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Daniela Gaudenzi, Il Fatto Quotidiano
17 marzo 2015

Con Expo e Mose credevamo di aver già ripercorso tutta la cronistoria del dejà-vu tangentizio con i suoi protagonisti senza tempo sempre perfettamente operativi ma ancora una volta era solo una parte della storia infinita del sistema-paese-di-Tangentopoli.

Global Project
30 01 2015

Comunicato di Padova città aperta - Laboratorio per lo sciopero sociale

La libertà di movimento è sotto un attacco strategico. A Padova cinque attivisti del CSO Pedro, Bios Lab e del Coordinamento Studenti Medi sono stati perquisiti in primissima mattinata, ricevendo la notifica di quattro obblighi di dimora e un arresto domiciliare.

A pochi giorni dalla sentenza No Tav, che ha ribadito lo stato di guerra costruito dai poteri congiunti politici, giudiziari e polizieschi, vediamo confermarsi l'atteggiamento riservato ai percorsi e ai momenti di conflitto sociale in Italia. Nella città patavina questo clima si unisce all'ormai noiosa retorica allarmista appartenente ad alcuni esponenti dei partiti politici locali, della magistratura e delle forze di polizia, tutta volta a riesumare lo spettro del ritorno degli anni Settanta e della violenza politica. La sproporzione tra pene e reati, l’assunzione della colpevolezza nel dare pesanti misure preventive, dunque senza alcun dibattimento, l’allontanamento forzato degli attivisti da Padova, è indice della sordità che le istituzioni hanno nei confronti delle problematiche e rivendicazioni sociali che la città esprime. Ed anche della tensione che si vuole creare identificando gli attivisti come un problema di sicurezza e di ordine pubblico della città: l’obiettivo è minare la possibilità di un cambiamento radicale, mettendo a tacere e bandendo qualsiasi voce di dissenso.

Non era forse questo ciò che hanno gridato a gran voce le centinaia di partecipanti al corteo del 14 novembre? Non era forse la contrarietà alla riforma del lavoro peggiore - il Jobs Act - che sia mai stata approvata negli ultimi decenni? A Padova come in tantissime altre piazze italiane, questo desiderio di migliori condizioni di vita, possibilità, reddito e diritti ha fatto scendere per le strade le centinaia di migliaia di strikers, protagonisti dello sciopero sociale. In un’Europa scossa da venti di cambiamento istituzionali, i partiti e le istituzioni nostrane che esultano per le vittorie elettorali altrui si dimostrano ancora una volta quello che sono: riproduzione del loro potere, chiusura totale nei confronti delle istanze sociali che costruiscono quotidianamente un modo diverso di vivere la città, che parli il linguaggio delle lotte e dei diritti.

Liberi tutti. Per una Padova libera e aperta ai movimenti che la abitano, per una trasformazione del diritto affinché non sia uso e strumento del più forte, ma certezza e garanzia di difesa di chi diritti non ne ha. La libertà di movimento non si misura, men che meno con le operazioni repressive da parte di chi mira a restringerla sempre di più.

Un’ultima cosa la vogliamo dire a chi tenta con questi strumenti di fare paura a chi si mette in gioco in prima persona per trasformare le vite dei troppi che non un futuro: le vostre intimidazioni non ci fanno paura e anzi, ci convincono che stiamo percorrendo la strada giusta, rafforzano la nostra voce e moltiplicano il nostro bisogno insopprimibile di lottare per la nostra libertà!
Alle ore 13.30 conferenza stampa sul Liston e alle ore 18.00 presidio in P.zza Antenore.

Non ci fermerete mai!
Il #14N c’eravamo tutti! La libertà non si misura!
Cesko, Luca, Luca, Giorgio, Fede… liberi! Liberi tutti!
Padova città aperta - Laboratorio per lo sciopero sociale

La libertà di movimento non si condanna

  • Mercoledì, 28 Gennaio 2015 14:14 ,
  • Pubblicato in Flash news

Global Project
28 01 2015

Ancora un volta si abbatte il peso del teorema giudiziario: 140 anni di carcere e 47 condanne per gli imputati del processo No Tav rispetto ai fatti del 27 giugno e del 3 luglio 2011. Un’altra sentenza spropositata come una scure calata sulla vita delle persone Le ipotesi, i teoremi, le letture che vanno avanti senza alcun tipo di confronto o di modificazione durante il dibattimento siamo abituati, in particolare quando si riferiscono ai movimenti che hanno messo in crisi interi sistemi di interessi mafiosi e di profitti, di devastazione ambientale e di eliminazione della sovranità territoriale. La sentenza di primo grado ha infatti registrato le condanne e l’impianto proposto dall’accusa, scartando qualsiasi tipo di messa in discussione delle istanze della difesa.
Abbiamo ripetuto più volte che quei giorni hanno dimostrato la loro forza non solo per la determinazione di una Valle di opporsi ad una grande opera inutile, ma anche per la capacità di parlare a tutti i movimenti sensibili alla tematica dei beni comuni, che ha caratterizzato gli studenti, i lavoratori e i comitati per l’acqua in mobilitazione per un anno intero. Il 3 luglio a Chiomonte non c’erano i cosiddetti “professionisti della rivolta”: è stata una giornata moltitudinaria dove si sono trovati per i boschi della Valle decine di migliaia di persone, unite nell’obiettivo di rompere con la logica della speculazione e della devastazione (quella vera!) ambientale.

Quello che il giudice Bosio ha sentenziato ieri pomeriggio di certo continua quel lungo filone di criminalizzazione del movimento No Tav; è però anche da inscrivere nella sempre più accurata tendenza repressiva della magistratura. Per quanto riguarda le lotte e i conflitti sociali assistiamo ad un uso strumentale della magistratura, a causa del quale le aule dei tribunali diventano la ratifica di interpretazioni ideologiche che nulla hanno a che fare con la certezza del diritto. Certezza in questi casi diventa pura efficacia, meccanismo automatico che applica a priori una regola ad un fatto evitando di interrogarsi sulle ragioni sociali che vi stanno dietro. Inoltre, la frequenza delle misure preventive e dei fogli di via inasprisce l’atteggiamento verso gli attivisti e i movimenti saltando addirittura il momento del dibattito e dell’espressione della difesa, dando già per scontato che gli imputati siano colpevoli fino a prova contraria, piuttosto che il contrario come vorrebbe il nostro ordinamento penale.

Lo vediamo troppo spesso in Italia e soprattutto nelle nostre città, in cui la marginalizzazione degli attivisti mira a stroncare di netto il dissenso praticato collettivamente cercando di identificare l’antagonista a capo delle rivolte, etichettato dalle varie denunce e provvedimenti fatti nei suoi confronti come un “problema sociale”. Qui vediamo quel filo rosso tra la sentenza di ieri e l’accanimento giudiziario che riguarda il piano locale. Non per niente ad aver subito la condanna del tribunale di Torino c’è anche un nostro compagno, Zeno, che ha partecipato alla grandissima manifestazione assieme a tanti altri il 3 luglio a Chiomonte. Subito viene operato il collegamento, dunque una giustificazione, tra il foglio di via emesso contro Zeno e il pesantissimo verdetto di ieri: la questura padovana, la cui voce è amplificata dai giornali, può trovare quindi legittimazione del divieto di presenza nel Comune della città facendo vedere che è un condannato, che effettivamente è un elemento dannoso per una comunità. Un’ulteriore operazione a favore delle restrizioni della libertà di movimento e del dissentire, che mai vengono interrogate in base alle rivendicazioni sollevate ma considerate come caotiche, un virus da estirpare dall’ordine quotidiano. Quello stesso ordine causa di ingiustizia sociale, povertà e limitazione della democrazia.

Di fronte a questo sopruso che si dichiara verità della legge oggettiva non possiamo che stringerci attorno a Zeno, Alvise, Gianluca e Fabiano e a tutti gli altri condannati No Tav. Come sempre non abbandoneremo mai la nostra volontà di esprimere le contraddizioni e le imposizioni di ciò che giudichiamo ingiusto. E la libertà di movimento, di farlo, è la forma che dobbiamo continuare a tutelare al di là di qualsiasi tribunale.
La libertà non si misura!

CSO PEDRO

Vendetta di Stato sui No Tav

  • Mercoledì, 28 Gennaio 2015 09:30 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO
Il Manifesto
27 01 2015

Quarantasette persone condannate a 142 anni e 7 mesi di reclusione, in tutto. Alla lettura della sentenza del maxi processo, nell’aula bunker del carcere Le Vallette, la rabbia e la delusione dei valligiani.

La reazione di protesta dei cittadini presenti, alla lettura della sentenza del maxi processo ai No Tav.

La sen­tenza di con­danna nei con­fronti di qua­ran­ta­sette No Tav – 142 anni e 7 mesi di reclu­sione in tutto – ha gli occhi incre­duli di Mario al Barbé di Bus­so­leno, 61 anni, molti dei quali pas­sati a tagliare i capelli dei valligiani.

Al ter­mine della let­tura del dispo­si­tivo, nella gelida aula bun­ker del car­cere delle Val­lette, si è aggi­rato sbi­got­tito tra i ban­chi, dopo aver visto con­fer­mata la con­danna di 3 anni e 2 mesi, per resi­stenza a pub­blico uffi­ciale e lesioni. È accu­sato di aver lan­ciato pie­tre con­tro i poli­ziotti durante gli scon­tri del 3 luglio. «Mi impu­tano lanci che, secondo una peri­zia bali­stica, arri­ve­reb­bero a 54 metri di distanza, ma io non sono certo super­man. E sosten­gono che abbia ferito alcuni agenti in un ora­rio in cui non ero pre­sente». Ha sgra­nato gli occhi: «Non ci credo, non capi­sco tutto que­sto acca­ni­mento, forse per­ché sono amico di Erri de Luca?».

Lo scrit­tore de Il peso della Far­falla – il cui pro­cesso per isti­ga­zione a delin­quere ini­zierà que­sta mat­tina – gio­vedì scorso gli ha rega­lato una dedica spe­ciale, che Mario ha appeso nel nego­zio. Incor­ni­ciata, recita: «Ho smesso da molti anni di andare dal bar­biere. Mi taglio da me lo scarso resi­duo di bulbi rimasi affe­zio­nati al cra­nio. Dun­que per pura soli­da­rietà entro oggi con il pen­siero nella bot­tega di Mario, bar­biere di Bus­so­leno e bar­biere d’Italia. Stringo la sua mano accu­sata del più potente e pro­lun­gato lan­cio del peso dalla leg­gen­da­ria distanza di 54 metri.

Stu­pi­sco della capa­cità bali­stica di attin­gere per­fino 17 ber­sa­gli dalla nomi­nata distanza. Lui si scher­mi­sce e nega il delitto e l’impresa. Ma que­sta sua legit­tima difesa nulla toglie alla stre­pi­tosa accusa. Mi siedo sulla sua sedia e men­tre mi avvolge l’asciugamano bianco intorno al collo gli dico a bassa voce: “Mario, resti tra noi imper­do­na­bili, che tipo di alle­na­mento pra­ti­chi?”». E la firma, in calce alla dedica, dell’amico Erri.

Mario è uno dei 47 con­dan­nati del maxi-processo ai No Tav. Non ha mili­tanza poli­tica alle spalle, è sceso in piazza, par­don tra i boschi (per­ché qui è mon­ta­gna), quando ha capito che la sua Valle sarebbe stata detur­pata, da una mega opera, la Torino-Lione. Il 27 giu­gno e il 3 luglio del 2011 furono giorni con­vulsi in Val di Susa. Prima la resi­stenza allo sgom­bero della pro­cla­mata Libera Repub­blica della Mad­da­lena (il pre­si­dio dei No Tav dove sarebbe poi sorto il can­tiere del cuni­colo esplo­ra­tivo); poi, l’assedio alle reti, il giorno degli scon­tri tra mani­fe­stanti e forze dell’ordine, che lan­cia­rono 4.357 lacri­mo­geni. Il bar­biere di Bus­so­leno fu arre­stato all’alba del 26 gen­naio del 2012. Nei giorni in cui era in car­cere i suoi con­cit­ta­dini fecero in modo che la sua bot­tega non chiu­desse, gra­zie all’intervento dei gio­vani impren­di­tori No Tav di Etinomia.

Ieri, la let­tura dell’attesa sen­tenza del pro­cesso sui fatti dell’estate 2011, è durata un’ora e due minuti, a pro­nun­ciarla è stato il giu­dice Quinto Bosio. Nell’aula bun­ker erano pre­senti, oltre a Mario, quasi tutti i 53 impu­tati, accu­sati di vari reati: lesioni, dan­neg­gia­mento, vio­lenza a pub­blico uffi­ciale. Sei le asso­lu­zioni; le pene inflitte vanno da 4 anni e sei mesi di reclu­sione a 250 euro di multa. La Pro­cura di Torino aveva, invece, chie­sto com­ples­si­va­mente 193 anni di car­cere.

La Corte ha rico­no­sciuto prov­vi­sio­nali per circa 150 mila euro, accor­date in favore delle parti civili. Poco meno della metà andrà al mini­stero dell’Interno, il restante ai mini­steri della Difesa e dell’Economia, a Ltf, ai sin­da­cati di poli­zia e ad alcuni agenti feriti.

Finita la let­tura, è par­tito l’urlo «ver­go­gna» dal pub­blico seduto in fondo all’aula. Alcuni impu­tati hanno ini­ziato a leg­gere un pro­clama con­tro «lo sfrut­ta­mento e la deva­sta­zione in nome del Tav». Hanno gri­dato «Resi­stenza ora e per sem­pre No Tav» e insieme al pub­blico: «Giù le mani dalla Val Susa». Poi, è par­tito il canto di «Bella Ciao».

La delu­sione è alta. Tutti – impu­tati e espo­nenti del movi­mento – par­lano di «sen­tenza poli­tica». Gli avvo­cati annun­ciano ricorso: «Que­sta sen­tenza – ha sot­to­li­neato Gian­luca Vitale, uno dei legali – infligge con­danne spro­po­si­tate e rico­no­sce prov­vi­sio­nali assurde in totale assenza di prove». Per il col­lega Roberto Lamac­chia, «si tratta di una sen­tenza già scritta, con pene spro­po­si­tate rispetto alle nor­mali con­danne per que­sti reati in altri processi».

Nel movi­mento, Alberto Perino parla di un ver­detto che «sa più di ven­detta che di giu­sti­zia». Secondo Nico­letta Dosio, «l’era Caselli non è ancora finita». Tra i poli­tici, esulta il mini­stro Lupi: «Rista­bi­lito pri­mato della lega­lità». For­te­mente cri­tici sini­stra e M5S. Paolo Fer­rero di Rifon­da­zione: «Con­dan­nate anche me». Per Ezio Loca­telli, Prc, è un «ver­detto poli­tico», men­tre Gior­gio Airaudo, Sel, lo defi­ni­sce «pre­giu­di­ziale». Oggi toc­cherà a Erri De Luca, l’amico di Mario al Barbé, difen­dere la libertà di espressione.

Mauro Ravarino

Zerocalcare, da Kobane alla Val di Susa

E' stato come ripercorrere alcune impronte sedimentate nella mente. Il sentiero, i castagni, il torrente, la baita, il traliccio dove cadde Luca, le reti, l'area archeologica della Maddalena. Da Giaglione a Chiomonte. "Non c'ero mai stato, ma ogni angolo della Val Clarea mi sembrava di conoscerlo, di averlo già visto. D'altronde, vivo sommerso dai racconti di compagni che in Val di Susa c'erano stati."
Mauro Ravarino, Il Manifesto ...

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