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Il nucleare più caro della storia fa dubitare anche la City

  • Lunedì, 03 Novembre 2014 15:21 ,
  • Pubblicato in Dossier
Urlo nucleareLuca Manes, pagina99
1 novembre 2014

Con i suoi pittoreschi borghi medieivali e una natura rigogliosa e incontaminata, il Somerset è una delle regioni più belle e visitate dell'Inghilterra. [...] E' proprio su un tratto di costa del Somerset che il Regno Unito si appresta a costruire la prima centrale nucleare da oltre due decenni a questa parte. ...

Atlas 
11 09 2014

L’autorità per il nucleare in Giappone ha dato il via libera al riavvio di un impianto, il primo passo verso la riapertura di un settore rimasto paralizzata dopo il disastro di Fukushima e che potrebbe significare la chiusura definitiva di decine installazioni obsolete.

L’Autorità per la regolamentazione nucleare ha riferito ieri che un impianto a due reattori situato a Sendai (sud-ovest) e di proprietà di Kyushu Electric Power potrebbe riprendere la sua attività. Dovrà però prima ottenere l’approvazione delle autorità locali.

Il Giappone vive da quasi un anno senza energia nucleare. Non accadeva dal 1966. La sfiducia della popolazione nel settore rimane alta dopo la tragedia di Fukushima nel 2011, la peggiore da Chernobyl nel 1986.

Il governo sta facendo pressioni all’Autorità per la regolamentazione nucleare affinché si esprima sulla chiusura dei più antichi reattori del paese (complessivamente sono 48), che mostrano alcune lacune in termini di sicurezza. Chiudere i reattori con più di 40 anni potrebbe ridare fiducia ai giapponesi.

“Vorrei procedere con la chiusura di alcuni impianti e allo stesso tempo con la riattivazione delle centrali certificate come sicure”, ha detto la scorsa settimana in conferenza stampa Yuko Obuchi, il nuovo ministro dell’Economia, Commercio e Industria. Riprendere l’attività nucleare significherebbe per il Giappone ridurre la dipendenza dalle importazioni di petrolio.
Da parte sua, l’Autorità per la regolamentazione nucleare spiega di non essersi ancora espressa sulla chiusura dei vecchi impianti perché non è ancora stata completata la normativa relativa.

Luca Pistone

Ecco le 70 bombe nucleari in Italia

  • Giovedì, 03 Luglio 2014 12:46 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
L'Espresso
2 luglio 2014

C'è un angolo della provincia di Brescia dove la Guerra Fredda non è mai finita. Negli hangar dell'aeroporto di Ghedi ci sono ancora oggi caccia italiani pronti al decollo per andare all'attacco con bombe nucleari sotto le ali. Incredibile? Non è la sola rivelazione sull'arsenale atomico attivo nel nostro Paese.

Ecco le 70 bombe nucleari in Italia

  • Mercoledì, 02 Luglio 2014 13:57 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L'Espresso
02 07 2014

Un'immagine satellitare della base di Ghedi mostra parte dell'infrastruttura nucleare
C'è un angolo della provincia di Brescia dove la Guerra Fredda non è mai finita. Negli hangar dell'aeroporto di Ghedi ci sono ancora oggi caccia italiani pronti al decollo per andare all'attacco con bombe nucleari sotto le ali. Incredibile? Non è la sola rivelazione sull'arsenale atomico attivo nel nostro Paese. Una ricerca della Fas, Federation of American Scientists , documenta come l'Italia custodisca il numero più alto di armi nucleari statunitensi schierate in Europa: 70 ordigni su un totale di 180. E siamo gli unici con due basi atomiche: quella dell'Aeronautica militare di Ghedi e quella statunitense di Aviano (Pordenone). Due primati che comportano spese pesanti a carico del governo di Roma: spese che, a 25 anni dalla fine della Guerra fredda e degli incubi nucleari, appaiono ingiustificabili.

Eppure le forze armate italiane sono fiere di essere al fianco della potenza Usa nella missione atomica, tanto da aver festeggiato da poco le “nozze d'oro” di questa alleanza: i 50 anni dell'arrivo delle testate nucleari a Ghedi. Un anniversario celebrato con tanto di torta alla panna con le bandierine e una targa commemorativa che loda queste armi terribili “per avere protetto le nazioni libere del mondo”.

Ufficialmente, questo arsenale in Italia non esiste: né il governo di Washington né quello di Roma hanno mai ammesso la loro presenza. E nella targa commemorativa appena inaugurata non si accenna neppure ad esse: si parla genericamente di “missione Nato”. Il riserbo che, però, circonda questi armamenti presenti sul suolo italiano è un classico segreto di Pulcinella. Che viene demolito dall'esperto americano di armamenti Hans Kristensen, direttore del “Nuclear Information Project” dell'organizzazione “Federation of American Scientists” con sede a Washington DC, che ha appena pubblicato un rigoroso studio sulle armi nucleari Usa presenti nella base di Ghedi.

Kristensen cita due informazioni tecniche che permettono di dimostrare la presenza di queste armi a Ghedi: «Uno dei più importanti segni rivelatori è la presenza del 704esimo Squadrone Munitions Support (Munss), un'unità della US Air Force che consta di circa 134 militari e che ha il compito di proteggere e mantenere operative le 20 bombe nucleari B-61 presenti nella base. Il Munss non sarebbe presente nella base se non ci fossero armi nucleari. Esistono solo quattro unità Munss nell'aviazione militare statunitense e sono dislocate nelle quattro basi in Europa dove le armi nucleari sono conservate per essere lanciate da aerei della nazione ospitante».

Il secondo segno rivelatore, spiega Kristensen, è la presenza di alcuni speciali veicoli Nato fotografati dai satelliti: in gergo si chiamano “Nato Weapons Maintenance Trucks” (WMTs), grandi camion militari equipaggiati di complesse tecnologie. «La Nato ha dodici di questi camion, che sono progettati in modo specifico per permettere di fare la manutenzione delle bombe nucleari sul posto, nelle basi in cui sono immagazzinate in Europa. Un'immagine satellitare, fornita da Digital Globe attraverso Google Earth, mostra uno di questi camion Wmt parcheggiato vicino gli alloggiamenti del 704esimo Squadrone Munss a Ghedi in data 12 marzo 2014. Un'immagine più vecchia del 28 settembre 2009, mostra due camion Wmt nella stessa posizione», scrive Kristenssen.

Le venti bombe di Ghedi sono di proprietà americana, custodite da militari statunitensi. Hans Kristensen spiega a "l'Espresso" che gli ordigni della base sono di due tipi: i B61-4 con potenze da 0.3 a 50 kiloton e i B61-3 con potenze da 0.3 a 170 kiloton, ovvero 11 volte la carica dell'atomica che distrusse Hiroshima nel 1945. Ma è previsto che queste armi devastanti vengano sganciate da cacciabombardieri Tornado italiani: i velivoli del Sesto Stormo. Un reparto celebre, i cui piloti vengono chiamati “I diavoli rossi”: sono stati i protagonisti delle campagne aeree in Iraq nel 1991, in Bosnia nel 1996, in Kosovo nel 1999 e due anni fa in Libia. Assieme alle missioni di bombardamento convenzionale, gli equipaggi vengono continuamente addestrati per l'eventualità di uno “strike nucleare”. E nel futuro sono destinati a proseguire questo doppio compito sugli F-35, che avranno la capacità di imbarcare gli ordigni nucleari.

Ma questa eredità della Guerra Fredda pone un triplice problema, che dopo cinquant'anni di silenzio dovrebbe finalmente venire affrontato dal Parlamento: le spese a carico dell'Italia per l'arsenale nucleare, la sua legittimità in base ai trattati internazionali e i pericoli per la popolazione.

RISCHIO ATOMICO
Esistono pericoli per la popolazione italiana legati alla presenza di queste armi nella basi di Ghedi e Aviano? Ovviamente tutta la materia è coperta da un ferreo segreto militare. Kristensen, però, non manca di ricordare uno studio del 1997 commissionato dalla stessa US Air Force che evidenziava il rischio di esplosione nucleare nel caso in cui un fulmine avesse colpito il deposito di un ordigno nella fase di smantellamento, ossia quando la testata viene smontata dal resto della bomba. Un'eventualità remota, ma che è stata presa in seria considerazione dal Pentagono. Probabilmente questo è uno dei motivi che hanno portato la Nato a pianificare una sostituzione graduale dei camion speciali Wmt con veicoli più avanzati, in gergo militare “Stmt”, che offrono anche una protezione maggiore dai fulmini. Dieci di questi Stmt sono pronti per le basi di Italia, Belgio, Olanda, Germania, Turchia, i cinque paesi in cui sono schierate tutte le armi nucleari americane presenti in Europa. La consegna dei camion Stmt è prevista per questo mese: costano un milione e mezzo di euro ciascuno.

LEGITTIMITA'
Come fa notare l'esperto Hans Kristensen, la presenza di questi ordigni americani pronti all'uso nelle basi italiane pone numerosi quesiti. I nostri piloti si addestrano per essere sempre pronti a utilizzare le bombe nucleari, come previsto dal patto segreto con gli Usa. Ma l'Italia e gli Stati Uniti hanno firmato il Trattato di non proliferazione, che impone di “non ricevere armi nucleari o il controllo diretto o indiretto di esse da nessuno”. È vero che le armi nucleari sono arrivate a Ghedi nel 1963, in un periodo precedente al Trattato di non proliferazione. Oggi però questo accordo è una pietra fondante della comunità internazionale: come si può conciliare con quello che avviene a Ghedi?

SPESA PUBBLICA
Il problema dei costi, infine, è un altro grande punto dolente. Kristensen non fornisce cifre, ma scrive che l'Italia «si fa carico della presenza nella base di Ghedi del 704esimo Squadrone Munss, dell'aggiornamento delle misure di sicurezza necessarie per proteggere le armi, dell'addestramento dei piloti e del mantenimento degli aerei Tornado che devono attenersi a rigorose procedure di certificazione per essere idonei alle missioni nucleari. E inoltre ci si aspetta che il costo nella messa in sicurezza delle bombe B-61nelle basi europee aumenti più del doppio nei prossimi anni (fino a 154 milioni di dollari) per assicurare gli aumentati livelli di sicurezza richiesti dall'immagazzinamento delle armi nucleari americane». Tutti costi che, scrive Kristensen, sono sempre più difficili da giustificare, data la grave situazione finanziaria dell'Italia.

Lo studioso dà alcune misure per far capire l'incidenza della crisi economica nel ridimensionamento delle spese militari: le ore di volo annuali dell'Aeronautica sono scese da 150mila nel 1990 a 90mila nel 2010, l'addestramento è stato ridotto dell'80 percento tra il 2005 e il 2011. E altri tagli sono in arrivo. In queste condizioni, conclude lo studioso, sarebbe meglio che l'Italia mantenesse una forza nucleare solo se davvero le servisse. Ma abbiamo veramente bisogno delle bombe atomiche?

Nella targa commemorativa che celebra il 50esimo anniversario, le armi di Ghedi vengono celebrate, seppure senza menzionarle, per “aver protetto le nazioni libere del mondo” anche dopo la fine della Guerra fredda. «Questa, nel migliore dei casi è un'esagerazione», scrive Hans Kristensen, «è difficile, infatti trovare una qualche prova che le armi nucleari non strategiche schierate in Europa dopo la fine della Guerra fredda abbiano protetto una qualsiasi cosa o che la loro presenza sia in qualche modo rilevante. Oggi la più grande sfida sembra essere quella di proteggere queste armi e di avere i soldi per farlo».

Il Fatto Quotidiano
23 05 2014

La prossima settimana Ispra pubblicherà i criteri per individuare l’area che entro il 2025 dovrà custodire 90mila metri cubi di rifiuti radioattivi. Il documento in realtà è pronto da tre mesi ma è rimasto nel cassetto. In un audio che ilfattoquotidiano.it pubblica, il presidente di Sogin spiega che la ragione è tutta politica: deputati e senatori preferiscono aspettare il voto. Nel 2003 Berlusconi fu costretto dalle rivolte a cancellare il deposito a Scanzano Jonico

Il fantasma del cimitero nucleare aleggia sull’Italia. Inizierà a materializzarsi presto, ma solo a urne chiuse. Basta il nome, del resto, a far paura alla gente. “Deposito unico delle scorie radioattive”, così si chiama il luogo che, entro una decina d’anni, dovrà custodire 90mila metri cubi di scorie radioattive oggi disseminati in 23 depositi temporanei. Lo prevede una legge del 2010, ma dopo tre anni non si è ancora deciso dove sorgerà, né come sarà. In verità dal 28 febbraio scorso l’Ispra ha messo a punto i criteri per individuare la località più adatta, suo malgrado, a ospitare il sito grande come un campo da calcio, alto come un palazzo di cinque piani, che nessuno vorrebbe sul suo territorio. Puglia, Basilicata, Lazio o Toscana, quali sono le aree più idonee? Impossibile fare ipotesi, perché le indicazioni dell’ente sono rimaste nel cassetto per quasi tre mesi. E a quanto pare, per motivi politico-elettorali.

A sostenerlo è il neopresidente di Sogin, la società pubblica responsabile del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi candidata a realizzare il “sarcofago nucleare”. A margine della visita dei parlamentari al sito di Latina, lo scorso 14 aprile, Giuseppe Zollino aveva confidato di essere pronto a scommettere che il documento non sarebbe stato divulgato prima delle elezioni. In un audio in possesso di ilfattoquotidiano.it, Zollino ammette che “lo sanno in troppi che è pronto, e nascondersi dietro un dito è imbarazzante”. Ce l’ha l’Enea, l’Invg, il Cnr, Sogin… “come fa il governo a dire che non è pronto?”. Alla domanda specifica, se c’è un motivo per non pubblicarlo, risponde che “no, non c’è assolutamente, ma deputati e senatori ti dicono che così si spacca il partito, che adesso andiamo a elezioni… che in fondo sono passati 40 anni e anche se passano altri due mesi…”.

Il ritardo, al di là delle motivazioni ufficiali, sarebbe dovuto dunque alla volontà di evitare l’innesco di una roulette russa potenzialmente devastante in campagna elettorale, foriera di timori e proteste analoghi a quelli che nel 2003 costrinsero Berlusconi a cancellare il decreto che individuava Scanzano Jonico come sede del deposito nazionale. Meglio non rischiare, meglio rimandare tutto a dopo le europee. E infatti Ispra, conformandosi alle indicazioni impartite del ministero dello Sviluppo economico, si è guardata bene dal pubblicare il dossier.

A niente, per altro, sono valse le sollecitazioni fatte in pubblico dai vari ministri dell’Ambiente che si sono succeduti, Orlando e l’attuale Galletti, che avevano dato l’assenso alla pubblicazione che, assicura Ispra, avverrà a breve “probabilmente settimana prossima”, a urne ormai chiuse, dunque. La questione è destinata ad avere ulteriori risvolti politici perché sarà oggetto di un’interpellanza urgente dei Cinque Stelle, insieme alla richiesta di chiarimenti sugli appalti affidati da Sogin alla Maltauro, l’impresa finita al centro dell’inchiesta milanese su Expo.

La pubblicazione dei criteri Ispra, del resto, non è un orpello: oltre a stringere sulle destinazioni papabili, come disposto dal dl 31/2010, segna l’avvio della fase operativa del progetto che nei sette mesi successivi dovrebbe portare a individuare la località, in quattro anni all’autorizzazione e quindi all’inizio lavori che terminerebbero nel 2025. Quel documento, finito ostaggio di ragioni elettorali, segna dunque l’inizio di una vicenda che si protrarrà anni e si annuncia ad altissimo rischio incendiario. Sogin ovviamente si augura il contrario, e invita a pensare al deposito unico non come fonte di rischio per la salute pubblica ma di “garanzia”, vista l’oggettiva l’inadeguatezza degli attuali siti sparsi sul territorio nazionale e la necessità di evitare che, presto o tardi, non si sappia più dove ficcare i rifiuti radioattivi di ogni giorno, quelli banalmente prodotti in ambito medicale che ogni anno producono 500 metri cubi di scorie. Non solo. Nel 2025 saranno scaduti poi i contratti stipulati con Francia e Inghilterra per riprocessare le scorie da combustibile nucleare e quando i fusti torneranno in Italia il problema di dove metterli sarà impellente.

La creazione di un’unica discarica per i rifiuti nucleari è richiesta da una direttiva europea e consigliata da un po’ tutti gli esperti, pro e anti nucleare. Si tratta di farlo mandar giù agli italiani, in particolare quelli che se la ritroveranno dietro casa. Il rischio proteste è altissimo, e per questo la società controllata dal Tesoro parla della necessità di avviare un processo di coinvolgimento “trasparente e informato”, di informazione capillare per “evitare condizionamenti dovuti all’irrazionalità”. Ecco, forse proprio questo era il timore – ma per se stessi – di quei parlamentari che hanno suggerito di far slittare la pubblicazione dei criteri a dopo il voto, evitando che il tema agitasse le 4mila amministrazioni in via di rinnovo e lo scontro all’ultimo voto per le europee. Con buona pace del coinvolgimento trasparente e informato.

Thomas Mackinson

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