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Dinamo Press
24 10 2014

Ieri pomeriggio le strade di Torpignattara sono state attraversate da un corteo di cittadini e cittadine che hanno deciso di scendere in piazza per dare voce alle loro richieste.

Torpignattara in questo periodo è sbattuta tra le prime pagine di cronaca per diversi episodi d’intolleranza, odio e razzismo. Il corteo di oggi ha voluto raccontare una storia diversa: quella di un quartiere con un tessuto sociale vivo che non accetta di essere strumentalizzato da politiche securitarie, ma che vuole invece arrivare a risolvere problemi attraverso meccanismi di democrazia partecipativa e dal basso.

Torpignattaria è un laboratorio sperimentale capace di dar vita a nuove forme di partecipazione. Da diversi mesi, infatti, madri, commercianti, studenti, pensionati e migranti si incontrano ogni lunedì alle 19.30 nell’ex Aula Consiliare di Piazza della Marranella per cercare soluzioni concrete alle problematiche che attanagliano il quartiere. È un esperimento senz’altro non semplice, con una composizione a dir poco eterogenea, dove storie e vissuti molto distanti tra loro (senza nascondere un notevole sforzo) si intrecciano in confronti e discussioni nella ricerca di risposte comuni. È un esperimento che pensiamo possa essere vincente perché tiene viva la socialità in un quartiere attraversato da mille contraddizioni e oggi sotto attacco sia dalla mala gestione degli amministratori locali, che da chi gode nell’alimentare l’odio e la paura del diverso nella speranza di raccogliere qualche voto.

Torpignattara però, mantiene viva la propria memoria e non si fa ingannare. Non dimentica, infatti, di essere un quartiere multiculturale nato dalle lotte sociali dei “vecchi” migranti e cresciuto con la consapevolezza che l’integrazione e la garanzia dei diritti siano le fondamenta del vivere comune.

Torpignattara ha rivendicato il suo carattere aperto che porta ancora i migranti a scegliere di vivere in questa parte di città dove la diversità è una ricchezza e non una minaccia.

Il corteo di questo pomeriggio ha rispecchiato la composizione dell’assemblea, l’unica presenza estranea è stata quella dei blindati di polizia e carabinieri proprio a ridosso dell’anniversario dell’assassinio di Stefano Cucchi, ragazzo di “Torpigna”. La questura, oltre a non aver permesso il passaggio del corteo da Piazza della Marranella, concessa solo una settimana fa per un’iniziativa di odio e razzismo che il quartiere ha duramente contestato, ha anche impedito ad un gruppo di migranti di unirsi al corteo, allontanandoli e sequestrandogli il furgone con l’amplificazione .

Torpignattara sa di avere bisogno di ben altre risposte rispetto a queste inutili quanto indegne manifestazioni di “sicurezza”: le parole d’ordine che risuonano durante le assemblee sono diritti, cultura e servizi per i nuov* e i vecch* cittadini che popolano il quartiere.

Il corteo è arrivato fino a via Torre Annunziata, sede del V Municipio, e ha preteso e ottenuto che gli Assessori e il Presidente Palmieri scendessero a incontrare e ad ascoltare la piazza, rifiutando la possibilità di far salire una delegazione. Le risposte date sono apparse agli occhi dei cittadin* come le solite promesse mai mantenute. L’unico provvedimento, che non faceva parte delle richieste del corteo e che si pensa possa essere portato avanti, sarà quello dell’aumento dei controlli sul sovraffollamento degli appartamenti, spesso affittati proprio a quella popolazione migrante che negli ultimi vent’anni ha ridato vita al quartiere.

Il Municipio ha paventato appuntamenti e impegni, proponendo fra una decina di giorni un incontro con l’assemblea per constatare lo stato dell’arte. I cittadini e le cittadine di Torpignattara saranno lì ad ascoltare ma già pronti ad immaginare nuove forme di lotta e di riappropriazione del diritto alla loro parte di città.

Huffington Post
17 10 2014

Una delle prime cose che si imparano quando si legge un libro poliziesco o si frequenta Diritto penale all'Università, o anche solo quando si prova a ragionare ricorrendo al buon senso, è che un morto è un morto. E, di conseguenza, non lo si può condannare per un reato commesso quando era ancora in vita: tanto più che ogni condanna comporta una pena ed è difficile che una persona deceduta, quella pena, possa effettivamente scontarla. Eppure, a Bernardino Budroni, detto Dino, è accaduto anche questo: è stato condannato a distanza di molti mesi dall'avvenuto decesso e, a emettere la sentenza, è stato il giudice che ha assolto il carabiniere imputato per la sua morte.

Come si vede, la vita e la tragica fine di Dino Budroni sembrano segnate in profondità da un destino malevole e da chi, quel destino sembra voler agevolare. La tomba di Budroni è stata profanata numerose volte e la sua storia maledetta fatica a trovare spazio sui mezzi di comunicazione, quasi che per lui non potesse esservi pace. Ora sono state rese note le motivazioni della sentenza, contenute in appena undici pagine. E anche questo colpisce, dal momento che in casi non troppo dissimili, le ricostruzioni dei fatti e gli elementi portati nei processi, hanno richiesto centinaia e centinaia di pagine.

Ma andiamo con ordine. Dino, è un quarantenne romano. Il 30 luglio 2011, a seguito di una lite con la fidanzata che da pochi giorni aveva deciso di allontanarsi dalla casa in cui convivevano, si reca dalla donna minacciandola telefonicamente e provando a entrare nell'appartamento dove si trovava con un amico. Intorno all'una di notte interviene la polizia, ma solo dopo alcune ore inizia l'inseguimento, che vede coinvolti diversi mezzi delle forze dell'ordine e la macchina di Budroni. La velocità è sostenuta, e le vetture percorrono il Grande raccordo anulare. Dopo una ventina di chilometri, le volanti di polizia e carabinieri riescono a raggiungere Budroni e a 'circondarlo" su tre lati: all'uomo in fuga resta solo il guard rail sulla destra. La velocità delle macchine è notevolmente ridotta e, solo a questo punto, uno dei poliziotti della pattuglia alla sinistra di Budroni esplode due colpi di pistola.

Uno di questi raggiungerà Budroni al fianco, lesionando cuore e polmoni, e facendolo morire in pochi minuti. Il processo di primo grado ha stabilito l'innocenza del carabiniere perché il fatto non costituisce reato. Secondo il giudice estensore della sentenza, infatti, "L'iniziativa assunta dal carabiniere appare (...) adeguata e proporzionata" e inoltre, sarebbe "Del tutto erronea una 'comoda' e asettica valutazione a posteriori, condizionata soprattutto dalla conoscenza dell'accaduto luttuoso poi verificatosi". Il comportamento del carabiniere è giustificato dal voler a tutti i costi interrompere quella "Grave e prolungata resistenza", nonostante che, per ammissione di quasi tutti gli altri agenti, il tentativo di bloccare la fuga di Budroni fosse finalmente riuscito. In che cosa consisterebbe, dunque, la 'resistenza'?

Le auto erano quasi ferme, ma l'agente ha comunque ritenuto opportuno estrarre la pistola, caricarla, sporgere il braccio dal finestrino e fare fuoco. L'intento del poliziotto era di sparare allo pneumatico: l'unico modo - a detta del giudice - "In teoria del tutto inoffensivo" per arrestare la corsa di Budroni è stato quello che ha dato "Purtroppo l'esito luttuoso" che conosciamo. Da quando in qua sparare con una pistola viene considerato un comportamento "Del tutto inoffensivo"? E perché poi lo sarebbe nei confronti di un uomo già circondato da tre volanti delle forze dell'ordine praticamente fermo e che, per stessa ammissione dell'agente imputato della sua morte, non aveva esibito alcuna arma? Il carabiniere in questione era un cattivo sparatore e nelle prove al poligono aveva ottenuto risultati appena sufficienti.

Chi detiene il monopolio legale dell'uso della forza deve guardarsi bene dall'abusarne e deve essere messo nelle condizioni di non avere la tentazione di abusarne. Dunque, sembrano assai poco prudenti e sagge le parole del giudice quando dice che il comportamento del carabiniere non poteva essere caratterizzato da "completa serenità" e che nella concitazione del momento sono intervenuti "fattori esterni" che hanno rivestito "un'influenza, di certo negativa" rispetto al puntamento dell'arma. Ma l'addestramento dovrebbe servire proprio a questo: e la perizia e il sangue freddo richiesti a un appartenente alle forze di polizia sono funzionali al fatto che essi dispongono di un'arma e che, a determinate condizioni, sono legittimate a usarla.

Complessivamente le motivazioni della sentenza richiamano piuttosto un'arringa a difesa, fatta di attenuanti e giustificazioni e interamente tesa a ridimensionare la responsabilità di atti che hanno determinato la morte di un uomo. E la morte di un uomo per strada, dentro la sua macchina, non può essere risarcita da alcuno, neanche da un giudice, con un "purtroppo".

Luigi Manconi

(Post scritto con Valentina Calderone)

La Stampa
17 10 2014

«Chi uccideresti, per primo, tra tuo padre, tua madre e tuo fratello?». Il tema da svolgere in classe aveva questo titolo agghiacciante. A rispondere dovevano essere bambini di terza elementare.

Le prostitute
E poi c’erano i riferimenti sessuali da parte delle due insegnanti, ormai attempate e alla soglia della pensione. Un esempio? Il sesso lo spiegavano così: «Succede quando papà si intrattiene con le prostitute lungo la strada». O il «ciupa ciupa» e il «bunga bunga», come definivano le due maestre l’atto d’amore tra i genitori dei piccoli allievi. Non finisce qui. Perché poi c’è la storia dei massaggi. Capitava, ad esempio, che una delle due docenti si facesse palpeggiare il collo dagli alunni, che si davano il cambio tra loro con turni di 10 minuti ciascuno. Il tutto ripreso dalle micro telecamere nascoste, piazzate nella classe dai carabinieri. «Non c’era costrizione, ma l’atto in sé - dicono i genitori - è da deprecare».

La denuncia
Sono, questi, soltanto alcuni passaggi delle denunce ora agli atti e presentate da un gruppo di mamme e papà insospettiti dal comportamento dei figli. Accade in una scuola elementare dell’Eporediese, in un paese alle porte di Ivrea. Per la Procura, però, il caso è da archiviare. Il pm, Chiara Molinari, nelle motivazioni sostiene che non si «ravvisano atti penalmente rilevanti» ma che, piuttosto, il linguaggio e i metodi usati dagli insegnanti, definiti dal magistrato «inopportuni», abbiano soltanto conseguenze di carattere disciplinare. Insomma, per il pm la palla passa al Provveditorato. Apriti cielo. Le famiglie, tramite il loro avvocati Celere Spaziante e Marco Morelli, hanno presentato istanza contro la richiesta di archiviazione. E adesso urlano la loro rabbia: «Quelle due maestre andavano cacciate all’istante». Toccherà al giudice del Tribunale di Ivrea pronunciarsi, mentre sarà l’ufficio scolastico regionale a decidere se sospendere e trasferire le due docenti.

Il via ad aprile
La vicenda parte da lontano. Siamo ad aprile di quest’anno quando i genitori vanno dai carabinieri. «I nostri figli – si sfogano - non vogliono più andare a scuola. Poi scendono nei dettagli e mostrano il titolo inquietante di quel tema da svolgere in classe: è chiaro che i nostri figli sono turbati, chi non lo sarebbe a quell’età?». E infine raccontano dei riferimenti espliciti al sesso, della docente che si fa massaggiare nuca e collo, dello scotch lanciato verso i bambini e dei metodi d’insegnamento non proprio ortodossi. «E’ capitato – raccontano i genitori – che se uno dei nostri figli non aveva capito la lezione, come risposta veniva preso per un orecchio e portato fuori dall’aula».

Dopo le denunce sono partite le indagini e la Procura ha dato il via libera perché fossero piazzate le telecamere. L’occhio elettronico ha filmato per tre settimane e all’insaputa di tutti. Le immagini sono inequivocabili. Secondo gli inquirenti, però, non ci sono elementi sufficienti per chiedere il rinvio a giudizio delle insegnanti (tuttora all’oscuro di essere formalmente indagate per maltrattamenti su minori). Così è scattata la richiesta di archiviazione. I genitori lasciano al loro avvocato ogni considerazione: «Non concordo con le conclusioni del pubblico ministero – precisa Spaziante –. Il lavoro eccellente dei carabinieri, infatti, ha permesso di dimostrare che i tragici sospetti dei genitori erano assolutamente fondati».

La sentenza
La partita giudiziaria resta comunque aperta. Entro un paio di settimane il gip dovrà fissare l’udienza per decidere se accogliere o respingere la richiesta della Procura. Intanto, nella scuola, le voci fin qui taciute sono passate di bocca in bocca: «Se questi sono stati i metodi usati dalle due insegnanti – spiega il direttore scolastico, che ha saputo della vicenda ad indagini concluse – li respingo senza se e senza ma». Aggiunge: «Attenzione però a creare mostri, aspettiamo di capire come si concluderà l’iter della magistratura».

Giampiero Maggio

Vergogna razzista alla scuola di Casalbertone

  • Venerdì, 17 Ottobre 2014 10:20 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo press
17 10 2014

Lunedì 13 e martedì 14 ottobre Casalbertone ha conosciuto una vergognosa pagina di razzismo. Militanti di Casapound, sotto gli occhi della polizia, impediscono l’ingresso agli studenti stranieri.

Uno sparuto gruppo di sedicenti “genitori”, di esponenti di Casapound e della Lega Nord ha impedito l'ingresso di studenti stranieri e insegnanti del Quarto Centro territoriale permanente, bloccandone le attività. La sede del Ctp è situata all'interno della scuola media del quartiere, l’ex “Lucio Lombardo Radice”, ora succursale dell’Istituto Comprensivo “Luigi Di Liegro”.

A detta di questi provocatori a caccia di voti, l'azione intimidatoria avrebbe dovuto essere una protesta contro la compresenza di minori e adulti negli stessi spazi, cosa rivelatasi del tutto infondata. A spalleggiare gli autori dell'intimidazione dell'altro giorno c'è sempre lui: il leghista Mario Borghezio, lo stesso che venne cacciato da insegnati e genitori mentre faceva campagna elettorale davanti a una scuola di Torpignattara. Il parlamentare europeo, incurante che l’obbligatorietà per i migranti di sostenere i test di italiano è stata istituita nel 2010 dal ministro leghista Maroni, ha scritto su Facebook “Stop invasione! Prima la nostra gente!”. Ecco di cosa si tratta: una campagna razzista che da tempo avvelena i quartieri romani con notizie false portata avanti da un'alleanza senza scrupoli di seminatori d'odio. Un patto tra gli autoproclamatisi eredi del fascismo italico e i padani che sputano sui tricolori.

Nel corso delle due concitate mattine, i responsabili della scuola hanno chiamato le forze dell'ordine. Intervenuta sul posto, la polizia non ha fatto nulla per impedire l'azione dei razzisti. Al contrario, ha fatto un sopralluogo all'interno dei locali, accertandone la regolarità. Accesso alla struttura, aule e servizi igienici utilizzati dagli studenti adulti sono nettamente separati da quelli utilizzati dagli alunni delle medie, come prescrive la legge.

Ma cosa sono i Centri territoriali permanenti? E perché i razzisti li disprezzano? Molti forse ricorderanno il film “La mia classe” con Valerio Mastandrea nei panni dell’insegnante di italiano, che tanto successo ha avuto al Festival di Venezia. Ma non tutti sanno che la legge che istituisce servizi come quello di Casalbertone parla chiaro: i Ctp hanno lo scopo di svolgere attività di formazione permanente. Le attività si tengono da sempre all'interno degli istituti scolastici, rispettando le norme in materia di tutela dei minori e promuovendo la funzione inclusiva delle scuole. La scuola, da sempre, è e deve essere di tutti.

La sede distaccata del quarto Ctp di Casalbertone è attiva dal 2009. In questi anni non si è mai verificato nessun episodio spiacevole né è sorto alcun problema per la compresenza delle attività. Peraltro, la maggioranza degli studenti stranieri frequentano la scuola per adempiere a un obbligo imposto dalla legge: per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno è obbligatorio frequentare un corso di lingua italiana e di educazione civica. Altri si iscrivono al Ctp per prendere la licenza media.
Secondo i razzisti, la scuola sarebbe “invasa da centinaia di immigrati”. Ma il numero degli stranieri frequentanti è esiguo. Su un totale di circa 80 iscritti, la presenza contemporanea è in media di 15-20 persone. Il massimo delle presenze, che si raggiunge solo nei giorni degli esami, è di 40 studenti, a fronte di circa 190 alunni della scuola media.

È evidente l'intento pretestuoso dell'azione che cavalca il clima di xenofobia e razzismo, per fomentare odio e paura, creare divisioni e lacerazioni nei quartieri della nostra città. Come associazione Yo Migro, attiva da anni nel territorio, abbiamo costruito una relazione di collaborazione positiva con il Ctp di quartiere. Sappiamo bene che la sua presenza a Casalbertone costituisce una ricchezza per tutti. È un servizio utile a diffondere conoscenze reciproche: aiuta a superare diffidenze e incomprensioni. Un antidoto alla violenza e all'incomunicabilità tra i tanti che vivono i nostri territori.

Il Ctp è determinato a non cedere a questa intimidazione e riprendere al più presto le attività nella sua sede istituzionale. Il quartiere di Casalbertone intende respingere a testa alta questo attacco violento di chiaro stampo fascista e razzista.
Riportiamo alcune testimonianze raccolte mercoledì 15 ottobre davanti alla scuola.

Associazione di promozione sociale Yo Migro
RM_ResistenzeMeticce

"Possono aprire la porta del terrazzo per far entrare l'aria, ma non possono oltrepassare la soglia, non possono rompere il sigillo, non possono andare sul balcone insomma. Altrimenti sono passibili di multa". 
Diego Bianchi, il Venerdì - la Repubblica ...

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