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Nablus: il circo aperto alle bambine

  • Lunedì, 14 Aprile 2014 14:42 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
14 04 2014

La Nablus Circus School è l'unico centro del distretto palestinese aperto a entrambi i sessi. Le giovani circensi Ginwa, Diana, Zain e Tajalli ospiti a Sarzana di "facciamoCirco 2014".

Ginwa, Diana, Zain e Tajalli sono quattro ragazze palestinesi di età tra 15 e 18 anni. Vivono a Nablus, città della Cisgiordania occupata da Israele dal 1967. Frequentano la Nablus Circus School, scuola di arti circensi per bambini e ragazzi, fondata nel 2004 dalla ong Assikr Assaghir con l'obiettivo di offrire ai giovani e giovanissimi palestinesi un luogo sicuro in cui incontrarsi, socializzare, apprendere e scambiare abilità, godere di momenti di serenità e normalità là dove infanzia e adolescenza serena sono tutt'altro che normali. Con una particolarità: Assirk Assaghir è l'unico centro del distretto di Nablus aperto a entrambi i sessi, in cui bambine e bambini, ragazze e ragazzi lavorano insieme in classi miste.

Ginwa, Diana, Zain e Tajalli saranno in Italia, a Sarzana, per il progetto di scambio interculturale "Portiamo a Sarzana un gruppo di ragazzi palestinesi, allievi della Nablus Circus School" promosso dall'associazione facciamoCIRCO, nel 2014 proclamato dall'ONU Anno internazionale di solidarietà con il popolo palestinese.

Il progetto, che ha trovato in Moni Ovadia e Marco Rovelli due testimonial convinti, nasce dal desiderio di offrire alle giovani ospiti una rara opportunità di scambio con coetanei italiani: per una settimana, non più militari per le strade, paura, lunghe file ai chekpoint, ma altri ragazzi con cui condividere giochi, gioia, conoscenza.

L'occasione è il 9° Raduno nazionale delle Scuole di Piccolo circo, appuntamento annuale che dal 2006 richiama a Sarzana centinaia di allievi delle scuole di circo di tutta Italia e che fonda il suo crescente successo proprio sullo scambio di abilità e conoscenze tra bambini e ragazzi.

Per tutto il soggiorno, dal 22 al 28 aprile, il gruppo palestinese (quattro allieve e il direttore della scuola Mahmoud Masri) saranno ospiti in famiglie di allievi della Scuola di circo di Sarzana e trascorreranno le loro giornate in compagnia di coetanei di tutta Italia. A facilitare il superamento delle barriere linguistiche, la conoscenza e l'amicizia sarà la condivisione di una passione comune: la pratica delle arti circensi.

"Il popolo palestinese ha pagato un prezzo altissimo a un processo che ha negato la pace. L'ha pagato, l'abbiamo pagato, con la vita di molti civili palestinesi, con la colonizzazione forzata della Cisgiordania. L'abbiamo pagato con un furto senza precedenti di terre e di risorse perpetrato dal governo israeliano anche attraverso la pulizia etnica e misure degne di un regime di apartheid. C'è solo una definizione che dà il senso di questo sistematico scempio di legalità: punizione collettiva contro il popolo palestinese". ...
"Mi scuso per il disordine ma non c'è acqua, fino alla scorsa settimana dal rubinetto ne usciva un filo, almeno si riusciva a bere ma da due giorni è tutto secco", si lamenta la donna. ...

Kafka, bandiere palestinesi e diritti gay

  • Giovedì, 03 Aprile 2014 09:33 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
03 04 2014

Ore 11, lezione di diritti umani. Nel campus di Al Quds, l’Università araba di Gerusalemme, si parla in inglese, si studia il diritto internazionale e si dibatte del futuro Stato di Palestina. Nel Bard College gli alunni di Nicola Perugini, docente di Legge Internazionale e Diritti Umani, si ritrovano in un’aula al secondo piano. Ognuno di loro ha un approccio diverso agli studi, ai propri sogni ed alla realtà che li circonda.

Ruba Imam, 21 anni, viene da Gerusalemme è rimasta colpita da alcuni viaggi di studio fatti a Hebron, in Cisgiordania, perché si è scontrata con una “realtà che non conoscevo” in termini di “carenza di rispetto dei diritti umani degli abitanti palestinesi a causa dell’occupazione israeliana”.

Vicino a lei Leith Abu Ziad, 22 anni, di Nasria, annuisce. La sua tesi di laurea sui diritti omosessuali nel mondo arabo descrive la maturazione nelle nuove generazioni di temi una volta tabù. Il focus a cui più tiene è quello dei “diritti” perché, dice, “sono la chiave di tutto”. Anche se si pone delle domande non facili: “Noi ci battiamo molto per ottenere un maggiore rispetto dei diritti umani da parte delle forze di occupazione israeliane ma mi chiedo se questo, alla fine non si trasformi in un boomerang, portando di fatto solo a migliorare il volto dell’occupazione stessa, che invece deve soprattutto finire”.

Qusay Hammash, 21 anni, viene da Betlemme e ha un sogno “voglio fare il regista”. E’ convinto che realizzare film “qui in Palestina o in qualsiasi altro posto” possa aiutare “la società palestinese a crescere, maturare, essere più consapevole”. La determinazione con cui Qusay parla del “mio sogno” si ritrova nelle parole di Sonoos Saghadeh, 21 anni, di Gerusalemme che indossa l’hijab - come Ruba - e affronta con pari energia un tema assai diverso e più scottante.

“Quando mi ritrovo in casa, con mia nonna e mia madre parliamo dell’occupazione - racconta - e ognuna porta la sua esperienza, mia nonna ricorda di quando arrivarono i sionisti con le prime violenze, mia madre rammenta la guerra del 1967 e l’inizio dell’occupazione come oggi la conosciamo ed ora tocca a me descrivere ciò che sta avvenendo” ed a tale riguardo non è affatto ottimista “perché nei nostri quartieri, nelle nostre città, si moltiplicano gli edifici dei coloni ebrei, spuntano in ogni luogo e ciò preannuncia tensioni molto forti”. Da qui lo scenario di “un peggioramento” della tensione fra palestinesi ed israeliani anche se Sonoos, come i suoi compagni di classe, ribadisce che “non c’è alternativa alla soluzione dei due Stati”. Le parole di Sonoos sul “rischio di un peggioramento” pesano nella classe e Qusay, tiene a precisare di “essere contro la violenza, contro la lotta armata”.

Non ha intenzione di combattere. Sara Sharif, 21 anni, conferma che nel campus l’atmosfera non è quella di una nuova rivolta violenta, bensì di una battaglia “per i diritti umani contro gli strumenti della legalità internazionale” al fine di “far venir meno il muro e far nascere un vero Stato di Palestina che mi dia il passaporto, sia capace di proteggermi e di darmi un futuro”.

Le critiche nei confronti degli israeliani sono dure, aspre. Sonoos sottolinea come ha un fratello più piccolo che, studiando in una scuola pubblica a Gerusalemme, “ha dovuto memorizzare l’importanza della Dichiarazione Balfour che noi consideriamo invece l’origine di tutti i problemi che abbiamo” dice, riferendosi al documento con cui l’Impero britannico nel 1917 riconobbe il diritto degli ebrei a creare in Palestina un “focolare nazionale” legittimando il sionismo. Leith spera che “la campagna del boicottaggio” contro i prodotti israeliani che vengono dagli insediamenti in Cisgiordania “si estenda e riesca ad avere un vero impatto economico” mentre Sara quando parla di “occupazione” la paragona alla “segregazione” per via di “muri, barriere e posti di blocco che segnano la nostra vita quotidiana”.

Si parla anche dell’imminente visita di Papa Francesco e un po’ tutti si augurano che “con la preghiera aiuti davvero la pace”. “Questi ragazzi vivono immersi in una delle situazioni più difficili - spiega Perugini - e trovano nello studio dei diritti umani una strada da seguire nella speranza di costruire un mondo migliore”.

Il campus intanto è immerso nell’atmosfera dei party, fra politica e musiche, che vendono protagonisti i diversi gruppi di militanti: Hamas sfila con le bandiere verdi e il Fronte popolare con i drappi rossi. Entrambi catturano attenzione ed emozioni degli studenti anche se il leader più popolare resta Marwan Barghuti, detenuto in Israele per il ruolo che ebbe alla guida dei Tanzim di Al Fatah durante la Seconda Intifada. Prima di lasciare il campus c’è ancora tempo per seguire un’altra lezione.

Entriamo nell’aula di Nadim Khoury, docente di Letteratura, impegnato per l’occasione in una lezione su Kafka. La maggioranza dei suoi studenti sono ragazze, lui spiega con cura personaggi e situazioni tratti dai volumi dello scrittore ebreo praghese. La lezione si svolge in inglese mentre fuori suonano i motivi del Fronte Popolare. Alcune delle studentesse per un attimo di distraggono, poi tornano con gli occhi sulla lavagna luminosa. Khoury le riprende con un sorriso: “Adesso è il momento di Kafka, a lezione finita avrete tempo per pensare alla rivoluzione”.

Maurizio Molinari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Frontiere news
27 03 2014

Nel campo profughi palestinese di Shoafat (situato a nord di Gerusalemme, l’unico presente in territori amministrati da Israele), c’è da almeno tre settimane una grande carenza idrica; stando a quanto dichiarato da attivisti locali, almeno un terzo degli abitanti non avrebbe acqua corrente e il resto della popolazione si dovrebbe accontentare di succhiare le poche gocce che escono dai rubinetti.

Negli ultimi giorni la società idrica Gihon ha installato una linea aggiuntiva e un rubinetto in più all’ingresso del campo, ma questa operazione non ha risolto il problema. La polizia di Gerusalemme ha dichiarato ad Ha’aretz che lasciare irrisolta la questione fomenterà disagi nel campo. ”Quest’anno i problemi sono cominciati prima del previsto”, ha scritto Doron Zehavi, della polizia di Gerusalemme. I problemi nel campo infatti tornano ciclicamente quasi ogni estate.

“Al campo ritengono che Israele abbia fatto tutto questo per negare il loro diritto a ricevere acqua, paragonando la loro situazione con quanto accaduto in Siria, dove i rifornimenti di cibo al campo profughi di Yarmouk sono stati interrotti. Tutte le autorità devono trovare delle soluzioni ragionevoli al problema, che aumenterà con il passare del tempo”. La polizia si è incontrata con i responsabili della Gihon, che hanno detto che qualcuno dovrà pagare per la fornitura extra.

La carenza d’acqua nel campo è iniziata con l’erezione della barriera di separazione, che ha lasciato Shoafat (così come i quartieri di Ras Khamis, Ras Shehade e Dahiyat al-Salam) nel lato palestinese della barriera stessa. Le autorità israeliane si sono rifiutate di continuare la manutenzione delle infrastrutture in questi agglomerati urbani che, diventando di fatto dei paesi a sé stanti, hanno registrato un forte incremento demografico; gli impianti, progettati per 15mila residenti, ora ne servono 50mila.

"C’è bisogno di una cooperazione interministeriale per risolvere il problema e gestire i rischi relativi", ha dichiarato l’Agenzia Idrica Israeliana in un comunicato. La scorsa settimana la commissione del Knesset sulle petizioni pubbliche, guidata dal deputato Adi Kol, ha discusso la questione dopo che Kol stesso ha ricevuto una lettera dall’Agenzia idrica secondo cui la polizia ha cancellato una visita già pianificata – insieme ai responsabili Gihon – al campo di Shoafat. La visita è stata cancellata per motivi di sicurezza dopo l’uccisione di tre palestinesi a Jenin.

A molte famiglie non è stata lasciata altra scelta che acquistare acqua minerale – sia per bere che per lavarsi, fare il bucato o pulire casa – e limitarne drasticamente il consumo. Keren Tzafir, un avvocato dell’Associazione per i diritti civili in Israele, ha presentato alla Corte Suprema una petizione a nome dei residenti del campo e dell’amministrazione della comunità locale. ”Il problema idrico è l’ultima espressione, e probabilmente la più seria, della negligenza che le autorità hanno per i quartieri dall’altra parte del muro”, hanno dichiarato dall’Associazione. “Servizi formativi, stato sociale, trasporti, raccolta di rifiuti, infrastrutture e persino polizia sono semplicemente assenti nell’area. La zona non ha piano regolatore e quindi tutte le costruzioni sono state edificate senza permessi”.

A meno che la Corte ordini di risolvere il problema, migliaia di famiglie continueranno a soffrire per la carenza idrica, anche se il diritto all’acqua “è stato riconosciuto nella prassi giurisprudenziale israeliana come un diritto fondamentale costituzionale”, si legge nella petizione, che pone enfasi sulle tragiche conseguenze sanitarie che la mancanza di acqua corrente può causare, specialmente verso bambini e malati.

Valerio Evangelista

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