai lettori piacerà. Ma, se scrivo al volo un raccontino su Facebook e noto che uno stile, un contenuto attira più di altri, come faccio a essere sicura che, chiusa negli anni di lavoro che un romanzo richiede, quel tintinnare di like non mi echeggerà ossessivo in testa? Che succede al mio modo di narrare quando leggo una sfilza di commenti negativi degli utenti sotto la scheda del mio film? La narrazione di qualsiasi tipo ha sempre avuto come destinatario il pubblico; sempre c’è (si spera!) un lettore/spettatore che ha non solo diritto di leggere, ma anche di esprimere pareri.

L’instant writing e l’instant reading che punteggiano i giorni in cui viviamo parlano però di una narrazione che si disfa, sgretola e tentacolizza per fidelizzare ogni tipo di pubblico, inizia solo se il pubblico finanzia, è vecchia subito. D’altro canto non abbiamo più la stupefacente arma dell’oblio: con un click disponiamo dell’intero arco narrativo (vita e produzione artistica, commenti inclusi) di chiunque; viviamo in un’unica totale costante narrazione collettiva dove l’autore non esiste? Nel 1827 il filosofo Trahndorff parlava per la prima di Gesamtkunstwerk, opera d’arte comprensiva di tutte le arti. Anche Wagner la citava nel ’49 portandone a esempio massimo il teatro della Grecia antica. Cercando accanitamente, Capote scoprì che l’unico modo di scrivere libri migliori è applicare «in una sola forma» ciò che sappiamo «di ogni altra forma di scrittura».

È di ogni tempo, dunque, la ricerca una narrazione che erompa dalle gabbie di un medium unico e un unico linguaggio. Non credo che al narratore giovi ripudiare o (tentare di) scampare al trasformarsi di ciò che della narrazione non è contorno ma uno dei materiali: la realtà; guardare e ascoltare è un bel pezzo del nostro lavoro. Cercare dentro «ogni forma di scrittura» affogando con spregiudicatezza e coraggio nel reale che ci è capitato; questa può essere, anche ora, la nostra ricerca.

Essere donne a Teheran (e resistere con i libri)

  • Lunedì, 27 Ottobre 2014 08:15 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere della Sera
27 10 2014

In Iran impiccano le donne, le lapidano, le costringono a sposarsi bambine e a subire lo stupro del "marito" scelto dalla famiglia. Ma in queste pagine si respira una commovente aria di libertà. La grandezza di una resistenza culturale. Un'ostinazione ammirevole per non dargliela vinta agli energumeni che picchiano le donne, sorvegliano le strade arroganti e spietati per colpire e punire la donna che non accetta i simboli della sua subordinazione. ...

 

Lasciate libera anche la peggiore delle idee!

Voltaire, Libertà di EspressioneNon dovremmo avere paura delle idee. Non più di quanta dovremmo averne della loro repressione. E' vero che siamo lontani dai tempi in cui era giusta la considerazione di Longanesi che "un'idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione". Le idee trattate da impresentabili intrusi non generano più rivoluzioni, è vero, ma sfogano in aggressività incontrollata, biascicamenti rozzi che attecchiscono su piccoli gruppi di disadattati, oppure, semplicemente, si spengono: ed è tutta vitalità soffocata, spunti a cui l'intera collettività rinuncia.
Susanna Schimperna, Cronache del Garantista ...

Il Nobel prigioniero

Mente libera e libertà di pensieroNon possiede più niente. Le scarpe che calza sono dello Stato. Gli hanno tolto carta e inchiostro. Ogni giorno scrive poesie sul pavimento di pietra, bagnando un dito nella ciotola dell'acqua che beve. I versi, anche se in cella, sono liberi: evaporano in pochi istanti. Vietato invece leggere. La rieducazione ha deciso che il lavoro giusto per lui è il sarto. Liu Xiaobo a fine dicembre compirà 59 anni e trascorre le giornate a cucire le divise dei suoi carcerieri.
Giampaolo Visetti, la Repubblica ...

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