Una prigione a cielo aperto. Dove si muore di fame. Ed ora anche di freddo. È la Striscia di Gaza. Un milione e ottocentomila persone, oltre il 56% minorenni, a cui è negata la corrente elettrica per buona parte della giornata, che non hanno con che riscaldarsi. ...

Palestina, due giorni di lotta nel villaggio di Nabi Saleh

  • Martedì, 10 Dicembre 2013 15:59 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo press
10 12 2013

We refuse to die in silence

Venerdì 6 Novembre, la gente di Nabi Saleh, un villaggio sito a nord-ovest di Ramallah, riunita all'interno del Comitato di Resistenza Popolare, ha nuovamente marciato unita ed in maniera non-violenta contro l'occupazione sionista della West Bank.

La storia dei Comitati è ormai decennale. Era infatti il 2003 quando, mentre la Seconda Intifada era ancora attiva, gli abitanti di Budrus, un villaggio situato sempre nel distretto di Ramallah, iniziarono a manifestare contro il pericolo di essere tagliati fuori dal resto della West Bank a causa della costruzione della barriera di separazione pianificata da Israele (dal 2004 la Corte Internazionale di Giustizia intima ad Israele di sospendere la sua costruzione, che se completata correrà per l'85% all'interno della Green line, la linea che segna i confini del 1967). Gli abitanti di Budrus, forti del sostegno di decine di attivisti israeliani ed internazionali, scelsero allora come forma di resistenza la lotta popolare e non violenta. Ed in effetti il governo di Israele, dopo più di un anno di lotta e decine di manifestazioni, decise di riportare il muro all'interno dei confini del 1967. La tattica si diffuse così ad altri villaggi: Ni'lin, Bili'in, Kufr Qaddum, Al Ma'asara. Insieme queste piccole lotte riescono ancora oggi, dopo gli esiti nefasti della Seconda Intifada, a provocare diversi problemi allo Stato israeliano.

Nabi Saleh è stato uno tra gli ultimi villaggi a mobilitarsi, ma in breve tempo è divenuto uno dei più attivi nella West Bank. Il villaggio sorge in buona parte su quella che, per gli Accordi di Oslo, Israele considera Area C (ovvero il 61% della West Bank, area sotto totale controllo civile e militare israeliano) e sulla collina di fronte, dal 1977, sorge la colonia illegale di Halamish, in continua espansione.

Nell'estate del 2008 i coloni presero il controllo anche della piccola fonte d'acqua chiamata Ein Al-Qaws, da sempre appartenuta alla famiglia Tamimi (tutti i 550 abitanti di Nabi Saleh sono legati da vincoli di sangue o di matrimonio e condividono lo stesso cognome, Tamimi). Questo episodio segnò un punto di non ritorno. Dovette passare più di un anno perché gli abitanti riuscissero ad organizzare la loro prima marcia, non contro il furto della fonte in sé ma contro il sistema di controllo attraverso cui Israele controlla la West Bank.

In quattro anni di lotta Nabi Saleh ha dovuto sopportare circa 500 feriti (di cui 200 minori e 70 donne) e 200 arresti (di cui 15 donne, 10 bambini con meno di 14 anni e 30 ragazzi di età compresa fra i 14 ed i 18). Due ragazzi, Rushdie e Mustafa, sono stati uccisi.

Questo venerdì il comitato ha ricordato il secondo anniversario della morte del giovane Mustafa Tamimi, ucciso a sangue freddo dalle forze d'occupazione israeliane nel 2011, mentre partecipava con i suoi compagni alla consueta marcia del venerdì. La sua morte è documentata in un video che mostra chiaramente l'accaduto: c'è un soldato per strada che lancia lacrimogeni, fino a quando non rientra nella sua jeep. Dalla stessa si apre la porta posteriore, emerge una mano che spara un ultimo lacrimogeno. La porta si chiude e la jeep va via, lasciando Mustafa steso a terra.

Il 5 Dicembre 2013, il giorno prima della manifestazione, Israele si è autoassolto, dichiarando che il soldato non poteva vedere dove sparava. Verrebbe da chiedere ad Israele se le regole d'ingaggio dei suoi soldati permettono di sparare lacrimogeni ad altezza d'uomo senza avere una corretta visuale, specialmente durante una manifestazione non violenta (la decisione segue quella presa per l'omicidio di Bassem Abu Rahme di Bili'in, documentata nel pluripremiato “5 Broken Cameras”), ma la domanda, seppur coerente, non troverebbe risposta.

A fianco degli abitanti, questo venerdì hanno marciato persone dei villaggi vicini, nonché attivisti israeliani ed internazionali, condividendo la stessa rabbia e la stessa volontà di porre fine all'occupazione sionista. La marcia, partita come consuetudine dopo la preghiera di mezzogiorno dal centro del villaggio, è passata davanti casa di Ekhlas, la madre di Mustafa, intonando i cori della resistenza palestinese. Durante la marcia la foto di Mustafa è stata deposta nel punto dove il giovane è stato ucciso, ad indicare la costante azione del suo popolo per il suo sacrificio. Qualche centinaia di metri più avanti sono state le donne del villaggio a fronteggiare i soldati, che numerosi attendevano la marcia sin dalle prime ore del mattino. Il corteo è stato attaccato con lacrimogeni, bombe sonore e proiettili rivestiti in gomma, senza dare rilevanza al gran numero di bambini che partecipavano alla marcia.

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Il movimento ha inoltre espresso profondo cordoglio per la morte del combattente per la libertà Nelson Mandela, considerato padre della resistenza palestinese, e lo ha ricordato nella sua lotta contro le ingiustizie, definendo la perdita di Mandela una grave perdita per l'umanità nel suo difficile cammino che ancora l'attende verso la libertà.

 


The Third Intifada will be global

Il 7 Dicembre gli abitanti di Nabi Saleh, insieme al Coordinamento dei Comitati di Resistenza Popolare (PSCC) e agli attivisti israeliani hanno organizzato un grande evento con una forte valenza simbolica. Il 7 Dicembre è, infatti, la data che segnò l'inizio della Prima Intifada nell'ormai lontano 1987, nonché la prima manifestazione popolare del villaggio di Nabi Saleh.

L'evento è stato dedicato alla memoria di Rushdie e Mustafa. Dal palco allestito al centro del villaggio, nella Martyr's square, dopo l'intervento di Ekhlas, la madre di Mustafa, sono intervenuti, oltre ad i membri del PSCC ed agli attivisti israeliani, i rappresentanti dei drusi in Israele, che hanno ricordato l'incarcerazione ad inizio settimana di Omar Sa'ad, rifiutatosi di prestare il servizio di leva obbligatorio. Hanno preso parola, inoltre, esponenti della lotta contro il Prawer Plan e Muhammad Barakeh segretario generale di Hadash (il partito socialista israeliano che unisce ebrei e arabi palestinesi e che siede nella Knesset). Nessuna bandiera di partito era presente nella piazza, soltanto la gigantografia dei due ragazzi uccisi. La partenza del corteo è stata preceduta dalla , danza tradizionale palestinese, eseguita dai bambini del villaggio. Insomma, un evento che ha tenuto insieme tante anime, unite dalla resistenza popolare.

Dietro all'evento sta la volontà del PSCC di realizzare, a partire da questa data, eventi simili un sabato al mese in ogni villaggio coinvolto nelle settimanali manifestazioni del venerdì. Lo scopo è far sentire gli abitanti meno soli nella dura lotta, con la consapevolezza di essere l'unica resistenza attiva nella West Bank, anche se limitata a pochi villaggi, e che desistere oggi dalla lotta comporterebbe l'accettazione definitiva dell'occupazione. Questo è infatti il periodo peggiore che gli abitanti dei villaggi si ritrovano a vivere: i sacrifici compiuti in questi anni sono stati enormi e la tentazione di abbandonare tutto per rifugiarsi nella vicina e più sicura Ramallah è forte. Inoltre, le condizioni di vita sono molto peggiorate dallo scoppio della Prima Intifada: check point, raid notturni, il sistema dei permessi, le prigioni, hanno provocato quotidianamente più umiliazioni di quante ogni uomo possa sopportare.

Tutti, almeno 300 persone, si sono dunque mossi in corteo, ma appena partito questo è stato subito attaccato dall'esercito con un fitto lancio di lacrimogeni. La marcia si è subito riorganizzata e pacificamente è avanzata fino al gate posto davanti alla torretta militare sulla strada. Qui c'è stato un primo confronto corpo a corpo con i soldati, che intimando di arretrare, avevano esposto un'ordinanza militare con cui si dichiarava “area militare chiusa” il territorio del villaggio per l'intera giornata . Ci sono stati 3 fermi, tra cui quello di Bilal Tamimi, che in ogni manifestazione si occupa delle riprese video, indossando un gilet verde fluorescente. I 3 sono stati rilasciati dopo poco.

Gli shebab, i giovani palestinesi, sono invece passati per i campi ai lati della collina ed incuranti dei lacrimogeni sparati massicciamente e dei proiettili rivestiti di gomma, hanno ingaggiato un duro confronto con l'esercito che è durato fino al tramonto.

In questo costante confronto le pietre non hanno tanto il valore di arma, raramente riescono a ferire i soldati, ma assumono una forte valenza simbolica: sono il simbolo della lotta palestinese, sono una sfida, un rifiuto di sottomettersi all'occupazione indipendentemente dalle probabilità di successo. Anche i soldati simboleggiano qualcosa con le loro armi: lo strapotere economico e tecnologico dello Stato sionista.

I Comitati respingono fermamente ogni questione morale sulla violenza. La resistenza popolare e non violenta è per loro è una scelta strategica, che non lascia la decisione politica a pochi gruppi armati che durante la Seconda Intifada hanno portato la causa palestinese sull'orlo della catastrofe. Secondo Bassem Tamimi, uno dei più importanti leader della causa palestinese non solo a Nabi Saleh, il diritto di resistenza dei palestinesi è assoluto ed inalienabile. Egli è fermamente convinto che una terza Intifada possa dilagare ed attraverso i Comitati vuole offrire un modello per l'agire della sua gente.

Il primo ferito oggi è stato Oday Tamimi, il fratello di Mustafa, a cui un proiettile rivestito in gomma ha rotto la mascella. Il giovane è stato subito portato in ospedale per essere operato. Il confronto ha visto gli shebab correre su ogni lato della collina, spinti sempre più lontani dai proiettili e dal vento carico di gas. Poco prima del tramonto, dopo ore di confronto l'ultimo assalto dell'esercito, partito dagli ulivi sopra il villaggio, arrivava fin dentro le case, intossicando tutti, donne e bambini compresi. Numerosi a fine giornata i ragazzi lievemente feriti dai rubber-coated bullet e molti di più quelli intossicati.

L'evento odierno ha ricordato non solo a parole la sollevazione del 1987. È stata una grande giornata di lotta portata avanti con le stesse armi di allora: le pietre, le barricate, la determinazione, la solidarietà e l'autorganizzazione popolare all'interno dei Comitati, i quali ancora oggi ci ricordano che “our destiny is to rexist”.


*attivista Sci italia

 

È il simbolo della missione del popolo palestinese per la libertà, una figura che unisce anziché dividere e un convinto sostenitore della pace basata sul diritto internazionale. ...

Vorrebbe essere un'attraente ciliegina sulla torta un pò sgonfiata di matrimoni senza più passione o non ancora del tutto consumata per la mancanza di esperienza degli sposi più giovani. Perché sembra che molte neospose palestinesi, sempre più rispettose della tradizione religiosa, abbiano difficoltà a lasciarsi andare. ...

Palestina. Il dramma umanitario (e politico) di Gaza

  • Mercoledì, 20 Novembre 2013 10:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
20 11 2013

In questi giorni le strade di Gaza City hanno ricordato la “vittoriosa” fine dell’offensiva israeliana Colonne di Fumo. Tra parate militari e manifestazioni di potere, Hamas si è mostrata forte e pronta a respingere un nuovo eventuale attacco.

Ma nelle stesse ore la situazione umanitaria nella Striscia, aggravata dalla crisi egiziana con la chiusura del valico di Rafah, raggiunge livelli senza precedenti.

E la politica interna non sembra in grado di offrire vie d’uscita.


QUALE VITTORIA?
Iniziata il 14 novembre 2012 con l’uccisione mirata del leader militare di Hamas Ahmad al-Jabari, l’operazione Colonne di Fumo durò poco più di 7 giorni, caratterizzati da bombardamenti a tappeto ad opera dell’aviazione israeliana e lanci di razzi che da Gaza sono giunti fino all’area di Gerusalemme.

Uno scenario bellico che provocò, nella sola Striscia, la morte di oltre 165 palestinesi (di cui 30 bambini e 70 altri civili), circa 1300 feriti nonché danni alle infrastrutture per decine di milioni di dollari.

Ciononostante la tregua siglata il 21 novembre per Hamas fu un’autentica vittoria. “La battaglia e la nostra capacità di resistenza hanno dimostrato che il nemico dovrà riflettere a lungo prima di attaccare nuovamente noi o un altro paese della regione” - queste le parole che usò allora il primo ministro del governo di Gaza, Ismaïl Haniyeh, con cui dichiarava la giornata “festa nazionale”.

Ma l’euforia fu subito spezzata dalla morte di un uomo, raggiunto da un colpo di proiettile sparato in aria in segno di vittoria. Una tragica casualità nella quale si racchiudeva simbolicamente la fragilità di quei festeggiamenti che, con forme diverse, si è riproposta anche quest’anno.

Perché la settimana scorsa, mentre nel centro di Gaza City i militanti di Hamas sfilavano armati sfoderando orgogliosi i missili M75, poco lontano il quartiere di al-Zaytoun veniva inondato di acque reflue. A causa della penuria di combustibile, infatti, che il 1°novembre ha costretto al fermo l’unica centrale elettrica della Striscia, l’impianto di depurazione idrica della città ha smesso di funzionare.

E non è che una delle conseguenze della decisione presa lo scorso 3 luglio dal governo egiziano di limitare al minimo scambi di qualsiasi natura al confine con la Striscia.

Il colpo militare che ha interessato Il Cairo in quella data ha significato un radicale cambiamento dei rapporti politici tra le due sponde.

Se da un lato sotto la presidenza di Muhammed Morsi, membro di una Fratellanza Musulmana di cui Hamas è la diramazione palestinese, la frontiera egiziana e le sue centinaia di tunnel sotterranei rappresentavano una fondamentale boccata di ossigeno per superare il blocco israeliano, con l’avvento al potere dei militari egiziani tutto è cambiato.

La nuova parola d’ordine, “lotta al terrorismo”, ha infatti significato considerare il deserto del Sinai come luogo di rifornimento e nascondiglio per le milizie islamiste, che avevano in quegli stessi tunnel una fonte di rifornimento non indifferente. Da lì l’interruzione di qualsiasi contatto, con la distruzione dei cunicoli e il permesso di ingresso per materiale umanitario, medico ed energetico soltanto sporadico, con decisioni a discrezione del governo egiziano.

Decisioni che però non tengono conto degli effetti collaterali: a pagare le conseguenze è, ancora una volta, la popolazione di Gaza.

Dal 1° novembre alle abituali 8 ore di elettricità quotidiane ne sono state tolte 2, seguite da 12 di totale oscurità. Ad essere esentati da questa turnazione sono quelle poche famiglie e strutture - come gli ospedali - che possono permettersi un generatore privato o sono dotati di pannelli fotovoltaici.

Una situazione che rende le azioni quotidiane più semplici un’impresa straordinaria. Come spostarsi in macchina per lavoro lungo i 41km di lunghezza della Striscia, cosa in questo periodo per i camionisti quasi impossibile a causa della 4 ore che in media bisogna attendere alle pompe di benzina.

Oppure fare i compiti a casa per bambini e studenti, costretti a leggere e scrivere a lume di candela. Ma ancor più semplicemente, con le fognature intasate, il funzionamento dei servizi igienico-sanitari risulta estremamente complesso.

“La gente qui ha paura di vivere”, riferisce Ezz Al Zanoon, un fotografo che vive nel quartiere di Al-Zaytoun, al sito palestinese Ma’an News. “Dopo le 8 di sera tutti si rinchiudono in casa. Fuori non c’è luce, non c’è ombra di vita, non c’è niente. Per quanto piccola sia la Striscia”, sottolinea Al Zanoon, “ora non possiamo neanche più muoverci al suo interno”.

La fornitura ridotta di carburante ha inevitabili ripercussioni anche sull’acqua, che per essere pompata nelle tubature ha anch’essa bisogno di elettricità.

Generalmente viene distribuita nell’arco di due ore durante la giornata, spesso prima ancora dell’alba. Ma in questi giorni di oscurità uscire nel pieno della notte e al buio non è facile, soprattutto se si rischia di non trovare nulla al centro di distribuzione.

 

DRAMMA POLITICO
La chiusura del valico di Rafah non offre molte alternative alla popolazione: importare carburante, acqua e prodotti vari da Israele è proibitivo a livello di costi e, d’altro canto, impossibile per ragioni politiche.

Perché acquistare dal nemico porrebbe l’autorità di Gaza di fronte ad un conflitto ideologico, e centinaia di famiglie che l’anno scorso hanno perso la loro casa a causa dei bombardamenti oggi non sono in grado di ricostruirla.

Ma ad un anno dall’ultima offensiva israeliana, Hamas questi problemi sembra non vederli. O meglio, le priorità sono altre.

Oltre ai festeggiamenti, al primo posto dell’agenda governativa ci sono questioni di sicurezza interna. Che nei giorni scorsi si sono tradotte in decine di arresti di simpatizzanti e membri di Fatah, partito rivale che amministra l’altra parte dei Territori Occupati, la Cisgiordania.

Secondo la giornalista israeliana Amira Hass, gli arresti sarebbero avvenuti attraverso raid notturni e intimidazioni, anche nei confronti di minori, affinché non organizzassero manifestazioni di protesta. Come in occasione dell’anniversario della morte di Arafat, lo scorso 11 novembre, quando le forze di sicurezza di Hamas hanno blindato ogni angolo della strada per impedire il ricordo pubblico dell’ex-leader palestinese. Non mancherebbero inoltre nuovi casi di tortura.

Secondo Hamas, Fatah sarebbe uno dei responsabili dell’attuale crisi umanitaria.

L’articolo di Hass riporta anche il comunicato ufficiale del governo di Gaza che spiega ai suoi cittadini le reali cause della paralisi energetica.

La prima causa vede citata esplicitamente l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), guidata appunto da Fatah, il cui leader Mahmoud Abbas avrebbe deciso di aumentare la tassa su ogni litro di benzina che transita da Israele alla Striscia, aumentando di conseguenza i costi del carburante.

In secondo luogo, il comunicato spiega che la crisi è prima di tutto “politica”, il risultato di una cospirazione messa in atto dai “soliti che vogliono vederci alzare bandiera bianca e rinunciare alla muqawama (la resistenza politica e armata all’occupazione israeliana, ndr)”.

Parole dietro le quali, ad un’attenta lettura, si scorge ancora una volta il governo di Ramallah, che dal momento in cui Morsi è stato deposto non ha mancato di mandare segnali di apprezzamento al generale al-Sisi, capo delle forze armate egiziane e ministro della Difesa.

A testimonianza di ciò la settimana scorsa quest’ultimo ha ricevuto al Cairo Abbas per discutere dello stato dei negoziati tra l’ANP e Israele e dell’avanzamento delle colonie illegali in Cisgiordania. Ma quanto dichiarato soltanto due giorni dopo dal presidente palestinese a proposito della lotta al terrorismo nel Sinai – “noi stiamo dalla parte dell’Egitto” , ha detto Abbas, ignorando di fatto quanto stia accadendo a Gaza –, lascerebbe intendere che i due abbiano anche rafforzato ulteriormente la loro posizione anti-Hamas.

Un’altra questione trattata, e che invece non ha bisogno di essere celata, è la riconciliazione tra i due partiti palestinesi, che secondo gli accordi patrocinati dall’emiro del Qatar di un anno e mezzo fa avrebbe già dovuto avere luogo.

In assenza di risultati concreti la tanto agognata riconciliazione a parole continua ad essere invocata da ambo le parti. Oltre alla recente discussione nell’ambito dell’incontro egiziano, Fatah ha lanciato l’ennesimo appello ad Hamas il giorno dell’anniversario della morte di Arafat, chiedendo di poter manifestare liberamente a Gaza – rifiutandosi tuttavia di fare una manifestazione congiunta.

Da parte sua il partito islamista sabato scorso ha convocato i leader dei vari gruppi politici palestinesi per discutere proprio della riconciliazione nazionale.

Azioni e dichiarazioni che dunque mettono a nudo la reale natura della questione: mai come prima d’ora la riconciliazione è a tutti gli effetti un miraggio.

Allo stesso modo lo è una vita decente per la popolazione di Gaza, rinchiusa in un dramma non solo umanitario, ma soprattutto politico, che ancora una volta stenta a trovare vie d’uscita.

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