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Il Fatto Quotidiano
31 07 2015

“Guardati le spalle all’ora di chiusura”. Una minaccia. Fatta e finita. È stata postata, assieme ad altre più o meno velate, sulla pagina facebook della Libreria Baravaj di Milano. Il motivo? Un gesto ironico poco gradito a Matteo Salvini e ai suoi seguaci. Federico Valera, questo il nome del titolare della piccola libreria milanese, ha fotografato una locandina autoprodotta con la foto di Salvini e la scritta “Io non posso entrare”.

“La mia è una libreria politicamente connotata – spiega Valera – ma va detto che l’iniziativa della locandina non è inserita in chissà quale disegno o progetto ideologico, non ho né la voglia né il tempo di mettermi a combattere battaglie. La locandina è più figlia della noia e del caldo del luglio milanese”. Insomma, una boutade satirica, per prendere di mira un personaggio pubblico nei confronti del quale Valera non nasconde di non nutrire alcuna simpatia: “Ho trovato in rete il generatore di felpe di Salvini, l’ho trovato divertente, ho stampato la foto in questione su un foglio e l’ho appesa alla porta della mia libreria, dopodiché ho scattato una foto e l’ho postata sul profilo social del negozio per condividerla con i miei clienti. L’intento era chiaramente quello di strappare un sorriso, non di scatenare un putiferio né di farmi pubblicità”.

In poche ore però il post anti-Salvini è stato visto da migliaia di internauti, tra di loro anche qualche leghista che lo ha fatto arrivare alle alte sfere del partito, su, su, fino al segretario federale. La notizia è finita sulle pagine dei giornali e Matteo Salvini ha dedicato un post alla questione, scrivendo: “Alla faccia dei democratici e dei tolleranti di sinistra! I miei libri li compro altrove, e comunque mai metterò piede in questa libreria”. Apriti cielo. Dal momento che Salvini ha aperto le danze il profilo della libreria è stato preso d’assalto, tanto da spingere il titolare a dichiararsi “stufo” e “impaurito per le minacce”.

I commenti dei leghisti e dei fan salviniani vanno dalla reprimenda moralizzatrice alla minaccia esplicita passando per l’insulto. Oltre al già citato invito a guardarsi le spalle, il tenore degli interventi è questo: “La prossima volta stai buono al posto tuo”, “Te le sei cercate, coglione!”, “Non devi avere paura, le merde non si pestano”, “Spero che tutti i milanesi evitino accuratamente il tuo locale” e, ancora: “Minacce? Chi cerca trova! Sei un’ipocrita e pure senza palle”. E sulla pagina di Salvini gli interventi sono migliaia e i toni non sono differenti.

“La mia è una minuscola libreria, aperta da 10 mesi, chiaramente non sono contento di questa ondata di proteste, anche perché i post e gli insulti sono stati accompagnati da una campagna di boicottaggio, fatta di recensioni negative che hanno abbassato la valutazione del mio negozio su Facebook. Sicuramente non sono queste recensioni a fare il successo di un negozio, ma di fatto prima avevo solo 13 recensioni a 5 stelle. Oggi ne ho anche 90 a una stella”.

E sulla paura che le minacce possano tradursi in gesti concreti Valera non nasconde preoccupazione: “Non credo si spingeranno a tanto, anche perché la mia è stata una provocazione ironica e certamente non c’è provocazione che possa giustificare un violenza fisica, non ci sarebbe alcun rapporto tra causa ed effetto. Ma gli insulti e le minacce che sto ricevendo mi danno la conferma del genere di persone che Salvini si porta appresso: un brodo spaventoso. Certo, sentirsi minacciare non è piacevole, soprattutto se stai in negozio fino a mezzanotte e se giri con i tuoi figli”.

Alessandro Madron

Venti maggio 2015. Digos e Ros, dopo aver ricevuto un mandato di cattura dal governo tunisino, fanno irruzione nella sua casa di Gaggiano, nel milanese, e lo arrestano per l’attentato al Museo del Bardo del 18 marzo, a Tunisi. Oggi, a più di due mesi di distanza, Abdelmajid Touil, 22enne di origine marocchina, si trova ancora nel carcere di San Vittore in attesa di conoscere il proprio futuro.
Le indagini sono andate avanti e sono affiorate le prime incongruenze tra le informazioni diffuse da Tunisi nei giorni seguenti all’arresto e le testimonianze di familiari e insegnanti. “Il mio assistito rischia almeno cinque mesi di carcere senza che vi siano evidenze di colpevolezza, solo per una richiesta del governo di Tunisi”, dichiara a ilfattoquotidiano.it Silvia Fiorentino, avvocato del giovane. “Non c’è un automatismo tra la richiesta del governo tunisino e l’incarcerazione – risponde a ilfattoquotidiano.it il ministro della Giustizia, Andrea Orlando – Si trova in carcere perché l’autorità giudiziaria sta svolgendo degli accertamenti”.

La vicenda: accusato di aver partecipato all’attentato, ma presto affiorano le incongruenze
A dare il via all’operazione è stato il mandato di cattura internazionale inviato dal governo tunisino alle istituzioni italiane: “Touil ha avuto un ruolo nella pianificazione e nell’esecuzione dell’attentato”, è convinta Tunisi, per questo deve essere arrestato. L’intelligence italiana individua il sospettato nell’area di Legnano, poi Digos e Ros stringono il cerchio fino a Gaggiano, dove il 20 maggio il 22enne finisce in manette. Secondo Tunisi, Touil ha avuto legami con gli attentatori che il 18 marzo hanno ucciso 24 persone e ne hanno ferite 45 all’interno e fuori dal museo poco distante dal Parlamento. Il governo del Paese nordafricano sostiene che il 22enne si sarebbe trovato nella capitale il giorno dell’attacco e avrebbe anche incontrato i due terroristi rimasti uccisi. Già da subito, però, la ricostruzione degli spostamenti di Touil presenta dei vuoti. Touil, sostenevano in una prima ricostruzione, sarebbe arrivato in Italia clandestinamente, con altri 90 immigrati, sbarcando vicino a Porto Empedocle. Lì sarebbe stato identificato dalle autorità che gli avrebbero consegnato un foglio di via, intimandolo a lasciare il Paese, lasciandolo però in stato di libertà. Da quel momento, di Touil si sono perse le tracce: il governo tunisino sostiene che il giovane, dopo aver partecipato all’attentato, sarebbe nuovamente partito per l’Italia, ma non ci sono nemmeno le prove che abbia lasciato il Paese. La richiesta dell’esecutivo guidato da Habib Essid è l’estradizione in Tunisia, dove per l’omicidio premeditato è prevista la pena di morte.

Il giorno successivo all’arresto, però, i familiari, i compagni e gli insegnanti della scuola per stranieri che il ragazzo frequentava raccontano che il giovane si trovava in Italia nei giorni dell’attacco al Museo del Bardo. “Era in Italia, frequentava la scuola”, racconta il fratello mostrando i quaderni con gli appunti di Touil. “Dal 16 al 19 era in classe con noi”, dice invece una compagna di scuola. Dai registri di classe si scoprirà, poi, che il marocchino risulta aver preso parte alle lezioni il 16 o il 17 marzo e il 19. Date e luoghi confermati anche dalla procura di Milano. In questo modo, la ricostruzione del governo tunisino – che lo stesso giorno dell’arresto ridimensiona il ruolo del ragazzo parlando di “partecipazione indiretta” all’attentato – verrebbe invalidata: non si può escludere che Touil abbia preso parte all’organizzazione dell’attacco, ma è difficile pensare che possa essersi trovato fisicamente a Tunisi, con un solo giorno a disposizione per andare, compiere l’attentato e tornare in Italia.

In carcere da due mesi, “ma ne rischia almeno altri 3”
L’autorità giudiziaria ha preferito, però, tenere il 22enne nel carcere di San Vittore. “Sono in corso accertamenti indipendenti da quelli del governo tunisino – spiega Orlando – La decisione dei giudici viene da delle valutazioni che saranno state ponderate”. “Il ragazzo è in carcere da due mesi ormai – dice il suo avvocato – e potrebbe rimanerci per almeno altri tre mesi. La Tunisia ha impiegato tutto il tempo a disposizione (massimo 40 giorni dall’arresto, ndr) per inviare la richiesta d’estradizione a Roma. Poi i documenti sono stati trasferiti a Milano e il giudice, che può avvalersi di un arco di tempo massimo di tre mesi per analizzarli e convocare la prima udienza, li ha ricevuti da pochi giorni”. Ciò che più colpisce il legale è che Touil venga trattenuto senza che vi siano, al momento, chiari indizi di colpevolezza. “Non è vero che il giovane è in carcere perché ce lo ha chiesto il governo tunisino – ribatte il ministro della Giustizia – L’autorità giudiziaria sta svolgendo le proprie indagini e non esiste un automatismo che porti all’incarcerazione in caso di mandato di cattura internazionale o richiesta d’estradizione”.

Gianni Rosini
La scelta delle Metamorfosi basterebbe da sola a raccontare il Mix, festival Lgbt diretto da Giampaolo Marzi, che torna a Milano, al Piccolo, per questa sua edizione "verso i 30anni" - è la numero 29 - in versione ridotta dalle restrizioni di budget da oggi fino al 6 luglio.
Cristina Piccino, Il Manifesto ...

E ora tutto può cambiare, perfino in Italia

Centomila sfilano a Milano, ma è un Gay Pride speciale perché si festeggia anche un evento che qualcuno definisce epocale, cioè la sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti che ha inserito nella Costituzione il diritto dei gay a sposarsi. Da oggi sarà più difficile per il governo italiano ignorare questo nuovo atto di giustizia.
Natalia Aspesi, La Repubblica ...

Corriere della Sera
26 06 2015

Sabato torneranno i carri scenografici con piume e paillettes al Milano Pride. La sfilata partirà in piazza Duca d’Aosta alle 16 e si concluderà in Porta Venezia alle 18. Corso Buenos Aires resterà chiuso in parte, all’altezza di viale Tunisia. Ci sarà anche il sindaco Giuliano Pisapia sabato e con lui, come testimonial, l’ex calciatore Alessandro Costacurta che «lancerà un messaggio contro l’omofobia nello sport», ha anticipato il presidente di Arcigay Fabio Pellegatta. La sfilata del Gay Pride chiude la settimana dell’orgoglio omosessuale - patrocinata da Comune e Regione -, iniziata sabato scorso con il «Kick off party» al padiglione Usa di Expo, ed è proseguita con oltre 50 appuntamenti «per dire no all’omofobia e alla discriminazione».

Si prevede l’arrivo di oltre 50 mila persone. Il tragitto è breve: da piazza Duca d’Aosta il corteo sfilerà in via Vitruvio per raggiungere piazza Caiazzo attraverso via Settembrini e da qui sul corso Buenos Aires fino al palco in Porta Venezia. La parata a piedi e i carri - pochi, massimo 8, e di medie dimensioni - a chiudere. Fino a domani sera, il quartiere Lazzaretto ospiterà una grande fiera mercato alla quale partecipano i commercianti del piccolo quadrilatero. La comunità Lgbt si mobilita, annunciando presentazioni di libri, spettacoli teatrali, convegni, aperitivi e serate disco. La manifestazione è stata organizzata dal Coordinamento Arcobaleno.

L’edizione di quest’anno avrà anche una attenzione particolare al tema dei profughi: gli organizzatori hanno infatti deciso di devolvere parte dei fondi raccolti nell’ambito delle iniziative della Pride Square e della Pride Week per la manifestazione e generi di prima necessità alle associazioni che si occupano di accoglienza. «Milano è un grande laboratorio dei diritti con tante iniziative che la rendono un avamposto dei diritti per tutti e un esempio di città aperta per tutto il Paese - ha detto ieri Filippo Del Corno, assessore alla Cultura, presentando Milano Pride a Palazzo Marino - . Il tema dei diritti va declinato a livello nazionale e allargato anche ad altri temi sociali proprio per creare un clima di condivisione e di vera rappresentanza. Per questo è importante la scelta di intervenire a favore dell’accoglienza. Il Milano Pride esprime questa capacità, coinvolgendo in una grande festa tutta la città con un messaggio di speranza per una società sempre più a difesa dei diritti».

Paola D’Amico

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