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Corriere della Sera
13 11 2014

«Lei si è spogliata. Poi mi ha chiesto di fare altrettanto», racconta Giulio (nome di fantasia). Non si sta parlando di un incontro reale ma di un incontro sul web. Ci sono decine di social network (primo fra tutti «Facebook») ed alcuni nascono con l’obiettivo di favorire nuove conoscenze fra gli utenti (come «Chatroulette»). Su questi siti ci sono alcuni profili di donne disinibite che adottano sempre la stessa truffa: trovare un uomo disposto a spogliarsi di fronte ad una web-cam e registrare il tutto.

«Mi sono spogliato. E dopo cinque minuti mi è tornato indietro il mio video, era stato registrato tutto e si vedeva il mio viso ed io nudo», Giulio viene minacciato. «Mi ha mandato l’elenco dei contatti dei miei parenti, preso da Facebook. E mi ha chiesto di offrirle una somma perché cancellasse il video». Bernardino Ponzo – vicequestore aggiunto della Polizia postale – sconsiglia di pagare: «Se si paga, si rischia di essere sottoposti ad ulteriori richieste di denaro». Le truffe provengono da paesi esteri: fra i principali il Marocco.

È difficile risalire a chi truffa: la polizia italiana raccoglie la denuncia e la passa alla polizia marocchina: a quanto pare è facile che la cosa non abbia conseguenze e che i truffatori rimangano impuniti. Sembra poi che le ragazze non siano da sole, ma che qualcuno collabori con loro: in alcuni casi le fasi di minaccia sono state gestite da persone che si identificavano come uomini; probabilmente c’è una piccola organizzazione dietro. Se uno non paga (in media vengono chiesti dai 300 ai 500 euro), la minaccia continua: fino a telefonate sul proprio cellulare (sempre preso da Facebook) e a messaggi intimidatori anche sui profili dei propri amici. In rari casi, il video viene reso pubblico ed inviato ad alcuni dei propri contatti. In altri casi, il truffatore indispettito crea un sito web con un dominio col nome e cognome del truffato e ci carica il video.

È un fenomeno sommerso: se si è truffati non si sa con chi parlarne. Luca Milletarì ha creato un forum, denunceitaliane.it, per raccogliere le denunce di persone in difficoltà. I post riguardanti le truffe sessuali online sono centinaia, così Luca ha anche creato una mini-guida su come affrontare il tutto: sostanzialmente non bisogna pagare, bisogna denunciare e poi bloccare tutti i contatti con chi truffa. È probabile che dopo un po’ il truffatore desista perché è più facile per lui impiegare il proprio tempo su altre vittime. «Io ho chiamato mia moglie, ma fortunatamente aveva il cellulare spento. Ho sentito poi due miei amici che mi hanno aiutato nel bloccare il profilo».

Giulio non ha più avuto conseguenze e sua moglie non ha più saputo nulla. Sostiene che come esperienza gli è servita per riflettere e migliorare il proprio rapporto di coppia, avendo vissuto dei forti sensi di colpa. Purtroppo ci sono stati due casi di suicidi, in Francia, che sono stati ricondotti a questo tipo di truffa. Uscirne non è facile; ma basta stringere i denti e cercare aiuto per capire come comportarsi. E cercare di prendersi cura dei propri contatti reali. «Se non mi fossi trovato solo, quel giorno, tutto questo non sarebbe successo».

Sentenze da godere

  • Venerdì, 07 Novembre 2014 09:12 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
07 11 2014

Una delle cose che non perdonerò mai a Berlusconi è di averci costretto per vent’anni a solidarizzare con una categoria, i magistrati, che era sempre stata una delle più invise ai cittadini comuni, forse con qualche ragione (fatti salvi gli eroi e le persone perbene, presenti in ogni mestiere). Quando il potere burocratico rilascia le sue caratteristiche fragranze Supponence e Arrogance produce decisioni come quella del Tribunale Supremo (Supremo!) di Lisbona, che ha drasticamente ridotto il risarcimento danni alla signora cui un errore medico – la recisione di un nervo – aveva tolto per sempre la possibilità di trarre godimento dall’attività sessuale. La motivazione dei parrucconi portoghesi è che la signora ha già avuto due figli e compiuto cinquant’anni, «età in cui la sessualità non ha più l’importanza che aveva da giovani».

L’olezzo di queste parole è percepibile anche a migliaia di chilometri di distanza. L’allusione ai figli lascia intendere che la signora ha già svolto il compito riproduttivo per cui le femmine sono state create dalla biblica costola. Mentre il riferimento ai 50 anni, messo per iscritto da un consesso di maschi ultracinquantenni, significa che oltre le colonne d’Ercole della menopausa la donna non è più programmata per ricevere piacere e nemmeno per darne, come ben sanno i coetanei dei giudici, che infatti vanno a cercarlo nelle amanti più giovani. Perché invece il maschio gode e fa godere a tutte le età: lo ha stabilito lo stesso Tribunale (Supremo!) in un’altra sentenza che non ha ridotto il risarcimento a un sessantenne con problemi di erezione a causa di una errata operazione alla prostata.

Massimo Gramellini

la Repubblica
06 11 2014

I bambini in affido non dovranno più cambiare famiglia. Perché potranno essere adottati anche dagli stessi genitori, (a volte monogenitori) a cui sono stati affidati. Sembrerebbe una cosa naturale ma in Italia non lo è. Fino ad ora infatti non era consentito ad una coppia o ad un single che accoglieva nella sua vita un bambino in affido, e magari lo cresceva per anni e anni, poterne poi diventare genitore a tutti gli effetti.

Adozione e affido infatti sono sempre stati nel nostro paese due percorsi radicalmente diversi. Ma un primo sì ieri in commissione Giustizia del Senato sulla riforma della legge attuale, potrebbe cambiare totalmente le cose, aprendo anche, di fatto, un possibilità per l'adozione ai single. E riformando quella controversa norma, secondo la quale anche dopo anni e anni di convivenza armoniosa e di affetto, un bambino o una bambina possano essere tolti ai genitori affidatari, e destinati invece ad una coppia idonea all'adozione.

Spiega Francesca Puglisi, senatrice Pd, e prima firmataria della legge: "Quando il rapporto di affido familiare si protrae oltre i due anni, e il minore viene dichiarato adottabile, con la legge 1209 viene offerta la possibilità alla famiglia, o alla persona affidataria che ne faccia richiesta, se corrisponde al superiore interesse del minore, la possibilità di essere considerata in via preferenziale, ai fini dell'adozione stessa". Il senso profondo è quello di assicurare al bambino, dice Puglisi, "una continuità di affetti e di legami". E basta andare sul sito di una famosa associazione "La gabbianella e altri animali", fondata da Carla Forcolin, che da sempre si batte appunto per questa "continuità di affetti", e leggere le storie di Micha, di Beatrice, di Marco, di Mathias, per rendersi conto cosa significa, per un bimbo di pochi anni o per un adolescente, essere "strappato" da quella che oggi considera la sua famiglia, dopo aver perso quella naturale e dopo essere passato per un istituto.

Famiglia che però non ha i requisiti di legge per l'adozione, l'età ad esempio, o magari perché la mamma affidataria è single... Ma è lì però che quel bambino ha trovato il luogo giusto per crescere. Single appunto. Persona affidataria. In Italia chi è "solo", oggi può diventare genitore "a tempo" ma non adottivo.

Un paradosso non da poco. "In realtà attraverso l'articolo 44 della legge attuale, ci sono già stati diversi casi di adozione ai single. Ma con un emendamento al testo attuale noi proporremo che non siano più casi speciali". Le maglie si allargano dunque, anche se in sordina. Ed è un fatto che la legge 184 del 1983 sulle adozioni, fino ad ora considerata "intoccabile" stia lentamente cambiando.

Se infatti una "persona affidataria" potrà adottare il minore di cui si è a lungo presa cura, come si farà a negare questo stesso principio per chi affronta il percorso dell'adozione nazionale e internazionale? Siamo soltanto all'inizio e ci saranno mille ostacoli. Ma nell'ultimo anno una bambina è stata affidata dal tribunale ad una coppia gay, il tribunale di Roma ha riconosciuto ad una famiglia lesbica una "stepchild adoption", e una mamma single ha potuto far riconoscere l'adozione della sua bambina avvenuta in America. Dice ancora Francesca Puglisi: "Sono partita dal presupposto che in situazioni già dolorose, come quella di un bambino che viene tolto alla sua famiglia naturale, la rigidità della legge non può creare altre sofferenze. Ho deciso di depositare questa legge quando mia figlia è tornata da scuola dicendomi che il suo amico Mattia era molto triste, perché non avrebbe più visto la sua sorellina in affido. Dopo anni che viveva con Mattia e i suoi genitori, la piccola è stata dichiarata adottabile e consegnata ad un'altra coppia, a lei sconosciuta. Allora ho deciso di agire".

Maria Novella De Luca




Il Fatto Quotidiano
06 11 2014

Profanato con 200 simboli celtici il sacrario dei caduti della battaglia partigiana del Monte San Martino. E’ successo lo scorso fine settimana, alla vigilia dell’anniversario di una battaglia combattuta tra il 13 e il 15 novembre del 1943 sulle Prealpi dell’alto varesotto. In quel luogo persero la vita 42 dei 150 partigiani del Cln che stavano tentando di arginare l’inevitabile occupazione tedesca dopo la firma dell’armistizio. 150 uomini arroccati su un monte, contro cui si scagliò la furia di 2mila tra soldati nazisti e repubblichini. Oggi la storia racconta che quella battaglia fu persa ma che il sacrificio non fu vano. Un tributo di sangue che viene commemorato ogni anno, proprio sul luogo di quella battaglia, dove nel dopoguerra è stata ricostruita la chiesetta abbattuta dai nazifascisti.

Ed è lì, in quel luogo dall’alto valore simbolico, che alcuni simpatizzanti neonazisti e neofascisti hanno piantato 200 rune di algiz rovesciate (simboli usati sulle tombe delle SS accanto alla data della morte) ed hanno affisso uno striscione con la scritta “Guerriero d’Europa risorgi”. L’azione è stata rivendicata, con tanto di foto di gruppo e deposizione di corone celebrative, dal Manipolo d’avanguardia di Bergamo. Sulla pagina Facebook dell’associazione è stato postato, assieme alla documentazione fotografica della commemorazione, un lungo comunicato in cui si contesta la storiografia ufficiale. Assieme ai bergamaschi c’erano anche le teste rasate della Comunità militante dei Dodici Raggi (Do.ra.), un gruppo di estrema destra che non ha mai fatto mistero delle proprie nostalgiche simpatie per l’ideologia nazionalsocialista. Gli stessi che il 20 aprile dello scorso anno erano passati agli onori delle cronache nazionali per aver organizzato un maxi raduno di nazi-skin nei dintorni di Varese (leggi), in una data cara a chi si ispira agli ideali nazisti, quella in cui ricorre l’anniversario della nascita di Adolf Hitler.

Non è la prima volta che i nostalgici commemorano a modo loro la battaglia del San Martino. Ma non erano mai andati oltre qualche corona e un paio di striscioni. L’azione messa in atto quest’anno segna l’ennesimo spostamento dell’asticella verso una presenza sempre più visibile e chiassosa, che si richiama in modo sempre più aperto a temi e simbologie cari ai regimi totalitari che in passato hanno già trascinato l’Europa nel baratro. L’Osservatorio democratico sulle nuove destre rileva come “al posizionamento delle rune vanno aggiunte la svastica e il fascio littorio, incisi sulla runa e tracciati sul manifesto divulgato: un continuo uso di simboli che la dice lunga sul percorso intrapreso da questi gruppi, che stanno lavorando alla costituzione di un fronte nazional socialista”.

Il fatto ha scatenato le reazioni politiche, di partiti, sindacati e delle associazioni partigiane, non solo a Varese, ma in tutta la Lombardia. Il presidente provinciale dell’Anpi Varese Angelo Chiesa ha parlato di un “grave fatto infamante”. Chiesa, nel commentare l’episodio, ha ricordato come quella del San Martino “fu la prima battaglia partigiana e nonostante la disfatta inevitabile per la disparità di forze, rimase un esempio seguito da molti”. Poi continua: “Sono trascorsi settantuno anni da allora, tanti partigiani sono morti per cercare di far tornare democrazia e libertà in questo nostro paese. Malgrado questo, dobbiamo ancora vedere rigurgiti fascisti e nazifascisti. La nostalgia verso quella dittatura è di per sé vergognosa”, invitando infine le istituzioni a vigilare “affinché atti infamanti di questo stampo fascista non debbano più accadere”.

Una “ferma condanna per l’oltraggio e la grave provocazione di chiara matrice neo-fascista” è arrivata anche dalla Cgil di Varese e dall’Anpi di Milano. Il 4 novembre al coro dello sdegno si è aggiunta anche la voce del Pd lombardo, con il segretario Alessandro Alfieri che sul punto ha interpellato il governatore leghista Roberto Maroni per chiedere “quali iniziative intenda intraprendere per contrastare e prevenire il ripetersi di simili vergognosi episodi nella Provincia di Varese e su tutto il territorio lombardo”.

Da Maroni, al momento, non sono arrivate risposte. Più tempestiva la reazione dall’associazione culturale Manipolo d’avanguardia di Bergamo, che già nella serata del 4 novembre ha pubblicato un comunicato indirizzato proprio al segretario dem lombardo: “La politica è dialettica e confronto, mai repressione altrimenti, per onestà intellettuale, si dichiari, una volta per tutte, che la democrazia non è altro che una dittatura mal mascherata”. Parole che precedono una citazione di Benito Mussolini, che non lascia spazio ad interpretazioni: “Dichiariamo infine agli avversari che le nostre polemiche e le nostre critiche avranno per base la sincerità, il rispetto di tutte le idee onestamente professate. Cercheremo di tenerci immuni da quello spirito settario, fanatico e giacobino che sembra preludere a una moderna intolleranza rossa. Ma non avremo remissione per i ciarlatani, a qualunque partito si dichiarino inscritti, tutte le volte che andranno tra le folle operaie a cercare applausi, voti, stipendi e clienti”.

Alessandro Madron

La Stampa
24 10 2014

C’è un bus a Torino che ha una fermata davanti ad uno dei campi nomadi più grandi della città. Il bus 69: percorso piazza Stampalia, arrivo a Borgaro, primissima cintura della città. Quel grosso autobus giallo è da anni al centro di polemiche, proteste, petizioni, pagine Facebook che ne denunciano la pericolosità. «Gli zingari ci aggrediscono». «Hanno tagliato i capelli ad una ragazzina». «Ci sputano addosso». «Nessuno interviene». Questione calda. Anzi, caldissima. E adesso il sindaco di Borgaro, uomo pragmatico e stufo di ascoltar proteste, ha preso una decisione. Costringere Atm, la società che gestisce il servizio di trasporto pubblico, a sdoppiare la linea.

Ovvero: lasciare che il «69» compia lo stesso tragitto di sempre. E mettere un secondo mezzo che da piazza Stampalia, andando in parallelo al 69, giunga soltanto al campo nomadi, e si fermi lì. Capolinea due passi dalle baracche lungo il fiume. E ritorno. «Così si risolverà il problema senza che ci rimetta nessuno» dice adesso Claudio Gambino, sindaco Pd, alla guida di una lista civica che ha imbarcato tutto il centrosinistra. «È la soluzione migliore per tutti» gli fa eco il suo assessore ai trasporti, Luigi Spinelli, un ragazzone di Sel che, su questo tema, s’infervora, spiega, e racconta.

Due linee. Una per i rom e l’altra per la gente di Borgaro. Applausi. Che arrivano da un’assemblea convocata nel pomeriggio di ieri, nel salone del municipio. Nessun tentennamento. «Non è razzismo, è soltanto un modo per risolvere un problema che va avanti da troppo tempo» dicono gli amministratori. Che raccontano di episodi di violenza continui. L’ultimo? Il tentativo di rapina prima dello zaino, poi del cellulare ai danni di una tredicenne, al suo primo anno di liceo, a Torino. «Ma di episodi ce ne sono a decine» insistono. E giù a raccontare di quella volta che tagliarono i capelli ad una ragazza. E di quell’altra che tentarono di incendiare la chioma ad un’altra. E ancora delle molestie, dei furti, dei danni al bus. Un elenco infinito. Condito anche da un po’ di letteratura, da «si dice» che non trovano conferme da nessuna parte. Cose che, raccontate qui, in questa sala strapiena, fanno scaldare gli animi della gente: «È ora di intervenire».

La cronaca di questi anni racconta anche di vigili spediti sui mezzi a scortare i passeggeri. Un esperimento durato due settimane o poco più e abortito. E poi ci sono le di petizioni. E i volantinaggi su quella tratta da parte dei ragazzi di Borgaro: «Chiediamo alle autorità di intervenire». Tutto inutile.

Ora arriva la proposta choc del sindaco piddino di Borgaro: «Due linee, una per noi e una per loro». Applausi in sala. «Ne parlerò con il Questore, questa mi sembra l’unica soluzione» insiste. La gente è soddisfatta: «Speriamo».

Nadia Bergamini / Lodovico Poletto

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